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Quello che non c’è negli Afterhours

Stamattina, in convalescenza post influenzale, ho lavorato da casa. Mi è venuta in mente Quello che non c’è, la canzone degli Afterhours e ho pensato di mettere su il loro disco. 
L’album è stato colonna sonora del mio secondo anno di Università e ricordo bene un sabato del giugno 2003 quando, affacciata alla finestra della casa dello studente, ascoltavo proprio questo pezzo. Ero sola, tutti erano tornati a casa ma io no, dovevo prepararmi per un esame e preferii non perder tempo. Quella sera, completamente immersa in questo brano, mentre osservavo il traffico dall’alto del mio undicesimo piano, all’improvviso il cielo si riempì di lanterne cinesi. 
Mi commossi sino alle lacrime. 
Ricordo ancora quella leggera brezza serale, tipica delle giornate estive, i colori tersi e le cose, ognuna perfettamente collocata al suo posto. Stavo bene in quegli strascichi post adolescenziali e in quello che non c’è.
Salutai il giorno alla finestra.
Lo ricorderò per sempre anche se non è per sempre.
Il disco è uscito nel 2002 dopo la diserzione di Xabier Iriondo alla quale seguì l’arruolamento di Giorgio Ciccarelli. Come cambiano le cose.
Quello che non c’è è fortemente ispirato a un viaggio in India fatto da Manuel in compagnia dell’amico Emidio Clementi dei Massimo Volume. Le chitarre, con la ripetizione dei riff quasi ipnotica, sono meravigliose e pezzi come Bye bye bombay ne sono un chiaro esempio. Una forte introspezione rende l’esperienza un viaggio.
La sezione ritmica, con Viti al Basso, va dritta come un treno. Giorgio Prette, uno dei batteristi che ammiro di più, come al solito non ha sbagliato un colpo. Superlativo in Bunjee Jumping.
Il disco sembra creato con un’inedita formula magica che ha vestito la band di abiti nuovi.
Il racconto si presenta come un monologo allo specchio dove l’urgenza sfuma in meditazione.
Il violino di Dario Ciffo completa e intensifica questa esperienza.
Le parole, pericolose come lame, dolci come zucchero raggiungono l’apice in ogni pezzo ma è in Ritorno a casa che esplodono.
Nel ricordo nitido di un sogno.
.
La verità è che quello che c’è negli Afterhours non c’è da nessun’altra parte.

The day the music died

viola beachStamattina appena sveglia ho letto la  tragica notizia relativa alla scomparsa dei Viola Beach, una band emergente che assieme al manager è stata vittima di un brutto incidente automobilistico che non ha lasciato nessun superstite. Dopo aver urtato il guardrail, la  vettura dei 5 ragazzi ha fatto un volo di 20 metri per finire la sua corsa in un fiume. Non conoscevo la loro musica ma erano poco più che ventenni e la notizia mi ha lasciato un senso di nausea, il cuore stritolato e quel senso di impotenza che si prova solo in queste dannate circostanze. Ora è da un po’ che non scrivevo ma oggi voglio ricordare con loro anche alcuni altri artisti scomparsi…
the day the music died
Nel corso del tempo ci sono state numerose tragedie di questo tipo, me ne vengono in mente almeno altre due, la prima risale al 3 febbraio 1959: un terribile disastro aereo avvenuto nell’Iowa in cui persero la vita alcuni dei nomi più importanti del panorama Rock’n’Roll dell’epoca: Buddy Holly, The Big Bopper e Ritchie Valens. La scena del disastro sembra quella di un film, era una notte buia e tempestosa quando il giovane e inesperto pilota volle comunque decollare nonostante il tempo instabile. I tre artisti impegnati in una tournée nel Midwest avevano appena terminato un’esibizione e la sera dopo sarebbero dovuti esibire nel Nord Dakota. La bufera di neve che investì il velivolo lo fece schiantare poco più in là, in un campo di granturco. Pensate che Ritchie Valens non aveva mai volato in un aereo da turismo e sorteggiò il suo posto con Tommy Allsup tramite il lancio di una
monetina. Il tragico incidente fu ricordato in una canzone del 1970 del cantautore Don McLean, intitolata American Pie ritornata in auge negli anni ’90 con la cover di Madonna.

 

Lynyrd Skynyrd
La seconda tragedia che mi viene in mente è quella che colpì la rockband in ascesa Lynyrd Skynyrd il 20 ottobre 1977. Tre giorni dopo l’uscita di Street Survivors la band prese un volo per dirigersi a Baton Rouge, in Louisiana ma a causa di problemi tecnici l’aereo si chiantò in una palude nel Mississippi.
Morirono sul colpo il chitarrista e cantante Steve Gaines,
la corista, sua sorella Cassie, il tour manager Dean Kilpatrick, e i due piloti Walter McCreary e
William Gray. Il cantante Ronnie Van Zant morì poco dopo. Gli altri membri della band restarono feriti rischiando la paralisi amputazioni e numerose lesioni interne ma per miracolo si salvarono.

A long, long time ago
I can still remember how that music used to make me smile
And I knew if I had my chance
That I could make those people dance
And maybe they’d be happy for a while

But February made me shiver
With every paper I’d deliver
Bad news on the doorstep
I couldn’t take one more step

I can’t remember if I cried
When I read about his widowed bride
But something touched me deep inside
The day the music died

So bye, bye, Miss American Pie
Drove my Chevy to the levee but the levee was dry
And them good ole boys were drinking whiskey ‘n rye
Singin’ this’ll be the day that I die
This’ll be the day that I die

Did you write the book of love
And do you have faith in God above
If the Bible tells you so?
Now do you believe in rock and roll?
Can music save your mortal soul?
And can you teach me how to dance real slow?

