Archivi categoria: Interviste

Intervista. Patrizio Fariselli dagli Area all’Albero Azzurro

Ascolto gli Area international POPular Group da sempre. Il primo post di questo Blog è dedicato a loro, (è una recensione di Arbeit Macht Frei, il loro disco d’esordio). Gli Area li ho anche visti qualche anno fa in un bellissimo anfiteatro. Era Ferragosto ma l’anno è incerto, forse il 2009. Poi ho deciso che avrei provato a intervistare Patrizio Fariselli e ci sono riuscita; quella che state per leggere è una delle più belle chiacchierate che io abbia mai fatto. Dopo mezzo minuto Patrizio mi ha chiesto di dargli del Tu e la conversazione è diventata semplicissima. Tra una domanda e l’altra c’è stato anche spazio per risate e commenti fuori programma.
 
Quanto è importante
per te l’indipendenza musicale dai generi, dalle strutture, non solo con gli
Area ma in tutta la tua carriera? Ascoltando i tuoi lavori e leggendo la tua
biografia si nota che hai spaziato tanto…
Ci soni molti modi di intendere l’indipendenza: secondo me,
è prima di tutto uno stato mentale, un atteggiamento nei confronti del mondo che
prevede onestà intellettuale e rispetto, anche per se stessi.
Poi si tratta di difendere il proprio lavoro dalla prepotenza del mercato,
cercando nuovi percorsi al di là del cosiddetto trend, che spesso si rivela di
una banalità musicale desolante.
Sono comunque tanti gli artisti che tentano di autodeterminarsi, diffondendo il
proprio lavoro con le proprie forze, ma non è facile.

 

Altrimenti c’è omologazione…
Esatto. Chi invece cerca il successo, e i profitti economici,
va a pescare dove i più gettano l’amo. Ma una delle prerogative dell’arte
dovrebbe essere proprio l’indipendenza.
Per un ragazzo che impara a suonare, è inevitabile essere influenzato da ciò che
fanno i suoi maestri; è naturale che nelle sue prime esibizioni si noti questa
dipendenza. In seguito, però, giunto alla maturità, è giusto che cerchi la via
a lui più congeniale, ed elabori un proprio pensiero musicale.

 

La seconda domanda è
una curiosità sul tuo modo di lavorare e comporre. Il mio ragionamento per
strutturare la domanda è partito dal concetto di musica come linguaggio
universale che si adatta a nascere sia dall’improvvisazione sia dalla
scrittura. Qual è il tuo modo di approcciarti alla composizione?
Io sono sostanzialmente un improvvisatore: mi piace trovarmi
davanti a un pubblico e buttarmi allo sbaraglio (ride) in una pratica musicale
immediata, che nel suo divenire contempla anche l’errore, alla ricerca di
qualcosa che possa definirsi musica. Del resto, dal mio punto di vista,
l’improvvisazione è la chiave stessa del fare musica, nel suo complesso. Ciò
che un compositore tradizionale chiama “estro creativo”, o “ispirazione”, io lo
chiamo semplicemente improvvisazione. Considero la composizione nient’altro che
un’improvvisazione sedimentata, ponderata, ampliata e rifinita.
Hai iniziato a
suonare giovanissimo, figlio d’arte sei cresciuto avvolto da note musicali,
hai suonato nell’orchestra di tuo padre e dopo il conservatorio nel ’72 hai
fondato gli Area International Popular Group. Quali erano le vostre intenzioni
quando avete iniziato a suonare assieme, nella fase embrionale? Cosa vi
aspettavate da questa unione?
È una domanda che richiederebbe una risposta un po’ articolata…
ma, in estrema sintesi, c’era la volontà di creare una musica indipendente,
come dicevamo prima, ma anche l’esigenza di dire qualcosa di significativo. Il
gruppo doveva essere un organismo che ci rappresentasse nell’insieme, al di là
delle singole personalità. Anche se, naturalmente, ci tenevamo a dimostrare il
nostro talento, questo doveva risaltare come contributo al lavoro collettivo. Fu
per rinforzare questo concetto, l’importanza della collaborazione, che
scegliemmo di veicolare contenuti non solo poetici, ma anche sociali.
Avete rispettato
appieno i vostri intenti… Gli Area sono una delle pagine più belle e UNICHE
della musica italiana – e non solo- siete una mosca bianca, portate
l’ascoltatore in una dimensione di attenzione assoluta e poi siete ancora così attuali. 

