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Morgan racconta i Queen

Ieri è stato trasmesso un intero concerto dei Queen su Rai 2. A raccontarlo è stato invitato Morgan che, oltre a essere una persona con una visione musicale ampia, si è divertito a suonare alcuni pezzi.

Premessa

Mi piace cercare autenticità e genialità, ammetto di trovarne pochissime in giro, inoltre il pubblico manca di educazione all’ascolto e ho smesso di discutere di musica con chi non ha argomentazioni su cui dibattere.
Adoro cambiare idea ma incontrare persone con cui confrontarsi sta diventando molto difficile.
In generale (con meravigliose eccezioni), i gruppi che mi vengono consigliati come le opinioni musicali delle persone sono non solo privi di basi e formazione ma soprattutto sono anche inspiegabilmente basati sull’apparenza.

Una sorta di inconcreta bolla in cui i parametri di valutazione sono alterati.

Avete presente quelle torte con la pasta di zucchero esteticamente perfette che all’interno sanno di polistirolo? La musica o meglio il pubblico, oggi sta diventando così perché non cerca più la genuinità dell’impasto e della crema, della sostanza insomma, ma bada esclusivamente all’involucro.

Tutta gazosa.

Freddie, Morgan racconta i Queen

Morgan, ieri, è stato bravo.
Bravissimo.

Avete sentito l’introduzione che ha fatto? Suonare i Queen come i Queen è impossibile e non voleva quello.
Ha esplicitamente detto che non era il suo obiettivo.
Che avrebbe certamente stonato e sbagliato, che alcuni avrebbero addirittura urlato al sacrilegio.
Ha detto:

Io suono i Queen perché sono miei, li sento miei, mi emozionano.

Li ha interpretati come si fa in una festa tra amici.
Con passione.
Dedizione.
Trasporto.
Il trasporto qui fa la differenza perché è quell’ elemento non Tecnico che fa brillare un Artista.
Ha inoltre suonato tutti gli strumenti che gli capitavano sotto mano.

Come posso spiegarlo in altre parole?
Mi vengono in mente la voce di Battisti o quella di Dylan. In modo molto diverso tra loro, non paragonabili per tante cose, questi artisti hanno una cosa in comune, quel fattore in piú, da tanti (?) considerato in meno, quella cosa che trasforma un “difetto” in un elemento di pregio.

Menzione d’onore al pianoforte.
E la sua esibizione finale in don’t stop me now?
Ha cantato per sè stesso.
Quelle parole in quel momento erano davvero sue.
Esiste quindi una differenza netta tra il Gusto personale e un giudizio obiettivo?
Assolutamente si.
Il primo è opinabile, il secondo no.

A coloro che lo hanno pesantemente offeso l’artista ha risposto con un articolo sul suo blog: Rovinare le canzoni.

Come si fa a rovinare una canzone? Molte volte mi è capitato di sentire dire che qualcuno stava rovinando una canzone, e ho sempre pensato: le canzoni, se mai fosse possibile rovinarle, si rovinano solo pensando che siano rovinabili. Se chi sostiene che una canzone si possa rovinare (credo malinterpretandola o eseguendola male o in un contesto sbagliato, oppure non so in quale altro modo) fosse la maggioranza delle persone, allora sì che saremmo veramente rovinati.

Perché chi ha questo tipo di mentalità è una persona che non riesce ad avere elasticità, se fosse per loro il mondo sarebbe tutto in una vetrinetta chiusa a chiave: guardare e non toccare!

– Ma è un giocattolo!

– Non toccare! Si rovina, e lascialo nella scatola!

– Ma è fatto per giocare!

– Ho detto di lasciarlo lì dov’è!

Niente, non ce la fanno proprio a capire che i giocattoli, più sono belli e più un bambino ci vuole giocare. Ma le canzoni, vi dirò di più, a differenza dei giocattoli, sono qualcosa che se ci giochi le puoi spaccare, lanciarle, metterle sott’acqua, smontarle, pitturarle, tutto quello che vuoi, e magicamente si moltiplicano perché rimane intatta quella di partenza. Come se fosse un giocattolo che può usare il bambino e consumarlo e intanto rimane anche quello nuovo nella vetrinetta per la gioia perversa del collezionista morboso e frigido.

https://www.facebook.com/InArteMorgan/videos/2301142460131402/

Bob Dylan, la collezione in vinili 180 grammi!

Stamattina ho ricevuto un bellissimo regalo di natale anticipato: 2 dischi di Bob Dylan! La mia storia con il menestrello è di vecchia data, pensate che a 12 anni feci una cover a 2 voci del pezzo The Times They Are a-Changin con mio padre e un’amica di famiglia per esibirci davanti a tutti i loro amici (dovrei ancora avere un video da qualche parte)! Che altro aggiungere? Un Sacco di cose!

l primo disco di cui scriverò oggi è il suo secondo lavoro, The Freewheelin’ uscito nel 1963. A quel tempo Robert Zimmerman, in arte Bob Dylan, aveva quasi 21 anni e il suo sogno nel cassetto era fare il musicista.

Dopo aver dedicato tutta la sua giovane vita al suo sogno e con un primo disco un po’ caotico alle spalle, si era recentemente trasferito a New York per conoscere il suo idolo, Woody Guthrie, che incontrò ricoverato in un ospedale del New Jersey.