Well, I know that you’re in love with him
‘Cause I saw you dancin’ in the gym
You both kicked off your shoes
Man, I dig those rhythm and blues

I was a lonely teenage broncin’ buck
With a pink carnation and a pickup truck
But I knew I was out of luck
The day the music died

I started singing bye, bye, Miss American Pie
Drove my Chevy to the levee but the levee was dry
Them good ole boys were drinking whiskey ‘n rye
Singin’ this’ll be the day that I die
This’ll be the day that I die

Now for ten years we’ve been on our own
And moss grows fat on a rollin’ stone
But that’s not how it used to be
When the jester sang for the king and queen
In a coat he borrowed from James Dean
And a voice that came from you and me

Oh, and while the king was looking down
The jester stole his thorny crown
The courtroom was adjourned
No verdict was returned

And while Lenin read a book on Marx
The quartet practiced in the park
And we sang dirges in the dark
The day the music died

We were singing bye, bye, Miss American Pie
Drove my Chevy to the levee but the levee was dry
Them good ole boys were drinking whiskey ‘n rye
Singin’ this’ll be the day that I die
This’ll be the day that I die

Helter skelter in a summer swelter
The birds flew off with a fallout shelter
Eight miles high and falling fast
It landed foul on the grass
The players tried for a forward pass
With the jester on the sidelines in a cast

Now the halftime air was sweet perfume
While the sergeants played a marching tune
We all got up to dance
Oh, but we never got the chance

‘Cause the players tried to take the field
The marching band refused to yield
Do you recall what was revealed
The day the music died?

We started singing bye, bye, Miss American Pie
Drove my Chevy to the levee but the levee was dry
Them good ole boys were drinking whiskey ‘n rye
And singin’ this’ll be the day that I die
This’ll be the day that I die

Oh, and there we were all in one place
A generation lost in space
With no time left to start again
So come on, Jack be nimble, Jack be quick
Jack Flash sat on a candlestick
‘Cause fire is the devil’s only friend

Oh, and as I watched him on the stage
My hands were clenched in fists of rage
No angel born in Hell
Could break that Satan’s spell

And as the flames climbed high into the night
To light the sacrificial rite
I saw Satan laughing with delight
The day the music died

He was singing bye, bye, Miss American Pie
Drove my Chevy to the levee but the levee was dry
Them good ole boys were drinking whiskey ‘n rye
And singin’ this’ll be the day that I die
This’ll be the day that I die

I met a girl who sang the blues
And I asked her for some happy news
But she just smiled and turned away
I went down to the sacred store
Where I’d heard the music years before
But the man there said the music wouldn’t play

And in the streets, the children screamed
The lovers cried and the poets dreamed
But not a word was spoken
The church bells all were broken

And the three men I admire most
The Father, Son and the Holy Ghost
They caught the last train for the coast
The day the music died

And they were singing bye, bye, Miss American Pie
Drove my Chevy to the levee but the levee was dry
And them good ole boys were drinking whiskey ‘n rye
Singin’ this’ll be the day that I die
This’ll be the day that I die

The golden Age. Riflessione sulla tv musicale che non esiste più

Quel sabato sono rimasta a casa. Era il 2000 o 2001. Videomusic passava il testimone a MtV e Red Ronnie con le braccia a mezz’aria diceva: ragazzi è finita, è finita davvero e poi partí l’Unplugged dei Nirvana che segnava l’ingresso di MTV in Italia. Ero cosí triste perché videomusic aveva avuto molti programmi di qualità come Rock Revolution con Mixo, Zona Mito della biondina carina con la frangia, Segnali si fumo con Cingoli e la piccola Maugeri dai capelli blu. Oggi peró è tutto liquido, a portata di click e la tv non tv è in rete da tempo. Poi ci sono Netflix e ste robe affini da 3.99 al mese, la tv sta perdendo davvero il suo senso, non vi eravate ancora accorti? Per essere nostalgica posso guardare le mie vhs con i programmi di videomusic anni ’90 registrati, non certo un ex tubo catodico, oggi a led, che trasmette non cultura musicale. Questo è il mio parere, di certo i più piccoli la penseranno diversamente.

 
Così ho commentato un post dal titolo “Non dite addio a MTV, sono i canali che cambiano”. La cosa che inizialmente mi ha lasciato perplessa in questo articolo sono stati i commenti poi mi è venuto in mente il film di Woody Allen, Midnight in Paris e mi sono chiesta: qual è l’età d’oro della musica?

Io e tanti altri concorderemo sul fatto che negli anni ’60 e ’70 c’è stato un fermento pazzesco ma come potrei lasciarmi alle spalle i dorati anni ’50 o gli anni ’20, culla dei più grandi bluesman e che dire del mio adorato Bach? Poi ho ripensato a quando ragazzina videoregistravo i miei programmi preferiti su videomusic. Ah Videomusic!

