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Intervista: Fabrizio Saiu e la risonanza dello spazio

Boy in pyjamas, autoscatto,
Fabrizio Saiu è un artista a tutto tondo che, partito dallo studio della batteria, è gradualmente arrivato 
all’arte performativa attraverso una ricerca continua volta alla sperimentazione totale.  
Ecco l’intervista.
Immagina
di avere davanti a te un bambino, spiegagli di cosa ti occupi.
Mi occupo di tante cose. Leggo, scrivo, suono e
insegno musica, fotografo, faccio dei video, quando posso seguo concerti,
ascolto musica e visito le mostre. Tutte queste attività costituiscono una
parte fondamentale della mia vita. Da qualche anno sono interessato ai legami
tra musica e altre attività come scrivere, ascoltare, spostare oggetti,
correre, cadere o stare fermi, parlare, cantare e passeggiare. In 22 days here, una sound-performance che
ho realizzato nel 2012, si possono sentire i suoni prodotti da tantissime azioni
differenti, compiute in solitudine o in gruppo: avevo programmato ogni singola
registrazione e in base all’ora, al giorno e al luogo scelti, accendevo il
registratore, che portavo sempre con me, e registravo quanto accadeva. Per
alcuni giorni avevo deciso anche quale tipo di azione dovevo compiere durante
la registrazione: la ricerca di un testo inesistente o l’ascolto di una
conferenza di filosofia. É stato un modo per fare un omaggio a John Cage per il
centenario dalla sua nascita. É stato divertente.
La
tua carriera artistica è cominciata quando hai scoperto la batteria…
È accaduto dopo. Se invece ti riferisci alla
passione per la musica, questa è nata intorno agli anni 95/96 quando da bambino
seguivo mio padre nei suoi concerti fino a quando non ho incanalato questa
passione nello studio della batteria, intorno al 99. Seguire mio padre fu
certamente un insegnamento grandissimo, ero piccolo e vivevo quelle serate di
musica nel modo più avvincente possibile. Stavo sempre attaccato ai fonici e a
tutti i musicisti del gruppo, soprattutto al batterista che assistevo
meticolosamente nel montaggio e nella microfonazione della batteria e durante
il soundcheck. Poi arrivava il concerto e lì assistevo con grande attenzione e
partecipazione. Il mio primo insegnante è stato Emanuele Murroni, un percussionista di formazione classica molto
attento anche alla musica pop e latina, al jazz e alla fusion e mi ha trasmesso
l’attenzione per le caratteristiche timbriche del suono e per l’improvvisazione
musicale. Parallelamente ai suoi insegnamenti suonavo con mio padre in trio. Fu
anche quello un periodo di grande formazione, una sorta di laboratorio di
composizione e improvvisazione rock-jazz. Il primo vero lavoro è arrivato nel 2006
quando ho collaborato all’incisione del primo disco di Francesco Saiu e Pietro Ballestrero con Achille Succi al clarinetto
basso e Aya Shimura al violoncello; ho iniziato poi a lavorare come concertista
e come insegnante a tempo pieno.
A
un certo punto però la batteria non era più sufficiente e hai iniziato a
cercare “rumori” (correggimi se sbaglio), per ampliare la gamma di suoni
utilizzabili..
Gradualmente mi avvicinai al jazz, anche sotto
l’influenza di mio fratello a cui devo molto, e iniziai così la mia
frequentazione dei seminari estivi di Nuoro Jazz e Sant’anna Arresi Jazz, dove
incontrai musicisti che suonavano la batteria utilizzando dei metalli disposti
sui tamburi, piatti forati o parzialmente tagliati per ottenere suoni
particolari. Tra questi, Andrea Ruggeri
fu un esempio chiaro e lampante. Cominciai anche io a lavorare sul suono in
quei modi. Nel 2004, l’incontro con Roberto
Dani
mi traghettò, in maniera direi definitiva, verso una sconvolgente
concezione del suono, basata non sulla mera modificazione degli strumenti del
set mediante sovrapposizioni di oggetti, o veri e propri interventi sulla loro
materia fisica, bensì attraverso una profonda attenzione al movimento del corpo, alla gestualità corporea, e alle
modalità di contatto tra il corpo e lo strumento, coniugata con una  concezione del suono come processo
compositivo/improvvisativo in costante movimento
. Questa visione
assolutamente sconosciuta alla didattica della batteria, di stampo
prevalentemente americano, se adottata è capace di smontare l’intera concezione
dello strumento e insieme l’intera concezione del suono e del fare musica, in
solo come in gruppo. Ciò significa far saltare in aria la batteria per starci
dentro in un altro modo o sacrificarla definitivamente; in questo modo ebbe
inizio la mia ricerca –maniacale- sulla struttura dello strumento e, dopo molti
tentativi (alcuni buoni altri meno), la sua/mia graduale sacrificazione.
Il
tuo percorso ti ha portato a diventare un artista performativo a tutto tondo,
in cui la musica è sì presente, ma non è più l’unico strumento che utilizzi per
esprimerti (il concerto classico con chitarra, basso, batteria per intenderci,
non è ciò di cui ti occupi oggi)
 Sì, era in qualche modo inevitabile. Era quanto
potevo fare, né più né meno.
In questo senso oggi ho quasi completamente abbandonato
l’idea di tornare a suonare la batteria in un gruppo o in solo. Ci ho provato,
anche con piacere, ma le cose non sono andate avanti. É una strada che mi appartiene, ma che non percorro più nello stesso
modo,
mentre l’’insegnamento della batteria mi appassiona moltissimo.
Insegno a suonare la batteria ma contemporaneamente cerco costantemente altro; davanti
alla batteria vedo altro. Proprio questo “altro”, che è già nella batteria,
diviene materia fertilissima per la didattica, per la relazione con gli
allievi, e stabilisce molteplici connessioni con altre pratiche (di qualsiasi
genere, non solo artistiche).
Il
tuo primo progetto in questo senso?
Nel 2010 con Objet sans corps, realizzato in
collaborazione con Paolo Asaro,
fissavo il primo passo disperato e liberatorio verso una concezione del suono
assoggettata al movimento, provocato a sua volta dallo spazio nel quale agivo
(e che, a rigore di concetto, mi agiva).
C’era in questo tentativo, in questo salto, tutto un discorso del negativo, una
dialettica della sottrazione che operava all’interno del processo di produzione
del suono, una riduzione ai minimi termini dei fattori che concorrono alla
generazione del suono: il corpo, lo spazio e alcune materie (una lastra, due
martelli, due spatole, due stecche di acciaio, una cazzuola). Il
suono, risonanza dello spazio, non era più inteso come suono dell’oggetto,
dello strumento, ma dello spazio per l’appunto
che era in qualche modo
una dimensione totalizzante non divisibile in parti, in perenne movimento e collisione
con se stesso, una centrifuga.
Child of Tree, me ne vuoi parlare?
Child
of Tree