Lo avvicinò, gli regalò le sigarette, diventò suo amico.

All’epoca funzionava ancora così!

Come tutti gli artisti, anche Robert stava muovendo i primi passi alla ricerca della sua identità tra cover e i primi pezzi scritti, per strada, con la sua chitarra acustica e l’armonica a bocca. Al Greenwich Village si era affermato in una piccola comunità di artisti e spesso per descriversi si paragonava al vagabondo di Charlie Chaplin; la sua voce gracchiante, difficile all’ascolto, inconsueta ma inconfondibile divenne il suo tratto distintivo.

Tra i pezzi composti in questo periodo compare Blowin’ in the wind in cui il testo profondissimo, già al primo ascolto, sembra un classico. Chiunque abbia la fortuna di sentirlo non può rimanere insensibile al suo messaggio così potente e fresco.

Questo era il suo momento.

Bob iniziò così a dedicarsi sempre più alla scrittura, imponendosi come narratore, scrivendo delle cose che accadono, dei fatti di cronaca. Scriveva del cambiamento in atto, che cavalcò senza timore diventandone il più illustre portavoce come in Oxford town che racconta di James Meredith, il primo studente universitario di colore che nel 1962 si iscrisse alla University of Mississippi e per entrare a scuola fu scortato da 500 soldati inviati da Robert Kennedy.

L’album uscì nel maggio 1963, la celebre copertina ritrae il cantante che cammina nel Village mentre tiene sottobraccio la donna che lo ha ispirato.  Joan Baez lo invitò sul palco del festival di Monterey e “Blowin’ in the wind” arrivò al secondo posto in classifica. In luglio Dylan salì sul palco del Newport Festival che lo lanciò definitivamente nell’olimpo dei Grandi Nomi della musica internazionale.

Ma qui comincia un altro capitolo.

Il secondo vinile che ho ricevuto in dono è proprio The Times They Are a-Changin.

La storia del vinile è a dir poco leggendaria. Innanzitutto questo è un disco incredibilmente crudo, intimo e in secondo luogo racconta il periodo, difficilissimo, in cui è stato creato: gli anni ‘60 in America che sono stati un momento di scontro molto tesi e complicati.

Inciso fra l’estate e l’autunno del 1963 e pubblicato nel gennaio del 1964 The Times è senza alcun dubbio il suo disco più politicizzato in cui la musica, asciutta e ipnotica, viene utilizzata per narrare episodi di cronaca e raccontare tempi migliori, quelli del cambiamento.

The Times They Are a-Changin va dritto come un proiettile in tutta la sua disarmante semplicità.

Grazie alla sua esibizione al Newport Festival, nell’agosto del ’63, al momento dell’uscita del disco si era già fatto un nome.

Proprio la canzone che dà il titolo al disco è un’autentica e inequivocabile presa di posizione contro il vecchio establishment “Se non riuscite a stare al passo coi tempi lasciate spazio ai giovani, alle nuove idee, i tempi stanno cambiando”. In pratica, quasi tutti pezzi dell’album, raccontano storie con risvolti drammatici come “Ballad of Hollis Brown”, in cui un’uomo piegato dalle privazioni uccide tutta la sua famiglia prima di commettere suicidio. Una storia vera, un fatto di cronaca che viene raccontato tenendo l’ascoltatore incollato al giradischi. Tutti i brani prendono e non lasciano l’ascoltatore finché la puntina non inizia a solcare un nuovo pezzo che a sua volta rapisce e cattura.

Anche la copertina, un’ essenziale bianco e nero, è impreziosita nel retro e nell’inserto da una serie di poesie di Dylan dal titolo “11 outlined epitaphs”. Questo vinile è STORIA, pensate che guadagnò il disco d’oro, negli Stati Uniti raggiunse il ventesimo posto e in Inghilterra si piazzò in quarta posizione.

Ho scoperto con piacere che i due dischi di Dylan ricevuti in dono sono parte di una collezione della De Agostini che ha deciso di ristampare ben 41 suoi vinili.

BOB DYLAN VINYL COLLECTION

UNA COLLEZIONE UNICA CON 41 ALBUM in vinili 180 gr

De Agostini presenta la nuova collezione di vinili dedicata a Bob Dylan, il menestrello che ha cambiato la storia della musica in una collezione di vinili 180 grammi.L’imperdibile collezione ripercorre le tappe della carriera musicale del poeta e cantautore dalla sua città natale, Duluth (Minnesota), all’approdo a New York e al successo mondiale, tra rock, blues, folk e ballate popolari, il tutto rimescolato nel turbine degli anni ‘60 e del sentimento della controcultura.

La collana di 41 album si apre con la prima uscita The Times They Are A-Changin’ (1964), che vede l’artista severo e impegnato al culmine della “protesta”, e prosegue passando per le svolte elettriche degli anni ‘60, i suoni morbidi e folk dei ’70 e la maturità solenne, autentica e struggente degli ultimi anni.

La voce inconfondibile che ha ispirato intere generazioni e ha segnato per sempre la storia della musica. Dalle origini folk tra le strade del Greenwich Village degli anni ’60 alle trasformazioni di una carriera fatta di parole visionarie, rivoluzioni sonore, tour interminabili e leggendari e lo sconfinamento nel mondo del cinema e della letteratura. Folk, Blues, Rock… riscopri la storia e la musica del cantautore che ha rivoluzionato per sempre il modo di vivere e considerare la musica. Cantautore, poeta, profeta, leggenda… impossibile definirlo con una sola parola.