Ridendo e scherzando questo è stato il primo canale televisivo musicale d’Europa e io ero una vera appassionata, tra i miei programmi preferiti c’erano Segnali di Fumo con Paola Maugeri e Claudio Cingoli, Rock Revolution di Mixo, Zona Mito e poi gli immancabili video in rotazione: pin-up e della settimana. I tempi erano favorevoli il Rock nella prima metà degli anni ’90 proponeva nomi incredibili, dai Guns N’Roses ai Nirvana, Pearl Jam e Red Hot Chili Peppers.

Oggi è tutto diverso, le tv sono ultra piatte e fungono da schermi per i nostri pc. In effetti la televisione come mia madre l’ha conosciuta, quella del Carosello o la mia, fatta di Super Car e Videomusic è andata da tempo.  Dell’idea tradizionale sopravvivono alcuni programmi e canali ma il futuro non è certo nel tubo catodico. Non c’è malinconia nelle mie parole, il passato è certamente interessante e soprattutto non va dimenticato ma infinite canzoni devono ancora essere scritte, come dice il mio “guru musicale” Keith Richards: non stiamo invecchiando, ci stiamo solo evolvendo.

Revolution, quando i Beatles fecero infuriare Nina Simone

Revolution. C’era una volta un mondo culturalmente impegnato in cui gli artisti non se la mandavano a dire e si sparavano addosso note e cotronote in una vera battaglia sonora. In Italia un caso eclatante, dai contorni decisamente scanzonati, è quello dei due amici Celentano/Gaber che si son fatti la “guerra” con due pezzi quali il ragazzo della Via Gluck e la risposta al ragazzo della via Gluck. 
Bene. 
Nina Simone Revolution
Tutti conosciamo i Beatles, uno dei loro album più impegnati e impegnativi è senz’altro l’album bianco uscito nel novembre 1968 e comunemente chiamato “il doppio”. Tra tutti i brani del White album uno dei più famosi e discussi è senz’altro il pezzo Revolution di John Lennon (anche se per questioni discografiche è considerato un Lennon McCartney).
La canzone è ispirata al fermento rivoluzionario di quegli anni, in particolare le lotte studentesche europee. Il brano esplica il cambio di interesse di Lennon che lo porterà, lontano dai fab four, a scrivere moltissime canzoni dal contenuto socio politico. John, pacifista convinto, si è fatto portavoce del movimento non violento e in un certo senso “reazionario” in un momento storico molto delicato in cui la violenza sembrava essere l’unica chiave di svolta. Il brano ha avuto grande impatto, l’obiettivo dell’autore è rassicurante “vedrai che si aggiusterà tutto” il che ha fatto insorgere alcune polemiche, soprattutto fra gli artisti rivoluzionari impegnati sul fronte delle battaglie razziali.

You say you want a revolution
Well, you know We all want to change the world
You tell me that it’s evolution
Well, you know We all want to change the world
But when you talk about destruction
Don’t you know that you can count me out
Don’t you know it’s gonna be all right?
All right, all right
You say you got a real solution
Well, you know
We’d all love to see the plan
You ask me for a contribution
Well, you know
We’re all doing what we can
But if you want money
For people with minds that hate
All I can tell is brother you have to wait
Don’t you know it’s gonna be all right?
All right, all right
You say you’ll change the constitution
Well, you know
We all want to change your head
You tell me it’s the institution
Well, you know
You better free you mind instead
But if you go carrying pictures of chairman Mao
You ain’t going to make it with anyone anyhow
Don’t you know it’s gonna be all right?
All right, all right!

 
“Volevo dire la mia sul movimento rivoluzionario, era il momento giusto e i tempi erano maturi anche per dare risposte sulla guerra in Vietnam. Volevo che le persone sapessero che anche io pensavo in termini rivoluzionari, iniziai a rifletterci su quando ero in India. Continuo ad avere la sensazione che tutto andrà bene e che Dio ci salverà, per questo ho scritto Revolution, sono convinto che le cose si metteranno a posto. Volevo parlarne, prendere parte alla rivoluzione, volevo dire a te e a tutti gli ascoltatori “tu cosa ne pensi? Io penso questo!”
John Lennon, Rolling Stone 1970
John Lennon revolution
Il pezzo non passò certo inosservato e fece andare su tutte le furie un’artista rivoluzionaria, per nulla pacifista, Nina Simone che prese la base del pezzo, riadattandola e ribaltandola e ci scrisse sopra la sua risposta, la sua Revolution.


And now we got a Revolution
Cause i see the face of things to come
Yeah, your Constitution
Well, my friend, its gonna have to bend
Im here to tell you about destruction
Of all the evil that will have to end.

Some folks are gonna get the notion
I know theyll say im preachin hate
but if i have to swim the ocean
well i would just to communicate
its not as simple as talkin jive
the daily struggle just to stay alive

Singin about a Revolution
because were talkin about a change
its more than just evolution
well you know you got to clean your brain
the only way that we can stand in fact
is when you get your foot off our back