è una composizione di John Cage del
75 che intreccia l’alea all’improvvisazione e si concentra su tre concetti
fondamentali: struttura, durata, e strumento. Non posso entrare nel dettaglio
di come queste tre dimensioni siano trattate dal compositore, ma posso dire che
è su queste che ho lavorato, in modo critico, per la performance Getting Through “Child of Tree”,
letteralmente Attraversando Child of
Tree.
Il risultato è una performance
collettiva
basata sulla relazione (a un tempo contatto e distanza) tra la
pratica di lancio del frisbee e la pratica rituale della processione, intese
come due modalità di vivere e agire lo spazio, ma anche come due modalità di
confrontarsi con la meta, col punto di arrivo, con la fine di un percorso.
GTCOT può essere performata in qualsiasi spazio organizzato in un percorso avente
un inizio e una meta. Nella fase iniziale il percorso ha un carattere
“pedagogico” – in questa illustro alle persone come suonare i piatti durante la
processione, come lanciare il frisbee, come registrare e filmare, una sorta d’introduzione
alla struttura normativa di ogni pratica. Nella meta invece l’azione è
completamente indeterminata e basata sulle caratteristiche del luogo. Può
accadere di tutto, un happening, un concerto, una partita, una chiacchierata o tutto
questo assieme. Durante il percorso le diverse pratiche si sovrappongono fra
loro e si disattivano reciprocamente provocando il performativo. Di fatto non si fa né una processione né una partita
a frisbee né una documentazione della performance. Accade il performativo che non è la performance e
neanche la performing art. É un lavoro basato sul rapporto tra differenti campi normativi e sulla loro reciproca
dis-attivazione.
Still Métron
Immagina
di avere davanti a te a Jean Paul Sartre (o qualche altro pensatore se
preferisci), spiegagli di cosa ti occupi.
Mi metti in una difficile situazione. Posso dirti
che attualmente sto trovando interessante lavorare attorno alla definizione che
Giorgio Agamben propone della Klēsis
messianica paolina; essenza della vocazione messianica (Klēsis) è la modalità
del come
non
  «piangenti come non piangenti» che non va intesa,
scrive Agamben, con «piangenti come ridenti», ovvero  la vocazione non
va né verso un altrove né si esaurisce nell’indifferenza di due opposti. É in
qualche modo ciò che accade nelle tre pratiche di GTCOT, che proprio nella loro
disattivazione sono attivate divenendo così performative piuttosto che
performanti. In un certo senso l’Hōs me (il come
non
) paolino è la modalità del restare nell’atto, non una funzionalità
dell’atto, non un muovervi verso, ma un modo di restare, una trasformazione che
non implica l’abbandono di qualcosa o di qualcuno, bensì un movimento che è una
permanenza. É in questo contesto che si ha l’attivazione dell’atto mediante la
sua disattivazione. Nessun processionante smette di essere processionante, come
nessun giocatore smette di essere giocatore. Tuttavia sia l’uno che l’altro
stanno nella pratica in una modalità performativa, ovvero la compiono in una
sospensione. É su questa concezione del performativo, coniugata al pensiero
delle pratiche di Carlo Sini, che
tratta il concetto di pratica come intreccio complesso di scritture, che sto
articolando l’attuale percorso di ricerca.
Dove
possiamo vederti all’opera?
Sicuramente sul web, sia su fabriziosaiu.com che
su aboutobjetpetita.tumblr.com, e ovviamente sui miei canali Vimeo e Youtube.
Proprio di recente ho caricato il teaser di Métron, performance realizzata il
10 Maggio con Paolo Pãx Calzavara presso la A+B Gallery, a Brescia. Si tratta
del mio/nostro ultimissimo progetto.
Progetti
futuri?
Sto lavorando sui video di Getting Through “Child
of Tree”. In questi giorni sto ricevendo i materiali documentati dai
partecipanti alle performance. Ho intenzione di fare un video sul performativo basandomi su alcune
categorie concettuali sulle quali ho elaborato la performance: durata,
inquadratura, meta, etc…
Il 23 luglio farò una performance, in
collaborazione con gli artisti Francesco Fonassi e Tonylight, per il Musical
Zoo Festival presso il Castello di Brescia. L’azione è stata commissionata da
due importanti realtà legate all’arte contemporanea, il Linkartcenter e la A+B.
Vi consiglio di cercarle sul web. Stanno facendo, in modi differenti ma con il
medesimo spirito e passione, un lavoro molto importante sia sotto il profilo
della ricerca artistica che su
quello della diffusione del lavoro di giovani artisti. Ci sono poi alcune collaborazioni con
il teatro e con la danza e un nuovo lavoro in solo sul quale per il momento
terrò il segreto.
Foto di Alessandro Ligato

