Tutti gli articoli di Stereorama

Mi chiamo Martina Saiu e sono appassionata di musica sin dall’infanzia. Nel 2011 ho iniziato a collaborare come speaker nella web radio “Pigre.co” dove ho ideato e condotto Stereorama, un programma di approfondimenti musicali andato in onda sino alla fine del 2013. Quando la radio è andata Off Line per mancanza di fondi ho sentito il bisogno di continuare il progetto convertendo il mio programma in un Blog.

La ricetta futurista di Morgan e Bugo

Metti due artisti.

Amici di vecchia data.

Metti che il primo, estroso, geniale, irriverente, dai pensieri veloci, contraddittorio eppure logico abbia fatto un gran casino col danaro.

Perde la casa.

Metti che il secondo, un artista interessante ma sempre discograficamente marginale, gli sia stato di conforto in quel momento delicato e poi abbia scritto un pezzo che sembra fatto a posta per un duetto con il primo.

I due sono amici, un duetto ci sta.

Sanremo?

Ci sta.

C’è poi una terza figura ma chi è?

Il terzo uomo lochiameremo semplicemente Terzo, un nome inventato, di pura fantasia. Metti che il Sig. Terzo sia l’ex discografico del primo uomo ma anche l’attuale scuderia del secondo.

Ecco la ricetta:

Alla base un’amicizia.

Un artista imprevedibile e geniale.

Un’artista interessante.

Un ex collaboratore del primo e attuale partner del secondo.

Cosa può succedere con tutti questi ingredienti messi lì, nel frullatore di Sanremo, in mondovisione?

Sembra una ricetta futurista. Sapevate che esiste davvero un ricettario futurista?

Chi l’ha scritto è il Signor Marinetti.

Bugo è stato caricato a molla contro di me!

 

Non riesco ancora a crederci, Morgan è un figo! Sono qui a giustificare qualcosa che volevo andasse bene e invece…

Dopo lo stupore per la strofa cambiata da Morgan e l’abbandono del palco a opera di Bugo, dopo lo sgomento e l’attesa delle rispettive conferenze stampa mi son fatta la mia idea, che non è la verità ma di certo ha una sua logica: tra i due litiganti il terzo gode.

Ci sono moltissimi motivi per cui Terzo sia stato l’ago della bilancia.

Comunque…

Cosa rimarrà della settantesima edizione di Sanremo?

Due cose, sovversive e potenti.

Imprevedibili? Forse.

Un testo cambiato e rivolto al proprio collega e l’abbandono del palco di uno dei due interpreti.

Quanto è forte questa cosa?

Guardiamo l’esibizione con un po’ di distacco,  e ricordiamo che ci sono cose più gravi perché questa, a ben vedere, non è grave per niente, è solo spettacolo.

In un’altro articolo O mangi di questa minestra, la Tv da Morgan a Ferrer avevo scritto

Includere in un format televisivo un artista come Morgan che basa la propria esistenza umana e artistica sull’imprevedibilità e sulla sacrosanta e legittima volontà di contraddirsi significa o innovare il Format, scegliendo la sperimentazione e l’imprevedibilità per areare l’aria stantia, o voler in qualche modo sfruttare a proprio favore le incongruenze dell’artista per far parlare di sé. Pare ovvio e palese che in questo caso l’opzione più plausibile, non necessariamente vera, sia la seconda.

Lo show finisce qua…

Morgan racconta i Queen

Ieri è stato trasmesso un intero concerto dei Queen su Rai 2. A raccontarlo è stato invitato Morgan che, oltre a essere una persona con una visione musicale ampia, si è divertito a suonare alcuni pezzi.

Premessa

Mi piace cercare autenticità e genialità, ammetto di trovarne pochissime in giro, inoltre il pubblico manca di educazione all’ascolto e ho smesso di discutere di musica con chi non ha argomentazioni su cui dibattere.
Adoro cambiare idea ma incontrare persone con cui confrontarsi sta diventando molto difficile.
In generale (con meravigliose eccezioni), i gruppi che mi vengono consigliati come le opinioni musicali delle persone sono non solo privi di basi e formazione ma soprattutto sono anche inspiegabilmente basati sull’apparenza.

Una sorta di inconcreta bolla in cui i parametri di valutazione sono alterati.

Avete presente quelle torte con la pasta di zucchero esteticamente perfette che all’interno sanno di polistirolo? La musica o meglio il pubblico, oggi sta diventando così perché non cerca più la genuinità dell’impasto e della crema, della sostanza insomma, ma bada esclusivamente all’involucro.

Tutta gazosa.

Freddie, Morgan racconta i Queen

Morgan, ieri, è stato bravo.
Bravissimo.

Avete sentito l’introduzione che ha fatto? Suonare i Queen come i Queen è impossibile e non voleva quello.
Ha esplicitamente detto che non era il suo obiettivo.
Che avrebbe certamente stonato e sbagliato, che alcuni avrebbero addirittura urlato al sacrilegio.
Ha detto:

Io suono i Queen perché sono miei, li sento miei, mi emozionano.

Li ha interpretati come si fa in una festa tra amici.
Con passione.
Dedizione.
Trasporto.
Il trasporto qui fa la differenza perché è quell’ elemento non Tecnico che fa brillare un Artista.
Ha inoltre suonato tutti gli strumenti che gli capitavano sotto mano.

Come posso spiegarlo in altre parole?
Mi vengono in mente la voce di Battisti o quella di Dylan. In modo molto diverso tra loro, non paragonabili per tante cose, questi artisti hanno una cosa in comune, quel fattore in piú, da tanti (?) considerato in meno, quella cosa che trasforma un “difetto” in un elemento di pregio.

Menzione d’onore al pianoforte.
E la sua esibizione finale in don’t stop me now?
Ha cantato per sè stesso.
Quelle parole in quel momento erano davvero sue.
Esiste quindi una differenza netta tra il Gusto personale e un giudizio obiettivo?
Assolutamente si.
Il primo è opinabile, il secondo no.