 

Trapela in voi un interesse per la musica dei Balcani e in
generale per quella popolare, me ne vuoi parlare?
L’origine di questo interesse è nato dal piacere di suonare
tempi dispari, ritmi non usuali, che ci dessero l’opportunità di uscire dagli
schemi in cui la musica occidentale è in gran parte intrappolata.
Demetrio, che fino a quel momento aveva rivolto lo sguardo a ovest, verso gli
Stati Uniti, verso il rock anglosassone, a un certo punto diresse la sua
attenzione ad est, alla riscoperta delle proprie origini. Assieme, cominciammo lo
studio delle musiche balcaniche e mediterranee, e così, giocando, come sempre
quando si fanno le cose serie, scrivemmo e rielaborammo molti brani. Il nostro primo
pezzo, “Luglio, agosto, settembre (nero)” fu così importante per noi che continuo
ad eseguirlo ancora adesso, dopo quarant’anni. Anche perché, purtroppo, la
situazione in Palestina è ancora di drammatica attualità.

 

Eravate molto giovani
ma con le idee chiarissime… Indubbiamente avevate già un percorso artistico
alle spalle, maturi per spaziare con la mente e creare cose
così nuove e importanti.
Ti ringrazio. Tieni presente che io, lì in mezzo, ero il più
giovane; gli altri avevano quattro o cinque anni più di me (ride).
La prossima domanda è
una riflessione sul periodo in cui avete iniziato a suonare, ovvero sulla fine
degli anni ’60 e soprattutto sugli anni ’70. Io son molto appassionata di
questo periodo però mi provoca una sensazione contrastante. Sembra sia stato
utopico, tutta la sua energia e la potenza intellettuale si è come
volatilizzata…
Ogni tanto le società vivono delle ondate di innovazione e di
civiltà, ma queste sono sempre il frutto di una diffusa coscienza politica e dell’impegno
di molte persone. Quando invece si danno le cose per scontate e ci si rilassa,
presto si assiste al ritorno dello status reazionario perché il potere ha una
lunga esperienza e impara dai suoi errori, facendosi sempre più insidioso.
Musicalmente, gli anni ’70 sono stati di una fertilità estrema. Erano ancora in
attività i grandi maestri del novecento, musicisti straordinari, di generi
completamente diversi, Stravinskij, Duke Ellington, Cage, Miles Davis, oltre ai
grandi gruppi rock…
Ma furono anni importantissimi soprattutto dal punto di vista sociale: qui in
Italia c’era una spinta incredibile verso l’aggregazione e si usava la musica
come pretesto per stare assieme. Sembrava che una nuova società fosse ormai
imminente: metà del paese stava a sinistra e agli scioperi si vedeva una
partecipazione altissima. Pareva che di lì a poco l’Italia avrebbe finalmente applicato
la Costituzione, guadagnata con tanta fatica. Invece i vertici del partito
comunista e dei sindacati avevano già abbandonato quel sogno e si erano
spostati sempre più al centro, condividendo con i democristiani le politiche di
austerity e le leggi repressive contro i giovani della sinistra
extraparlamentare che, giustamente, non accettavano questo tradimento. Purtroppo
erano troppo divisi per formare un’alternativa.
I fatti dell’ultimo festival del parco Lambro mostrarono tutte le
contraddizioni interne al movimento. Poi ci fu la svolta autoritaria del
“gladiatore” Cossiga e la feroce repressione del settantasette, con centinaia di
arresti, che segnò la fine del movimento. A quel decennio di lotte, si pose letteralmente
una pietra sopra con la bomba alla stazione di Bologna, nell’80.
Poi, dopo il bastone, arrivò la carota, e con l’avvento delle tv e delle radio
commerciali in pochissimo tempo l’interesse per il sociale svanì completamente,
lasciando tutti basiti, in primis il sottoscritto.
Con gli Area eravamo rimasti fuori dal giro per diversi mesi, impegnati in tour
teatrali, e quando tornammo trovammo una società completamente cambiata, in cui
dilagava il narcisismo più idiota e un individualismo suicida.