Interessante studio quello di Fabrizio Saiu: curioso, intricato eppure una volta compreso risulta essere perfettamente logico e lineare. Il suo è un percorso a tappe, intese come graduali evoluzioni e scomposizioni del suono in completa fusione con lo spazio circostante. Bravo! 

Intervista a Umberto Palazzo. Il Rock italiano non interessa più a nessuno

Intervista a Umberto Palazzo: "Il Rock italiano non interessa più a nessuno"Umberto Palazzo ho iniziato a seguirlo ai tempi dei Santo Niente col Consorzio Produttori indipendenti, quando mi passò tra le mani un grande disco: La vita è facile del 1995, uno di quegli album che con successo passò di mano in mano al liceo. Qualche tempo fa, dopo aver letto un’intervista anti s.i.a.e molto interessante sulla rivista a fumetti Mamma!*, l’ho contattato per un’intervista. Come dice Umberto i Santo Niente “sono più vivi che mai”, l’ultimo loro lavoro risale al 2013 e si chiama “Mare Tranquillitatis”. 

Intervista a Umberto Palazzo: "Il Rock italiano non interessa più a nessuno"

Per prima cosa ti andrebbe di fare una playlist da ascoltare mentre si legge quest’intervista?
Sleaford Mods: A Little Ditty
Mac DeMarco: Salad Days
Real Estate: Talking Backwards
Neneh Cherry: Out Of The Black
Fennesz:  Becs
Wovenhand: Masonic Youth
Swans: A Little God In My Hands
Per ascoltarla premi  PLAY

Hai fondato i Massimo Volume all’ inizio degli anni 90’ per poi suonare con il Santo Niente e El Santo Nada. Guardando indietro come vedi te stesso 15 anni fa e cosa è cambiato, se è lo è, nel tuo modo di fare musica? 

Prima dei Massimo Volume c’erano gli Aut Aut, una band post punk che ho fondato  nell’81 e poi gli Ugly Things e soprattutto gli Allison Run col grande Amerigo Verardi. Il mio modo di fare musica cambia in continuazione, perché studio costantemente e lavoro tantissimo in sala di registrazione. Non smetto mai di studiare la musica, i modi di produrla e di comporla e le nuove tecnologie.
Quanto ti ha influenzato musicalmente il soggiorno inglese, quand’eri ragazzino? 
Mi ha cambiato totalmente la vita e mi ha fatto capire quanto sia diverso l’approccio alla musica fuori dai confini italiani.
Come sono nati Massimo Volume? 