Lasciati travolgere, Like A Rolling Stone!

Ho deciso che, da appassionata di vinili e di Dylan, proseguirò con l’acquistio di tutti i vinili. Consiglio a tutti gli amanti della buona musica e in particolare di Robert Zimmerman, di fare un piccolo investimento per arricchire le vostre collezioni!

Yoko Ono. Dichiarazioni d’amore per una donna circondata d’odio

Yoko Ono è poco amata,lo pensano tutti.

O quasi.

Io la definisco un’artista difficile ma al contempo semplicissima.
Di fatto, molti suoi lavori mi piacciono tantissimo, alcuni meno, altri per niente.
In generale appartengo a coloro che non la reputano causa dello scioglimento dei Beatles quindi non serbo rancore verso di lei.

Qualche anno fa ho creato un post dal titolo Yoko senza Lennon  poi ho scritto su una maglietta il suo nome e quando la uso, OGNI VOLTA, le persone mi dicono semplicemente “perchè?” 

Ho sempre trovato difficoltà a leggere qualcosa di oggettivo su Yoko Ono, qualcosa che illustri il suo lavoro senza giudizi o meglio pregiudizi, fin quando, due settimane fa, sono incappata in un titolo interessante: “Yoko Ono. Dichiarazioni d’amore per una donna circondata d’odio”.

L’ho acquistato IMMEDIATAMENTE.

Mi son detta “ok, non sarà oggettivo ma almeno, una volta tanto, avrò a che fare con l’altra faccia della medaglia!”

Il Libro

Questo libro è interessante sotto molti punti di vista.
È scorrevole.
Divertente.
Offre una visione inedita del lavoro di Yoko Ono, in particolare di quello non musicale, ai più sconosciuto.

Detto ciò, io adoro l’ arte concettuale e comprendo e apprezzo il suo approccio performativo apparentemente bizzarro, minimale e molto spesso fuori contesto.

Il saggio, che non è proprio corretto chiamare tale, è stato scritto da un fan quindi spesso cede a dichiarazioni d’amore in stile “tardo adolescenziale” senza però risultare pesante, anzi, stupisce soprattutto perché gli aggettivi usati sono, una volta tanto, positivi!

Perché leggerlo?

Il volume regala tanti spunti di riflessione soprattutto per chi non conosce Yoko, aiutando a capire meglio il percorso artistico di questa artista senza cadere in banali, diciamo pure sterili, preconcetti.

Yoko è l’ Artista sconosciuta piú conosciuta al mondo
John Lennon

Imagine

Il 9 ottobre è uscita una versione di Imagine interamente cantata da Yoko Ono che sta scatenando numerosi dibattiti, in Italia sono tutti negativi!

Ho così scritto le mie prime impressioni a caldo.

Il pezzo

L’ho ascoltato 2 volte, la prima per la musica la seconda per la voce.

La musica

Yoko Ono è un’Artista concettuale e ha saputo evocare il pezzo togliendo sostanza.
Semplificandolo al massimo.
Svuotandolo il più possibile sino a lasciarne solo lo scheletro, il concetto.
Ha creato molto spazio libero, aria, tra le note e il video si sposa perfettamente con questo intento.
Mi piace.

La voce

Yoko, quando vuole, sa cantare ma a lei non interessa il bel canto solo l’ espressività del mezzo in questione.

Non usa la voce come una cantante.

In questo pezzo, pieno di lacune, lei mi ha incuriosita.

Esistono milioni di versioni di Imagine, nessuna così asciutta ed emotiva.
La voce trattenuta, gli anticipi, i ritardi non sono veri errori, sono piuttosto dettagli emozionali.

Questa versione di Imagine è davvero imperfetta sotto tutti i punti di vista però, forse, è bella così!

Tu che sei di me la miglior parte

Tu che sei di me la miglior parte è un romanzo di Enrico Brizzi e dentro c’è tanta musica. Ho così pensato di condividere le mie impressioni al riguardo qui sul Blog!

Il romanzo

Tu che sei di me la miglior parte di Enrico Brizzi è un romanzo che parla dell’ infanzia e dell’adolescenza di Tommy, avvenute a cavallo tra gli anni ’80 e ’90 in un contesto simile a quello in cui anche io sono cresciuta.

La storia è ambientata a Bologna ma è piuttosto facile immaginarla in un altro luogo.
Il mio.
Il tuo.
Il filo narrativo è tenuto in piedi da un triangolo amoroso tra lui, Ester e Raul.

Dentro questo libro c’è un mondo ricco, carico di eventi, volti, situazioni, musica, colpi di scena. L’amore appare e scompare ma alla fine torna sempre.

Negli anni ’80 Tommy Bandiera cresce con la mamma. Passa le sue giornate tra i  racconti di viaggio dello zio Ianez, i giochi con gli amici in cortile e la parrocchia. Non possono mancare le prime cotte e la dirompente apparizione di Ester.

Ester mi veniva incontro con passo leggero, a ritmo col respiro del mondo, e mi sentii un verme per essermi riproposto di detestarla… Era come racchiudesse in sé la forza invincibile delle cose all’inizio.