Nina Simone, pianista classica è diventata un’artista Jazz e Blues per caso mentre cercava di sbarcare il lunario. Il suo impegno civile la ha portata a misurarsi con i più grandi intellettuali dell’epoca. La morte di Martin Luther King e la censura dei media nei suoi confronti la hanno devastata a tal punto che a un certo punto ha lasciato gli Stati Uniti per trasferirsi in Liberia smettendo di cantare. Il pezzo Revolution non ha avuto il successo che Nina si aspettava ed è stato boicottato dalle radio che rimandavano il 45 giri al mittente rotto in mille pezzi.
Mi son sempre piaciuti i Beatles come band, anche oggi ma, Cristo, è stato spiacevole essere una giovane rivoluzionaria negli anni ’60 e sentirli uscir con un pezzo contro il movimento rivoluzionario. Chiaramente il pezzo dei Beatles è stato scritto dal punto di vista dell’ establishment. Frasi come “minds that hate” e “Chairman Mao” non avevano alcun senso per le persone che stavano cercando di sopravvivere lottando per la libertà nel terzo mondo, senza menzionare le lotte razziali degli Stati Uniti. 
Nina Simone
Credo che sia stata interessante la risposta di Nina Simone. La sua Revolution aveva una musica molto bella e simile, ma non troppo, alla nostra. Mi sono emozionato perché qualcuno del suo calibro ha reagito immediatamente alle mie parole.
John Lennon, 1971
 
Esempi come questo sono la dimostrazione di quanto l’arte sia importante e fondamentale in tutta la storia dell’Uomo. Siamo animali artistici e la musica è un qualcosa di così ancestrale e allo stesso modo contemporanea. Abbiamo bisogno di Artisti, di menti brillanti e soprattutto non dobbiamo dimenticare il passato.

Dischi e traguardi del 2015

Tutti parlano dei migliori dischi del 2015 e io non voglio essere da meno, ma quest’anno è stato importante da molti altri punti di vista.
Se penso a quest’anno il primo disco che mi viene in mente è Classe A di Dan Solo, celebre super ex-bassista dei Marlene Kuntz. Dopo aver sentito l’album ho contattato Dan per un’intervista se volete rileggerla eccola!
L’ep di River of Gennargentu, Taloro è stata un’altra preziosa conquista del 2015, la voce calda di Lorenzo porta in una dimensione magica.
Andando avanti nei mesi un altro disco che ho ascoltato parecchio è Mississippi to Sahara dell’artista Faris Amine che oggi posso definire un amico. L’album è un viaggio unico nel suo genere che, partendo dalla reinterpretazione di pezzi tradizionali del Delta, sfocia in qualcos’altro. Se non conoscete il disco vi consiglio di concedergli un ascolto, sono certa vi entusiasmerà! Dopo l’intervista ho avuto il piacere di ospitare a casa mia Faris che ha allietato un piccolo gruppo di amici con chitarra e voce sino all’alba, che abbiamo osservato dalla montagna che incornicia il mio paesello del medio campidano.
Il terzo disco del 2015 non è un’uscita recente ma risale al 1974 ed è Ron Wood, I’ve got my own album to do. Non conoscevo questo album solista di Ronnie Wood ma da quando l’ho scoperto mi accompagna soprattutto quando scrivo. Non sapendo nulla ho voluto ascoltarlo cercando di coglierne le sfumature e con mia grande soddisfazione quando sono andata a verificare gran parte delle mie intuizioni erano vere. I’ve got… è stato scritto in collaborazione con George Harrison e Mick Jagger che all’epoca avevano letteralmente occupato casa di Ronnie, è un ascolto caldo, spensierato, ricco di vibrazioni buone. Ve lo consiglio!
In questi giorni sto ascoltando anche Crosseyedheart di Keith Richards ma devo lavorarci ancora su per poter scrivere qualcosa!
Sempre parlando di musica quest’anno è stato per me davvero speciale, ho intervistato davvero molti artisti:
Diego Mancino grande artista che ho scoperto quando si è iscritto alla mia pagina twitter
Edda che dopo l’intervista e il concerto mia ha salutato con un grande abbraccio
Pussy Stomp orgoglio del mio paesello, amici che stimo e artisti dal taglio interessante
Cristiano Godano con il quale ho parlato delle turbe speciali degli artisti
Giorgio Ciccarelli che dopo gli Afterhours s’è lanciato in nuove sfide. Devo ancora ascoltare il suo nuovo album solista, le cose cambiano, intanto leggete la recensione di Borchie+Briciole!
Dan Solo è uscito con un disco vario e intenso che merita d’essere ascoltato e assimilato per bene.
Faris Amine parte 1 e parte 2 che mi ha raccontato del deserto e della musica che ama
I 15 artisti presenti all’Abarra Festival, dei quali ancora non mi sono arrivati i video e non posso mostrarli!
Xavi Lozano Palay l’artista spagnolo che crea strumenti musicali da materiali di riciclo
Patrizio Fariselli tastierista degli Area, uno dei miei gruppi preferiti che in realtà si occupa di tantissime cose. La nostra chiacchierata è scivolata via piacevolmente, dandoci del tu e scambiandoci opinioni. Intervistare Fariselli è per me è stato un traguardo importante, gli Area li amo davvero. Fariselli ha parlato di molte cose, della musica per l’infanzia, delle colonne sonore e della società.
Eugenio Finardi è un altro faro importante. Un Maestro di musica e vita. Lo rincorrevo da un anno e dopo una mancata intervista al Sardegna Chiama causa telefono (mio) morto, Finardi è venuto a Villacidro, casa mia.
Teresa de Sio con la quale ho parlato di Arte, quella importante che “surfa i secoli”
Quat’anno è stato musicalmente importantissimo. Ho potuto discorrere con Artisti diversi eppure Unici, con uomini e donne che vivono d’Arte e che da sempre sono colonna sonora della mia vita.
Chiudo il 2015 felice con una nuova sfida-sogno: i Rolling Stones!
Auguro a tutti di trascorrere un 2016 in musica, quella giusta.
Claudio Rocchi diceva
“Il viaggio più lungo comincia col muovere un passo
coltivala dentro la voglia di dare,
questo è il passo da fare!
AUGURI!
 