Mimì era stato mio compagno di stanza e avevo letto le sue poesie. Lui e Cecio suonavano in una band garage di cui avevo registrato un demo nella saletta degli Allison Run, che era nella cantina di casa mia in Via Del Fossato 3. A un certo punto, nel ‘90 credo, rimasero senza cantante e, poiché volevano continuare a suonare, mi chiesero se conoscessi qualcuno che potesse prendere il posto di Paolo, ma comunque la loro intenzione era continuare a suonare garage rock. Io in quel periodo ascoltavo rock alternativo americano tipo Husker Du, Sonic Youth, Black Flag, Pixies e Dinosaur Junior, ma sapevo che anche loro ascoltavano quella roba e mi ricordavo le poesie di Mimì, che mi erano piaciute dal primo momento. Avevo l’idea di una band che avesse quel suono, ma sentivo anche la necessità che i testi fossero vicini alla realtà quanto lo erano quelli delle posse che in quel momento dominavano la scena. In un attimo ho avuto l’illuminazione e ho detto a Mimì che avremmo fatto una band insieme, che lui avrebbe recitato le sue poesie e io cantato e recitato e che non si doveva preoccupare di nulla perché avrei organizzato io il progetto musicalmente e così successe. Può suonare presuntuoso, ma io all’epoca avevo già lavorato a molti dischi (sono di tre anni più vecchio di Mimì e Cecio), avevo già suonato al primo maggio e avevo l’esperienza, la manualità, la tecnica e la strumentazione, cose che loro non avevano assolutamente. Vittoria arrivò che avevamo già scritto diversi pezzi e la presentai io agli altri. Nella loro versione della storia Vittoria è la fondatrice con Mimì. Poi ho lavorato con loro tre anni, scrivendo la maggior parte del materiale musicale, finché non mi hanno silurato tre mesi prima della registrazione di “Stanze”.
Com’è l’esperienza con I Santo Niente e come è stata quella con il Consorzio Produttori indipendenti? 
Con i ragazzi con cui suono ora facciamo una grande band e secondo me dal primo al quarto i dischi del Santo sono progressivamente migliori. Col CPI c’era più visibilità e si era inseriti in un giro aristocratico, ma non era poi questa grande cosa. C’era molta ipocrisia.
E dopo il CPI?
Dopo il consorzio ci sono “Occhiali scuri al mattino” che è un EP e “Il fiore dell’agave” che è un disco secondo me superiore a quelli fatti col CPI. Nel frattempo mi ero trasferito a Pescara e la formazione della band era ovviamente cambiata. Il Santo Niente dell’agave si trasformò nel Santo Nada e registrammo Tuco. El Santo Nada non si è mai sciolto e pensiamo di riprendere l’attività prossimamente. In seguito a questa evoluzione nel Santo Niente sono entrati Tonino Bosco, Federico Sergente e Lorenzo Conti e questa formazione e oramai stabile da quattro anni.

Qualche tempo fa hai dichiarato che “Il Rock in Italia è morto” lo pensi davvero? 
Non interessa più a nessuno se non a una ristrettissima cerchia di iniziati. Io sono abbastanza vecchio da ricordarmelo da vivo, comunque.
Un giornalista italiano una volta ha chiesto a Keith Richards cosa fosse il Rock e lui ha risposto “sono io”; secondo te il rock è uno stile di vita e qual è, se esiste, l’ artista per eccellenza? 
Credo che Keith abbia ragione per quello che lo riguarda, ma vuol dire anche che il rock è vecchio. Non credo comunque che sia più lo stile di vita che comunemente gli viene associato, perché la trasgressione oggi è ovunque tranne che nel rock. Le discoteche, anche quelle commerciali, sono posti molto più selvaggi dei concerti rock. Anzi il rock italiano è per lo più puritano in maniera imbarazzante.
Oltre ad essere sulle scene musicali italiane da un po’ di tempo, sei anche laureato in giurisprudenza. Parliamo di S.I.A.E, qualche tempo fa hai sollevato la questione sui diritti d’autore, la “Class Action”, com’è nata? 
Leggendo con attenzione la documentazione che la SIAE invia ogni sei mesi. Tutti gli autori dovrebbero farlo. Purtroppo non succede.
E l’Europa? Esistono leggi sul diritto d’autore a livello europeo? 
Certo, ma la gestione dei diritti è completamente diversa.
Cosa cambieresti in Italia se potessi (a parte abolire la Siae)? 
L’istruzione e il valore che viene dato alla cultura.

Umberto è di certo uno di quelli che tirano dritti per la loro strada crescendo e sperimentando nuove e varie strade musicali: disk jokey, direttore artistico del club Wake Up e ovviamente abilissimo cantautore. Evoluzione integra, senza svendite d’occasione la sua, in un percorso indubbiamente atipico e sempre interessante. 
Potrete vedere Il Santo Niente al Festival Strade Musicali, al Campus Universitario di Chieti il 13 Giugno. Per maggiori informazioni vi rimando alla pagina Facebook de Il santo niente.


* Mamma! Se ci leggi è giornalismo, se ci quereli è satira, Anno IV Numero 2/2012

Intervista, Chef Rubio e la musica. Vorrei sfidare Ozzy Osbourne

Chef Rubio, intervista musica e i re della griglia“Lo stomaco è il
maestro di musica che infrena e sprona la grande orchestra delle grandi
passioni; lo stomaco vuoto suona il fagotto del livore e il flauto
dell’invidia; lo stomaco pieno batte il sistro del piacere e il tamburo della
gioia”.  
Gioachino Rossini

L’altra sera guardavo una puntata
di Unti e Bisunti su Dmax. Questo programma è molto diverso dagli altri che si
occupano di cucina perché Gabriele
Rubini
, classe 83’, in arte Chef
Rubio,
si gira l’Italia in cerca di succulenti e ipercalorici piatti della
nostra tradizione, sfidando abili cuochi di strada. Essendo appassionata di musica mi son quindi domandata se,
quando le circostanze lo permettono, anche sto’ simpatico Chef cucini a suon di
musica. Senza troppi ostacoli ho parlato con la sua manager che mi ha fissato un’intervista
telefonica, così questo pomeriggio ci ho fatto una bella chiacchierata.

Vorrei chiederti innanzitutto se ti piace ascoltare musica quando cucini e se
hai un genere preferito.

