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River of Gennargentu intervista Elli de Mon

Questi giorni chiacchieravo con  River of Gennargentu, un artista gavoese che ho conosciuto e intervistato tempo fa quando ha pubblicato il suo ep Taloro.

River questa volta mi ha proposto di pubblicare un’intervista che ha recentemente fatto a Elli de Mon, un’artista vicentina. Non la conoscevo ma conosco i gusti di Lorenzo e mi son messa ad ascoltarla. Mi è piaciuta, ovviamente, quindi sono molto felice di ospitare questa conversazione tra di loro e ringrazio River per avermela proposta.

Trovate qualcosa di suo qui.

Non mi dilungo oltre.

Elli De Mon è una one-woman-band vicentina dallo stile personalissimo, con all’attivo ben cinque dischi, tra cui uno split con Diego Deadman Potron, e centinaia di gigs in giro per l’Europa.

Come ti sei avvicinata alla musica? Da quali donne e uomini di blues sei stata influenzata?

Dunque, in casa non si ascoltava molta musica, se non i canti degli alpini, dei partigiani e di De André. Ma mi ricordo il giorno in cui ho scoperto, grazie alla defunta Videomusic, la musica anglosassone e “ammerigana”, bandita nella mia casa filosovietica. E da lì sono incominciati gli incubi dei miei genitori. La chitarra elettrica ha preso il posto degli strumenti classici e foto di musicisti morti hanno preso il posto di quelle di altri defunti politici.

Una cosa prima di tutto: ho troppo rispetto per il blues per definirmi una musicista blues. Adoro la musica afroamericana: è quella che in assoluto ascolto di più, dal free jazz al vecchio delta blues. E proprio per questo riconosco che le mie radici culturali sono altre, non riuscirò mai a suonare con il feel blues afroamericano. Ma l’influenza di alcuni musicisti mi ha sicuramente cambiato la vita… i nomi sono tanti, ne cito solo alcuni: Alice Coltrane, Jimi Hendrix, Blind Willie Johnson, Elisabeth Cotton, Son House, Fred McDowell… tra i più moderni invece Jon Spencer Blues Explosion, Kyuss, PJ Harvey, Esperanza Spalding….

A questo punto di chiederei di nominare 5 dischi (blues o meno non importa), che reputi fondamentali per qualche ragione…

Alice coltrane – Journey In Satchidananda– un disco che mi ha aperto le porte allo spiritual jazz e al free jazz. Lo adoro, c’è quel tocco femminile che lo rende speciale e mi ha fatto conoscere altri grandi musicisti, come Pharoah Sanders.

Jimi Hendrix – Electric Ladyland– C’è dentro tutto: il blues, Il rock, la psichedelica, il pop, le armonizzazioni a più voci, l’improvvisazione quasi jazzistica, la chitarra futuristica… Chissà dove sarebbe arrivato Jimi se non fosse morto.

Poi aggiungo Blues For The Red Sun dei Kyuss, mio gruppo del cuore. Vederli a 15 anni è stato scoprire un mondo nuovo, fatto di accordature e saturazioni potenti. Ancora oggi è uno dei miei ascolti preferiti, soprattutto quando guido in mezzo al bordello!

Altri dischi…Ce ne sarebbero tantissimi, posso dirti che molto dipende dal mio umore, sceglierne solo altri due è dura… forse Bitches Brew di Miles Davis, e uno qualsiasi degli ultimi dischi di Ravi Shankar, dove si sente tutto il sapere e la profondità di una vita.

Mi trovi decisamente d’accordo nella scelta dei dischi…Nella tua formazione musicale e personale c’è anche il punk: che valori e modi di approcciarti alla musica e al mondo ti ha lasciato?

Nella mia formazione musicale c’è un bel po’di roba, dalla musica classica occidentale a quella orientale, il blues, il punk appunto; spesso mi ritrovo a pensare a come sarebbe stato il mio percorso se, invece di suonare (male) un po’ di tutto, avessi approfondito per bene solo una cosa…Se avessi avuto il coraggio di approfondire fino in fondo solo uno strumento ad esempio… Ma sono giunta alla conclusione che purtroppo questo non è nella mia natura. Forse nella prossima vita…. Sono una persona molto curiosa, a volte mi sento come un bambino che ha bisogno di pasticciare con tutti i colori che trova. E il punk è stato il mio colore preferito quando da giovane ero alla ricerca di una identità. Mi ha permesso di dire a me stessa e al mondo “Ma sapete una cosa? Io me ne fotto”: ha permesso a una ragazzina timida e al limite dell’asocialità di prendere in mano una chitarra e costruirsi una passione, una giornata, un linguaggio. Molti miei animali domestici hanno avuto il nome di Iggy; anche il blues ha avuto un’attitudine profondamente punk. Penso alle prime donne del blues, che avevano il coraggio di gridare la loro rabbia e le loro voglie in un mondo dove potevi finire a marcire in prigione per il solo fatto di essere nero, o penso a Son House che gridava “Don’t you mind people grinnin in your face!“

Elli, perchè una one-woman-band? Nel senso, è una scelta per vari aspetti estrema: quali sono le motivazioni che ti hanno spinto ad intraprendere un cammino musicale in solitaria, quali difficoltà e soddifazioni hai trovato in un percorso del genere?

Beh all’inizio ho fatto di necessità virtù. Nel senso che ho perso un po’ di batteristi per strada…e allora mi sono detta: ma perché non faccio tutto da sola? E così è stato. Inoltre i One man band mi sono sempre piaciuti, a partire da Son House.. Poi facendola la cosa mi è piaciuta sempre di più. È tutto molto più agile a livello organizzativo, non devi combinare gli impegni di molte persone e fai i concerti che vuoi fare…Certo, lo sbattimento è tanto tanto tanto. Chilometri in solitaria, palchi montati e smontati da sola…a volte la stanchezza si fa sentire, ma quella della solitudine è una dimensione che mi piace. Sono un lupo solitario, si. Non potrei farlo se non mi piacesse. Capita che mi chieda se in realtà questa a volte non sia solo una scelta di comodo, se rinunciare agli altri non sia altro che una fuga, una scorciatoia. Forse lo è, ma proprio perché ne sono consapevole apprezzo ancora di più gli incontri veri che faccio sulla strada. Non sono molti, ma quando succede è magico.

E poi oltre agli sbattoni arrivano anche le soddisfazioni, come quella di suonare all’estero!

Assolutamente…Novità? Progetti per il futuro?

Progetti per futuro: a novembre esce il disco nuovo. Dopo l’esperimento indiano ritornerò al blues rock punk con delle virate acustiche: sarà un disco dedicato ai ritorni, alle mie radici. Spero poi di ritornare on the road, un po’ meno di prima perchè ora con una bimba le priorità sono cambiate….Ma ci vediamo ai concerti!

Puoi contarci, ci vedremo live! Elli grazie ancora per la disponibilità e la bella chiacchierata.

Grazie a te, ciao!

Intervista. Kate Stone, tecnologia e strumenti musicali in carta

Ho scoperto Kate Stone guardando un documentario su Sky Arte. La sua Missione è trasformare l’esperienza che si ha con gli oggetti, permettendo a tutti di suonare musica senza nessuna formazione accademica. Kate ha fondato Novalia, in cui il suo team utilizza stampanti ordinarie per fabbricare elettronica interattiva e circuiti stampati a basso costo anche se di buona qualità. Sono rimasta così colpita  dalla sua idea che dopo aver terminato il documentario le ho mandato una mail per fissare un’intervista.

La tecnologia di Novalia aggiunge tocco, connettività e dati negli oggetti comuni. Noi giochiamo in uno spazio a metà tra fisico e digitale utilizzando meravigliosi sensori tattili stampati per collegare tra loro persone, luoghi e oggetti. Dalla cartolina ai grandi poster, la nostra stampa interattiva è spesso sottile come un foglio di carta. Fondiamo scienza e design per creare esperienze indistinguibili dalla magia.

Prima di scoprire il tuo progetto vorrei chiederti di parlarmi un po’di te. Qual è il tuo background e che  percorso ti ha portato verso la nascita di Novalia?

Nella mia vita ho attraversato numerosi cambiamenti ma non ho mai desiderato essere diversa. A scuola per esempio non mi sentivo capita, così sono stata bocciata.

In realtà anche io per molto tempo non ho saputo chi fossi.

Sono così partita  in Australia per 4 anni, in quel periodo ho conosciuto me stessa e sono diventata quello che sono.

Per fare ciò ho dovuto lasciare andare qualcosa: le aspettative.

Per essere se stessi si devono lasciare tutte le aspettative.

Non so perché ma le persone sentono sempre il bisogno di riflettersi nell’immagine che gli altri hanno di loro…

Ognuno deve affrontare il processo di costruzione della propria personalità  e per esprimersi è necessario essere svincolati da queste convenzioni.

Quando non hai nulla da perdere, in quel momento, puoi cambiare.

In 10 anni ho perso tutto quello che avevo così mi sono lanciata in una sfida emotiva e fisica.

  • Ho lasciato il mio lavoro, perché avevo bisogno di avere di più, così mi sono rinchiusa nel mio garage e ho cominciato a lavorare al mio progetto: il piano era non avere piani. Avevo bisogno di libertà espressiva che ho concretizzato attraverso le mie competenze scientifiche. Volevo essere un’esploratrice, in particolare nella “user experience” ma senza nessuna idea precisa, nessun piano. Ero così spaventata, così insicura ma ho dovuto farlo. Le persone si svegliano e vanno a lavoro vestite tutte uguali, ma chi sono? Quando si lavora in proprio non si hanno vincoli, si è più liberi ma è anche vero che lanciarsi in un progetto innovativo è abbastanza spaventoso. È stato difficile ma necessario.
  • Ho cambiato genere, da uomo sono diventata donna ma non voglio parlarne, anche se so che la cosa è stata parte del viaggio.
  • Sono stata in Coma: ho avuto un brutto incidente che mi ha mandata in coma.