Raul, innamorato anche lui di Ester, è il peggior amico che Tommy potesse incontrare; lo trascinerà in avventure bizzarre, violente, per nulla innocenti.

Pensavo a un’altra lezione che mi era toccato imparare: chi appare fragile finisce per diventarlo davvero, e prima o poi cade vittima degli spietati.

Il triangolo Tommy-Ester-Raul è la cornice alla vita che scorre attraverso gli occhi del protagonista. Tu che sei di me la miglior parte è un affresco dell’Italia anni Ottanta e Novanta tra le festicciole, i concerti, le risse, droga, amore e amicizia.

La verità era che sognavo di avere anch’io una Vespa. Per mia madre era un tabù, ché il professor Shiba era morto in un incidente stradale. Proprio non capiva la situazione, lei. Ero un liceale fidanzato, un giovane ultras e una figura-chiave nell’entourage di una band emergente; nei miei panni, non era più accettabile presentarsi ai rendez-vous ansimanti e accaldati in sella alla Legnano.

Il percorso di crescita simbiotica con amici e amori spesso si interrompe e capita che restino i ricordi.

Una muta di corde in fondo al cassetto.

Un vecchio rullino da sviluppare.

Una manciata di lettere da rileggere un giorno o l’altro.

Consiglio la lettura.

La colonna sonora del libro

Nella pagina facebook di Enrico Brizzi, l’autore ha condiviso lo scorso giugno un post in cui ha pubblicato la colonna sonora del libro.

Il buon cugino Marco Baroncini in arte Barzo, leggendo “Tu che sei di me la miglior parte”, si è preso la briga di censire le canzoni citate e le ha radunate in una compilation su Spotify. Io non lo sapevo, ma sono ben settanta.
Ogni lode, dunque, vada all’uomo che ha reso disponibile la colonna sonora originale del romanzo, e qualche elogio anche al paziente Renzo Giannini – in arte Ianez – che consente all’amico di usare il proprio account. Buon ascolto!

tu che sei di me la miglior parte romanzo colonna sonora enrico brizzi

Exhibitionism. The Review of Rolling Stones exhibition

Exhibitionism!

Exhibitionism!

Exhibitionism!

I certainly could not lose The Rolling Stones Exhibitionism, I followed it on the web since the beginning. So last week I flew to London, for a few days. I have several friends in town but one in particular, Marcello, is  A Stones fan as me, so I waited two days until he had an entire day off to come with me at the Saatchi Gallery.

Exhibitionism, the exhibition about The Rolling Stones

Exhibitionism is a journey through more than 50 years in which, through objects, music and suggestions is recreated a magical atmosphere and  the chameleon Rolling Stones’s style. In practice, is not only a display of objects, it is more like walking along their career in a dynamic and interactive way, as well as fun.

The exhibition is divided into nine thematic rooms with more than 500 objects ranging from personal diaries, tools, costumes and notes they took while recording in studio. But there is something more, like some stages prototypes and Art Covers.

Exhibitionism exposition 1-4

Rooms number 1 and 2 Ladies & Gentlemen + Guitars

The Start of the exhibition is characterized by a first room with a huge neon sign “Ladies and gentlemen,” and on the two sides walls are respectively indicated in a dynamic video / sound way all the albums and the map with the tour kilometers covered in the 54-years of their career. An exciting, powerful and evocative introduction even for those who know them very well.

After that, immediately, you are catapulted into a second room with walls covered with guitars.

The first guitars that I observed are those of Keith Richards that are a summary of his sound evolution, from the first Epiphones, to Gibsons, Fenders and a fantastic handmade five-string guitar.

In the room there is a beautiful  Mick Jagger’s acoustic guitar that you can easily find in the Nellcôte photos during Exile on Main Street sessions and some of his harmonics. Finally there are Ronnie Wood’s beautiful guitars.  

At this point the room seems to end but at the center there is something like a Tablet with headphones that simulate a multi 8-track in which you can listen to 8 tracks of the band including Angie, Sympathy for the Devil and others. With the mixer you can isolate all the tools or, if you like, you can mix it up. I had a lot of fun playing that! Marcello and I were there for a while.

exhibitionism ladies and gentlemen

Room number 3 Edith Grove

Now you will be ready to back in Time to the ’60. Rewind the clocks because in a few steps you will arrive in the first battered house where the Rolling Stones have lived at the beginning of their career.

Meticulously rebuilt according to the band memories, Edith Grove, is like the start of the games. In this room you will find  Keith Richards’ notebooks, the first record agreement and the first LP recorded with the name of The Rolling Stones. There are photos, posters and a glittering Charlie Watts drum set.  That’s an Emotion after another. Believe me.

exhibitionism rolling stones

Room number 4 Recording

In this room you’ll find yourself outside a recording studio, rounded by notes, recorders and the first Long Playing (prototype) of Exile in Main Street. If  you are intrested like me in technology, you can also listen to the memories of the band plus Don Was, the current Rolling Stones producer, who will talk about how the huge reel to reel sixties has rapidly switched to lower case and digital technologies. Very interesting is the Keith Richards memory about the multi-track evolution from 2 to 24 tracks. He talks about this subject even in his book Life. At this point you will think that the show is over however you have to climb to the another floor to continue your journey.

stonesism saatachi gallery

Room number 5 Film & Video

Posters and videoclips tell the story of the band from Scorsese’s Shine a light down to Sympathy for the Devil realized by Jean-Luc Godard. Artists who are interested in other artists. Interesting interview with Martin Scorsese.