Dipende dai momenti, prima del
servizio vai di corsa e il silenzio è sacro, però durante la preparazione la
musica è d’aiuto per staccare e concentrarsi. Non c’è una band particolare che
m’aiuta però di sicuro i Sigur Ros mi estraneano, anche se spesso  ho bisogno di qualcosa di un po’ più attivo, insomma dipende
dalla giornata e dall’umore, ascolto anche qualcosa di italiano come Il muro del canto.

Da viaggiatore con i fornelli sempre appresso, avrai avuto modo di
scontarti con musiche tradizionali delle zone in cui hai vissuto e sei
stato.  Ti capita mai di associare un
determinato piatto che hai scoperto in viaggio a un brano musicale?
Non ascolto tanta musica quando
sono in viaggio, gli unici momenti in cui ho tempo per farlo sono in aereo o nei
luoghi d’attesa. Quando sto’ in una città mi piace parlare con le persone, non estraniarmi,
si, preferisco parlare. Ascolto musica solo in fase di partenza e in fase d’arrivo.
Oppure in un locale capita spesso di conoscere qualche band e me l’appunto, così facendo ti puoi fare anche una bella cultura musicale! La musica è fondamentale
per dare un’anima a ciò che stai mangiando.
Com’è la tua cucina ideale, intesa come luogo in cui puoi creare
armonie culinarie?

Non ho un luogo preferito,
solitamente dove mi metti sto’, ora non ho una casa sennò ti direi quella, però
la dimensione ideale per cucinare è quella casalinga con i miei amici. Non sono
un fissato o un nostalgico mi adatto facilmente.
Chef Rubio musica e cucina

Se il tuo programma diventasse musicale, anche solo per un giorno,
quali artisti vorresti incontrare e in quale città del mondo ambienteresti la tua
sfida finale?
Me ne andrei negli States e
passerei una serata con i Nirvana, a Seattle. Citare una sola band comunque mi sa di dispetto alle altre.
Però dai, una giornata coi Nirvana me la passerei volentieri, altri gruppi che
tanto mi piacciono sarebbero forse meno indicati a una serata del genere,
probabilmente se scegliessi i Sex
Pistols
non arriverei a fine programma.. poi vorrei sfidare Ozzy Osbourne, con lui sarebbe
 divertente di sicuro!
Parafrasando la differenza tra Street food e Fast Food, credi esista
oggi una sorta di Street music versus Fast music?
Anche lo street food sta
diventando franchising tipo il fast food, comunque, le piccole band sentono
indubbiamente l’influenza delle major nel mentre che creano la propria
identità; però rispetto al cibo, in musica è ancora un po’ più libera la cosa.
I gruppi possono esprimersi in maniera indipendente, anche se, solitamente,
subiscono un’involuzione e pian piano si uniformano al gusto diventando
franchising. È raro che una band rimanga autentica, per farlo non deve seguire
i gusti della gente e quando lo fa diventa Grande.
Tu sei anche uno sportivo, anzi cronologicamente sei stato prima uno
sportivo e poi un cuoco. Quanto era diversa la vita quando eri un atleta a
tempo pieno?
Ero sportivo. Anche un rugbista mangia a oltranza però
facevo tanto esercizio fisico. Sicuramente la mia vita prima era più
spensierata, erano pochi gli obblighi mentali: dovevi dare il massimo agli
allenamenti e alla partita, anche se da altri punti di vista avevo sempre orari
da rispettare e spesso non potevo fare serata, andare a concerti e viaggiare.
Comunque prima la vita era rigorosa ma più semplice.
Qual è il piatto più unto che hai mangiato e fosse una canzone quale
sarebbe?
Credo fosse in Canada a Toronto,
erano delle Patatine fritte, Poutin, in cui sopra ci si mette formaggio e una
salsa bruna, era una bomba de Junkfood allo stato puro, se fosse una canzone direi
boiled frogs degli Alexisonfire, una band di una città vicino a
Toronto.
Se non è questo il tuo preferito, qual è che pezzo sarebbe?
Non ho un piatto preferito, a
questa domanda proprio non posso rispondere.
Cosa ascolti ultimamente?
Solitamente ascolto spotify tipo Le luci della centrale elettrica, con l’ultimo disco Costellazioni, poi l’ultimo del Muro del canto che sono di Roma, il cui titolo è Ancora ridi,
Sigur Ros, Alexisonfire, The Street,
però ecco  ieri e oggi ho sentito Le luci
della centrale Elettrica e il Muro del Canto.
Qual è l’ultimo concerto al quale sei stato?
Un mesetto fa Le Luci della
centrale elettrica per la presentazione di Costellazioni.
Qual è stato il tuo primo vero concerto? Tutti ne abbiamo uno!
Metallica a Imola quando avevo 18 anni, gli altri prima erano meno
importanti, e in quel concerto hanno spaccato di brutto!
Suoni qualche strumento musicale?
No, ho scelto il Rugby, non ho
avuto il tempo, anche se mi sarebbe piaciuto ma mi son buttato sullo sport.
Eri molto piccolo quando hai iniziato?
Avevo 10 anni. O na cosa o n’artra
nun se possono fa du cose.
Cosa fai nel tempo libero,  del
tipo vai in giro per locali a vedere qualche band oppure per staccare ti prepari
qualche piatto “leggero”?
Non ce l’ho. Non ho tempo. Zero,
non ho tempo manco per me stesso. Te rispondo fra n’anno e mezzo.
Non mi aspettavo che il lavoro ti occupasse tutto il tempo..
Manco io. Esigenze e ritmi non
dipendono solo da me.
Qual’è l’artista che ammiri di più?
Freddie Mercury, anche se non sono mai stato sfegatato, però credo sia un grande artista a tutto tondo.
Credo che tu sia un po’ nel limbo, nel senso che in molti ti seguono
però altri ancora non ti conoscono, sei sicuramente destinato a diventare un
personaggio famoso..
Speriamo de no perché sennò
impazzisco
La gente, m’è parso di capire, sta’ a farsi i fatti tuoi..
Abbastanza, è pieno zeppo il
mondo, m’hanno tartassato, tipo si fanno gli screenshot sulle risposte
provocatorie, la gente sta male.
Hanno anche clonato il tuo profilo facebook..
Si ci son fake, e questi
insultano le persone usando il mio nome, se non ci metti un po’ d’ attenzione..
È difficile proteggere i propri affetti da questo circo mediatico?
Mah, se fossi un po’ più stronzo e
menefreghista sarebbe facilissimo, però son troppo disponibile e questa è un’arma
a doppio taglio che spesso mi si ritorce contro, però questa è la realtà. Poi
non so che andazzo prenderà la cosa.
che musica ascolta chef rubio
Il personaggio che vediamo in Tv sembra autentico..
Sono così, quello che vedi sono
io, faccio qualsiasi cosa ma solo se lo voglio fare; non mi faccio plasmare da
nessuno, soprattutto da chi mi dice cosa fare della mia vita. In Tv Nun se sò inventati
niente. Il problema potrebbe essere il non avere uno schermo, però non posso
fare altrimenti, la mia ingenuità si sta affinando con l’esperienza.
Progetti futuri?
C’è qualcosa nell’aria ma niente
di concreto al momento. Sicuramente spero in un po’ di riposo.
Stamattina ho chiesto ad alcuni romani di suggerirmi qualche frase in
romanesco.. te ne dico solo 2, quella che non ti dedico è: “te possino bacià
freddo”, mentre quella che più ti si addice è “andò se magna Viva la Spagna!”
(ride) Non la conoscevo, credo
che significhi dove si mangia si fa festa come in Spagna, visto che là stanno
sempre a festeggià.
Chef Rubio è, come immaginavo, un
ragazzo molto disponibile, intelligente e autentico. È stato semplice parlare
di musica con lui, anzi m’ha dato pure qualche dritta! Lo trovate su Dmax (canale 52 del digitale terrestre) con il programma Unti e bisunti. Se vi siete persi le puntate
precedenti, don’t worry, le trovate tutte sul sito di Dmax

