Ho visto Man on The Run di Paul McCartney

Ci sono documentari che celebrano.
E poi ce ne sono altri che si fermano in quel punto un po’ più fragile, dove le cose iniziano a non funzionare come dovrebbero.
Man on the Run sta lì.
Ed è forse questo che mi ha colpito più di tutto: non è il racconto di un successo, ma di una fase incerta, piena di dubbi, scomoda. Un documentario sulla fragilità lungo il percorso, sugli "insuccessi", sugli esperimenti. E su quello che succede dopo.
La struttura è essenziale: immagini d’archivio, voci, nessuna costruzione.
Nessuno dei parlanti viene mai inquadrato mentre parla, rendendo l'esperienza un'immersione totale nell'atto narrativo.
Si parte dalla fine dei Beatles.
E già qui succede qualcosa di interessante: la percezione si ribalta.
Nonostante sia stato John a voler uscire per primo, è stato Paul a diventare, agli occhi di tutti, quello che ha “rotto” i Beatles.
E lì si prende addosso tutto.
Critiche, distanza, incomprensioni.
Una sensazione di isolamento che si sente, anche senza bisogno di dirla troppo.
Il primo disco solista esce assieme a quelli degli altri Fab.
I loro vengono accolti come grandi lavori. Il suo no.
Non perché sia un brutto disco.
Ma perché non è più Beatles.
E da lì inizia una fase che, per me, è molto più interessante del solito racconto su McCartney.
Quella in cui lui non sa esattamente cosa stia facendo, ma continua.
Vive isolato, in campagna. Le sue uniche costanti, i suoi punti fermi sono Linda e i bambini.
Nascono i Wings, ma anche qui il documentario non addolcisce nulla.

Chi ci suona racconta chiaramente di non sentirsi dentro una band davvero alla pari ma in un progetto che ruota più intorno a lui che a qualcosa di condiviso.
E questo si riflette: cambi di formazione, movimenti continui, tentativi.
Dentro tutto questo, però, c’è Linda.
Ed è forse la parte più bella del documentario.
Le sue parole arrivano dritte, senza costruzione.
È lucida, presente, ma mai invadente. Tiene tutto insieme senza bisogno di stare davanti.
E insieme a lei c’è anche Denny Lane, altra presenza costante nei Wings, qualcosa che resta mentre il resto si muove.
Il racconto va avanti, passa per la fine dei Wings, per McCartney II, e intanto costruisce qualcosa sotto traccia.
Perché in realtà non sta parlando solo di musica.
Sta parlando di crescita.
C’è una frase che resta: quando finiscono i Beatles gli chiedono: cosa farai adesso?
lui risponde: I want to grow up.
E tutto il documentario, in fondo, è questo.
Un percorso fatto di tentativi, di errori, di cose che non funzionano subito ma che portano alla maturazione di un uomo.
Niente di epico. Molto umano.
Poi arriva l’8 dicembre 1980.
E lì qualcosa cambia davvero.
Il documentario non lo enfatizza, non costruisce il momento.
Lo lascia arrivare, con una delicatezza che lo rende ancora più forte.
E quando arriva, arriva.
Io ho pianto.
Io piango sempre quando penso a quel giorno ma in questo documentario è stato un momento di assoluto smarrimento intriso di tenerezza.
Perché anche se lo sai, anche se lo immagini, quel passaggio resta difficile da attraversare.
Le parole di Sean Lennon chiudono tutto in modo semplice, senza retorica.
E a quel punto quella frase — I want to grow up — cambia senso.
Perché forse Paul McCartney cresce davvero lì.
Quando qualcosa si è rotta per sempre.
Paul onn è uno che arriva subito, in modo lineare.
Si prende il tempo.
Nei pezzi c'è sempre un difetto che poi diventa l'anello di diamante.
Ascolto, sento qualcosa fuori posto e riascolto, due, tre volte e alla fine aspetto quel disordine apparente e mi piace.
Paul è un artista che si prende la libertà di sbagliare, di cercare, di fare anche dischi che non funzionano.
E proprio per questo, quando funzionano, funzionano davvero.
Il documentario esce a ridosso di Dungeon Lane, e la curiosità è tanta.
I primi singoli sono già fuori e confermano una cosa: quella voglia di muoversi, di non fermarsi, è ancora lì.
Ma al di là di questo, Man on the Run fa una cosa rara.
Non costruisce un mito.
Racconta le crepe.
E quando un artista viene raccontato da lì, il racconto diventa più vicino.
Più umano.
E, soprattutto, più vero.
Cosa aspettarvi?
115 minuti che vi terranno incollati allo schermo. Il documentario è stato diretto da Morgan Neville e lo trovate su Prime dallo scorso febbraio. Fatemi sapere se vi è piaciuto!
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