A coloro che lo hanno pesantemente offeso l’artista ha risposto con un articolo sul suo blog: Rovinare le canzoni.

Come si fa a rovinare una canzone? Molte volte mi è capitato di sentire dire che qualcuno stava rovinando una canzone, e ho sempre pensato: le canzoni, se mai fosse possibile rovinarle, si rovinano solo pensando che siano rovinabili. Se chi sostiene che una canzone si possa rovinare (credo malinterpretandola o eseguendola male o in un contesto sbagliato, oppure non so in quale altro modo) fosse la maggioranza delle persone, allora sì che saremmo veramente rovinati.

Perché chi ha questo tipo di mentalità è una persona che non riesce ad avere elasticità, se fosse per loro il mondo sarebbe tutto in una vetrinetta chiusa a chiave: guardare e non toccare!

– Ma è un giocattolo!

– Non toccare! Si rovina, e lascialo nella scatola!

– Ma è fatto per giocare!

– Ho detto di lasciarlo lì dov’è!

Niente, non ce la fanno proprio a capire che i giocattoli, più sono belli e più un bambino ci vuole giocare. Ma le canzoni, vi dirò di più, a differenza dei giocattoli, sono qualcosa che se ci giochi le puoi spaccare, lanciarle, metterle sott’acqua, smontarle, pitturarle, tutto quello che vuoi, e magicamente si moltiplicano perché rimane intatta quella di partenza. Come se fosse un giocattolo che può usare il bambino e consumarlo e intanto rimane anche quello nuovo nella vetrinetta per la gioia perversa del collezionista morboso e frigido.

https://www.facebook.com/InArteMorgan/videos/2301142460131402/

Bob Dylan, la collezione in vinili 180 grammi!

Stamattina ho ricevuto un bellissimo regalo di natale anticipato: 2 dischi di Bob Dylan! La mia storia con il menestrello è di vecchia data, pensate che a 12 anni feci una cover a 2 voci del pezzo The Times They Are a-Changin con mio padre e un’amica di famiglia per esibirci davanti a tutti i loro amici (dovrei ancora avere un video da qualche parte)! Che altro aggiungere? Un Sacco di cose!

l primo disco di cui scriverò oggi è il suo secondo lavoro, The Freewheelin’ uscito nel 1963. A quel tempo Robert Zimmerman, in arte Bob Dylan, aveva quasi 21 anni e il suo sogno nel cassetto era fare il musicista.

Dopo aver dedicato tutta la sua giovane vita al suo sogno e con un primo disco un po’ caotico alle spalle, si era recentemente trasferito a New York per conoscere il suo idolo, Woody Guthrie, che incontrò ricoverato in un ospedale del New Jersey.

Lo avvicinò, gli regalò le sigarette, diventò suo amico.

All’epoca funzionava ancora così!

Come tutti gli artisti, anche Robert stava muovendo i primi passi alla ricerca della sua identità tra cover e i primi pezzi scritti, per strada, con la sua chitarra acustica e l’armonica a bocca. Al Greenwich Village si era affermato in una piccola comunità di artisti e spesso per descriversi si paragonava al vagabondo di Charlie Chaplin; la sua voce gracchiante, difficile all’ascolto, inconsueta ma inconfondibile divenne il suo tratto distintivo.

Tra i pezzi composti in questo periodo compare Blowin’ in the wind in cui il testo profondissimo, già al primo ascolto, sembra un classico. Chiunque abbia la fortuna di sentirlo non può rimanere insensibile al suo messaggio così potente e fresco.

Questo era il suo momento.

Bob iniziò così a dedicarsi sempre più alla scrittura, imponendosi come narratore, scrivendo delle cose che accadono, dei fatti di cronaca. Scriveva del cambiamento in atto, che cavalcò senza timore diventandone il più illustre portavoce come in Oxford town che racconta di James Meredith, il primo studente universitario di colore che nel 1962 si iscrisse alla University of Mississippi e per entrare a scuola fu scortato da 500 soldati inviati da Robert Kennedy.

L’album uscì nel maggio 1963, la celebre copertina ritrae il cantante che cammina nel Village mentre tiene sottobraccio la donna che lo ha ispirato.  Joan Baez lo invitò sul palco del festival di Monterey e “Blowin’ in the wind” arrivò al secondo posto in classifica. In luglio Dylan salì sul palco del Newport Festival che lo lanciò definitivamente nell’olimpo dei Grandi Nomi della musica internazionale.

Ma qui comincia un altro capitolo.

Il secondo vinile che ho ricevuto in dono è proprio The Times They Are a-Changin.

La storia del vinile è a dir poco leggendaria. Innanzitutto questo è un disco incredibilmente crudo, intimo e in secondo luogo racconta il periodo, difficilissimo, in cui è stato creato: gli anni ‘60 in America che sono stati un momento di scontro molto tesi e complicati.

Inciso fra l’estate e l’autunno del 1963 e pubblicato nel gennaio del 1964 The Times è senza alcun dubbio il suo disco più politicizzato in cui la musica, asciutta e ipnotica, viene utilizzata per narrare episodi di cronaca e raccontare tempi migliori, quelli del cambiamento.

The Times They Are a-Changin va dritto come un proiettile in tutta la sua disarmante semplicità.

Grazie alla sua esibizione al Newport Festival, nell’agosto del ’63, al momento dell’uscita del disco si era già fatto un nome.

Proprio la canzone che dà il titolo al disco è un’autentica e inequivocabile presa di posizione contro il vecchio establishment “Se non riuscite a stare al passo coi tempi lasciate spazio ai giovani, alle nuove idee, i tempi stanno cambiando”. In pratica, quasi tutti pezzi dell’album, raccontano storie con risvolti drammatici come “Ballad of Hollis Brown”, in cui un’uomo piegato dalle privazioni uccide tutta la sua famiglia prima di commettere suicidio. Una storia vera, un fatto di cronaca che viene raccontato tenendo l’ascoltatore incollato al giradischi. Tutti i brani prendono e non lasciano l’ascoltatore finché la puntina non inizia a solcare un nuovo pezzo che a sua volta rapisce e cattura.