Leggi anche Chef Rubio scrive un articolo sulla musica romana

Intervista: Pussy Stomp e l’ep Superslut

La settimana scorsa ho contattato per un’intervista i PussyStomp, un super duo -composto da
Skip Roberta e Buddy Chu Vanvera- di quelli che “preferiamo fare saletta più
che salotto” e finalmente l’altro ieri mi è arrivato un sms:
“domani ti portiamo in
un posto, ci stai?”, ovviamente ho risposto si.

Così son salita nel Doblò spaziosissimo di Buddy e Skip e
sono stata rapita. La destinazione era nei pressi di Sanluri Stato una frazione
di una frazione di un non-paesello in cui c’è solo un bar: San Michele.
Location ideale, se non fosse per quel freddo polare, per bersi una birra in
compagnia. Ho messo su il registratore e abbiamo chiacchierato di lavoro,
lavatrici, strumenti musicali, Goonies ma soprattutto del loro primo Ep “Superslut” in uscita..
Ecco l’intervista: 
Io, R e V
Io: Quando uscirà il
disco lo vorrei autografato!
V: Uscirà in
cassetta!
R: Si
Io: Ho le
audiocassette in macchina, me lo ascolterò a manetta
!
R: Oggi ho
ritrovato il mio walkman e tutt’ora ascolto musicassette, quindi quando ci è
stata avanzata la proposta  di registrare
su questo supporto abbiamo accettato alla grande! L’etichetta in questione è On two sides di Andrea Tramonte che ci
ha proposto di pubblicare un Ep con 4 brani.
V: Inoltre sarà
disponibile un download gratuito per
chi acquisterà il nastro ma non avrà la possibilità di ascoltarlo direttamente.
Abbiamo colto la proposta della Ontwosides  e pubblicheremo così l’Ep registrato allo
Sleepwalkers Recording Studio di Gabriele Boi, al quale è seguito il mix che è
stato fatto a Ferrara, all’NHQ di Max Stirner.
Io: Perché questo nome e poi.. come create le canzoni?
R: Il nostro nome
nasce da una canzone dei Pussy Galore,
gruppo  pre-Blues Explosion di Jon Spencer, moglie e compagnia
cantante, che ci fa particolarmente ridere e ha un bel suono, poi ci piace
l’idea di stomp inteso come stomping blues.
V: I brani son venuti su con molta spontaneità: ognuno porta il suo e la ricetta è pressoché pronta.  
Io: Come nascono i
PussyStomp? Innanzi tutto siete in due..
R: Noi due alla chitarra,
basso e voce più la drum machine. In realtà il progetto è nato proprio
dall’acquisto di questo aggeggio  con il
quale ci siamo messi subito a giocare e che abbiamo trovato molto creativo,
inoltre è meno “stressante” di un vero batterista: meno rotture, zero battute
fredde e patemi d’animo, zero pacchi o ritardi e  una precisione metronomica!
Io: Come mai la drum
machine?
R: All’inizio
abbiamo avuto il dubbio se fosse il caso o meno di avere un batterista in carne
e ossa
V: … e tuttora
qualcuno ci dice che se ne avverte la mancanza, forse a livello visivo. Però
non vogliamo accettare questo compromesso. Diversi gruppi celebri come i Soft
Cell e i Suicide o i più recenti Kills, che usavano la drum machine, avrebbero
perso una peculiarità del loro sound se avessero ripiegato su un drummer vero.
Sono scelte artistiche e lo dice uno che ha iniziato proprio come batterista.
Io: Mi piace questo
suono che tirate fuori, in alcuni pezzi-forse non lo sapete-, alla drum machine
avete Phil Collins in stile Genesis anni 80’, il suono che vien fuori non è utilizzato da 30 anni, voi invece..
V: Ci piace la
batteria spiccatamente elettronica, magari un po’ vintage.  Insomma anche se non c’è un batterista in
carne e ossa, abbiamo riesumato la semplicità dei tempi tipica di quel decennio
e quindi vai cassa e vai di rullante, non siam qui a fare ambient.
R: La nostra è
una DR-880 Roland,usata anche dai Big Black di Steve Albini. Fa il suo
lavoro, si presenta sempre alle prove, non perde le bacchette strada facendo
ecc..
Io: Inoltre
vivete assieme quindi  immagino sia
stato interessante 
non dover dipendere da una terza persona.
R: Pussy Stomp è nato come
progetto casalingo, senza volerci speculare su. Poi ci siamo resi conto che la
cosa ci piaceva quindi perché non farla uscire dalle mura domestiche?
Io: Mi son piaciuti
moltissimo i vostri video…
R, V: Sono “artigianali”
e molto ironici.
V: Qualcuno può
trovare quello di Vampire inquietante, invece, come la canzone stessa, è carico
di ironia. Il testo parla di
personaggi poco raccomandabili, i classici dell’horror per intenderci, e a
nostro modo li abbiamo trasposti sul video in una veste volutamente goffa.