Quando ho deciso di inseguire un sogno: #martinameetstones

Dopo 2 settimane finalmente torno a scrivere, questo è un periodo particolarmente pieno di impegni, durante la mia assenza però è successo qualcosa…
 
Ho fatto un sogno…
Circa 3 settimane fa ho fatto un sogno che vi racconto brevemente, grazie a un hashtag #martinameetstones ho incontrato, in uno spazio e luogo indefiniti, i Rolling Stones! Sapete come sono i sogni, surreali eppure realtà.
La mattina ho raccontato la cosa ai miei colleghi e in famiglia mentre continuava a ronzarmi per la testa l’hashtag #martinameetstones; nel giro di poche ore ho deciso di aprire un canale instagram e inviare un videomessaggio ai Rolling Stones in persona. Detto, fatto.
Nello stesso momento ho pensato di chiedere al web di darmi una mano, l’idea è che più persone usano l’hashtag #martinameetstones più le possibilità che gli Stones vedano il mio videomessaggio aumentano.
Ora, la vita è strana, avrei potuto aprire un canale per chiedere un’auto nuova, che la mia cade a pezzi ma questo sogno di incontrare gli Stones mi è sembrato così semplice, leggero e al contempo profondo che ho deciso di inseguirlo.
Alcune persone mi hanno chiesto quale sia il mio scopo
La risposta è semplice mi piacerebbe stringere la mano a queste leggende viventi, i Rolling Stones, e farci due chiacchiere. Mi occupo di musica e parlare con loro sarebbe una cosa meravigliosa, vorrei davvero incontrarli ma se ciò non dovesse accadere almeno ci avrò provato.
Il discorso dell’inseguire i sogni può essere applicato a qualsiasi cosa, penso al ciclista Fabio Aru, mio compaesano che con tanti sacrifici ha deciso di investire la sua vita in un sogno molto importante rendendolo un lavoro.
martinameetstonesEsistono sogni importantissimi, veri progetti di vita come il suo e altri più leggeri e spensierati, one shot, come il mio. Due cose diverse, certo, che in ogni caso non si realizzano da sole.
In questi giorni mi hanno scritto da tutto il mondo, Filippine, Cile, Canada, Inghilterra, Massachussett, Brasile, Ohio, Italia, Irlanda, Svizzera, New York, un ragazzo che mi segue su facebook vive nello stesso paese di Ronnie Wood, altri mi hanno raccontato di come li hanno conosciuti o della loro passione.
Ci si lamenta sempre, dei soldi, del luogo in cui si vive, delle tasse, dei vicini di casa o delle campane che suonano a festa la domenica mattina, concentrate le vostre energie sulle cose positive che vi circondano e se non ne avete createle, concedetevi un po’ di leggerezza mentre faticate per le cose importanti, date una chance ai vostri sogni.
Se volete aiutarmi a inseguire il mio sogno scattatevi una foto o un video usando  gli hashtag #martinameetstones e #therollingstones
Ps: mi trovate su instagram, facebook e Google+

Robert Fripp, i King Crimson e la Frippertronics

I King Krimson sono comparsi nella mia vita durante la prima settimana di scuola della quarta ginnasio quando, parlando della mia stupenda cassettina Aqualung dei Jethro Tull, scoprii che la mia compagna di classe aveva una collezione di vinili Prog. Mi disse “tra tutti i gruppi il preferito di mio padre sono i King Crismson” e io con entusiasmo infantile tirai fuori una cassettina dalla borsa e le chiesi di registrarmelo. L’album era in The Court of … Ma chi è Robert Fripp, acclamato da tanti come il Beethoven del ‘900?
 
Nato nel 1946  nel Dorset, Robert ha iniziato a suonare praticamente in fasce e da subito si è contraddistinto per due cose, il gusto e l’attitudine.  In pratica in un mondo in cui in tanti arrivano a 30 anni senza conoscere il loro obiettivo, Robert ci ha lavorato su dall’ età di 10 anni, investendo tutte le sue energie nel suo progetto musicale. Robert desiderava ardentemente riscrivere la storia del rock su basi prettamente razionali, nel 1969 dichiarò:

Il rock può far capo alla testa oltre che ai piedi.

Questa semplice affermazione l’ha marchiato a fuoco “relegandolo”, come se la cosa fosse un’eresia, nella schiera degli artisti intellettuali. Rock e intelletto, le due cose dovevano suonare proprio male! Il Maestro Fripp ha letteralmente inventato alcuni metodi per chitarra basando il suo approccio allo strumento sulla sperimentazione: le sue architetture sonore sono costruite sempre in chiave personalissima portandolo a spaziare nelle scale poco battute dai suoi colleghi della sei corde. Volendo generalizzare, parlando per luoghi comuni, Fripp si è approcciato alla musica rock con fare jazzistico, spazzando via il fare classico; ha creato anche la Frippertronics, un’accordatura, un metodo tutto suo. Famoso per la sua ironia inglese e per le citazioni, Robert Fripp è universalmente riconosciuto come un Genio, il Beethoven dei nostri giorni, al quale moltissimi musicisti ancora si ispirano.