Anche la copertina, un’ essenziale bianco e nero, è impreziosita nel retro e nell’inserto da una serie di poesie di Dylan dal titolo “11 outlined epitaphs”. Questo vinile è STORIA, pensate che guadagnò il disco d’oro, negli Stati Uniti raggiunse il ventesimo posto e in Inghilterra si piazzò in quarta posizione.

Ho scoperto con piacere che i due dischi di Dylan ricevuti in dono sono parte di una collezione della De Agostini che ha deciso di ristampare ben 41 suoi vinili.

BOB DYLAN VINYL COLLECTION

UNA COLLEZIONE UNICA CON 41 ALBUM in vinili 180 gr

De Agostini presenta la nuova collezione di vinili dedicata a Bob Dylan, il menestrello che ha cambiato la storia della musica in una collezione di vinili 180 grammi.L’imperdibile collezione ripercorre le tappe della carriera musicale del poeta e cantautore dalla sua città natale, Duluth (Minnesota), all’approdo a New York e al successo mondiale, tra rock, blues, folk e ballate popolari, il tutto rimescolato nel turbine degli anni ‘60 e del sentimento della controcultura.

La collana di 41 album si apre con la prima uscita The Times They Are A-Changin’ (1964), che vede l’artista severo e impegnato al culmine della “protesta”, e prosegue passando per le svolte elettriche degli anni ‘60, i suoni morbidi e folk dei ’70 e la maturità solenne, autentica e struggente degli ultimi anni.

La voce inconfondibile che ha ispirato intere generazioni e ha segnato per sempre la storia della musica. Dalle origini folk tra le strade del Greenwich Village degli anni ’60 alle trasformazioni di una carriera fatta di parole visionarie, rivoluzioni sonore, tour interminabili e leggendari e lo sconfinamento nel mondo del cinema e della letteratura. Folk, Blues, Rock… riscopri la storia e la musica del cantautore che ha rivoluzionato per sempre il modo di vivere e considerare la musica. Cantautore, poeta, profeta, leggenda… impossibile definirlo con una sola parola.

Lasciati travolgere, Like A Rolling Stone!

Ho deciso che, da appassionata di vinili e di Dylan, proseguirò con l’acquistio di tutti i vinili. Consiglio a tutti gli amanti della buona musica e in particolare di Robert Zimmerman, di fare un piccolo investimento per arricchire le vostre collezioni!

Yoko Ono. Dichiarazioni d’amore per una donna circondata d’odio

Yoko Ono è poco amata,lo pensano tutti.

O quasi.

Io la definisco un’artista difficile ma al contempo semplicissima.
Di fatto, molti suoi lavori mi piacciono tantissimo, alcuni meno, altri per niente.
In generale appartengo a coloro che non la reputano causa dello scioglimento dei Beatles quindi non serbo rancore verso di lei.

Qualche anno fa ho creato un post dal titolo Yoko senza Lennon  poi ho scritto su una maglietta il suo nome e quando la uso, OGNI VOLTA, le persone mi dicono semplicemente “perchè?” 

Ho sempre trovato difficoltà a leggere qualcosa di oggettivo su Yoko Ono, qualcosa che illustri il suo lavoro senza giudizi o meglio pregiudizi, fin quando, due settimane fa, sono incappata in un titolo interessante: “Yoko Ono. Dichiarazioni d’amore per una donna circondata d’odio”.

L’ho acquistato IMMEDIATAMENTE.

Mi son detta “ok, non sarà oggettivo ma almeno, una volta tanto, avrò a che fare con l’altra faccia della medaglia!”

Il Libro

Questo libro è interessante sotto molti punti di vista.
È scorrevole.
Divertente.
Offre una visione inedita del lavoro di Yoko Ono, in particolare di quello non musicale, ai più sconosciuto.

Detto ciò, io adoro l’ arte concettuale e comprendo e apprezzo il suo approccio performativo apparentemente bizzarro, minimale e molto spesso fuori contesto.

Il saggio, che non è proprio corretto chiamare tale, è stato scritto da un fan quindi spesso cede a dichiarazioni d’amore in stile “tardo adolescenziale” senza però risultare pesante, anzi, stupisce soprattutto perché gli aggettivi usati sono, una volta tanto, positivi!

Perché leggerlo?

Il volume regala tanti spunti di riflessione soprattutto per chi non conosce Yoko, aiutando a capire meglio il percorso artistico di questa artista senza cadere in banali, diciamo pure sterili, preconcetti.

Yoko è l’ Artista sconosciuta piú conosciuta al mondo
John Lennon

Imagine

Il 9 ottobre è uscita una versione di Imagine interamente cantata da Yoko Ono che sta scatenando numerosi dibattiti, in Italia sono tutti negativi!

Ho così scritto le mie prime impressioni a caldo.

Il pezzo

L’ho ascoltato 2 volte, la prima per la musica la seconda per la voce.

La musica

Yoko Ono è un’Artista concettuale e ha saputo evocare il pezzo togliendo sostanza.
Semplificandolo al massimo.
Svuotandolo il più possibile sino a lasciarne solo lo scheletro, il concetto.
Ha creato molto spazio libero, aria, tra le note e il video si sposa perfettamente con questo intento.
Mi piace.

La voce

Yoko, quando vuole, sa cantare ma a lei non interessa il bel canto solo l’ espressività del mezzo in questione.

Non usa la voce come una cantante.

In questo pezzo, pieno di lacune, lei mi ha incuriosita.

Esistono milioni di versioni di Imagine, nessuna così asciutta ed emotiva.
La voce trattenuta, gli anticipi, i ritardi non sono veri errori, sono piuttosto dettagli emozionali.

Questa versione di Imagine è davvero imperfetta sotto tutti i punti di vista però, forse, è bella così!

Tu che sei di me la miglior parte

Tu che sei di me la miglior parte è un romanzo di Enrico Brizzi e dentro c’è tanta musica. Ho così pensato di condividere le mie impressioni al riguardo qui sul Blog!