Room  number 6 Art & Design

This room is dedicated to contamination, the typical Rolling Stones attitude they had since their debut. They have always carefully chosen the artists whose flank for the realization of the album covers and stuff related to the band.

You will pass from the homonymous LP recorded in 1964 to Let It Bleed and the hilarious gestation for the beautiful Some Girls cover. This section of the exhibition has room as well for the prototype of Exile on Main Street cover realized by Robert Frank. You will also find the exciting first drawings that sign the birth of the legendary logo, designed by John Pasche, at that time student of the Royal College of Art.

The Stones have always been the creative people who have been joined by other artists such as Andy Wharhol who designed some of the most famous covers for the Stones as Sticky Fingers and Love You Live. At this point of exhibitionism you will find the Stages evolution with a lot of original models proposed to the band by artists and architects. The most impressive is, in my opinion, the one created for Bridges to Babylon where I stopped for a long time. Not that the Stones are in need of  a special stage to stand out, I would like to joing them in the pub around the corner! However, the intelligence with which Stage as been studied is really impressive. That’s for me a new point of view on their history and now I want to know more about.

Room number 7 Style and Costumes

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That’s me while thinking about photos where Mick Jagger is wearing these clothes

 

This part of the exhibition presents historical clothes of the band. Marcello and I have not taken photos inside the exhibition because we were too much involved in the experience. However, he took this one while I was admiring Mick clothes.  Tweed, velvet and lace have quickly given way to Mick’s stretch clothes and Keith Richards famous spotted jackets used during Voodoo Lounge sessions. The result is a faboulous blaze of fabrics and colors, as the years they just rolled by with changes of style. Not only in music.

Room number 8 Rare and Unseen

Here you’ll find rare objects and some stuff never seen before like the portable Keith Richards’ wardrobe that seems to belong to a pirate or a small toy from early XX century, a little Charlie Watts drum set. You’ll also find the barber’s chair, some of Ronnie Wood paintings and other beautiful stuff.

Room number 9 Peformance 3D

You’ll finally land in the Back Stage full of guitars, amplifiers, monitors, guitar cables, dressing rooms and then… a lovely 3D Final!

Costs and info

The Exhibition is much larger than I expected, with the 9 rooms where I spent more than 4 hours and a half. The ticket costs 23 pounds (about 30 dollars), and you’ll find Exhibitionism in the Saatchi Gallery in London, but you are almost in a hurry because it will definetly close on September 4 to fly and conquer The world.

Next Stop is New York, where it will open in November. For more details about The Exhibition please visit the official website.

Just found a Great The Rolling Stones Radio!

 

 

 

Exhibitionism. Recensione della mostra dei Rolling Stones

Exhibitionism!

Exhibitionism!

Exhibitionism!

Non potevo certo farmi scappare la mostra dei Rolling Stones, ho seguito sul web tutti i preparativi di questo grande evento ancor prima che lo scorso anno fosse dato l’annuncio ufficiale.

La settimana scorsa sono così partita a Londra e ci son rimasta qualche giorno. Ho diversi amici in città ma uno in particolare, Marcello, è come me un grande appassionato di musica e degli Stones. Ho quindi pazientato due giorni prima che lui avesse un intero giorno libero per addentrasi con me all’interno di Exhibitionism.

Infine il giorno è arrivato.

Exhibitionism, la mostra

Exhibitionism è un viaggio di oltre 50 anni in cui, attraverso oggetti, musica e suggestioni viene ricreata l’atmosfera magica e camaleontica dei Rolling Stones. In pratica non ci si trova solo davanti a una esposizione di oggetti ma si ha la sensazione di camminare lungo un percorso dinamico e interattivo, oltreché divertente.

L’esposizione è articolata in 9 sale tematiche con oltre 500 oggetti che spaziano dai diari personali, agli strumenti, dai costumi di scena agli appunti in sala di registrazione sino ad arrivare ai modellini per i palcoscenici e gli studi per le copertine.

Exhibitionism exposition 1-4

Sale 1 e 2 Ladies & Gentlemen + Chitarre

L’ingresso alla mostra è caratterizzato da una prima sala con un’enorme scritta al neon “Ladies and gentlemen” ai cui due lati sono rispettivamente indicati in maniera dinamica Video/sonora gli album ufficiali da una parte e dall’altra mappa con Tour e chilometri percorsi in 54 anni di carriera. Un momento emozionante, un’introduzione potente  e suggestiva anche per chi li conosce molto bene. Dopo essersi ripresi si viene immediatamente catapultati in una seconda sala con interi muri ricoperti di chitarre più una divertente sorpresa.