Ho cominciato a suonare la chitarra a undici anni, nel 1957, pochi giorni prima di Natale. Non avevo né orecchio musicale né senso del ritmo. Non sarebbe stato possibile immaginare qualcuno musicalmente meno dotato di me. Quando sei così a secco di doti naturali, devi per forza cominciare a riflettere e a farti delle domande sulla natura del suono. Che cos’è che non ti permette di avvertire la differenza tra una nota e l’altra? Quali sono le parti dell’organismo che reagiscono alle diversi componenti della musica? Dove sono le barriere e i blocchi? Che cosa puoi fare per eliminarli?

In molte interviste vien fuori il lato analitico dell’artista, l’anti Hendrix per eccellenza. Se l’uno è stato uno studente diligente, celebrale, l’altro ha fatto dell’improvvisazione e dell’istinto il suo punto di forza.

È strano, irrazionale ma dopo due o tre mesi soltanto che mi avevano regalato per Natale la prima chitarra io già sapevo che sarei diventato un chitarrista di professione. A diciasette anni ho detto a mia madre che desideravo diventare un musicista professionista. Lei è scoppiata a piangere. e ho dovuto rimandare di qualche anno.

Fu nel 1967, leggendo un annuncio su un giornale, che conobbe i fratelli Giles, il batterista Micheal e il bassista Pete con i quali fondò i “Giles, Giles and Fripp“. Il trio  si trasferì a Londra in cerca di fortuna raccattando qualche serata in alcuni night club. Nel 1968 i Giles, Giles and Fripp registrarono The Cheerful Insanity Of Giles, Giles and Fripp, un disco di maniera un po’ surreale che si  rivelò un fiasco. Si aggiunsero Ian McDonald e il visionario Pete Sinfield, con il suo rudimentale light-show, una manciata di canzoni e un nuovo nome, King Crimson. Pete Giles abbandonò lasciando spazio a Greg Lake. La band si fece subito notare nella Londra psichedelica di quegli anni. Entusiasta del suo progetto musicale Robert scrisse comunicati stampa come questo:

Scopo fondamentale dei King Crimson è organizzare l’anarchia, utilizzare il potere latente del caos e permettere a svariate influenze d’interagire e trovare il proprio equilibrio. Di qui la musica si evolve naturalmente, piuttosto che svilupparsi per linee predeterminate. Il repertorio, ampiamente variabile, ha come tema comune il rappresentare gli umori mutevoli delle stesse cinque persone.

La tecnica sviluppata negli anni settanta, la frippertronics, si evolve negli Soundscapes degli anni ’90. Tra il 1984 e il 1991 Robert Fripp fondò e fu attivo come docente nella scuola la Guitar Grafty per insegnare tecnica musicale, facendo numerosi seminari in giro per il mondo. Nel corso degli anni ha suonato con moltissimi musicisti del calibro di David Bowie e David Sylvian.

Io non tremo. Eagles of death metal e la strage di Parigi

Questa è la prima volta che scrivo il titolo del post prima di mettermi a scrivere. 
L’arte e in generale la musica sono degli importanti catalizzatori della verità, della storia, quella vera e la descrivono offrendo spunti di riflessione autentici. In questi giorni l’attentato a Parigi durante il concerto degli Eagles of Death Metal ha scosso e diviso le persone tra quelle che si sentono vicine a Parigi e altre che guardano più in là e si sentono coinvolti anche da tragedie che distano più km dalla loro casa, cosa giustissima e lecita.
 
Vi racconto una storia…
Qualche tempo fa parlavo con due amici che amano moltissimo Parigi e ho pensato di regalare un weekend in questa città a me e al mio compagno, così ho vagliato i concerti in città sino a dicembre e mi son soffermata su quello degli Eagles of Death Metal, che a dirla tutta non sono uno dei gruppi che ascolto di più ma sarebbero stati perfetti per una tre giorni fuori casa. Alla fine non s’è fatto nulla perché quando arriva il momento di prendere il biglietto aereo per Parigi, puntualmente, non acquisto o ne compro uno per l’Inghilterra, luogo in cui ho vissuto e che sento molto mio. Non c’è una ragione specifica per cui io non sia mai stata a Parigi, fatto sta che in quel concerto potevo esserci anche io. La cosa che sconvolge tante persone è proprio questa, alcuni amici che ascoltano gli EODM potevano essere lì quella sera, lo scenario era assolutamente calzante per il tipo di viaggi che io e gran parte delle mie conoscenze facciamo. Il concerto rock, unico sfizio per chi come me sbarca a stento il lunario, è uno di quegli svaghi ancora concessi, ogni tanto, insomma in quel teatro potevo esserci io o mio fratello. Era uno scenario vicino al mio stile di vita.
La morte è brutta ovunque accada, ma purtroppo le ragioni politiche sporcano il lutto e fanno sembrare quasi nulle le centinaia di morti avvenute dal’altra parte del mondo. Poi discutere dei morti come fossero pedine del Risiko fa davvero pena. Non to facendo questo. Io ho massimo rispetto per tutte le vittime della guerra, ovunque nel mondo.
Ho scelto per voi 5 pezzi i cui titoli compongono un concetto compiuto:
“Imagine,
Wake up.
Power to the people.
Talking about revolution
People have the power!”
 