Il romanzo

Tu che sei di me la miglior parte di Enrico Brizzi è un romanzo che parla dell’ infanzia e dell’adolescenza di Tommy, avvenute a cavallo tra gli anni ’80 e ’90 in un contesto simile a quello in cui anche io sono cresciuta.

La storia è ambientata a Bologna ma è piuttosto facile immaginarla in un altro luogo.
Il mio.
Il tuo.
Il filo narrativo è tenuto in piedi da un triangolo amoroso tra lui, Ester e Raul.

Dentro questo libro c’è un mondo ricco, carico di eventi, volti, situazioni, musica, colpi di scena. L’amore appare e scompare ma alla fine torna sempre.

Negli anni ’80 Tommy Bandiera cresce con la mamma. Passa le sue giornate tra i  racconti di viaggio dello zio Ianez, i giochi con gli amici in cortile e la parrocchia. Non possono mancare le prime cotte e la dirompente apparizione di Ester.

Ester mi veniva incontro con passo leggero, a ritmo col respiro del mondo, e mi sentii un verme per essermi riproposto di detestarla… Era come racchiudesse in sé la forza invincibile delle cose all’inizio.

Raul, innamorato anche lui di Ester, è il peggior amico che Tommy potesse incontrare; lo trascinerà in avventure bizzarre, violente, per nulla innocenti.

Pensavo a un’altra lezione che mi era toccato imparare: chi appare fragile finisce per diventarlo davvero, e prima o poi cade vittima degli spietati.

Il triangolo Tommy-Ester-Raul è la cornice alla vita che scorre attraverso gli occhi del protagonista. Tu che sei di me la miglior parte è un affresco dell’Italia anni Ottanta e Novanta tra le festicciole, i concerti, le risse, droga, amore e amicizia.

La verità era che sognavo di avere anch’io una Vespa. Per mia madre era un tabù, ché il professor Shiba era morto in un incidente stradale. Proprio non capiva la situazione, lei. Ero un liceale fidanzato, un giovane ultras e una figura-chiave nell’entourage di una band emergente; nei miei panni, non era più accettabile presentarsi ai rendez-vous ansimanti e accaldati in sella alla Legnano.

Il percorso di crescita simbiotica con amici e amori spesso si interrompe e capita che restino i ricordi.

Una muta di corde in fondo al cassetto.

Un vecchio rullino da sviluppare.

Una manciata di lettere da rileggere un giorno o l’altro.

Consiglio la lettura.

La colonna sonora del libro

Nella pagina facebook di Enrico Brizzi, l’autore ha condiviso lo scorso giugno un post in cui ha pubblicato la colonna sonora del libro.

Il buon cugino Marco Baroncini in arte Barzo, leggendo “Tu che sei di me la miglior parte”, si è preso la briga di censire le canzoni citate e le ha radunate in una compilation su Spotify. Io non lo sapevo, ma sono ben settanta.
Ogni lode, dunque, vada all’uomo che ha reso disponibile la colonna sonora originale del romanzo, e qualche elogio anche al paziente Renzo Giannini – in arte Ianez – che consente all’amico di usare il proprio account. Buon ascolto!

tu che sei di me la miglior parte romanzo colonna sonora enrico brizzi

Charles Bradley, quando il talento (non) vende

Ieri sera prima di cena guardavo una serie su Netflix e qualcosa ha attirato la mia attenzione.
Cosa? Vi starete, forse, chiedendo.
Risposta: la sigla finale di una puntata di Suits.
Mentre giocavo con mia figlia è partito all’improvviso un brano soul alla Otis Redding e mi son messa a canticchiarlo. Ho capito subito che era una cover e che il pezzo in questione, meraviglioso, era Changes dei Black Sabbath.

Ho googlato “Changes soul” ed è comparso un uomo nerissimo, con uno sguardo stupendamente carico di vita: Charles Bradley.


La cosa meravigliosa della musica è che quando qualcosa di interessante incrocia il mio cammino, diventa parte del percorso.

Per me è così.

Io senza musica non esisto.

C’è stato un solo momento, circa 15 anni fa, in cui l’ho rinnegata, la musica.

Un tragico evento ha spazzato via tutto.

E non sono più riuscita a codificare le melodie.

Per un po’, solo per un po’.

Vi è mai successo? Spero di NO.

Chi è Charles Bradley?

stereorama charles bradley

Charles Bradley è innanzitutto una gran voce che per quasi tutta la sua vita nessuno ha avuto il piacere di ascoltare.

Pensate che ha inciso il suo primo disco a 63 anni!

63 anni: quest’uomo ha coltivato un sogno per un tempo allucinante, chiunque al suo posto avrebbe mollato, ma lui voleva cantare e ha tirato dritto sino al suo destino.

Raccontava spesso di aver avuto la folgorazione per la musica a 14 anni quando sua sorella lo portò all’Apollo Theatre a vedere un concerto di James Brown. Mica poco, Bradley ha avuto il suo battesimo del fuoco per mano del Reverendo!

Senza un tetto sopra la testa ha svolto numerosi lavori occasionali, tra questi una costante è stato il ruolo di imitatore di James Brown in pub e locali. Di fatto la sua è stata un’esistenza in miseria sin quando è diventato cuoco in un centro d’accoglienza per poveri e la sorte è cambiata.

Verso la fine degli anni ’90, ha consegnato una demo a Tom TNT Brenneck, capo della Daptone Records e nel 2011 ha pubblicato No time for dreaming, considerato da tutti un vero successo.

L’ascolto mentre scrivo e mi cattura.

Non conoscevo Charles Bradley sino a ieri sera ma avrei tanto voluto vederlo quando qualcuno, forse un fattorino, gli ha consegnato la prima copia di questo disco. L’artista è morto nel settembre 2017.

Un buon artista impara ad essere una persona migliore attraverso i propri cambiamenti. 

Preserva l’amore e l’onestà, crescendo e imparando a guardare il mondo senza essere pieno di odio. 

Ogni ferita lo guida verso qualcosa di più grande.