Wow, tutte esperienze forti ma adesso sei qui, hai un bel sorriso, le tue idee finalmente hanno preso forma…

Si, una cosa che ho sempre saputo è che desideravo creare cose che facessero sorridere le persone. Quando le persone toccano e scoprono gli oggetti tornano bambine.

Bhe di certo quando ho visto il documentario su Sky ho sorriso pensando “questa donna indossa un cappello che funziona come la consolle di un dj!” (Kate sorride e indossa il cappellino). Tu usi questo berretto e tanti altri oggetti comuni per creare qualcosa di diverso dal loro utilizzo standard. Qual è stato l’input per trasformare tutte queste cose in esperienze inaspettate?

Se dovessi utilizzare una parola direi curosità. Mi incuriosiscono sia il funzionamento delle cose sia come le persone interagiscono con gli oggetti.

Anche come le persone suonano.

Sono curiosa anche di scoprire il futuro e il passato.

Le cose per me sono come puzzle. Conosci le palline natalizie con la neve dentro? Immagina ogni batuffolo di neve come il pezzo di un puzzle. Non importa se io sia sveglia o no, talvolta vedo quei fiocchi di neve andare avanti e indietro e cadere per comporre un disegno.

Come il Tetris?

Si qualcosa di simile solo che per avere il disegno devi agitare la pallina e devi rilassarti in modo che le tue idee inizino a comporsi. Ero anche molto affascinata dal mondo delle stampanti: mi sono quindi domandata “come posso usare le stampanti per produrre circuiti elettronici?” Quando ho lasciato il mio vecchio lavoro, nel quale mi occupavo di stampare oggetti in plastica, ho utilizzato lo stesso metodo per produrre nuovi materiali. Per capirci meglio, una delle domande che mi sono posta è: Come posso guardare gli oggetti esistenti ed essere con questi creativa? Il centro dell’idea non era come posso stampare circuiti elettronici ma come posso aggiungere elementi elettronici alla stampa? Mi sono quindi inventata una stampante elettronica che aggiunge elementi elettronici a libri, poster, giornali, come una cosa aggiuntiva alle cose!

Kate mi ha quindi mostrato il suo quaderno musicale e le ho detto ” è il mio preferito, con un oggetto simile le mie interviste sarebbero davvero musicali!”

Le cose di tutti i giorni, gli oggetti, sono i più interessanti. Una delle mie prime idee al riguardo è stata quella di aggiungere l’orologio digitale ai quotidiani. Poteva essere utile per chi sta aspettando un treno in stazione o per chi ha un appuntamento. Ma quello era solo il principio. Sarebbe stato troppo costoso ma da quel momento la mia mente ha trovato la direzione.

Penso agli ebook, questi sono la trasformazione di un oggetto in un emule digitale. Tu invece hai cambiato la normalità modificando l’interazione con le cose comuni!

Esatto, così l’idea del giornale in quel periodo è stata molto importante perché ha spostato le mie idee su un altro canale. Prima di quell’avvenimento ho dovuto  esplorare per 10 anni.

Nonostante l’ ambito scientifico, all’interno del tuo progetto non trascuri la creatività: arte, tecnologia, musica, user experience. Hai un approccio artistico alla tecnologia. 

Il mio approccio alle cose è strano.

Le persone fanno le cose come sono sempre state fatte mentre io le faccio a modo mio.

Ho incontrato anche persone davvero poco gentili. Soprattutto dopo aver avuto l’incidente.

La mia risposta è sempre stata la gentilezza. Io non sono una persona rancorosa. I miei amici mi hanno sempre detto “come puoi essere gentile con chi ti tratta male?” La mia attitudine mi ha permesso di ribaltare le cose e sono riuscita ad avere un dialogo con i colleghi di settore.

Come posso sviluppare idee senza un approccio artistico? Per me è l’unico modo di far funzionare le cose.

Tu stai portando la musica alla gente in un modo nuovo. Come vivi la tua idea ora che è reale?

La tecnologia, come gli strumenti musicali, ha un suo linguaggio che dice alle persone come essere usata. Mi piace quando le cose sono così intuitive che le persone si sentono invitate a usarle, giocare con loro e iniziano ad avere una sorta di approccio musicale, molto emotivo senza bisogno di conoscenze pregresse. Sai quando hai un violino in mano devi studiare per farlo suonare!

A Kate Stone interview. Technology, musical experience and the fun of Play!

I discovered Kate Stone watching a Sky Art documentary about technology. She basically tranform the user experience of playing music in something affordable for everyone, without learning instruments and without being Academic. She also wants to transforme the usual user experience ito something new. She founded Novalia, where her team uses ordinary printing presses to manufacture interactive electronics, which combine touch-sensitive ink technology and printed circuits into unique and cost-effective products. I was so impressed that after finising it I immediately sent her an email to arrange an Interview.

Novalia’s technology adds touch, connectivity and data to surfaces around us. We play in the space between the physical and digital using beautiful, tactile printed touch sensors to connect people, places and objects. Touching our print either triggers sounds from its surface or sends information to the internet. From postcard to bus shelter size, our interactive print is often as thin as a piece of paper. Let’s blend science with design to create experiences indistinguishable from magic.

Before taking about your  project I would like to know who you are to present yourself to my readers. I know you are a clever engineer so please

I have been through a lot of challenges but I don’t wish to have been different. I have being unlucky when I wanted people to understand me my ideas  so when I was at school i Failed my exams. At that time I also did not understand who I Was so why would I expect the others to undestand me? So I disappeared to Australia for 4 years travelling  to know myself or become myself. Well I had to let something go as all the expectations. When you know you give yourself a chance to become  who you actually are but you have to let go expectations!

Well i don’t know people needs to be reflected in the image the others have, but is common in everyone. everyone has to face the process of building a personal point of view of life an themself. Everyone needs to be free to express himself.

When you have  nothing to lose   you can  change.  During 10 years of my life I lost Everything so I made some challenges emotionals, physicals and to all life and I had some intenses experiences:

  • I quit my job because I needed to have more, so I went to my garage and I start building my own project. I decided my plan was to have no plans. I needed freedom to express myself through my science. I wanted to be an explorer in science, expecially in “User experience” with no idea, no plan. I was so scared, so insecure but I had to go for it. People in their suite are all the same, but my question was who are you? You know? When I worked for someone else it was like I had this task to complete and I felt the same as other people even if I wasn’t. When you work in your own you don’t have that expectations but is also quite scary. It was hard but necessary.
  • I changed gender from male to female but I don’t want talk about it, but you know it was part of the journey.
  • I had a crazy accident and I have being in Coma and I also had a Journey back from this experience.

Wow, that’s strong but you are here with your smile, your ideas, you know, this is powerfull.

Yeah, one thing I knew is that I wanted to create things that make people smile. When people touch things and smile is like an adult that becomes a child.

When I watched the documentary about you on Sky Arte I was smiling, you know, this woman has an hat that is like a consolle… (Kate put the hat on her head). Well, you use this hat, a notebook, posters and common stuff to make something different. What was the input for tranforming these things in unespected experiences?

If i had to use one word it’d be curiosity. Im’cusrious about how things work and i’m also curious about the people interact with things. About people makes music. I’m also curious about future, past, universe. Things are like a Gigsaw. Do you kno the Christmas ball with the snow? Imagine every piece of sow as a gigsaw piece. Well sometimes while am sleeping or awake i see all that pieces going around and start falling down and they fit toghter.

As the Tetris?

Yeah is like that but you have to shake it all al let your mind be relaxing so your ideas will start happening. Well I was interested in how print things so my question was: How to use printing to manufactured electronics? when I left my old job, where by the way I printed plastic objects, I use that method that they used to create new materials, and it was nothing new. To clear one of my questions was How can I look to the things we already done and be creative? But the question wasn’t “how can we print electronics” but How can we add electronics to print? So I invented an electronic printing machine that adds electronics to books, posters, newspapers, magazines… is an additional thing to normal things.

Kate shows me the music notebook and i say “I want it, is my favourite, with that my interviews well become more musicals!”

Everyday objects were the most interesting thing. One of my initial ideas was o print time in newspapers. It could be useful for people who’s on the train or have an appointment. But that was only the start. It was to expensive i couldn’t do it but my mind was in the right place.

I’m thinlking about ebook, you know, it is like transforming a thing. You thid another thing. You change normal things. You change the experience we have for everyday things!

So the time in the newspaper was so important, it moved my mind into a different box. Before it it was like 10 years exploring.

You’re like an Indiana Jones!

Yes (she smiles) you have to be brave because tehre are lots of monsters out there. Danger. I don’t know how my mission is.

The thing I love in your job is that you have a Full spectrum of creativity: Art, Tecnology, User Experiece, Music… You have an Artistic approach to Tecnology.

In my life when I approach things is strange. Is like people do thigs as they always have been done. I do the things in my own way because it is me in the most affective way. You know beside my work people was very unkind with me. Expecially after my accident but my way to approach them was kind. I’m not hatefull. My friends told me “how can you be so kind with this rude people?” But it made things change. Finally i connected with them and hask me to join their team about newspapers rules. How can y develop what i develop without art? For me this is the only way to make this thing work.

I would like to know your point of view about society participation because you are bringing music to the collectivity in a new way.  What’s your vision of this project now that’s reality?

Tecnology as any musical instrument has a body language or object language that tells people how they have to use it. I like when things are so intuitive that people feel invited to use it, to play with them and start to have some kind of musical approach, petty emotional with no need to study it before. You Know if you have a Violin you must study it!