Il primo pezzo, Imagine, lo conosciamo tutti, è un brano di John Lennon, estratto dall’omonimo album del 1971, racconta di come il mondo dovrebbe essere.

Imagine there’s no countries
It isn’t hard to do
Nothing to kill or die for
And no religion too
Imagine all the people
Living life in peace

Il secondo, Wake Up è un potentissimo pezzo dei Rage Against The Machine in cui si parla di quelli che girano e rigirano, di quelli che giustificano. il brano è contenuto nell’omonimo disco del 1992.

Movements come and movements go
Leaders speak, movements cease
When their heads are flown
‘Cause all these punks
Got bullets in their heads
Departments of police, the judges, the feds
Networks at work, keepin’ people calm
You know they went after King
When he spoke out on Vietnam
He turned the power to the have-nots
And then came the shot

 
Power to the People è un altro brano di Lennon sempre del 1971 ed è un’affermazione importante, seguita a importanti conquiste popolari contro la discriminazione razziale.

A million workers working for nothing
You better give ‘em what they really own
We got to put you down
When we come into town
Singing power to the people
Power to the people
Power to the people
Power to the people, right on

 
Talking about a Revolution è un pezzo del 1988 scritto dall’allora ventiquatrenne Tracy Chapman. Questo è un brano molto molto potente e la parola Revolution è quasi sussurrata. L’album tutto è uno dei migliori pezzi di cantautorato. Tracy descrive l’illusione del sogno americano e la realtà.

Don’t you know
They’re talkin’ bout a revolution
It sounds like a whisper
Don’t you know
They’re talkin’ about a revolution
It sounds like a whisper

While they’re standing in the welfare lines
Crying at the doorsteps of those armies of salvation
Wasting time in the unemployment lines
Sitting around waiting for a promotion

Poor people gonna rise up
And get their share
Poor people gonna rise up
And take what’s theirs

Don’t you know
You better run, run, run…
Oh I said you better Run, run, run…
Finally the tables are starting to turn
Talkin’ bout a revolution

 
People have the power è un altro pezzo del 1988 estratto dall’album Dream of Life ed è scritto da uno dei miei artisti preferiti, Patti Smith.

I was dreaming in my dreaming
of an aspect bright and fair
and my sleeping it was broken
but my dream it lingered near
in the form of shining valleys
where the pure air recognized
and my senses newly opened
I awakened to the cry
that the people have the power
to redeem the work of fools
upon the meek the graces shower
it’s decreed the people rule

The people have the power
The people have the power
The people have the power
The people have the power

Vengeful aspects became suspect
and bending low as if to hear
and the armies ceased advancing
because the people had their ear
and the shepherds and the soldiers
lay beneath the stars
exchanging visions
and laying arms
to waste in the dust
in the form of shining valleys
where the pure air recognized
and my senses newly opened
I awakened to the cry

Where there were deserts
I saw fountains
like cream the waters rise
and we strolled there together
with none to laugh or criticize
and the leopard
and the lamb
lay together truly bound
I was hoping in my hoping
to recall what I had found
I was dreaming in my dreaming
god knows a purer view
as I surrender to my sleeping
I commit my dream to you

The power to dream, to rule
to wrestle the world from fools
it’s decreed the people rule
it’s decreed the people rule

LISTEN
I believe everything we dream
can come to pass through our union
we can turn the world around
we can turn the earth’s revolution
we have the power
People have the power …

 
La verità è che non bisogna aver paura.

Quando e dove è nata la chitarra Hawaiana?

 Perchè la chitarra Slide è chiamata anche Hawaiana? Me lo sono sempre chiesto… I primi prototipi della chitarra slide, chiamata spesso Hawaiana, hanno origini remote e provengono dall’area medio orientale e dal nord Africa. Uno dei primi strumenti a corde suonato con tecnica vicina alla chitarra slide si chiama Vichitra Vina e ha origini indiane, è dotato di un manico e di una cassa di risonanza ricavata da una zucca. Lo strumento ha 7 corde e si suona senza l’ausilio del plettro ma con una sfera di vetro che funge da Slide. Lo strumento di grandi dimensioni si suona sulle ginocchia in senso orizzontale.
 
Perché chitarra hawaiana?
 Gli abitanti delle Isole Hawaii sono da sempre famosi per la passione per il canto, danza e le arti. Per caso o per gioco, come spesso accade quando si fanno le cose importanti, un oggetto scivolò sulla chitarra incuriosendo l’esecutore che in compagnia di altri musicisti elaborò una tecnica, detta hawaiana, che ha fatto il giro del mondo. Pochi anni dopo Myrtle Stumpf realizzò il primo metodo per questa tecnica dal titolo “Original Hawaiian method for the steel guitar”. La maniera hawaiana si praticava nelle prime chitarre acustiche con corde in metallo opportunamente rialzate. Artisti come Sol Hoopii e The Genial Hawaiians nel 1930 registrarono alcuni programmi per la radio di Chicago e tanti altri nomi furono molto apprezzati negli USA.
Herrman WeissenbornLa Weissenborn
 La chitarra hawaiana più famosa al mondo è la Weissenborn, ma i primi prototipi furono creati da Chris Knutsen, liutaio di origine norvegese; la sua chitarra fu presentata per la prima volta alla fiera di Seattle nel 1909.
Nei primi anni del ‘900 un emigrato di origine Norvegese residente a Seattle, un certo Chris Knusten, creò uno strumento che favorisse la suonata hawaiana. Knusten capì che il manico della chitarra spagnola limitava l’esecuzione dello stile hawaiano così ne creò una con cassa sovradimensionata e manico che attaccava al settimo tasto e non al dodicesimo la “Convertible guitar” che poteva essere suonata anche con tecnica tradizionale. Nella lap guitar le corde furono sollevate ulteriormente in modo che la pressione dello slide non urtasse la tastiera, le accordature erano solitamente aperte.
La sua chitarra Convertibile diventò poi Kona Style e New Hawaiian Family. Lo strumento è stato tuttavia reso celebre da Herrman Weissenborn che con opportune modifiche segnò lo standard e tra il 1915 e il ’36 ne curò la produzione. La Weissenborn ha un suono molto caldo ed è di solito costruita in mogano, abete e acero; ha la cassa di risonanza che si prolunga sino alla paletta, in pratica privandola del manico si acquisisce una maggiore intensità del suono, soprattutto sulle caratteristiche note lunghe tipiche di questa chitarra.