Questo è ciò che rende speciale un artista, un cantante: puoi sentire il dolore nella sua voce.

Puoi sentire l’amore nella sua voce. 

Charles Bradley

Prima o poi ogni cosa trova la sua collocazione, anche le ferite.
Le esperienze, le persone che incontriamo, sono tutte lì per un motivo. Ecco, quest’uomo è la testimonianza che determinazione e speranza possono cambiare l’ordine delle cose.

Leggi anche Sixto Rodriguez, quando il talento (non)vende

River of Gennargentu intervista Elli de Mon

Questi giorni chiacchieravo con  River of Gennargentu, un artista gavoese che ho conosciuto e intervistato tempo fa quando ha pubblicato il suo ep Taloro.

River questa volta mi ha proposto di pubblicare un’intervista che ha recentemente fatto a Elli de Mon, un’artista vicentina. Non la conoscevo ma conosco i gusti di Lorenzo e mi son messa ad ascoltarla. Mi è piaciuta, ovviamente, quindi sono molto felice di ospitare questa conversazione tra di loro e ringrazio River per avermela proposta.

Trovate qualcosa di suo qui.

Non mi dilungo oltre.

Elli De Mon è una one-woman-band vicentina dallo stile personalissimo, con all’attivo ben cinque dischi, tra cui uno split con Diego Deadman Potron, e centinaia di gigs in giro per l’Europa.

Come ti sei avvicinata alla musica? Da quali donne e uomini di blues sei stata influenzata?

Dunque, in casa non si ascoltava molta musica, se non i canti degli alpini, dei partigiani e di De André. Ma mi ricordo il giorno in cui ho scoperto, grazie alla defunta Videomusic, la musica anglosassone e “ammerigana”, bandita nella mia casa filosovietica. E da lì sono incominciati gli incubi dei miei genitori. La chitarra elettrica ha preso il posto degli strumenti classici e foto di musicisti morti hanno preso il posto di quelle di altri defunti politici.

Una cosa prima di tutto: ho troppo rispetto per il blues per definirmi una musicista blues. Adoro la musica afroamericana: è quella che in assoluto ascolto di più, dal free jazz al vecchio delta blues. E proprio per questo riconosco che le mie radici culturali sono altre, non riuscirò mai a suonare con il feel blues afroamericano. Ma l’influenza di alcuni musicisti mi ha sicuramente cambiato la vita… i nomi sono tanti, ne cito solo alcuni: Alice Coltrane, Jimi Hendrix, Blind Willie Johnson, Elisabeth Cotton, Son House, Fred McDowell… tra i più moderni invece Jon Spencer Blues Explosion, Kyuss, PJ Harvey, Esperanza Spalding….

A questo punto di chiederei di nominare 5 dischi (blues o meno non importa), che reputi fondamentali per qualche ragione…

Alice coltrane – Journey In Satchidananda– un disco che mi ha aperto le porte allo spiritual jazz e al free jazz. Lo adoro, c’è quel tocco femminile che lo rende speciale e mi ha fatto conoscere altri grandi musicisti, come Pharoah Sanders.

Jimi Hendrix – Electric Ladyland– C’è dentro tutto: il blues, Il rock, la psichedelica, il pop, le armonizzazioni a più voci, l’improvvisazione quasi jazzistica, la chitarra futuristica… Chissà dove sarebbe arrivato Jimi se non fosse morto.

Poi aggiungo Blues For The Red Sun dei Kyuss, mio gruppo del cuore. Vederli a 15 anni è stato scoprire un mondo nuovo, fatto di accordature e saturazioni potenti. Ancora oggi è uno dei miei ascolti preferiti, soprattutto quando guido in mezzo al bordello!

Altri dischi…Ce ne sarebbero tantissimi, posso dirti che molto dipende dal mio umore, sceglierne solo altri due è dura… forse Bitches Brew di Miles Davis, e uno qualsiasi degli ultimi dischi di Ravi Shankar, dove si sente tutto il sapere e la profondità di una vita.

Mi trovi decisamente d’accordo nella scelta dei dischi…Nella tua formazione musicale e personale c’è anche il punk: che valori e modi di approcciarti alla musica e al mondo ti ha lasciato?

Nella mia formazione musicale c’è un bel po’di roba, dalla musica classica occidentale a quella orientale, il blues, il punk appunto; spesso mi ritrovo a pensare a come sarebbe stato il mio percorso se, invece di suonare (male) un po’ di tutto, avessi approfondito per bene solo una cosa…Se avessi avuto il coraggio di approfondire fino in fondo solo uno strumento ad esempio… Ma sono giunta alla conclusione che purtroppo questo non è nella mia natura. Forse nella prossima vita…. Sono una persona molto curiosa, a volte mi sento come un bambino che ha bisogno di pasticciare con tutti i colori che trova. E il punk è stato il mio colore preferito quando da giovane ero alla ricerca di una identità. Mi ha permesso di dire a me stessa e al mondo “Ma sapete una cosa? Io me ne fotto”: ha permesso a una ragazzina timida e al limite dell’asocialità di prendere in mano una chitarra e costruirsi una passione, una giornata, un linguaggio. Molti miei animali domestici hanno avuto il nome di Iggy; anche il blues ha avuto un’attitudine profondamente punk. Penso alle prime donne del blues, che avevano il coraggio di gridare la loro rabbia e le loro voglie in un mondo dove potevi finire a marcire in prigione per il solo fatto di essere nero, o penso a Son House che gridava “Don’t you mind people grinnin in your face!“

Elli, perchè una one-woman-band? Nel senso, è una scelta per vari aspetti estrema: quali sono le motivazioni che ti hanno spinto ad intraprendere un cammino musicale in solitaria, quali difficoltà e soddifazioni hai trovato in un percorso del genere?