Le prime chitarre che ho osservato sono quelle di Keith Richards e raccontano l’evoluzione del suo suono alternando le prime Epiphone, Gibson e Fender sino ad arrivare a una fantastica chitarra a cinque corde fatta su misura per lui. In sala è presente anche una stupenda chitarra acustica di Mick Jagger che ritroverete facilmente negli scatti fatti a Nellcôte in periodo Exile on Main Street e una decina di armoniche.  Stupende anche le chitarre di Ronnie Wood.  A questo punto la sala sembra terminare ma al centro sono presenti dei Tablet con cuffie che simulano un multi traccia a 8 piste in cui potere ascoltare 8 pezzi della band tra cui Angie, Sympathy for the Devil e altre, isolando tutti gli strumenti o mixandoli a vostro piacimento. Questo è stato per me uno dei momenti più divertenti, se siete appassionati di missaggio vi divertirete alla grande. Io e Marcello siamo rimasti lì per un bel po’.

exhibitionism ladies and gentlemen

Sala 3 Edith Grove

Dopo aver fatto il pieno di emozioni nelle prime due sale sarete pronti al viaggio nel tempo.  Riavvolgete gli orologi perché in pochi passi arriverete nella prima malconcia casa in cui i Rolling Stones hanno vissuto al’inizio della loro carriera. Meticolosamente ricostruita secondo i racconti della band, Edith Grove, rappresenta l’inizio dei giochi. Troverete taccuini di Keith Richards,  i primi contratti della band, il primo disco inciso con nome Rolling Stones, poster foto e al centro della sala una scintillante batteria di Charlie Watts.

Un’emozione dietro l’altra. Credetemi.

exhibitionism rolling stones

Sala 4 Recording

Vi troverete poi catapultati in uno studio di registrazione in mezzo ad appunti, registratori a bobine e il primo disco (prototipo) di Exile on Main Street. Se come me siete appassionati di tecnologia potrete ascoltare le testimonianze della band e quella di Don Was, attuale produttore dei Rolling Stones, che vi parleranno di come dagli enormi registratori a bobine degli anni sessanta si sia rapidamente passati a tecnologie minuscole e digitali. Interessante la riflessione di Keith Richards sui registratori a 2, 4, 8 e 24 piste. Dedica spazio all’argomento anche all’interno del suo libro Life.  A questo punto penserete che la mostra sia finita invece dovrete salire al secondo piano per continuare il viaggio.

stonesism saatachi gallery

Sala 5 Film & video

Locandine e spezzoni ripercorrono la storia della band da Shine a light di Scorsese sino a Simpathy for the devil di Jean Luc Godard. Artisti che si interessano di altri artisti. Interessante l’intervista a Martin Scorsese.

Sala 6 Art & Design

Sala dedicata alla contaminazione, punto di forza dei Rolling Stones che sin dagli esordi hanno scelto con cura gli artisti a cui affiancarsi per la realizzazione delle copertine dei dischi. Passerete dall’omonimo del 1964 a Let it Bleed sino alla divertentissima gestazione per la copertina di Some Girls, oltreché per il prototipo di Exile on Main Street opera di Robert Frank. Vedrete inoltre l’emozionante nascita del logo, opera di John Pasche, all’epoca studente del Royal College of Art.

Gli Stones sono sempre stati dei creativi che si sono affiancati ad altri artisti come Andy Wharhol che ha disegnato alcune delle più famose copertine per gli Stones come Sticky Fingers e Love you Live.  Arriverete poi alla sezione dedicata all’evoluzione del palcoscenico con tanto di modellini originali proposti alla band da artisti e architetti.

Il più maestoso è, a mio avviso, quello creato per Bridges to Babylon in cui mi sono soffermata a lungo. Non che gli Stones abbiano bisogno di particolari Stage per risaltare, a me andrebbero bene anche nel pub dietro casa! Tuttavia l’intelligenza con cui sono stati studiati i loro palchi è davvero impressionante. Un punto di vista nuovo sulla loro storia che mi ha appassionata parecchio nel corso della mostra e che adesso desidero approfondire.

Sala 7 Style and Costumes

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Io che frugo nella memoria alla ricerca di foto in cui Mick Jagger indossa questi abiti

Io e Marcello non abbiamo scattato foto all’interno dell’esposizione perché troppo presi dall’esperienza, tuttavia lui mi ha scattato questa mentre ammiravo gli abiti di Mick. Questa parte della mostra presenta una serie di abiti storici della band. Tweed, velluto e merletti hanno presto lasciato spazio agli abiti elasticizzati di Mick Jagger e alle famose giacche maculate di Keith Richards usate nel periodo Vodoo Lounge, il risultato è un tripudio di stoffe e colori, di anni che passano e di stile che cambia. Non solo in musica.

Sala 8 Rare e Unseen

Non potevano mancare oggetti rari o mai visti prima come la valigia guardaroba di Keith Richards che sembra quella di un pirata o la piccola batteria giocattolo di Charlie Watts, la sedia da barbiere e alcuni quadri di Ronnie Wood.

Sala 9 Peformance 3-D

Approderete nel back Stage tra chitarre, amplificatori, monitor, cavetti e camerini e poi… non vi svelo il finale in 3D!

Costi e info

La mostra è decisamente più vasta di quanto mi aspettassi, con 9 sale in cui ho trascorso molto tempo, oltre 4 ore e mezza. Il costo del biglietto  di ingresso è di 23 pound (circa 27 euro) e al momento potete visitare Exhibitionism alla Saatachi Gallery di Londra, ma affrettatevi perché chiuderà il 4 settembre per iniziare il suo Tour alla conquista di New York, dove aprirà in Novembre.

Per maggiori dettagli sulla mostra visitate il sito ufficiale.

Ho appena scoperto una radio dedicata agli Stones!

Lunga Attesa dei Marlene Kuntz, altro che ritorno al passato!

