Ci sono artisti che scopri quasi per caso, senza cercarli davvero.
Poi succede qualcosa: una linea di basso, un timbro della voce mai sentito prima ed è fatta.

Con Danielle è andata così.

La necessità di approfondirlo è stata pressoché immediata.

Quando qualcosa mi piace cerco subito delle similitudini, degli appigli: pezzi, artisti, suoni che conosco già. È un modo per orientarmi nella scoperta. Eppure, più ascolto Danielle, più mi rendo conto che sì, i riferimenti ci sono… ma poi scivolano via.

Questa intervista nasce da una curiosità vera, senza costruzioni. Una chiacchierata al telefono, molto fluida e genuina, che parte dalla sua infanzia, passa per le band, arriva alla scrittura e si interroga su cosa significa davvero trovare la propria voce.

 

Com’eri da bambino? Che rapporto avevi con la musica?

Ero iperattivo, non stavo mai fermo. Dovevo sempre fare qualcosa.
Questa cosa in casa creava un po’ di delirio, perché sono cresciuto con mia madre e mio fratello, che ha quattro anni più di me. Noi due facevamo proprio squadra, quindi combinavamo un bel casino.

La musica è entrata in maniera abbastanza forte quando avevo circa sette anni.
Mia madre si era fissata con questo giornale che usciva in edicola e che ogni tanto allegava dei CD. Un giorno uscì L.A. Woman dei Doors, che lei amava tantissimo.

Io e mio fratello siamo andati a prenderlo e mamma ha iniziato ad ascoltarlo ogni giorno. All’inizio io e mio fratello eravamo un po’ spiazzati, perché era una roba completamente diversa da quella che ascoltavamo fino a quel momento, soprattutto rispetto a quello che passava su MTV.
Poi però ci siamo immersi completamente dentro quel disco.
Abbiamo iniziato ad ascoltare musica davvero, a comprare dischi, a cercare. Lui trainava tanto perché era più grande, ma io lo seguivo con una curiosità enorme.

Poi ho iniziato a suonare verso i dieci anni… e lì ho mollato tutto il resto.
Niente calcio, niente Nintendo, niente altro: solo musica.

Qual è stato il tuo primo strumento?

La chitarra è arrivata quando avevo circa dieci anni.
In realtà io ero super affascinato dalla batteria, perché mio fratello aveva una band e provavano nel garage di casa, quindi ero sempre lì a guardare.

Abbiamo cercato un insegnante, ma faceva solo strumenti a corde o a fiato… e quindi ho iniziato con la chitarra.

È stata una scelta un po’ casuale, però poi mi ci sono buttato completamente.
Avevo una chitarra classica abbastanza scarsa e ci ho suonato per anni, anche quando avevo una band punk alle medie. Suonavamo i Sex Pistols… con la classica, microfonata.
Era tutto molto arrangiato, ma a quell’età è anche il bello: trovi il modo di farlo comunque.

Che musica ascoltavi in quel periodo?

A casa mia c’era una base molto forte anni ’60, soprattutto psichedelia americana. Quella è proprio la mia matrice. Hendrix, Greateful Dead, Creedence…

Poi alle medie sono arrivati gli amici, le prime band, e lì è uscita anche una parte più adolescenziale, più “cattiva”, diciamo. Però sempre roba vecchia: punk anni ’70. Il pop punk più moderno non l’ho mai sentito davvero mio.

Quando hai capito che la musica stava diventando qualcosa di più serio?

È stato un processo lungo.
Alle medie avevo già scritto una canzone, perché volevo fare pezzi nostri, non solo cover. Però era tutto molto acerbo. Il primo passo più concreto è stato al liceo, con una band più strutturata.
Lì abbiamo iniziato a dire: basta cover, facciamo un disco, facciamo musica nostra.

Però io in quel periodo non cantavo, non scrivevo testi. Suonavo e basta. La cosa curiosa è che la voce è arrivata molto dopo. Ho iniziato a cantare e a scrivere testi intorno ai 26-27 anni.

 

Hai suonato anche il basso in diverse band. Che ruolo ha per te questo strumento?