Beh all’inizio ho fatto di necessità virtù. Nel senso che ho perso un po’ di batteristi per strada…e allora mi sono detta: ma perché non faccio tutto da sola? E così è stato. Inoltre i One man band mi sono sempre piaciuti, a partire da Son House.. Poi facendola la cosa mi è piaciuta sempre di più. È tutto molto più agile a livello organizzativo, non devi combinare gli impegni di molte persone e fai i concerti che vuoi fare…Certo, lo sbattimento è tanto tanto tanto. Chilometri in solitaria, palchi montati e smontati da sola…a volte la stanchezza si fa sentire, ma quella della solitudine è una dimensione che mi piace. Sono un lupo solitario, si. Non potrei farlo se non mi piacesse. Capita che mi chieda se in realtà questa a volte non sia solo una scelta di comodo, se rinunciare agli altri non sia altro che una fuga, una scorciatoia. Forse lo è, ma proprio perché ne sono consapevole apprezzo ancora di più gli incontri veri che faccio sulla strada. Non sono molti, ma quando succede è magico.

E poi oltre agli sbattoni arrivano anche le soddisfazioni, come quella di suonare all’estero!

Assolutamente…Novità? Progetti per il futuro?

Progetti per futuro: a novembre esce il disco nuovo. Dopo l’esperimento indiano ritornerò al blues rock punk con delle virate acustiche: sarà un disco dedicato ai ritorni, alle mie radici. Spero poi di ritornare on the road, un po’ meno di prima perchè ora con una bimba le priorità sono cambiate….Ma ci vediamo ai concerti!

Puoi contarci, ci vedremo live! Elli grazie ancora per la disponibilità e la bella chiacchierata.

Grazie a te, ciao!

Martinameetstones. A project to meet The Rolling Stones

I finally get back writing, this is a particularly busy time, with my daughter Linda but I never forget my dream: I would like to meet The Rolling Stones!

The dream

In november 2015 I had a dream that I want to tell you briefly: thanks to a #martinameetstones hashtag I met The Rolling Stones in a space and a place undefined! You know how dreams are, surreal and yet reality. 

That morning I told it to my colleagues and family as the #martinameetstones hashtag continued to rub my head; within a few hours I decided to open an instagram account and I sent a video to the Rolling Stones.

No sooner said, than done.

At the same time I asked people to give me a hand, the idea is that if people use the #martinameetstones hashtag, the chances that the Stones will see my request increases.

Now, life is odd, I could open a channel to ask for a new car, that mine is pretty old but this dream seems so authentic, light and deep that I decided to pursue it.

Martinameetstones goes to London

Why I’m following this dream?

Some people asked me what my purpose is. The answer is simple, I’d like to get to meet these living legends, The Rolling Stones, and have a chat with them. I deal with music everyday and talking with them would be a wonderful thing, I would really like to meet the Band but if that does not happen at least I will have tried it.

Dreaming dreams can be applied to anything, I think about the cyclist Fabio Aru, my compatriot who, with so many sacrifices, has decided to invest his life in a very important dream by making it a job.

You will probably thinking that I can’t compare a dream like mine to a life choice like Fabio’s.

And you’re right but…

As you know there are very important dreams that can be described as real life projects like Fabio Aru dream and other dreams, one shot, carefree, like mine.

Two different things, of course, which in any case cannot be realized by themselves.  

These 3 years I have been in contact with people from all over the world like Philippines, Chile, Canada, England, Massachusetts, Brazil, Ohio, Italy, Ireland, Switzerland, New York. Some of them told me about how they knew The band or their passion, their favourite record etc.

So what?

We always complain about the money, the place where we live, the taxes, the neighbors or the Church bells on Sunday mornings.

You know!

But we must concentrate our energies on the positive things and if we do not have anything good around the corner we have to create something.

Life must have macic moments here and there.

Why not? We need some beauty as we struggle for daily things, We must give ourselves a chance to realize dreams. 

If you want to help me to chase my dream, take a photo or video using the #martinameetstones and #therollingstones hashtags

Ps: you can find me on instagram and facebook

O mangi questa minestra: la Tv da Morgan a Ferrer

In questi giorni si è ampiamente parlato di Morgan e della sua partecipazione ad Amici, programma TV condotto e ideato da Maria de Filippi, e della sua dipartita alla terza puntata del programma. Come sempre accade in queste situazioni l’opinione pubblica s’è divisa tra coloro che dicono “Chi è Morgan?” e coloro che invece esclamano “Chi è maria?”

Chiarisco subito che apprezzo Morgan come artista (ha scritto due capolavori come Canzoni dell’Appartamento e da A ad A, che altro aggiungere?) e conoscitore della musica mentre non conosco il programma in questione, quindi non posso esprimere giudizi.

Ho inoltre alle spalle una laurea in storia dell’Arte, che mi ha permesso di approfondire la biografia di moltissimi artisti e di comprendere che l’innovazione non può andare di pari passo con il rispetto degli standard. Dove c’è rottura può nascere qualcosa di nuovo, imprevisto e dirompente; per citare Morgan è necessario Svincolarsi dalle convinzioni, dalle pose e dalle posizioni per creare novità.

Includere in un format televisivo un artista come Morgan che basa la propria esistenza umana e artistica sull’imprevedibilità e sulla sacrosanta e legittima volontà di contraddirsi significa o innovare il Format, scegliendo la sperimentazione e l’imprevedibilità per areare l’aria stantia, o voler in qualche modo sfruttare a proprio favore le incongruenze dell’artista per far parlare di sé. Pare ovvio e palese che in questo caso l’opzione più plausibile, non necessariamente vera, sia la seconda.

Tutto quel che vi dico adesso è verificabile guardando le tre puntate di Amici a cui ho partecipato, ma vi ricordo che sono montate, quindi opere di confezionamento, come i film. […] Non sono degli accadimenti che avvengono in diretta. Lì è una zona buia dove non solo manca la cultura, manca il minimo indispensabile perché cultura e Arte si basano su una struttura che deve prima di tutto avere in sé il concetto di vita.