 

Gli anni ’80 sono
quelli di MTV, in cui il concetto di musica diventa massificato e televisivo
Una fase tutt’ora in atto. Esiste una precisa volontà di colonizzare
l’immaginario dei ragazzi, e non solo, con una visione del mondo falsamente
ludica e liberatoria, ma che in realtà è solo consumistica e reifica ogni
aspetto della realtà, riducendola a mero spettacolo, secondo le più
pessimistiche previsioni di Débord.
Dal punto di vista politico, la situazione è quanto di peggio: il neoliberismo
nato in quegli anni è riuscito ad imporsi anche nei paesi europei con la
trappola del debito, provocato appositamente con la moneta unica. In nome di
un’ipotetica “Europa” stanno smantellando, una ad una, tutte le conquiste
sociali degli anni 70. Le privatizzazioni dei beni pubblici, perseguite sia
dalla destra che dalla sinistra, divenute indistinguibili, puntano alla
completa americanizzazione della società, dove prevalgono gli interessi delle
lobbies e il capitalismo più spietato. Sono molto, molto preoccupato, specie
per le nuove generazioni, ma confido nella saggezza di culture molto più
antiche di quella statunitense, che costituiscono la maggioranza dell’umanità e
fortunatamente hanno un’idea diversa e più profonda della vita su questo
pianeta.

 

Io non ho abilità
artistiche, non posso dare un contributo in questo senso, però mi piacerebbe sentire artisti culturalmente impegnati, come eravate e ancora siete
voi, e non mi riferisco solo al pensiero scritto e ai concetti verbali ma anche
alla musica che, in linea di massima, oggi è davvero banale
Il contributo culturale non è solo quello dell’artista che
compone ed esegue, ma avviene anche da parte
dell’ascoltatore. Questa cosa non va trascurata, è davvero importante
perché la musica non ha senso se non viene ascoltata. Il rito sociale del fare
musica si compie nella condivisione. Bisogna completare il cerchio. Quindi
anche tu, ascoltatrice, sei fondamentale in questo processo.
Nel dire questo
Patrizio non solo mi ha reso parte integrante della macchina musicale ma mi ha
fatto sentire necessaria. Non avevo mai pensato alla musica in questo senso; se
fossimo in quinto potere direi “anche le mie orecchie hanno un valore!”. Grazie
Maestro.
 
Avrei tante, troppe domande su Demetrio Stratos però mi limito a chiederti: che persona era nel quotidiano?
Era un ragazzo fantastico, allegro, colto, con un sacco di
interessi… che amava la vita. Eravamo molto legati ed esercitava su di me un
fascino notevole anche perché, quand’ero ragazzino, suonicchiavo con il mio
gruppo, i Telstar, i suoi pezzi dei Ribelli. Quando l’ho conosciuto, lui aveva già
alle spalle una carriera importante e per me era una star assoluta. Era anche
un grande narratore, ma la cosa che mi piaceva di più di Demetrio era la sua
curiosità. Riguardo al suo strumento, la voce, voleva conoscere tutto quello
che esisteva al mondo e trasformò la sua curiosità in ricerca. Quel percorso
l’ha portato lontanissimo dalle platee commerciali, e il suo rigore
intellettuale lo fece inoltrare per strade davvero impervie.
Ho seguito molte sue
interviste, letto vari articoli e lo studio sulla voce di Demetrio è davvero
molto interessante e affascinante
Oggi, a livello internazionale, ci sono molti artisti che
hanno affrontato la vocalità in modo non convenzionale, portando avanti la sua
ricerca di 40 anni fa. Se fosse ancora tra noi sarebbe andato davvero lontano.
Poi abbiamo esitato entrambi
un attimo, zitti per qualche secondo perché quando si nomina Demetrio a un certo punto piomba sempre il silenzio…
 