If you want to know more about her projects just go to her website audioposter

Intervista. Antonio Aiazzi dalle tastiere ai giochi da tavolo, dai Litfiba all’Opera rock

 

Ho iniziato ad ascoltare i Litfiba nel 1989, in terza elementare. La mia prima cassetta originale della band è stata quella meraviglia di 

Aprite i vostri occhi 12-5-87. Li ho anche visti nel tour Pirata a Cagliari, nell’estate del 1990 e ho rischiato d’essere schiacciata da un cancello sfondato dai loro fans. Fortunatamente mio padre si è accorto e mi ha scaraventata a distanza, così me la sono cavata con qualche livido. Il mio secondo concerto è avvenuto il 21 agosto del 1993: Terremoto. Questo è stato il primo vero Live della mia vita perché a quel punto  conoscevo abbastanza bene i Litfiba per provare sia gioia sia consapevolezza. A mio parere le  tastiere di Antonio Aiazzi sono state fondamentali per il sound creato dalla band, ho sempre rimarcato questa mia convinzione, senza di lui sarebbero stati un’altra cosa. Ecco l’intervista:
Quando ha iniziato a suonare?
A circa sette anni, entravo di nascosto in camera di mia sorella per suonare una pianola (una Frontalini accordion elettric) che doveva essere il primo passo per dei suoi studi di piano. Ma è andata in un altro modo…
Nel corso del tempo i Litfiba hanno cambiato stile. Da tastierista, che rapporti ha con la tecnologia -intesa come attrezzatura per fare musica-? Preferisce il vecchio sound o le novità? 
Oggi mi piace mischiare, quindi posso suonare una fisarmonica un po’ scordata e calante e suonare MAIN STAGE dentro un Mac. Sto pensando di trovare anche strumenti elettrici un po’ vintage . Il suono è scoperta, ma tornare indietro a sentire anche suoni dimenticati può esserlo. In questo momento sono di nuovo attratto dal suono anni ’60.
C’è un’occasione particolare in cui avete capito che i Litfiba stavano diventando “grandi”, conosciuti ovunque?
Ci sono stati degli avvenimenti che ci hanno fatto salire ogni volta uno scalino, ma la nostra gavetta ci ha insegnato che dovevamo lavorare molto. Comunque non mi sembra che abbiamo mai avuto l’impressione di avere fatto Bingo. Già essere indipendenti dai genitori era un bel risultato.
Secondo lei è cambiato il pubblico?
Sicuramente si, è cambiato nel senso che è scomparso! Ma comprendo quello che sta succedendo, siamo dentro la generazione della pigrizia tecnologica multitasking. Funzionano solo i grandissimi eventi da stadio.
 
A un certo punto ha messo da parte la musica, almeno ufficialmente, per dedicarsi ai giochi da tavolo. Come è nata l’idea di avventurarsi in questo settore?
L’idea non è mia ma di mia moglie, che un giorno nel 2007 ha pensato di fare un gioco sulla Toscana, un Trivial. Io sono sempre stato un appassionato di giochi (e scherzi) e le ho dato una mano. Poi è diventata una attività con altri prodotti, adesso stiamo preparando dei nuovi giochi sotto il nostro marchio Giochi Briosi.
A parte il tour con Gianni Maroccolo “Nulla è andato perso” ha altri progetti musicali -e non- in cantiere? 
Musicali, un’ Opera Rock con degli amici, ci stiamo lavorando da un anno e adesso siamo alla fase “cerca il produttore.” Poi ho anche iniziato a lavorare ad un’ idea musicale/visiva sperimentale, ma adesso non ho tempo e testa.
Che musica le piace ascoltare? Mi suggerirebbe qualche disco?
Ormai non è più questione di quale musica, ma di cosa ti arriva o no. Suggerisco un’artista che mi ha sbalordito, sentendo una sera la sua voce in radio: Lianne La Havas. Ma questo genere di meraviglie spesso sono molto personali.
Grazie!                  

 

Intervista. Cristiano Godano racconta Lunga Attesa e i primi 25 anni dei Marlene Kuntz

Venerdì scorso ho avuto il piacere di fare quattro chiacchiere con Cristiano Godano in relazione all’ultimo disco dei Marlene Kuntz, “Lunga Attesa” e ai primi 25 anni della band…
 
Questo è un LP estremamente tosto, contemporaneo e dinamico: oltre al tiro pauroso -un vero muro- le tematiche affrontate sono un lucido affresco del momento in cui viviamo. Non capita spesso ma in questo disco c’è davvero un intero periodo storico. Inoltre Lunga Attesa è in movimento: ogni traccia contiene al suo interno una variazione o qualcosa che, quando credevo di aver afferrato il senso, mi ha stupita. Complimenti.
Grazie (sorride)
Mi racconti un po’ della stesura?
La composizione è simile a quella degli altri dischi, di solito noi andiamo in studio e proviamo a fare musica che ci sorprenda, che non ci dia la sensazione di averla già eseguita. Cerchiamo di non avere consapevolezza, cioè non andiamo in studio dicendo “dobbiamo fare quella cosa in quel modo perché poi la produrremo in questo modo e funzionerà per un certo tipo di pubblico e per le radio”. Noi non siamo fatti così. Di solito ci incontriamo per suonare, in questo caso l’unico nostro presupposto è stato “impediamoci di essere soft”. Ogni volta che ci ammorbidivamo un po’, cercavamo poi di fare una roba tosta. Avevamo voglia di questo. Poi le cose
venivano da sé, per esempio, il pezzo che hai sentito nel sound check (città dormitorio), è un brano lento.
Però che muro, secondo me è uno dei più potenti del disco, è un macigno!
Si certo, una cosa voluta è stato avere due o tre pezzi che “tirano indietro”, sempre con questo mood pesante ma più adagio. Città dormitorio è un mostro che avanza con lentezza e mi ricorda un po’ un certo tipo di doom metal. Volevo quel tipo di effetto lì. A un certo punto dicevamo “non facciamo roba molle finché ci riusciamo” ma per noi è impossibile abbandonarla completamente. In effetti il disco contiene due o tre pezzi così, pur cercando nel complesso un piglio più tirato.
Dopo aver fatto le mie riflessioni e stilato le domande ho letto, per curiosità, un po’ di recensioni. Io ti ho già fatto la mia ma ho notato che, spesso, Lunga Attesa è considerato un filo diretto col passato. Cosa pensi di questa affermazione?
Le letture sulle nostre cose molto spesso ci hanno spiazzato, deluso e tante volte non le avevamo messe in conto. Noi non abbiamo un animo provocatore, per esempio, quando abbiamo fatto Uno non volevamo andare controcorrente tipo “voi volete le chitarre distorte e noi facciamo questa cosa qua”. No. Per noi era un disco che poteva andare in quella direzione.
Tu sei un artista non devi farlo per me, principalmente chi deve godere del disco sei tu. No?
(Cristiano annuisce) Un po’, più vai avanti e più sei consapevole di quello che stai facendo e sarebbe veramente falso se io ti dicessi che faccio musica solo per me, la realizzo sperando che piaccia alla gente però mai per ottenere un certo tipo di effetto. Io so solo che cerco di fare buona musica e quindi spesso le reazioni mi, ci hanno dato dispiacere, così alla fine ci siam detti “Vabbè forse non capiscono un cazzo. Loro.” Questo tipo di reazione, su Lunga Attesa dico, era un po’ più prevedibile però (ride), ti pare che una band un minimo intelligente dica “andiamo a fare un disco che sappia di passato”, no? L’unica nostra remora era sul fatto che avremmo usato solo chitarre, quando i dischi così oggi sono pochi e non sono considerati la cosa più cool, anche nell’ambiente più underground eccetera eccetera. Ci siamo quindi preoccupati di farlo risultare moderno anche senza le tastiere che oggi vanno molto. Proprio l’esatto contrario delle cose che hai letto! (sorridiamo)
Io ho sempre inteso le dinamiche relazionali all’interno di un gruppo un po’ come i rapporti di coppia, quindi vorrei chiederti: come riuscite a mantenere la passione accesa dopo oltre 20 anni assieme?
Non c’è il sesso di mezzo. Noi siamo eterosessuali quindi tra di noi non c’è mai stato nessun interesse in questo senso. Il sesso spesso crea danni all’interno dei gruppi. Secondo me la maggior parte delle coppie scoppiano per problemi legati ad esso, la passione è difficile da mantenere quindi non avendo dinamiche di questo tipo è più facile portare avanti la band. Sorrido ma credo di non dire una stronzata. Poi i Marlene Kuntz stanno assieme
ormai da 25 anni e per me questo è miracoloso e sicuramente rimarchevole: noi siamo realmente amici, realmente solidali e realmente stimolati a vicenda. Tutt’ora non ci siamo stufati l’uno dell’altro: ogni volta che andiamo in sala prove sappiamo cosa l’altro può dare ma siamo anche certi che proverà e riuscirà a sorprenderci. Non è da tutti questa cosa.
Torniamo al disco, i testi sono nati in contemporanea alla musica o in un secondo momento?
Io penso sempre i testi dopo che la musica mi ha dato un po’ di supporto anche perché cercano sempre di stare dietro al suo mood. L’80% della musica qui dentro è cattiva, sostenuta, acida, così i testi avevano bisogno di una chiave di lettura che fosse coerente.  Alcuni mi hanno detto “Cristiano i testi stavolta son proprio incazzati”, io non credo che fosse quello il mio spirito ma ho senz’altro cercato una resa efficace trovando argomenti di discussione che mi prendessero, ovviamente. Non voglio certo scrivere di qualcosa che non sento! (sorride) In questo caso bisogna avere la calma per aspettare la cosa giusta che ti faccia sentire a casa in quel momento.
Mi è venuto in mente il testo di Niente di nuovo. Ricordo che nei primissimi ascolti è stato uno dei brani che mi ha maggiormente commosso. È particolarmente toccante, ho avuto il bisogno di riascoltarlo subito più volte.
Capisco, credo che sia il mio pezzo preferito del disco. (sorridiamo)
Un evento bellissimo legato a Lunga Attesa è il contest che avete creato lanciando questo testo nell’etere (i Marlene Kuntz hanno pubblicato il testo di Lunga Attesa prima dell’uscita del disco, invitando i fans a utilizzarlo per creare un proprio brano) ricevendo in cambio ben 200 versioni!
Sono 320 non 200! La cosa ultima che il pubblico ha ricevuto è arrivata in maniera sequenziale, molto lentamente. Preciso che noi non l’abbiamo pensata come contest perché non ci piacciono.
Però la ricompensa è stata molto bella (i video dei primi 30 pezzi finalisti sono stati postati sui canali social della band).
Si per carità, era un atto dovuto trovare un premio perché abbiamo chiesto alla gente di fare una cosa anche se non esattamente per noi ma più per la creatività. La cosa è nata in un certo modo: coi Marlene cerchiamo di rendere la nostra pagina facebook un po’ interessante e pubblichiamo ogni giorno la canzone del mattino e quella della sera.
A me è capitato spessissimo di imbattermi nell’una o nell’altra, è una buona idea!
Pubblichiamo alle 11 e alle 21 come se fosse un po’ una radio e a un certo punto abbiamo pensato di fare “il testo della settimana” a disposizione della gente dal punto di vista della sola lettura, così abbiamo iniziato a postare quelli vecchi sganciandoli dalla musica. In prossimità della chiusura del disco ho avuto il guizzo di postare un testo nuovo, di una canzone non ancora pubblicata, Lunga Attesa. Addirittura inizialmente, preso dall’entusiasmo, ho pensato di pubblicarli tutti, uno a settimana. Però poteva diventare una cosa un po’ pesante e forse sgradita al pubblico che avrebbe potuto dirci “preferisco leggermi i testi quando esce il disco.” Così ci siamo limitati a uno, da lì a farlo musicare il passo è stato molto breve, il risultato è stato sorprendente e davvero inaspettato. Pensavamo “la gente sentirà che il testo funziona” ma in tutta onestà nessuno di noi avrebbe mai immaginato di ricevere oltre 300 versioni. Le abbiamo ascoltate tutte eh!
Per correttezza e per curiosità immagino…
Si esatto, proprio per questo.
Oltre i primi 30 avete fatto altre piacevoli scoperte?
Si assolutamente, ci siamo posti un limite di 30 brani scegliendone 10 a testa. C’è un sacco di roba che mi ha davvero incantato. Realmente. Abbiamo tenuto fuori qualcosa che ci piaceva moltissimo. Figo.
Questa iniziativa è molto umana, nel senso che spezza un sacco di
barriere
Si ma in maniera concreta, facendo cose! (sorride)
Esatto, mannaggia, se vi avessi mandato la mia… mi avreste cestinata!
(Rido) Non abbiamo cestinato nulla, tu l’hai fatta?
No, per fortuna vostra!
Magari saresti finita tra le prime 30, chissà! (ridiamo)
Ho poi chiesto a Cristiano di scattarsi una foto per supportare il mio sogno, #martinameetstones e ci siamo messi a chiacchierare di Mick Jagger.
Hey Cristiano, gli Stones stanno assieme 52 anni, vi hanno superati!
Martina, son molto più grandi di me, dacci il tempo di raggiungerli!
Bhe si in effetti! (risata generale)
Ci siamo infine salutati con un sorriso! Di Cristiano mi hanno colpita la semplicità come la sua simpatia e l’affabilità. Credo che da questa intervista traspaiano candidamente. Mi son anche avvicinata a Riccardo e ai due Luca per farmi autografare il vinile, con loro s’è parlato del disco e di quando li ho visti Live nel 1996. Andando via ho pensato “E se avessi avuto il coraggio di chiedergli un’intervista quando avevo 15 anni?” “Perché non ci ho pensato?” Chissà perché ho iniziato a fare ciò che amo, scrivere di musica, solo tanto tempo dopo…