Vogliamo entrare nel Talent Show? Io da dentro ho avuto l’esperienza Rai, Sky e Mediaset. […] In RAI le persone hanno vinto un concorso, in Mediaset non c’è persona che abbia competenza musicale, didattica o che tratti i minorenni. Questi sono gli schiavi, io una cosa del genere signori non l’ho mai vista. Lì hanno altri scopi e sono solo mercantili, […], li sbattono sui banconi, che sarebbero il mercato discografico, li macellano, li mettono nel mercato e dopo un anno li buttano via nella spazzatura e di nuovo avanti così.

Sono andato a fare Amici per due motivi, uno è perché ero tanto curioso di vedere cosa c’è dentro il palazzo.

Di artisti irriverenti inglobati male nel tubo catodico ce ne sono stati tanti. Alcuni hanno fatto delle ospitate infelici, altri, come Morgan, si sono prestati a fare TV: pensiamo a Mina, Battisti, Gaber, Jannacci, Celentano, Piero Ciampi e tanti altri…

Che dire di Rino Gaetano beffeggiato da Maurizio Costanzo? Questo spezzone è stato estratto dalla trasmissione Acquario del 1978, nel video si può notare come Gaetano venga trattato con disprezzo da Costanzo che, assieme a Susanna Agnelli, anche lei ospite, è stato citato nel testo di questa canzone.

https://vimeo.com/169822879

Costanzo: Questo Gaetano è un cantautore che fa canzoncine ironiche, così, scherzose, scanzonate e quest’estate ha avuto un discreto successo Nun te Raggae più, vale a dire non ti reggo più e lui, che si dedicherà prossimamente a mettere in musica forse le pagine gialle, perché fa degli elenchi di nomi (Costanzo e la Agnelli fanno parte dell’elenco) nel quale sono coinvolte una serie di persone, ci sono anch’io. L’ha sentito? (rivolgendosi a Susanna Agnelli)

S. Agnelli: si, lo conosco. I miei figli sono arrivati a casa “mamma senti questo disco, Nun te raggae più!” (sorride)

R. Gaetano: è un modo simpatico per dire Nun te Raggae più…

Costanzo: non si fanno le canzoni aggressive per poi chiedere scusa alle persone

Gaetano: no, no in modo simpatico dico per i figli… (Susanna Agnelli ride)

Tra gli altri interventi televisivi non posso non citare la bellissima trasmissione Speciale per voi condotta da Renzo Arbore che si era circondato da una schiera di giovani (e non solo) un po’ particolare. Tra i vari programmi devo ammettere che questo mi piace parecchio anche se le uscite del pubblico non sono sempre felici… In più di un’occasione gli Artisti invitati son stati messi in difficoltà dal pubblico, cito per esempio Caterina Caselli che in una puntata scappò via in lacrime dopo che una ragazza del pubblico le aveva detto, in maniera piuttosto brusca, che non sapeva cantare.

https://youtu.be/mK5TODbhIuk

Altro celebre intervento è quello del pubblico di Speciale Per Voi contro Lucio Battisti

Ragazzo del pubblico: tu hai detto che la voce non è importante, no? Ma allora tu cosa credi di dire nelle tue canzoni?

Battisti: Ma che devo dì? Io non dico niente state a parlà sempre voi e io che dico? Parlate sempre voi! Non ho capito mica… Ma insomma io non c’ho capito niente, sò tre ore che state a parlà e non si è concluso niente. Io propongo delle cose, vi emozionano, vi piacciono si o no?

Pubblico: Si

Battisti: Bene, me fà piacere, maestro su con la base!

Un altro esempio di boicottaggio è quello esercitato da Pippo Baudo su Nino Ferrer. Iniziato come un rapporto di collaborazione, quando Ferrer cantò Donna Rosa, scritta da Pippo Baudo per la sigla della trasmissione “Sette voci”.

Il periodo in questione, compreso tra il 1967 e 1969, fu coronato da un successo dietro l’altro per Ferrer (Viva la campagna, La pelle nera, Il Re d’Inghilterra) e dalla sua partecipazione al programma Sette Voci al fianco di Baudo e Io, Agata e Tu con Raffaella Carrà. Ferrer era un artista anarchico (se non lo conoscete ascoltate il disco Rats and Rolls) e il rapporto con Baudo a un certo punto diventò così stretto, preconfezionato e limitante che l’artista genovese se ne andò dall’Italia senza far ritorno per circa 20 anni, quando Red Ronnie lo convinse a partecipare al Roxy Bar.

A tal proposito scrisse il brano O mangi di questa minestra, contro la RAI e la censura fatta agli artisti; nel testo Ferrer non lascia nulla al caso citando anche Pippo Baudo col nome di Donna Rosa. Il brano, sempre contenuto nel disco Rats and Rolls, risale all’anno 1970.

Io vorrei dirne sempre di più ma c’è di mezzo Mamma RAI TV

che mi dice O mangi questa minestra oppure salti giù dalla finestra!

E allora il suo nome è Donna Rosa, Rosa, Rosa

Mannaggia alla miseria…

Viva la musica, l’Arte e la Libertà!

In conclusione dice bene Morgan quando afferma che la Tv è preconfezionata, specie se non Live. Gli artisti vanno difesi e tutelati, non denigrati in favore di un programma Tv montato “ad Arte”.

Viva la musica, l’Arte e la Libertà!

L’ignoranza del pubblico ai concerti e perché non amo i festival

Sono cresciuta in mezzo a chitarre, amplificatori, salette. Quando avevo 5 anni, il sabato, andavo con mio papà alle prove del gruppo dei miei cugini che ne avevano 16 e a 9 anni avevo già una nutrita collezione di musicassette. Ho sempre amato i concerti, il profumo dei panini e le patatine fuori dai cancelli, i visi sorridenti dei fans, le luci, i colori e gli odori che contraddistinguono una delle forme d’Arte più potenti: i Live.

Il mio primo vero concerto è avvenuto il 21 agosto del 1993, avevo 11 anni e mio padre mi accompagnò a vedere il mio gruppo preferito di quel periodo, i Litfiba in Terremoto. Il giorno fu una vera festa e per la prima volta mi ritrovai a pochi passi dai miei miti per ascoltare le mie canzoni preferite in diretta. Un sogno. Ricordo che pensai: voglio vivere così, dentro eventi come questo, per tutta la vita! E in effetti di concerti ne ho visti parecchi, per fortuna.