Un altro tuo amico artista era Gianni Sassi, mi racconti qualcosa di lui?
Era una persona dal carattere complesso, non sempre facile, ma
incredibilmente stimolante. Abbiamo sempre considerato Gianni un membro degli
Area, anche se non appariva nelle foto e si firmava con uno pseudonimo,
Frankenstein. Divenne il nostro paroliere e si inventò discografico per
pubblicare il nostro primo disco, Arbeit macht frei. Introdusse il metodo nel modo
di lavorare del gruppo: il piacere di fermarsi un momento, posare gli strumenti
e ragionare attorno a un tavolo su dei concept. A quel punto, durante una
riunione, proposi di schierarci politicamente, e lui ne fu entusiasta. Gli
brillarono gli occhi e cominciò la festa.
Parliamo di carriera
solista, non si può certo dire che il tuo sia stato un percorso a senso unico, tra gli appunti ho scritto solo “da
antropofagia all’albero azzurro
Anch’io ho molteplici interessi che mi hanno portato a fare
musica non solo d’arte, ma anche d’uso: colonne sonore per il cinema, il
teatro, i cartoni animati e la danza. Negli anni ‘80 lavorai quasi
esclusivamente come compositore e per quasi 10 anni abbandonai il palcoscenico.
Negli anni ’90 ebbi l’occasione di lavorare alla RAI per l’Albero Azzurro, una
bellissima trasmissione per bambini in età prescolare; per me una vera sfida.
Io ero già grande ma
mio fratello più piccolo lo guardava quotidianamente e talvolta mi incantavo
anche io, era un ottimo programma
Diciamo che era un programma rispettoso dell’intelligenza e
della dignità dei più piccoli. Ci ha dato grosse soddisfazioni. Da lì, non ho
più smesso di lavorare per i bambini. Ho pubblicato una piccola collana di
libri, illustrati da mia figlia Cleo, che ha più o meno la tua età, con allegate
musiche strumentali, “La musica delle cose e degli animali”, e recentemente ho musicato
due serie di cartoni animati per bambini ancora più piccoli, “Taratabong”, con
protagonisti degli strumenti musicali che comunicano suonando. Assieme a mia
moglie Cristina abbiamo scritto anche buona parte delle sceneggiature.
Bella questa
dimensione familiare della creazione artistica. Complimenti, il lavoro assume
così un significato ancora più prezioso
Mi sembra naturale lavorare coi familiari. Una volta, quando
uno nasceva in una famiglia d’artisti, veniva buttato dentro e facilmente anche
lui lo diventava.
Che progetti porti
avanti in questo momento?
Ho appena finito di registrare la colonna sonora di un film
a cartoni animati, “Bambini senza paura”, con la regia di Michel Fuzellier,
dedicato a Iqbal, il ragazzo pachistano che si ribellò alla schiavitù del
lavoro minorile. Dovrebbe uscire nei prossimi mesi.
Poi sto cercando di promuovere dei concerti/conferenza molto interessanti. Sono
di due tipi, uno con l’antropologa Michela Zucca, dedicato al pensiero mitico,
in cui io sviluppo un repertorio di musica arcaica, e l’altro con il professor Piergiorgio
Odifreddi
, con musiche legate a tematiche scientifiche.
Ultimo ma non ultimo, insieme ai due nuovi componenti degli Area, Marco Micheli
e Walter Paoli, con i quali abbiamo formato l’Area Open Project Trio, una formazione
molto combattiva, stiamo lavorando a un nuovo disco.