Il concerto

La sera al Biggest di Samassi, una discoteca bellissima e assai vintage, ho assistito al concerto. Io stavo un po’ defilata accanto a Riccardo Tesio dove, inspiegabilmente si sentiva benissimo! Da quella posizione mi sono concentrata per
parecchio tempo sulle chitarre e sui ping pong armonici tra lui e Cristiano, spettacolari, come la loro intesa fatta di gestualità rituali. Dall’altra parte c’era Luca Saporiti che -diciamocelo pure- ha un tiro pauroso. Il pezzo in cui mi ha emozionata di più è senz’altro Leda, esattamente nell’improvviso cambio in cui a ogni nota corrisponde un terremoto. Al centro Cristiano Godano, carismatico e passionale in tutta la sua esplosiva pacatezza. Ho osservato anche Luca Bergia che ha pompato il sangue alla band per tutto il concerto come un cuore in corsa: alla grande! Mi ero ripromessa di andare a salutare i Marlene dopo lo spettacolo poi ho pensato a quante persone sarebbero state lì a dire la loro, scattando foto tra baci e abbracci e sono andata via senza aggiungermi al carico umano ed emotivo che li avrà avvinghiati a sé nel post concerto.  Lunga Attesa è una bella storia che spazia e sorprende sia su disco sia dal vivo. Andate a vedere i Marlene Kuntz, spaccano!
Ringrazio mio fratello Guido per le foto.