Cosa è cambiato?

Negli ultimi 3 o 4 anni ho assistito a qualcosa di inaccettabile per una come me che, dal momento in cui la band inizia a suonare, non parla più con nessuno, io mi isolo, ci siamo solo io e i musicisti.

Stop.

Fidanzato, amici, li ritrovo alla fine per commentare per ore, giorni e anni le emozioni che abbiamo provato.

Sono fatta così.

Io e la musica quando ci incontriamo non abbiamo bisogno di altri interlocutori.

Ma veniamo alla cosa inaccettabile che ho scoperto negli ultimi anni: il pubblico è cambiato. In peggio. Mi vengono in mente almeno due concerti, il primo è quello di Gianni Maroccolo Nulla è andato perso” al Fabrik di Cagliari lo scorso anno. Non so se conoscete il disco ma è davvero un Viaggio, da ascoltare in silenzio, ricco di sottosuoni e meraviglie.

L’album è stato scritto a quattro mani con Claudio Rocchi che ha dipinto a mano le copertine dei vinili prima della sua prematura scomparsa. Il giorno del concerto ero molto emozionata anche perché come Guest di Maroccolo c’era un grande pianista, Antonio Aiazzi, cofondatore dei Litfiba. Purtroppo per metà del concerto sono stata circondata da quattro stronzi di 20 anni che hanno pagato 15 euro per stare lì a parlare del panino che hanno mangiato per cena e altre cose a volumi decisamente troppo alti per permettere a chiunque di ascoltare la musica in pace. Nel momento in cui i giovini si sono accorti di dar fastidio hanno ben pensato di aumentare ancora il volume. Questa scena si ripete a quasi ogni concerto a cui sono stata negli ultimi tempi. Il pubblico paga ma non ascolta. Perché?

Stessa situazione mi è successa al concerto di Edda. Dopo averlo visto al Palazzo Siotto a Cagliari senza alcun problema ho deciso di rivederlo il giorno seguente al Life di Oristano. Ero in quarta fila e ho faticato a sentire. Il pubblico gli chiedeva e gli cantava sopra canzoni dei Ritmo Tribale mentre lui era lì per presentare Stasera come mi ammazzerai? Un grande artista Edda, il pubblico no. Troppe ciarle, troppo sottofondo. Davanti a me tre ragazze, a un certo punto si è avvicinata una quarta che dopo qualche istante si è allontanata. Una delle tre, ridendo, a volume spropositato “bhe, se sapesse cosa ho combinato al suo ragazzo ieri in macchina…” e ha elencato alle amiche, e a tutti noi, le posizioni sessuali messe in opera la notte prima, mentre Edda, visibilmente infastidito cantava Stellina.

Queste scene mi mandano in crisi.

Da pacifista rischio di diventare violenta, rischio seriamente di perdere il controllo.

Ai concerti sono intransigente.

Che dire dei festival?

Che banalità, il pubblico. Riesco ad andare solo ai raduni tematici, frequento principalmente quelli Blues di piccole dimensioni come il Narcao Blues che spesso mi ha dato enormi sorprese come i Blind Boys of Alabama. In tanti si spostano al Primavera Sound e simili per vedere in una volta sola 3 o 4 band. Io non ce la faccio. Per quella cifra preferisco un unico concerto. Una volta ho comprato il biglietto per i Rolling Stones all’asta. Per dire. Non parlo dei gusti del pubblico ma del meltin pot insensato che gli organizzatori mettono su per attirare più gente possibile e del pubblico che pur di risparmiare va a questi eventi. Amo troppo la musica per mischiarmi con non fans del gruppo per cui ho preso l’aereo. La magia dov’è? Che è successo al pubblico? Guardando i cartelloni, mi pare che sino a 20 anni fa questi avevano una logica commerciale, vedevi Red Hot Chili Peppers e Pearl Jam oppure Prodigy e Chemical Brothers. I gruppi in un certo modo erano connessi. Come potrei reagire se mentre suona Patti Smith i ragazzi che mi stanno affianco si lamentano perché stanno aspettando Ed Sheeran?

No, seriamente, i festival con Guest scelte senza filo logico non fanno per me, il pubblico che è diventato disattento e preferisce la presenza alla partecipazione attiva al rito collettivo della musica. Non è la quantità ma la qualità che vi porterete nel curriculum vitae dei concerti. Cercate l’autenticità, Cristo, siate critici, che il pubblico di merda incentiva l’inutilità e la vuotezza dei gruppi che circolano in giro. Realmente, tanti sono incapaci plagi dei cantautori degli anni ’70. Finti profeti che per farsi ganzi usano il capotasto e vi ammaliano, mentre voi parlate del derby e ignorate le loro nefandezze Live.

Qualche tempo fa ho intervistato Patrizio Fariselli, tastiera degli Area International Popular Group, ad oggi una delle più intense e piacevoli chiacchierate della mia vita. Riporto uno stralcio della nostra conversazione che potete leggere per intero qui sul Blog.

Io non ho abilità artistiche, non posso dare un contributo in questo senso, però mi piacerebbe sentire artisti culturalmente impegnati, come eravate e ancora siete voi, e non mi riferisco solo al pensiero scritto e ai concetti verbali ma anche alla musica che, in linea di massima, oggi è davvero banale

Il contributo culturale non è solo quello dell’artista che compone ed esegue, ma avviene anche da parte dell’ascoltatore. Questa cosa non va trascurata, è davvero importante perché la musica non ha senso se non viene ascoltata. Il rito sociale del fare musica si compie nella condivisione. Bisogna completare il cerchio. Quindi anche tu, ascoltatrice, sei fondamentale in questo processo.

Nel dire questo Patrizio non solo mi ha reso parte integrante della macchina musicale ma mi ha fatto sentire necessaria. Non avevo mai pensato alla musica in questo senso; se fossimo in quinto potere direi “anche le mie orecchie hanno un valore!”.

Grazie Maestro.