 

Verrete anche in
Sardegna?

Me lo auguro! Sono molto affezionato alla tua terra, dove ho
carissimi amici come Simone Sassu e i Nasodoble. Se si riuscisse ad organizzare qualcosa in Sardegna ne sarei molto
felice!

Io e Patrizio abbiamo parlato ancora un po’ della Sardegna, di un video che ha girato con i Nasodoble, mi ha anche detto che si è divertito a rispondere a queste domande, gli sono piaciute. È stato un confronto molto interessante, utile, da condividere e rileggere. Ogni finale che scrivo non mi convince mai abbastanza  quindi non aggiungo altro, le cose importanti d’altronde son già state dette!

Intervista Xavi Lozano Palay, musica con gli oggetti

foto di Ana Antoñanzas

Una settimana fa girava su Facebook un video in cui un ragazzo suona una transenna come fosse un flauto, ricordate? Guardate QUI
Ho subito scritto a Xavier, artista e aggiungo filosofo di Badalona, un paese vicino a Barcellona; così questi giorni ci siamo visti su skype. La nostra conversazione, principalmente in spagnolo, è stata molto fluida, ho anche chiesto a Xavi di suonarmi qualcosa e.. non avete idea.. 

 

Hola Xavi que tal?
Ciao Martina Buongiorno, parlo un poco d’italiano.. come estas?
Una semplice presentazione due parole sul caldo afoso che investe la Spagna e l’Italia; sin da subito scopro che abbiamo conoscenze in comune, per la serie quant’è piccolo il mondo e poi via a parlar di musica.. 

Bueno Xavi come ho visto il tuo video in cui suoni la transenna, tempo 30 secondi e ti avevo già chiesto un’intervista, non ho mai visto nulla così..
Muchas Gracias, ciò che faccio già da qualche anno è questo: suono oggetti a fiato. Il video in cui sto suonando la transenna è nato così, tre settimane fa suonavo a Barcellona e, vedi io non pubblico quasi mai i miei video su facebook, però stavolta ho detto ma si dai e la risposta è stata incredibile perché in meno di due settimane aveva oltre 700.000 visualizzazioni e oggi sono oltre 950.000. Nessuno dei miei video ha mai avuto una risposta simile, tranne quelli pubblicati da un’emittente televisiva che ha registrato oltre cinque milioni di visualizzazioni.
Fb è uno strumento molto potente, immagina che 5 tra i tuoi contatti condividano un tuo video e che ognuno di loro abbia 800 amici e moltiplica all’infinito..
Exacto es exponecial..
Xavi Lozano Palay
foto di Ana Antoñanzas

Come hai iniziato a creare strumenti musicali, da cosa è nata quest’idea?

Io ho iniziato a studiare musica quando avevo 8 anni, ho fatto il conservatorio e suono il piano, sax e tutte queste cose oltre a uno strumento tipico catalano che è una specie di flauto ad ancia doppia, una sorta di oboe tradizionale. Ho sempre fatto il musicista, vivo di questo da sempre. Ora ho 45 anni, quando ne avevo 18 circa mi interessai alla musica indiana del nord e iniziai a suonare del flauto di bambù di quella zona e a collezionare flauti appassionandomi anche a quelli arabi che sono obliqui e.. guarda..Xavi scompare per qualche secondo e và a prendere alcuni strumenti, così mentre parliamo, suona e mi spiega che il flauto indiano si suona esattamente con lo stesso meccanismo della transenna.. ovvero come un flauto traverso. Quello arabo è invece un semplice tubo cilindrico che può essere anche la gamba di una sedia o un tubo per l’irrigazione. 