Ormai è ufficiale, Lunga Attesa è una delle novità più interessanti del momento, l’ascolto a nastro continuo e mi ci perdo.
Questo disco non è un semplice album, no, è una fotografia. Lo accosto idealmente a Guernica in quel lontano 1937, giusto un attimo prima che le bombe arrivassero.
I colori usati sono già quelli di Picasso ma il momento è nostro, con piccole spaccature solari e intensi momenti immobili.  Lunga attesa è stupendo e implacabile in tutta la sua autenticità.
Narrazione racconta pensieri comuni di persone comuni accomunate dall’assenza di un pensiero critico. Una realtà così non può che portare la noia in chi invalida il mucchio non buttandocisi dentro. Se la cosa non vi è chiara probabilmente è perché non c’è niente di nuovo in tutto questo.
Tutto è già stato assorbito e assimilato.
Modificato il DNA.
Questo pezzo mi ha assalita. L’ho riascoltato parecchie volte facendomi del male ma è così crudo, quanta insensibilità abbiamo accumulato?
Perché tutti continuano a dire che Lunga attesa è in linea con i primi dischi dei Marlene Kuntz? Per me è così contemporaneo che non ritrovo alcuna affinità concettuale con gli anni ’90: questi Marlene parlano di altre cose. Mi rendo conto di dissentire da tutte le recensioni che ho letto ma pare queste si moltiplichino a dismisura ripetendo sempre la stessa filastrocca. Io colgo temi e strutture differenti rispetto ai dischi icona della band. Un nuovo logo. Un’attesa lunga in un percorso ostico.
Una strada lunga, attesa e battuta lentamente si divide in due rami: l’universale incomprensibile e il vuoto cosmico sociale. Un po’ di requie è un amore distruttivo e intenso che si spera non finisca mai. Il sole è la libertà di chi estrae sostegno dall’unicità dei rapporti umani. Potrebbe anche essere una dichiarazione d’amore a un figlio. Potrebbe. E poi arriva Leda, l’unico pezzo che non amo o almeno così dovrebbe essere, se non fosse che al minuto 3,07, all’improvviso arriva una rovinosa caduta agli inferi: la batteria accelera il mio ritmo cardiaco accompagnata da quel basso che è un fucile.
Mi stende.
Ogni volta.
Mi stupisco e la riavvolgo.
Questo è talento.
Poi c’è città dormitorio. Un mostro che avanza lento, così l’ha descritta Godano. Concordiamo. Non so perché ma empaticamente mi ricorda Black Sabbath e War Pigs dei Black Sabbath. Non hanno nulla a che vedere se non quell’oscuro immobilismo che cammina deformato, deformante e senza luce. Ma non finisce qui. No. Perché questo disco è intriso di perle, di innovazioni repentine e disarmanti. Al minuto 4,25 c’è un coro incredibile. Sembra Chernobyl e quelle voci paiono bambini. Fa paura da quanto è struggente. Sulla strada dei ricordi il sentiero non è certo migliore, ascolto rimpianti e punti interrogativi, note che dilatano i pensieri. Un attimo divino spezza la catena, umano e arruffato, finalmente il cuore palpita di speranza. Il tempo di un respiro. Fecondità è un treno da prendere al volo, rapido e meraviglioso, una freccia rossa che chiede silenzio. E i toni non sono certo amichevoli.
Formidabile chiude il cerchio.
Ora servirebbe una chiusura ad effetto o forse no.
10 e infiniti +


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Blue Note Jazz Collection

Blue Note Jazz Collection. Cari amanti del Jazz o curiosi che vogliono approfondirne la conoscenza, questa è per voi: ho scoperto  una bellissima
raccolta in 70 volumi corredati di cd per ripercorrere la storia del jazz moderno dagli
albori ai giorni nostri attraverso le storie protagonisti e la loro sperimentazione che ha permesso alla musica di essere in continuo
divenire. 
La Blue note Jazz collection racconta la storia del Jazz
moderno appoggiandosi al catalogo di una delle etichette più famose del
settore, la Blue Note di Alfred Lion e Francis Wolff.
Se amate il jazz o volete approfondirne la conoscenza con
questa raccolta avrete materiale a sufficienza per diventare veri esperti:
avrete a disposizione 70 volumi e altrettanti cd che hanno contribuito a
rendere prestigiosa l’etichetta Blue Note.
Tra gli artisti presenti in collezione non possono mancare Miles Davis,
John Coltrane, Art Blakey
oltre a Herbie Hancock, Sonny Rollins e tanti altri
per una raccolta completa, unica. Il prestigio della musica è corredato dall’altrettanta
qualità editoriale curata da Riccardo
Bertoncelli
, famoso critico musicale ee scrittore italiano.

La raccolta si può acquistare sia in edicola sia tramite
abbonamento sul sito della De Agostini nel secondo caso
si usufruirà dello sconto del 50% sul primo invio con 2 omaggi: un carica
batterie portatile per cellulare e la tazza blue note.
Ho pensato di condividere questa notizia con voi perché amo la musica e credo che questa sia un’ottima raccolta, insomma la Blue Note è una garanzia! Poetete trovare maggiori info sul sito ufficiale.