Io: il secondo video
invece?
R: Super Slut, titolo che parte da un doppio senso: qualcuno probabilmente ricorderà Super
Slot (un personaggio del film Goonies ). Giocando col suo nome siamo arrivati a
Superslut (vedi: super sgualdrina), ci piaceva il doppio senso e il suono nel
refrain e l’abbiamo tenuto! Abbiamo anche scoperto tanti insospettabili fanatici
dei Goonies..
V: Il video è
stato fatto in casa con un proiettore che ci ha permesso di proiettare le luci e
il logo. Qui c’è stato più lavoro sui “costumi” e una maggiore attenzione in
fase di post produzione. Laddove per post produzione intendo combattere con
Windows Movie Maker su un computer che non disdegna il piantarsi!
Io: Torniamo alla
musica, oltre le 4 tracce presenti sull’ EP avete già del materiale pronto  per il disco o ci state ancora lavorando?
R:Abbiamo le
bozze, home recordings, vorremmo registrarle in estate per far uscire il disco
in autunno.
V:  Vorremmo chiudere il capitolo sin qui
scritto con un disco di 10 tracce,  che
speriamo di poter pubblicare in vinile, anche se il progetto è più costoso dal
punto di vista finanziario rispetto alla cassetta o al CD. Ma è il sogno di una
vita dopotutto: perché smettere di inseguirlo?
Io: oggi è un po’
cambiato il ruolo dell’artista rispetto a prima?
R: Oggi viene
richiesto un ruolo multi tasking  un po’
in tutti i settori tipico di questa società di m…oderne vedute. quindi devi
saperti gestire su più fronti: qualità e scelta dei suoni, booking , estetica. Il
formato dei talent oggi crea un prodotto pronto da scongelare, e questo vizia
gli occhi e le orecchie degli ascoltatori..
V: Le impigrisce
R: forse 30 anni
fa potevano salire sul palco i Suicide,
proporre la loro musica, prendersi qualche sediata e
bottigliata in testa, magari,
ma venire comunque ascoltati e ricordati. Forse prima c’era un orecchio diverso..
V: Di sicuro
c’era più coraggio. Ora più che mai la musica è sinonimo di commercio, forse
prima c’era più libertà, oggi devi fare tutto da te, senza escludere  anche un’eventuale autoproduzione. E non è
manco detto che i dischi li si venda!
Io: Visto che
parliamo di autoproduzione, il merchandising della band dei Pussystomp potrebbe essere prodotto da R. visto che è una maga del cucito..
R: A breve stamperemo
qualche maglietta con grafiche create in casa. Avremo anche delle Pussy Bags, borse in cotone cucite a
mano. Tornando al discorso del commercio, è molto bello poter avere qualcuno
che invece si occupi di booking e ufficio stampa.
Io: Un po’ il manager?
V: Una sorta. O
meglio qualcuno che si appassioni a questa attività con una particolare
inclinazione al lato organizzativo e burocratico. Per fortuna ci son tanti
ragazzi con questa propensione!
R: Secondo noi è
comunque di grande aiuto una persona esterna/interna al gruppo che si occupi
solo della parte promozionale, anche se l’etichetta ha fortunatamente qualche
collaboratore in questo senso.
Io: Prossime date?
V: Il 7 Giugno
saremo a Sassari, al Dehor, mentre la cassetta uscirà non prima della fine del
mese prossimo.
Io: Dove è possibile
contattarvi?
V: Per ora siamo
presenti solo su youtube;  in seguito alla
pubblicazione dell’ep  apriremo,
probabilmente una pagina Facebook e una su Soundcloud. Comunque ci trovate
sempre su youtube. Potete contattarci là.
R: Essere fuori
dall’ambiente social network è forse sui generis, con i tempi che corrono. La
nostra assenza non nasce per questioni di snobismo ma più che altro perché siamo
nati come un progetto casalingo e non c’è stata immediata necessità della
dimensione social; in fondo la vita reale è fatta di asfalto e di chilometri da
fare ed è bello che sia la vita vera ad affacciarsi in una vetrina virtuale e
non il contrario. A noi  come a tutti i
musicisti, interessa suonare, fare concerti, parlare con il pubblico, sentirne
opinioni e consigli.  Meglio avere un po’
di sostanza da promuovere, prima di lanciarsi su internet, a costo di fare
concerti anche dove non ti caga nessuno o dove magari non vendi un disco.  
Io: Oggi la
dimensione social pare arrivare prima della sostanza di cui è composto un
gruppo
R: esatto.
V: in realtà  siamo forse anche un po’ pigri; di certo
quando avremo qualcosa di concreto tra le mani useremo tutti gli strumenti che
internet ci offre, per ora preferiamo fare saletta piuttosto che salotto.