Quando iniziai a suonare il flauto arabo, mio nonno si era rotto la gamba e girava con le stampelle e gli ho chiesto di sedersi un attimo, ho smontato la sua stampella e mi sono messo a suonarla.
E tuo nonno?
Mio nonno era sopreso, gli è piaciuto. Quello è stato un momento molto importante nella mia vita, perchè ho capito che potevo suonare gli oggetti che non son pensati per la musica ma sono perfetti e talvolta son migliori di uno strumento standard. Così iniziai a lavorare con le scuole, mostravo gli strumenti di tutto il mondo e tra questi suonavo la stampella ma i bambini mi dicevano “questo non è un faluto!”Così ho iniziato a incorporare oggetti ai flauti e nel frattempo facevo anche musica fusion e cose sperimetali soprattutto.. Circa 8 anni fa un amico mi ha detto che stavano cercando persone per un programma tv e mi son presentato perché volevano un attore che sapesse suonare, bueno, io non sono attore però, vamos a ver.. un’avventura e alla fine ho vinto! Mi hanno fatto condurre un programma anche se la mia immagine non è molto elegante per la tele, alla fine ho fatto una serie di 28 puntate che andavano in onda ogni giovedì tra il tg e la prima serata quindi era visto da milioni di persone. Dopo son stato chiamato in altri programmi e la gente mi saluta per strada e cose così, mi fermano e mi chiedono come mi è venuto in mente di suonare le carote e cose del genere..
E adesso?
Adesso suono sia solo sia con un trio. Da poco son stato ospite in una Tv Coreana e Cinese e questo e ciò che faccio ora.
Sicuramente è una cosa unica al mondo..
Questa è una cosa che piace ai media anche se io non amo moltissimo la televisione ma capisco che le mie performance son qualcosa di curioso e culturale.
Penso che i bambini siano uno dei pubblici più incuriositi da ciò che fai… la sensazione che ho mentre parliamo è che tu sia un surrealista, un po’ come Dalì che rendeva possibili situazioni impossibili nella realtà..
Bueno (ride mentre menziono Dalì), grazie per il complimento. La reazione và di pari passo con l’età, quelli più curiosi in realtà sono gli adolescenti perché capiscono, più son grandi più si incuriosiscono..Inoltre quella è un’età di cambiamenti e credono di sapere tutto.. Io non voglio insegnare nulla, sono solo una persona che ha scoperto una cosa. Mi piace anche con gli adulti e moltissimo con gli anziani.
E loro che reazioni hanno?
I bambini spesso mi dicono che è magia musicale e io sono un mago senza cappello e senza coniglio! Altrimenti mi chiedono quali sono le cose che invece non sono riuscito a suonare. Io rispondo sempre che le verdure son difficili e che la cosa che non sono ancora riuscito a suonare è il peperone, troppo irregolare, l’idea è di suonarlo come un’ocarina..
Quanti flauti possiedi?
Sono circa 400 da tutto i mondo più altri strumenti ma non ne conosco il totale. Ho inoltre moltissimi fischietti.
Ci sono altri musicisti nella tua famiglia?
No..
A questo punto seguono una serie dì dimostrazioni in cui Xavi suona un mattone, una bottiglia d’acqua, una stampella, un tortiglione con  uno spaghetto, un manubrio e altre cose.. poi mi fa qualche domanda su di me, sul mio lavoro, sul blog.. e poi proseguiamo nella nostra chiacchierata.