Il basso mi libera tantissimo.
Mi fa sentire dentro la musica, dentro il groove. Ho iniziato perché a un certo punto serviva un bassista nella band di mio fratello. Ho detto sì e da lì ho fatto le prime esperienze vere: studio, tour, concerti.

Poi sono arrivati altri progetti e il basso è rimasto sempre con me. È uno strumento che sento molto mio, mi dà proprio equilibrio.

Com’è stato il passaggio dalla band al tuo progetto solista?

All’inizio è stato strano.
Quando ho iniziato il progetto solista suonavo comunque la chitarra e cantavo, quindi ero ancora un po’ legato allo strumento.

Poi a un certo punto ho deciso di lasciare più spazio alla voce e al corpo.
Ho preso un chitarrista e ho iniziato a suonare meno.

La prima volta che è successo me la ricordo benissimo.
È stato come scoprire un mondo nuovo.

Mi sono sentito libero.
Libero di muovermi, di comunicare anche con il corpo, non solo con lo strumento.

Adesso mi diverto tantissimo.
A volte mi capita anche di stare in mezzo al pubblico mentre la band suona, come se fossi uno spettatore. È una sensazione davvero bella.

Quando ascolto musica, mi sembra ci siano, in linea di massima, due approcci: uno molto diretto, tipo Lennon, completamente senza filtri; e uno più misterioso, come Bowie, dove sembra ci sia sempre qualcosa di non detto. Ascoltando i tuoi pezzi, mi sembri stare un po’ in mezzo. Ti ritrovi in questa cosa?

Sì, tantissimo. E secondo me dipende proprio dalla canzone. Ci sono pezzi che hanno bisogno di essere diretti, senza filtri. Magari sono cose molto personali e lì non puoi girarci intorno. Altri invece funzionano meglio se lasci qualcosa sospeso. Se racconti una storia ma non la chiudi del tutto, lasci spazio a chi ascolta. Io la scrittura la vivo molto come un gioco. Non ho una formazione da scrittore, quindi parto spesso dall’istinto. 

Nel primo disco ho improvvisato tantissimo: mettevo la musica e iniziavo a cantare, trovando parole e frasi al momento. Era tutto molto di pancia. 

Nel secondo invece ho lavorato di più sui testi, ho voluto approfondire alcune cose, essere più diretto in certi punti. E infatti ci sono pezzi molto veri, proprio detti come si parla, altri invece più liberi, più strani, dove mi piace lasciare quel “non detto”.

Prossimi live e progetti?

Tangerine Stoned DanielleAl momento mi sto traferendo a Lugano e ho deciso di rimanere lì per un po’. Ho anche una data in Svizzera al Mòlòn Festival, che è un evento bellissimo. Sto anche lavorando a un disco coi Crema e con i Tangerine Stonedqui assieme anche a mio fratello. Poi sto facendo anche dei live più intimi, solo voce e chitarra, che ho scoperto da poco e mi stanno piacendo tantissimo.

E sto già iniziando a lavorare a nuova musica. C’è qualcosa in arrivo… ma per ora non posso dire troppo.

Danielle, un ultima cosa: ma i vinili perché non si trovano?

Onestamente, avere i miei dischi in vinile è il mio sogno.

Il problema è che produrli costa davvero tanto. È una spesa enorme e finora non ho trovato qualcuno che potesse investire su questa cosa. Spero davvero che prima o poi si riesca, perché sarebbe bellissimo avere almeno i primi due dischi in vinile.

Quello che colpisce di Danielle non è solo il suono.
È il suo percorso. Una strada costruita senza fretta, senza forzature.
La voce arrivata tardi. Il basso come spazio naturale. Il palco riscoperto lasciando andare lo strumento.

E poi quella cosa difficile da spiegare:
quel modo di stare sempre tra il dire e il non dire.

Ci sono canzoni che ti arrivano addosso in modo diretto, quasi senza difese.
E altre che restano lì, sospese, come se ci fosse sempre qualcosa in più.

Forse è proprio questo che resta. E sì, una cosa è certa: quando arriveranno i vinili, sarà impossibile non averli.

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Danielle

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