Intervista. Massimiliano Casu, musica e urbanistica partecipativa

Qualche tempo fa mi è capitato di venire a conoscenza di uno dei tanti progetti di Massimiliano Casu che, partendo dallo studio dell’architettura, ha esteso le sue ricerche alle dinamiche dell’incontro e della collaborazione
attraverso le pratiche musicali.  Dietro gli eventi e le performance che lui e il grupal crew collective organizzano, c’è una ricerca dedita allo studio dell’urbanistica partecipativa in cui la musica è lo strumento che stimola l’incontro, il dialogo e la collaborazione nello spazio pubblico. Bell’idea, vero? Ho avuto il piacere di scambiare due chiacchiere con Massimiliano, ecco la trascrizione!
Massimo, leggendo il tuo blog ho notato che ti occupi di moltissime cose, partiamo dal pricipio, qual è il percorso che ti ha portato in Spagna?
Io ho studiato Architettura a Cagliari e mi sono annoiato parecchio, credo sia una cosa comune a tanti studenti perché, almeno quando frequentavo io, non era la facoltà più stimolante del mondo. A un certo punto mi sono interessato di comunicazione e mi son traferito a Madrid per frequentare un master in comunicazione e architettura appassionandomi di urbanistica partecipativa, inizialmente in una direzione molto pratica e manuale. Ho poi voluto approfondire questa disciplina che non ha mai trovato cittadinanza nei dibattiti sull’architettura e per dirla tutta è stato più semplice organizzare alcuni progetti classificandoli come artistici. Tieni presente che gli interventi che facciamo negli spazi pubblici, come ristrutturare una piazza cercando di coinvolgere gli abitanti del quartiere, sono sempre stati finanziati da Centri d’Arte e affini.  Mi sono poi interessato d’Arte pubblica e da lì è stato un
cammino di estrazione degli elementi che mi interessavano: in tutte le pratiche partecipative di costruzione urbana la cosa più importante è come si genera il dialogo tra i partecipanti e tra tutti i linguaggi possibili per la comunicazione, uno dei più potenti è senz’altro la musica.
Il più immediato senza ombra di dubbio…
Si per varie questioni, la musica è un linguaggio non è verbale e coinvolge molte cose come il corpo e le emozioni ed è senz’altro molto efficace.  Da profano, autodidatta e un po’ da impostore ho iniziato a usare questo strumento per cercare di raggiungere lo stesso obiettivo che si persegue con la costruzione urbana.
Sei in un limbo tra pratica artistica, musica e architettura pubblica, ho capito bene?
Esatto, la musica è lo strumento che utilizzo per costruire un ambiente urbano più partecipativo, collettivo.
Il tuo percorso è passato dalla realizzazione architettonica materiale, quella del “mattone” (uso questa parola con cognizione di causa) a un’idea di costruzione immateriale, intangibile; è come se tu costruissi una piazza e poi la animassi di persone
Si, però il cambio di prospettiva non è radicale. Quando studiavo architettura mi interessavo di semiotica e il mattone non è mai solamente un mattone…
Ovviamente, avendo studiato Storia dell’Arte mi sono approcciata all’architettura da un punto di
vista storico, artistico e umano, sia chiaro!
L’elemento simbolico della musica è presente anche nella costruzione urbana per cui questo è solo un cambio di prospettiva. Per me la musica, in particolare la pratica della festa, sono un laboratorio architettonico dove la gente sperimenta nuovi modi di relazionarsi e usare il corpo; attorno a queste dinamiche si può costruire una città migliore.
È un ottimo punto di partenza e al contempo obiettivo per costruire una città diversa, partecipativa. Essendo molto appassionata di musica sono stata spesso a grandi concerti, penso a Paul McCartney ai fori imperiali nel 2003 con 500.000 persone o a Roger Waters con The Wall al Mediolanum e tanti altri. In quelle occasioni è assolutamente normale entrare in confidenza con perfetti sconosciuti magari mentre si fa la fila al botteghino o prima dell’inizio del concerto. In queste situazioni ci si sente avvolti da un senso comunitario familiare, si indossa una divisa e si innesca una comunicazione naturale di cameratismo. La pratica della festa è in una dimensione simile ma meno organizzata, penso al palco, alle strutture fisse che dividono la band dal pubblico o le zone all’interno di uno stadio. La festa abolisce queste sovrastrutture.
Ci sono due aspetti che mi interessano molto uno è l’universo del bass drop, momento più carico del pezzo che viene dopo una salita graduale. Ci sono degli studi sociologici su come la gente si comporta in situazioni collettive e proprio in quel momento si è individuata una totale pienezza individuale accompagnata a una identità di gruppo diffusa e diluita.
Il momento in cui si
raggiunge il top sia come individui sia come collettività
Esatto. La tua pienezza individuale e al contempo la totale
fusione con la collettività è ciò che cerco con le mie pratiche musicali.
Parliamo delle tue
attività, spulciando sul tuo sito ho visto alcuni video molto interessanti il
primo era all’interno di un bar. Tu eri in consolle e nei tavoli c’erano dei sensori che le persone potevano utilizzare per contribuire alla creazione del pezzo
Questo progetto cerca ancora la sua identità. I sensori rilevano le variazioni di capacità quando la gente mette la mano sopra, creando un suono mentre io organizzo l’architettura del set. A volte. Penso, per esempio, ai set di batteria riflettendo su come influenzino la partecipazione, poi controllo le dinamiche tra le persone e i volumi. Il video che hai visto è stato girato a Cagliari, al Bar Florio.  Uso anche altri strumenti come il video tracking in cui una telecamera rileva i movimenti e da lì si attivano le note. Questo è fondamentale quando lavori con bambini perché sono un pericolo per i sensori fragili! Questa ricerca permette di osservare come le persone usano il corpo, lo spazio e gli oggetti per comunicare.  E poi mi diverto molto. La cosa bella è l’aver trovato il modo per fare ricerca e lavorare su temi delicati in una maniera molto semplice.
Sicuramente è una struttura semplice ma non mi pare che il tuo approccio lo sia, anzi…
Ti ringrazio, ci sono molti punti di vista al riguardo a me piace riflettere bene, altri preferiscono l’improvvisazione, l’accesso immediato. Annualmente facciamo una festa al Matadero di Madrid in un centro d’Arte molto interessante, in cui ci sono dj set collettivi: la gente si scrive e può mettere su la sua playlist con 3 dischi e ha il suo momento di gloria con tanto di video proiettato sui maxi schermi. Gli facciamo vivere l’esperienza come quella dei grandi dj. La festa in sé è molto semplice e molti dei partecipanti la vivono come una serata divertente mentre per noi è una performance collettiva in cui si sperimentano le gerarchie liquide e come possiamo rendere compatibile l’essere il leader del gruppo mentre si è in consolle per poi tornare tra il pubblico. È un esperimento anche su come teatralizziamo le nostre azioni.
Devo aver letto qualcosa sul tuo sito e benché io non abbia scritto domande, tra gli appunti ho segnato “strade possibili”
Le cose di cui abbiamo parlato sono il cuore delle mie ricerche e al momento non so definirne il futuro ma ci sto lavorando (ride), però in termini di prospettive metterei l’accento sulle dinamiche dell’incontro e della collaborazione. Un’altra questione che mi appassiona molto è quella del laboratorio di idee, il laboratorio creativo. Per esempio qui a Madrid c’è un gruppo che balla Salsa, i Salsodromo, in spazi abbandonati o recuperando piazze, sempre negli spazi pubblici. Vorrei precisare che quando parlo di collaborazione e partecipazione la cosa non ha sempre una valenza positiva, non necessariamente l’incontro dev’essere una rimpatriata tra amici, può anche scaturirne un conflitto. La musica è una delle prime questioni di conflitto. Anche questa è una cosa molto interessante. Il dialogo non necessariamente deve mettere d’accordo ma è molto importante per riconoscere le posizioni dell’altro.
Un’altra delle tante cose che mi hanno incuriosito è il progetto Demos, mi spieghi cos’è?
Demos nasce dal concetto di identità narrative, in pratica è come se l’individuo non esistesse se non c’è un interlocutore. In questo senso la musica è molto importante, quando la ascolti o la crei ti colloca, mettendoti in relazione con gli altri.
Registrazione Demos, Cagliari

Se io avessi un pezzo nel cassetto, come potrei partecipare?

Lanciamo un bando nelle varie città quando abbiamo le
risorse e le persone si iscrivono. In una sessione di tre ore si compone,
produce e registra il pezzo. C’è chi ha una canzone, un sogno e chi non ha
nessuna idea ma vuole partecipare.
Produciamo i dischi in cicli compatti per cui ogni città ha il suo. Ci
piace pensare che l’album sia un modo di raccontare i luoghi, le città in cui sono fatti. Il progetto va molto bene, l’anno scorso l’abbiamo portato in 4 Paesi del centro e Sud America. Al momento dovremmo avere all’attivo circa 10 dischi. Li trovi su www.demos.international.

Se passerete a Cagliari, vorrei partecipare!

L’abbiamo già fatto! Io vivo la mia dimensione da espatriato un po’ frustrato, quindi cerco sempre di portare lì i progetti che realizzo altrove. A Cagliari il progetto Demos è stato realizzato a Sa Domu, una scuola occupata appoggiandoci al laboratorio musicale di Danilo Casti, quel disco è venuto un po’ più rumoroso degli altri ma è molto bello e convive accanto ad altre 8 città del mondo tra cui Montevideo, San Salvador, Madrid, Bogotà…

Massimiliano ha in ballo molti altri progetti che vi stupiranno, a questo proposito vi consiglio vivamente di fare un salto
sui suoi canali:

Todo Modo. Intervista a Giorgio Prette e Paolo Saporiti

Due settimane fa ho avuto il piacere e la fortuna di intervistare Giorgio Prette e Paolo Saporiti dei Todo Modo. Dopo aver visto 9 volte gli Afterhours posso affermare con certezza che adoro il piglio di Giorgio Prette alla batteria: con estrema naturalezza passa dalla suonata super tosta a quella elegante tipo Ringo in Something, avete presente? Altro artista a me noto e Xabier