Musica fatta consapevolmente da
una band che macina km di asfalto e suda ancora in saletta; i Pussy Stomp son
persone che ascoltano musicassette non perché fa figo ma semplicemente perché
l’hanno sempre fatto; nel loro “Credo” la musica viene prima di tutto: social
network, promozione e quant’altro sono cose secondarie, loro hanno i
piedi saldi alla terra e la testa tra le nuvole.

Leggi anche Roberta, alluminio mon amour

Nb: ringrazio Alessandro Loddi per le foto. 

Vinylmania quando la vita corre a 33 giri al minuto, Intervista al regista Paolo Campana.

Qualche tempo fa, prima che radio pigre.co andasse offline, ho intervistato il regista Paolo Campana, un ragazzo che ha fatto un documentario in giro per il mondo mentre era alla ricerca di vinili e di storie o meglio persone le cui vite girano come vinili. Il documentario l’ho scoperto per caso, quando il mio amico Davide, con il quale condivido la passione per i 33″, mi ha parlato di questo DVD che s’era comprato e che dovevo assolutamente vedere: “Vinylmania quando la vita corre a 33 giri al minuto”, ecco il Trailer . Inutile dire che dopo averlo visto ho subito contattato il regista per un’intervista, così due giorni dopo l’ho raggiunto via skype e ci siamo fatti una lunga chiacchierata. 
Ma di cosa parla esattamente il documentario?

Questo è un viaggio molto appassionante in cui il regista s’è letteralmente fatto il giro del mondo saltando da Los Angeles a Praga, passando per Parigi, Londra e New York sino ad arrivare nella Terra del Sol Levante. Il senso rotatorio della sua esperienza, come ha sottolineato Paolo nell’intervista, è un incontro di persone, di storie che si intrecciano attorno a un minimo comune denominatore: il vinile; dj, collezionisti, fabbriche di dischi, musicisti e artisti, le persone intervistate sono tutte, in maniera personalissima e originale, legate dal groove del vinile. Questo documentario è un viaggio emozionante che entra nelle loro vite, qui si incontrano collezionisti famosi e non, affrontando anche un tema spesso in secondo piano, l’artwork: per farlo Paolo Campana è arrivato a casa di Peter Saville, il genio minimal che ha creato le copertine dei Joy DivisionNew Order e ha anche incontrato il “Re del collage” -come mi piace chiamarlo- Winston Smith, tanto per intenderci il creatore delle copertine -tra gli altri-, dei Dead Kennedys, Green Day e Ben Harper.

Questo documentario è davvero interessante, ogni storia è un microcosmo eppure tutti i personaggi sono legati dall’affascinante suono dei microsolchi del vinile, insomma per farla breve Vinylmania, come sottolinea Guido Andruetto  “è un viaggio ipnotico ai limiti dell’ossessione”.


Vi allego uno stralcio dell’intervista con intermezzi musicali, mi tengo una parte nel cassetto, sperando di poterla trasmettere in radio un giorno di questi.

Per maggiori informazioni andate su:  Vinylmania il film