Quali sono i 10 dischi più venduti della storia?

Ci sono certi album che sono immortali, non importa quando sono stati fatti, la gente continua a comprarli e ad ascoltarli perchè sono delle autentiche perle. Ho pensato di fare questo post dopo aver rivisto un documentario sul Making Of dell album Dark Side of the Moon dei Pink Floyd che appena uscito è diventato subito una leggenda, vendendo, ancora oggi moltissime copie in tutto il pianeta. Spinta dalla curiosità ho cercato quali sono i campioni di incassi, ecco la Top 10:
In posizione numero 10 si piazzano i Bee Gees con un album del 1976, dal titolo Their Greatest Hits (1971-1975) che ha venduto la modica cifra di 42 milioni di dischi ed è in cima alle classifche di quelli più venduti negli Stati Uniti. All’epoca astri nascenti della Disco Music i Bee Gees continuano ad essere molto amati e suonati nelle discoteche di tutto il mondo.
Al nono posto si piazza la colonna sonora del celebre film Dirty Dancing, con autori vari pubblicata nel 1987. La celebre colonna sonora ha venduto “solo” 42 milioni di dischi.  Il pezzo (I’ve Had) The Time of My Life vinse l’Oscar e i due interpreti,  Bill Medley e Jennifer Warnes, vinsero un grammy.
In posizione number 8 si piazza un album del 1977 dei Metal Loaf, Bat Out of Hell con 43 milioni di copie vendute. L’album non fu immediatamente un successo planetario  ma divenne dopo non troppo tempo uno dei più importanti successi commerciali di tutti i tempi.
Al numero 7 troviamo un bellissimo disco del 1987 del leggendario Michael Jackson, Bad. Il disco con 46 milioni di copie vendute comprende moltissime tracce rimaste nella storia, come il pezzo Bad, The way you make me feel,  Speed Damon, Dirty Diana,  Man in the Mirror e tante altre. Pensiamo che Michael compose oltre 60 pezzi per poi sceglierne solo 11!
In posizione  numero 6 c’è la colonna sonora di un bellissimo film The Bodyguard: Original Soundtrack,  interpretato da Witney Houston e Kevin Costner che ha venduto 46 milioni di dischi. Tra tutti pezzi proprio quello interpretato da Witney Houston, I will Always love youscalò le classifiche planetarie per molto tempo.
Apre la Top 5 Michael Jackson che dopo il successo del 1987 è entrato dritto al Top conDangerous, disco del 1991. L’album contiene la meravigliosa Black or White, Heal the Worlde altri pezzi di successo.
Music Box del 1993 di Mariah Carey con le sue 48 milioni di copie vendute nel mondo si piazza dritto al quarto posto. Appena uscito nel mercato il disco è rimasto in prima posizione nella Billboard of 200 Usa per ben 8 settimane!
In Top 3 si classifica l’album che ha destato la mia curiosità, Dark Side of the Moon dei Pink Floyd uscito nel 1973 e con all’attivo 50 milioni di copie vendute! Il disco frutto di un lavoro di sperimentazione pura contiene alcuni dei pezzi migliori della storia del Rock, tra questi il celebre singolo Money, apripista del disco nel mercato americano e pezzi come Breathe, The great gig in the Sky, Eclipse, Time che sono subito entrati nella leggenda.
Al secondo posto si posiziona un Masterpiece dell’Hard Rock, con ben 52 milioni di copie vendute Back in Black degli Ac/Dcil secondo disco più venduto della storia. Dopo la morte del frontman Bon Scott e con l’arrivo di Brian Johnson s’è deciso di celebrare l’artista scomparso con un disco di lutto. Campane da morto e la chitarra di Angus Young hanno portato l’omonimo pezzo e poi il disco al successo planetario!
In prima posizione torna Michael Jackson con Thriller del 1982 che ha letteralmente spazzato via tutti i concorrenti con… 115 milioni di copie  vendute! Pezzi geniali come Beat it e Billy Jean sono tra le tracce presenti nel disco.

 

Altri dischi sono fuori dalla top ten come The immaculate collection di Madonna con 40 milioni di copie vendute, Led Zeppelin IV con 37 milioni di copie vendute, Appetite for Destruction dei Guns’n’Roses con 36 milioni, One dei Beatles con 30 milioni e tanti altri!
Ho scritto originariamente questo articolo per il sito blog.eventa.it