Iriondo, talentuosissimo chitarrista che oltre alla 6 corde, sul palco e in studio, si diletta con loop station e altre diavolerie per creare suggestioni incredibili!   Il trio dei Todo Modo si completa con Paolo Saporiti, un cantautore che non conoscevo e che mi ha conquistato immediatamente… Ecco l’intervista:
Partiamo subito con il tasto dolente (Giorgio e Paolo fanno due facce perplesse), Giorgio in tanti continuano a chiederti perché sei andato via dagli Afterhours. Secondo me sei stato più che esaustivo nel comunicato stampa ufficiale quindi voglio avvertirti che non ti chiederò nulla.
(Paolo e Giorgio Scoppiano a ridere) Meno male, anche perché siamo qui con i Todo Modo…
Esatto! Ho però una domanda per entrambi (facce nuovamente serie e perplesse), come state, come è andato il viaggio? Paolo mi ha accennato al mare burrascoso… (risata generale)
Giorgio: C’è chi è navigato…
Paolo: e chi meno
Giorgio: Io ho dormito benissimo, in cuccetta si stava molto meglio
che nel tragitto dal bar alla stanza, il mare era così agitato che quando stavamo in piedi sembrava avessimo bevuto assenzio…
Prima domanda per Giorgio, con Xabi vi lega una forte amicizia, c’è un momento particolare in cui sono nati i Todo Modo?
Si, nell’estate del 2013 in concomitanza con la mia decisione di lasciare gli Afterhours che è avvenuta un
anno e mezzo prima che diventasse di dominio pubblico. All’epoca stavamo lavorando su Hai paura del Buio? che abbiamo fatto in tre io Manuel e Xabier e non si poteva realizzare senza me o Xabier e ovviamente nemmeno senza Manuel. Abbiamo perpetuato la cosa sino all’assolvimento degli impegni e siccome all’interno del gruppo la cosa già si sapeva io e Xabier abbiamo manifestato l’intenzione di continuare a suonare assieme. Le prime cose utilizzate coi Todo Modo le abbiamo buttate giù proprio in quel periodo senza ancora avere un progetto chiaro. A fine 2014 abbiamo deciso di fare sta’ cosa e avevamo bisogno di un capro espiatorio (ride), cioè qualcuno che scrivesse i testi e cantasse. Xabier collaborava già con Paolo e mi ha proposto il suo nome. Io non lo conoscevo, però se Xabier mi propone una nome gli do un certo peso, ecco. Poi detto questo, dalla settimana prossima me ne pentirò! (Risata generale) A parte gli scherzi lui ha risposto con entusiasmo, perché era inconsapevole e da lì è partito tutto.
Paolo, dove ti sei andato a cacciare?
In una cosa bellissima, perché, partendo dalle cose che loro avevano già fatto a tutto quello creato a partire da… subito, il progetto è partito davvero molto bene. Senza nessun freno, senza nessun retro pensiero, è stato tutto molto fresco e veloce. Tempi di registrazione: rapidissimi. Ogni cosa è stata masticata alla velocità della luce. Ho quasi la sensazione che sia già passata un’epoca. Per me anche essere qui in Sardegna a suonare non è una cosa piccola, nel senso che loro sono molto più “navigati” io molto meno e venir qua con un progetto così nuovo mi sembra un risultato enorme.
La foto più sfocata della storia: Giorgio Prette io e Paolo Saporiti
Parliamo del pubblico, quant’è cambiato nel corso degli anni? Secondo me parecchio e non in meglio…
Giorgio: Dipende molto dal contesto, inoltre il pubblico cambia geograficamente. Questo è innegabile.  È una domanda molto difficile perché negli Afterhours, con 25 anni di storia alle spalle è più arduo valutare questo aspetto. Comunque si, il pubblico è stato più curioso negli anni ’90 e il discorso vale per tutta la scena italiana, non solo per gli Afterhours. Quando abbiamo cominciato, noi stavamo in un contesto sotterraneo e mancava un circuito di locali live nazionale, per cui era impensabile fare un tour italiano. I primi accenni organizzativi sono stati nel ’92. Per tornare alla tua domanda, in sintesi, quando il pubblico era quantitativamente più esiguo era molto più curioso. La gente ti veniva a vedere indipendentemente dal fatto di conoscerti e voleva scoprire cose nuove. Nel corso degli anni, crescendo l’audience, questa cosa è quasi totalmente scomparsa. I ragazzi oggi vanno a vedere i concerti solo di chi conoscono già. Quando si è tentato di fare delle proposte per cercare di promuovere degli artisti, non dico che siamo miseramente falliti ma quasi. Anche nei festival internazionali la gente va a vedere l’headliner e non gli frega niente di quello che c’è prima, questa è un’attitudine culturalmente sbagliata. Inoltre, nei festival europei, il cast è estremamente variegato, c’è di tutto e il pubblico
vuole più l’evento che la musica. Soprattutto se fatto in un bel posto. Gli italiani vanno allo Sziget di Budapest, dove abbiamo suonato anche noi 3 anni fa e poi commentano “Ah che belli i festival all’estero!” In realtà si possono fare anche qua quel tipo di festival ma se si propongono in Italia le cose vengono sminuite. Stiamo entrando nell’antropologia dell’italiano che dà poco peso a tutto quello che ha ed esalta ciò che viene da fuori indipendentemente dalla qualità…
Le uniche eccezioni sono forse i festival tematici, penso a quelli Blues, che frequento o al Gods of Metal in cui il genere comune stimola il pubblico a conoscere nuovi artisti.
Va benissimo, hai ragione. Nel mio discorso specifico pensavo al Tora Tora.
Sono stata a tutte le edizioni ed era stupendo…
La gente non entrava sino a quando suonavano gli headliners. Il paradosso è che quando eravamo noi gli il gruppo di punta facevamo meno pubblico di un nostro concerto da soli. Si è provato con Arezzo Wave e altri festival a mischiare le carte, facendo suonare i gruppi più
grossi per primi ma niente.  Speriamo che cambi. È anche una questione geografica: per la Sardegna chi organizza ha una maggiorazione dei costi legati ai trasporti ma c’è una fame di concerti come in tutto il meridione. In Puglia per esempio d’estate fanno all’opposto, c’è troppa roba in giro e il pubblico è troppo sparpagliato.
Una cosa positiva di questi tempi, anche se un po’ ambigua e troppo
spesso usata male, sono i social network. Parlo per me che sono blogger e li trovo funzionali a ciò che voglio fare, senza sarebbe stato difficilissimo contattare voi come Fariselli, Finardi, Maroccolo e tutti gli altri artisti che ho avuto il piacere di conoscere… Negli anni ’90 questo era impensabile
Giorgio: se non avevi il telefono fisso… (ridiamo tutti) Indubbiamente ha eliminato dei filtri e si, il discorso è relativo al come si usano le cose…
Voi che rapporto avete con questi mezzi di comunicazione?
Paolo: Non fantastico, non siamo molto capaci, è come se venissimo da generazioni oni oni (ride) lontane
Giorgio: C’è un gap generazionale, con tutto il mio impegno non potrò mai avere la dimestichezza e l’automatismo di quelli che hanno anche solo 20 anni in meno di me.
Paolo: c’è anche una forma di sfiducia, almeno in noi non credo sia così spontaneo. È verissimo che a te permette di entrare in contatto diretto con alcuni artisti che altrimenti non avresti mai avvicinato ma è altrettanto vero che questo toglie ogni forma di scrematura e analisi qualitativa e meritocratica delle cose. Non parlo di te, ovviamente. Questo è il difetto più grosso di internet e non solo con gli artisti ma tra persone in generale. Non si è capito ancora dove andrà a finire e che cosa ha portato di reale nelle nostre vite. Credo i risultati si vedranno tra poco, come per tutte le innovazioni tecnologiche. Il discorso internet verrà scremato e tagliato a un certo punto. Come un’implosione naturale. Le innovazioni non è che poi devono rimanere, servono per fare passi avanti, creare delle ipotesi e le risposte arrivano da sole.
Paolo tu come scrivi, hai un metodo particolare?
C’è in me una sorta di disciplina legata al lavoro, nel senso che io tutte le mattine regolarmente ho delle ore dedicate alla musica. La scrittura è per me un gesto spontaneo che nasce quando mi metto in una determinata situazione. La cosa più semplice per me è imbracciare una chitarra perché tutto prende forma da una melodia. La bellezza di questo progetto con Giorgio e Xabier è stato spostare l’asse d questo mio metodo. Con loro ho potuto e dovuto scrivere in una situazione nuova. Per il gruppo ho preparato due o tre brani chitarra e voce, il resto sono state improvvisazioni loro sulle quali ho improvvisato testi e melodie. Altre cose sono nate dalla frequentazione in studio e dalle prove. Quindi i tre meccanismi sono questi. Mi sono abituato ad avere una sorta di riflesso naturale: quando mi metto in condizione di accettare quello che mi esce, esce. È una cosa che ho imparato a fare nel corso di 20 anni di lavoro.
Ultima domanda, una curiosità: qual è l’ultimo disco che avete ascoltato?
Giorgio: l’ultimo che ho comprato è Lunga Attesa dei Marlene Kuntz che mi è piaciuto moltissimo. Coi Marlene siamo amici da tanti anni ma musicalmente non sono mai stato un grande fan, pur apprezzandoli. Crescendo come persone e musicisti si impara ad andare al di là dei propri gusti quindi a riconoscere la qualità anche in contesti che non sono proprio i tuoi. È innegabile che i Marlene abbiano fatto dischi importanti, soprattutto i primi, e canzoni bellissime. Negli ultimi 10 anni, secondo me, si erano un po’ persi invece questo disco mi piace molto, ho mandato loro un sacco di messaggi. Sono uno stalker! (scoppiamo tutti a ridere) In realtà se c’è da fare dei complimenti a tutti ma soprattutto agli amici lo faccio stra-volentieri. Devo dire che è un bel disco.
Paolo: gli ultimi me li ha consigliati Xabier che mi ha dato un’infarinata generale su una scena post-punk che non conoscevo. Quindi ti dico subito Pere Ubu che hanno una concezione della musica più che moderna, spaventosi! Mi mancavano. Io arrivo dal cantautorato di stampo anglofono degli anni ’60 e ’70 e lì mi son fermato, parlo di Nick Drake, Tim Buckley, John Martin, Leonard Cohen, ecc… Questi artisti mi spostano il cuore. Poi per dovere e per coscienza a un certo punto bisogna allargare lo spettro. Razionalmente riesco ora a emozionarmi applicando l’intelletto e a star dietro all’emozione della conoscenza. Altra band nuova per me sono i Death Grips che hanno fatto un disco della madonna con un hip hop misto a noise e industrial. Una roba molto efficace e stimolante.
Grazie della chiacchierata, ci vediamo dopo sotto il palco!
Grazie, a dopo!
Parlare con Giorgio e Paolo è stato molto interessante, la nostra chiacchierata è volata via fluida e naturale lasciando spazio anche a qualche risata, poi ho visto il concerto. Fantastico. Sul palco c’era un’alchimia pazzesca, i tre sono andati dritti come un treno. Dopo aver visto Giorgio Prette live per la decima volta confermo quanto detto nell’intrudiozione, la varietà di registro con cui suona è incredibile! Xabier sta dentro il pezzo con ogni cellula del suo corpo: le espressioni del viso sono in perfetta sincronia con le note che sta o non sta suonando, se non fa nulla anche il corpo va in stand by diventando inespressivo per poi lanciarsi un attimo dopo nei suoi treni sonori. Grande performer!
Paolo Saporiti s’è perfettamente integrato nel datato sodalizio artistico che lega Giorgio e Xabi mettendoci del suo. Belli i testi, le melodie e i giochi vocali. Ho ascoltato anche il suo disco omonimo del 2014 e credo che andrò più a fondo nella scoperta di questo cantautore. I Todo Modo sono una nuova band italiana che merita
attenzione. Ascoltateli e soprattutto andate a vederli live, SPACCANO!
PS: anche i Todo Modo sponsorizzano #martinameetstones!