Buzzoole

Kula Shaker, Pilgrims Progress

Kula Shaker. C’era una volta la psichedelia degli anni ’60 alimentata da una serie di innovazioni tecnologiche che l’hanno cibata per tutto il decennio. Il mellotron, il sintetizzatore, il wah wah e non solo sono stati fondamentali per forgiare un determinato tipo di musica che spaziando dalla musica folk a quella rock ci ha regalato un prezioso compendio musicale. Tra i dischi più importanti non posso non citare Revolver dei Beatles, Meddle dei Pink Floyd, Sweet Child dei Pentagle e tutte quelle band che son diventate progressive, aggiungendo elementi classici e virtuosismi su virtuosismi tipo Emerson, Lake and Palmer e i Genesis. La psichedelia degli anni ’60 ha di fatto lasciato spazio a qualcos’altro che negli anni ’70 ha poi generato anche l’hard rock e le basi per l’Heavy Metal, genere diffusissimo negli anni ’80.
 
Negli anni ’90 c’è stato un revival di suoni pop quello che in tanti chiamano BritPop, reso celebre Oasis, Supegrass, Blur e i Kula Shaker. Questi ultimi hanno tratto ispirazione dalla parte più psichedelica degli anni ’60 utilizzando il Sitar e le armonie vocali tipiche della musica indiana. Questa miscela alchemica, un vero viaggio, è stata però attualizzata con un sound corposo tipico della musica anni ’90 di qualità.
Pilgrims Progress è un disco del 2010; leggendo recensioni qua e là è stato definito un 6.5, ottimo lavoro di maniera ma poco originale. Io non sono d’accordo altrimenti adesso starei ascoltando i 13 floor Evevators o i Moody Blues. Gli arrangiamenti, nonostante i chiari riferimenti revivalisti sono un vero gioiellino, un’attualizzazione fresca e abbastanza contemporanea. Che poi il 2010 non è così vicino. Parliamo di 5 anni fa ma io tendo a ritenere recenti anche i dischi del 2003. Il discorso si amplia e si distorce ma la cosa chiara è che la band produce materiale originale e sempre interessante.  Sento spesso giudizi che danno poco valore al talento e poi cos’è l’originalità? Se penso a quante canzoni diverse tra loro son state fatte con il giro di Sol quasi stento a crederci. Potremmo fare centinaia, migliaia di ore di pezzi meravigliosi tutti  creati ed eseguiti con questi accordi. L’originalità sta nel talento, nella capacità di trasformare le intuizioni e le suggestioni in qualcosa di nuovo e quindi originale. A breve uscirà Eclipse, ultimo disco dei Kula Shaker. Arriveranno anche in Italia per due date.

Pietro Domenico Paradisi, l’intervallo Rai e tutto il resto

pietro domenico paradisi

Quand’ero piccina avevo una cassetta di musica classica per chitarra con brani di Bach, Chopin e qualcun’altro che ascoltavo sempre. Questo genere mi ha sempre fatto sognare perchè è passionale e lo è allo stato puro, la comunicazione è affidata alle orchestre, a un’insieme di strumenti che interpretano emozioni altrui stese con le regole matematiche del pentagramma. Come se la matematica fosse una materia letteraria e la musica una scienza, che poesia e che verità! Comunque, pur non capendo come è regolamentata la classica con quei nomi strani che sembrano codici di un catalogo tipo “Bach BWV 147” (quanto sono ignorante!!!), io la classica la ascolto da sempre. Il mio prof di storia del ginnasio, Prof. Rosas, chitarrista in un quartetto barocco, mi registrò le prime cassette di Scarlatti e poi, non so perchè, i vinili di musica classica costano sempre pochissimo. 

intervallo rai p d paradisiChi è Pietro Domenico Paradisi?
Che belli gli intervalli Rai, con le cartoline di tutti i comuni italiani. Ve la ricordate la musica? Io la uso come sveglia e grazie a internet qualche anno fa mi sono appassionata al suo autore, Pietro Domenico per l’appunto.
Pietro Domenico Paradisi
Pietro Domenico Paradisi è un clavicembalista, compositore teatrale  e maestro di canto nato probabilmente a Napoli nel 1701 e morto a Venezia nel 1791.
Da vero giramondo Pietro Domenico visse negli anni ’30 a Lucca e Venezia per trasferirsi nel 1746 a Londra, città in cui visse a lungo lavorando come insegnante di canto. Seppur considerato un autore minore, all’epoca il Paradisi godeva di una discreta fama; compose le opere teatrali Alessandro in Persia per Lucca (1738), Decreto del Fato (1739), Fetonte (Londra 1747), la cantata Le Muse in gara (Venezia 1738) ed un Concerto per organo o cembalo di data incerta. Tra le sue opere più importanti vi sono le 12 sonate per Clavicembalo che gli valsero  un privilegio reale del 28 novembre 1754, cosa piuttosto rara in Inghilterra, che in un certo senso ne tutelava il diritto d’autore. Le 12 sonate si dividono in 2 stili, uno più arcaico, vicino al contrappunto di Durante e l’altro più moderno affine ai contemporanei cembalisti veneziani come Galuppi, Alberti e al gigante Domenico Scarlatti. Le sue sonate, assieme a quelle di Bach e Rutini sono menzionate come maggiore influenza del giovane Mozart.
Adorabile, elegante e così contemporaneo nella sua epoca, Pietro Domenico Paradisi è uno degli ascolti classici che prediligo negli ultimi anni.