Tutte le fotografie, tranne quella in cui ci sono io, sono state scattate da Emiliano Cocco

Intervista. Gianni Maroccolo e la ricerca degli incontri

Nel 2014 ho cercato di intervistare Maroccolo ma preso da mille impegni non è mai riuscito a trovare il tempo. La
vita però a volte offre nuove opportunità, così l’ho contattato per una chiacchierata al Fabrik, un club di Cagliari, in cui giovedì scorso ha suonato “Niente è andato perso”.  Maroccolo è un uomo che ha vissuto tante esperienze musicali intense e importanti nel panorama musicale italiano degli ultimi 30 anni ma nonostante ciò la sua naturalezza, i suoi modi pacati e la sua gentilezza dimostrano che lui è davvero uno che bada alla sostanza e ben poco alla confezione delle cose. Ecco la trascrizione dell’intervista
Gianni sei un artista che ha fatto parte di molti progetti incredibili: Litfiba, CSI, CCCP, Marlene Kuntz senza contare le innumerevoli collaborazioni.
Sei un artista in continua evoluzione…
Io credo che questa vita terrena sia fatta di cicli dove in qualche modo nascono delle cose che poi muoiono e ci fanno rinascere per andare altrove. Mi sento un po’ come un cagnaccio che girovaga da solo e ogni tanto ama unirsi a un branco o crearne uno per camminare assieme e condividere un pezzo di vita sia umanamente che artisticamente. È giusto che le cose
finiscano portando sempre a una rinascita. Siccome mi piace suonare sono costantemente alla ricerca non tanto di nuovi progetti ma di nuovi incontri: nella vita mi piace viaggiare e incontrare persone. Viaggiare con loro.
Come è nato “Nulla è andato perso”?
Questo progetto è solista fra virgolette perché in realtà sono in compagnia di cari amici come Antonio Aiazzi, Andrea Chimenti, Beppe Brotto che suona una serie di strumenti indiani e nepalesi bellissimi e Simone che ha collaborato con me nei CSI. Questo concerto l’ho pensato da tanto e desideravo farlo.
Sembra che quella di oggi sul palco sia una serata tra amici
Bhe a un certo punto tutto torna anche se apparteniamo a generazioni diverse. Proprio per il discorso della ricerca degli incontri ho sempre cercato persone con cui condividere le cose importanti della vita prima di affrontare il problema o la gioia di fare musica assieme. Le alchimie devono funzionare poi la musica viene da sé. I progetti a tavolino secondo me non portano da nessuna parte.
Il flusso di energia tra persone è molto importante
È una vita che mi sento in dovere di suonare per smuovere qualcosa, non mi piace fare il Juke-box. Non mi è mai importato riempire i palazzetti, anche se mi è capitato. Ho vissuto anni della mia vita in cui i contesti erano quelli ma ogni progetto, anche i più grandi, li ho vissuti con serenità; quando è venuta a mancare me ne sono andato o i progetti son finiti naturalmente.
A casa ho un vecchio disco di mio padre che si chiama “Essenza” di Claudio Rocchi che ho amato molto. E in genere apprezzo i suoi lavori, decisamente unici. Mi parli un po’ del vostro rapporto e di come è nato il disco VDB23? L’ho trovato molto interessante, sotto molti aspetti, ricco di citazioni eppure “altro” rispetto ai vostri lavori precedenti.
Il presente è conseguenza naturale del nostro passato quindi le citazioni all’interno del disco sono molto probabili. Sai è accaduto per magia, frutto di uno di quegli incontri che cambiano la vita, speciali… L’intesa con Claudio va al di là dell’album. In VDB23 parole e musica sono in gran parte composte in Sardegna dove abitava lui, vicino a Oristano. Anche io ho vissuto in Sardegna quand’ero ragazzino per circa 12 o 13 anni. L’album è davvero frutto della magia di un incontro.
Adoro la struttura del disco, ha pezzi “fuori forma” che non rispettano lo standard dei 3 minuti…
Credo allora che il concerto di stasera ti piacerà parecchio… (ride) anche perché di cose da 3 minuti non c’è nemmeno una!
Abbiamo parlato del presente, com’eri invece ai tuoi esordi?
Quand’ero adolescente non ho mai sognato di fare il musicista. Le uniche scelte che avevo fatto poi la vita me le ha sconvolte: volevo fare il marinaio, studiavo al nautico di Cagliari e non vedevo l’ora di finire la scuola per imbarcarmi e girare il mondo. Per una serie di vicissitudini i miei son poi tornati in Toscana così il mio sogno è svanito e la mia seconda passione dopo il mare, la musica, ha preso il sopravvento. Casualmente o forse no, nulla avviene mai per caso. Però, vedi Martina, io non
ho mai rincorso i sogni, mi è successo qualche volta di correrci dietro in maniera ossessiva e ho capito che più ti accanisci più i tuoi desideri si allontanano da te.  Invece se vivi le cose mentre accadono, senza aspettative, la vita ti sorprende. Anche quando sembra che tutto per te vada male, alla fine la vita ti stupisce, o almeno a me è successo così. C’è anche da dire che tanti miei compagni di viaggio a un certo punto hanno cercato il successo, la popolarità e una certa sicurezza economica, giustamente, io però me ne sono sempre fregato.
Mi è venuta in mente una citazione di William Burroghs che disse a Patti Smith quando non era famosa “fatti un nome e mantienilo pulito, non scendere a compromessi e lui ti ripagherà”. Credo molto in questa attitudine alla vita, le aspettative sono spesso zavorre.
(Sorride) Non conoscevo questa citazione ma è esattamente ciò che stavo dicendo: forzare il karma o il destino (o ciò che si vuole in base alle proprie credenze) non serve a nulla. Ovviamente devi agevolare i tuoi desideri cioè se ti piace suonare devi far di tutto per farlo ma non perché questo abbia una finalità precisa se non quella che a te piaccia suonare ed esprimerti attraverso la musica.
Ti migliora la vita…
A me certamente ma anche a tutti quelli che la ascoltano. La funzione della musica è quella di arricchire le persone. Tutti i generi da quella leggera, alla classica, nessuno escluso. Fa compagnia, aiuta a staccare dalla quotidianità, rilassa!
In questo momento hai altri progetti in cantiere anche se il tour è appena iniziato?

Al momento no. Con la banda vogliamo dedicarci a questi concerti e sicuramente non ho più l’idea o il desiderio di ricreare un gruppo come i miei precedenti. A 55 anni farei fatica a ritrovarmi in un progetto di gruppo stabile ripartendo da zero. Tutti i gruppi passati dai Litfiba ai CSI ai Marlene Kuntz e via dicendo hanno in un certo senso, e lo dico con la massima modestia, lasciato un piccolo segno nel nostro cammino su questa vita. Ho anche il timore di non riuscire a costruire una storia altrettanto importante per me. Preferisco quindi ripartire da questi concerti per capire cosa farò in futuro. A breve ci sarà una collaborazione abbastanza tosta a Firenze con Io sono un Cane. Grazie per il tempo che mi hai dedicato. Buon concerto

(sorride) anche a te Martina.
Ho infine accennato a Gianni Maroccolo del mio hashtag #martinameetstones e mi ha detto con un gran sorriso “certo che ti aiuto però fai la foto con me e aiutami a reggere il foglio”.
 Che altro aggiungere?

Intervista. Teresa de Sio e l’Arte che surfa i secoli

Intervista Teresa de SioNel mio paese si è appena concluso il XXX premio letterario Giuseppe Dessì in cui una serie di scrittori e musicisti hanno abbellito la vita cittadina con i loro versi, musiche e racconti. Tra gli ospiti c’era anche Teresa de Sio che ha presentato il suo ultimo romanzo, l’attentissima e con la quale son riuscita a scambiare quattro chiacchiere. Ricordo quando da bambina la vedevo in Tv con quel tamburello e i capelli ricci, lunghissimi e quella voce con un timbro così particolare, mi affascinava sempre. 
 
Devo assolutamente fumarmi una sigaretta!
Io non fumo
e fai bene! -sorride-Così abbiamo iniziato a chiacchierare io e la brigantessa, mentre terminava di scrivere una dedica su un libro; accanto a lei c’era il vinile di Diamanda Galas, You must be certain to the devil, a quel punto mi sono emozionata “anch’io ho questo disco in vinile”, “è di Giacomo Serreli!” -dice lei- poi ci siam sedute l’una accanto all’altra e…

Lei ha iniziato la sua carriera agganciandosi alla musica folk per poi sperimentare avvalendosi di varie collaborazioni tra cui Brian Eno, Fabrizio de André, Paul Buckmaster. Secondo lei è importante conoscere le tradizioni?

È importante come conoscere la storia. La tradizione musicale va mantenuta perché racchiude gran parte dello spirito di un popolo però oltre ai musicisti  a lei fedeli devono esistere anche quelli, tra i quali cerco di posizionarmi, che cercano di diventare loro stessi tradizione portando innovazione al suo interno. Se ci pensi in musica il folclore non è altro che una serie di sperimentazioni che si sono affermate nel tempo.
In effetti la tradizione nasce come innovazione, come una rivoluzione all’interno di uno status quo per poi diventare anch’essa parte della storia
Esatto, non penso mai al folclore come a un qualcosa di statico e di fermo che sta alle mie spalle, dietro di me; lo sento presente e mi piace esserne interprete aggiungendo qualcosa di nuovo, di mio.
In che modo la tecnologia può, in musica, contribuire a questa fusione e tendersi in questo senso anche al futuro?
La tecnologia è sempre esistita, oggi la intendiamo in senso informatico ma se pensi agli scalpelli di Michelangelo erano all’epoca molto tecnologici, all’avanguardia. Pensa alla potenza innovativa della ruota o alla quantità infinita di strumenti musicali che nei vari popoli e culture sono stati creati adoperando materiali tipici di quella zona ed epoca. Per esempio, una volta ho fatto una serie di concerti con l’orchestra nazionale della mongolia e tra i loro strumenti c’è il Morincur, un violino interamente creato utilizzando solo esclusivamente parti del cavallo, animale da loro considerato sacro e molto importante all’interno della loro società.
Secondo lei perché, soprattutto tra i giovanissimi, si sta perdendo l’interesse per il passato? Le spiego meglio, credo che voi artisti viviate in una posizione privilegiata perché esprimendo voi stessi raccontate un epoca, siete quasi chiaroveggenti; al contempo credo che oggi dilaghi (più tra i giovani) un forte disinteresse per la tradizione/storia/arte, palesemente veicolato con lo scopo di allontanare dalla bellezza e dalla verità. 
Ci sono due risposte una positiva e una meno. La prima risposta è: si possono avvicinare i più giovani all’Arte solo continuando il proprio cammino, facendo ciò in cui si crede senza lasciarsi condizionare. Questo è importantissimo. Altra cosa fondamentale è trasmettere loro il nostro sapere che è ciò che noi siamo, come musicisti e persone. È importante trasferire contenuti attraverso la nostra musica, canzoni, libri o qualsiasi cosa facciamo. Spesso tra generazioni c’è una lotta ma in particolare oggi c’è un aspetto negativo: tutta la macchina produttiva in questo momento fa in modo che avvenga un taglio con il passato. A dominare il mondo non sono più la bellezza, l’arte, la cultura o la politica ma il mercato; l’antagonista più acerrimo al mantenimento della bellezza e della cultura è il mercantilismo. In tutti i campi. I giovani nascono già dentro questo sistema. La battaglia va affrontata su più fronti non solo con l’arma della musica o dell’arte.
In fondo il buon esempio è l’unica cosa che permette di trasmettere il sapere
Esatto, la cultura non è qualcosa di scolastico, noioso e pedante, è anzi divertente. I modelli imposti dai media, anche quelli su internet che spesso vengono ammantati di un senso di libertà, sono veicolati dal mercato. Solo con le relazioni umane di qualità  può nascere l’arte che fa il surf sulle onde dei secoli. Scegliendo i rapporti umani reali e non veicolati dal denaro si fa non solo un lavoro su se stessi ma sulla realtà oggettiva, visto che il mondo mercantile produce scorie. Se ci pensi siamo nel momento storico in cui gli oggetti vengono consumati di meno, un vestito che indossi oggi domani è obsoleto, diventando parte di un enorme cumulo di cose che ci seppelliranno. Toro seduto diceva già nell’800 “l’uomo bianco morirà sepolto dai suoi rifiuti” e guarda quant’è vero.
Di Teresa de Sio mi colpisce sempre l’attaccamento alla sua terra e la volontà di fare cose slegate e legatissime alle sue origini. Ha fatto un sacco di meraviglie artistiche la De Sio. Ora m’attende l’attentissima, suo romanzo, lì, sul comodino. 

Intervista. Eugenio Finardi in musica e parole

Eugenio Finardi è uno degli artisti italiani più interessanti in assoluto. Aspettavo di incontrarlo da tempo e il fato ha voluto che sia stato lui a venire da me, ha infatti suonato Musica e Parole nel mio paese, Villacidro, in occasione del XXX Premio letterario Giuseppe Dessì
 
Eugenio Finardi Musica e Parole Premio DessìLei è figlio d’arte, quando ha pensato che la musica potesse diventare
il suo lavoro, la sua strada?
Ho pensato che la musica potesse essere il mio lavoro quando mi si è formata la prima sinapsi nella pancia di mia madre che era una cantante lirica, mio padre invece era tecnico del suono nel cinema e produceva nastri magnetici. In realtà mia madre mi ha concepito con lo specifico scopo di produrre un cantante, la musica è sempre stata la mia vita, non ho mai avuto un’altra fantasia se non quella di essere un cantante. Per fortuna ci son riuscito, ho inciso il mio primo disco a 9 anni, a 10 e 11 anni ne ho fatti altri due.
Quindi non c’è stato un rito di passaggio
Si, esatto, il grande cambiamento è stata la scoperta della musica rock blues a 13 anni. Quello è stato un momento di svolta. A quel punto la scelta consapevole è stata che non sarei diventato un cantante lirico ma rock. A 20 anni avevo già firmato il mio primo contratto con la Numero 1, avevo già fatto il corista…
Insomma la gavetta l’ha fatta letteralmente quand’era in fasce
Si anche a scuola, ero quello che cantava alle feste  e pensavo già  “sono un cantante!”
Una delle sue principali caratteristiche è che lei è un artista fra la gente. La seguo sulla sua pagina Facebook e ho notato che interagisce sempre con
i luoghi e le persone che incontra e con chi ha una storia da raccontare; a parer mio questa sua qualità è molto rara, credo che molti artisti del suo calibro abbiano perso la capacità di vivere la semplice  quotidianità
In realtà in 40 anni di carriera ho tenuto questo lungo, lungo diario della mia vita cosa che più o meno fanno
molti solo che io nel mio non ho scritto solo le mie cose personali, i miei amori, i miei figli e le mie passioni. In realtà proprio una delle mie passioni è l’osservazione delle persone, della società, del cambiare della politica, dei
movimenti civili e quindi ho testimoniato anche ciò che vedo e vedevo attorno a me, la gente che incontro, le situazioni che loro vivono talvolta finiscono nelle mie canzoni.
Queste storie si sedimentano..
Si c’è proprio uno scambio, un’osmosi. Tanti trovano normale che uno venga influenzato dai libri che legge,
dai film e questo succede ovviamente, è però anche normale che in metro guardi una persona davanti a te. Canzoni come La storia di Franco sono un esempio. Da poco sono andato al cinema a vedere i Minions e davanti a me in coda c’era un padre con un figlio ed era ovvio che quello era il fine settimana in cui toccava a lui tenerlo, con questa voglia di compiacerlo ma con un po’ di goffaggine.  Poi magari sono cose che immagino, che proietto però non puoi non sentire la gente che hai intorno. Tante canzoni che ho scritto sono al femminile, Le donne piangono in macchina, nel disco nuovo è nata al semaforo guardando nell’auto accanto. Se fossi uno che cammina nei boschi parlerei di quello ma vivo a Milano…
Lo scorso anno lei è stato ospite di Morgan a X factor come giudice esterno in una bellissima villa che non ricordo dove sia…
Si trova in Austria a Vienna

 

Eugenio Finardi
Secondo lei i talent show e i mass media incoraggiano i giovani verso scelte standard? Se la sua risposta è si come mai non viene ricercata l’unicità?
I giovani durante l’adolescenza hanno questa tendenza a omologarsi, c’è stato un concerto degli One Direction a San Siro -io vivo molto vicino allo stadio- e, a parte mia figlia che aveva 15 anni che era come impazzita, è stato buffissimo vedere come sono arrivate decine di migliaia di ragazze ed erano tutte vestite uguali. Erano veramente tutte uguali!  Poi il problema dei talent show, sai ho avuto anche un amico che ha partecipato a The VoicePiero Dread, un cantante raggae quindi se gli danno un pezzo di Mina o lo fa raggae o non lo suona però non permettono di fare sempre queste cose, quindi si tende a premiare voci standardizzate. Quando sento la radio faccio fatica a capire se la cantante è Chiara o Noemi e anche i ragazzi sono molto standardizzati, giovani carini come i compagni di scuola che possono piacere a una ragazza molto giovane che poi è quella che vota e compra i dischi. La straordinarietà non viene premiata e purtroppo in Italia questo succede anche dopo.  Mi regalano spesso cd, ai miei concerti o via mail, su facebook ed è incredibile quanto siano tutti estremamente simili uno all’altro, no? Ci sono i filoni, i cloni di De Gregori, tantissimi cloni di Capossela, proprio una roba incredibile. Io ho smesso di ascoltarli perché non c’è una volta che me sia arrivato uno diverso. Abbiamo trovato una ragazza di Bologna che collabora con Giuvazza ed è l’unica che abbia dimostrato una certa originalità, le altre voci femminili sono tutte uguali. Urlano alla stessa maniera, c’è Mina c’è Giorgia, serve qualcos’altro. E nessuna ti dice che il suo modello e che sò Mercedes Sosa, Maria Carta, no son tutte su quel binario e i Talent show nutrono questo tipo di atteggiamento.
Mi è venuta in mente una frase di Battisti in cui diceva “l’artista non deve seguire il suo pubblico, deve anticiparlo”.
C’è anche questo televoto, insomma si inizia ad essere famosi e poi è come quel mio amico che si immaginava una storia d’amore tra due attori porno che iniziano facendone di ogni colore e poi man mano che va avanti la loro storia iniziano a prendersi per mano e arriva il primo bacio. I talent show son così hai una botta incredibile di fama e la sostanza se c’è arriva dopo. Anche il meccanismo dell’industria non permette di fare due album prima di raggiungere il successo se non funziona il primo sei fuori.
 Le vorrei chiedere di Gianni Sassi
Gianni Sassi era un genio della comunicazione, un grandissimo intellettuale e di straordinaria cultura e visione perché ha saputo intervenire sulla canzone Italia con una lucidità e precisione in relazione anche ai suoi tempi, sfruttandoli. Ce ne fossero di persone come Sassi, anche perché non era un musicista. Sapeva cosa stava facendo ma lasciava liberi gli artisti. Era un grande creatore di immagini.
Parole e musica..
Sono due opposti perché la parola è soggettiva mentre la musica è assoluta, matematica, i suoi rapporti sono
geometrici. La musica è un collegamento con l’assoluto cosmico, la parola invece è relativa e cambia ad ogni generazione.
(con me c’era una ragazza, Michela, che si occupa di libri sul sito mangialibri.com visitatelo per approfondimenti su questa parte dell’intervista dedicata alle parole!)
 
Eugenio, la saluto con un’autocitazione. Recentemente ho scritto un articolo sui miei 25 dischi italiani fondamentali. Tra i suoi ho scelto Sugo e ho definito lei “importante per la musica italiana come l’acqua santa in chiesa”
Eh addirittura! Approvo la scelta del disco, anche io l’ho riscoperto ultimamente. Conosco pochi colleghi che si riascoltano però di recente mi è capitato random Voglio, un pezzo di Sugo e ho messo su tutto l’album; devo dire che è un’ottimo lavoro, ormai son passati 40 anni ed è come se non l’avessi fatto io, sai mi son cambiate tutte le cellule..
Grazie Eugenio!

Grazie a te!

Dopo l’intervista Eugenio Finardi ha fatto la seconda parte del Sound check. Un po’ più tardi è cominciata la sua esibizione, potente e magnetica. Un elegante riassunto di quarant’anni di carriera in cui, alternando canzoni e narrazione ci ha regalato un’interessante ritaglio di Sé. 
Ringrazio Emiliano Billai per queste meravigliose fotografie.