Xavi quanto tempo passa tra l’idea e la realizzazione di uno strumento? 
Tieni presente che secondo me in passato la gente viveva meglio, la musica è sempre esistita ma gli strumenti no. Quanti oggetti buttiamo senza renderci conto che invece potrebbero essere qualcos’altro? Prima se volevi ascoltare musica dovevi suonarla, così una signora con una padella ecc… questo istinto sta dentro ognuno di noi.
Come tornare alle origini, immaginare e creare..
Detto questo bisogna fare diversi esperimenti per ottenere un suono calibrato. Questa è un’operazione matematica sai, su internet puoi trovare molti video che ti illustrano come creare uno strumento..Alla fine Xavi mi dice che verrà in Sardegna a Ottobre, a Bitti per incontrare i suoi amici Tenores, con i quali se non sbaglio è andato in Tour negli Usa e ci diamo appuntamento lì. A Bitti. A Ottobre. Quest’uomo e la sua colta semplicità hanno reso la mia giornata migliore perché è impossibile rimanere indifferenti. Vedere una sua performance ti lascia pensare che non c’è solo una direzione, che la convenzione è tale ma non deve essere universale. 
Abbiamo bisogno di risvegliare i nostri sensi assopiti, dobbiamo aguzzare l’ingegno. Io ragazzi a chiacchierare con tutta sta bella gente mi sento davvero fortunata e persone come Xavi DEVONO essere esempi perché non è tutt’oro quello che luccica ma vale anche il contrario. 


Ecco il video della nostra video Chat diviso in tre parti: nella prima parte Xavi suona flauti tradizionali, nella seconda e terza suona musica con gli  oggetti. 

Ho inserito i video in ordine inverso perchè preferisco guardarli così. 
Buona Visione

 

Intervista. Faris Amine: il Sahara, la chitarra, il Mississippi – Seconda Parte

Ecco la seconda parte dell’intervista a Faris Amine, artista Tuareg che ha collaborato con i Tinariwen e Terakaft, ha inoltre collaborato con David Rhodes per un disco registrato alla NASA e ha recentemente pubblicato il suo ultimo disco, Mississippi to Sahara. Faris Amine in Mississippi to Sahara reinterpreta  a modo suo 10 pezzi classici del Blues americano, riscrivendo i testi e suonandoli nello stile Assouf, un genere che desrcrive un sentimento di perdita e nostalgia tramite uno strumento non tradizionale tra i Tuareg: la chitarra. Nella nostra lunga e interessantissima chiacchierata abbiamo parlato di moltissime cose, ecco la trascrizione della Seconda parte dell’intervista.

Tu come vivi la religione,
essendo un artista..

È una cosa spirituale e non che
riguarda la polizia e cose del genere, riguarda lo spirito umano ed è una forma
di nutrimento, non dovrebbe servire per giudicare gli altri.
Personale ma spesso  inspiegabilmente
motivo di odio..
Io sono musulmano e la mia
cosmogonia è musulmana ma mi confronto apertamente e tranquillamente con gli
altri. Fra i tuareg la donna è forse più libera degli uomini, pensa che gli
strumenti musicali più nobili possono suonarli solo le mani delle donne. Fra i
Tuareg la religione è sempre stata vissuta in maniera tollerante verso gli
altri…
Faris Amine e Leo Bud Welch ©-Giacomo-Lagrasta
Faris Amine e Leo Bud Welch, foto di Giacomo Lagrasta

Quando sei stato conquistato
dal Blues?

Il blues è una cosa che sentivo
già nelle musiche di mia madre e quindi mi è familiare da sempre. Nel Blues c’è
una sensibilità, un qualcosa che mi tocca profondamente ma in realtà spesso non
ne ho chiaro il perché.  Leo Bud Welch,
che ha suonato nel disco, non voleva cantare il testo della canzone uguale
identico all’originale, e chiacchierando una sera mi ha detto “Faris, per me
il Blues è una cosa molto semplice: il blues non è nient’altro che un uomo
buono che sta male”.
Questa frase bellissima, che lui canta anche nel
disco, mi ha fatto capire perché il Blues mi colpisce così tanto e non mi sento
di aggiungere nulla a questo.
A proposito di Leo, nel tuo
book ho letto una frase molto bella in cui dici “ qualsiasi cosa lui faccia,
anche solo battendo le mani, ha qualcosa di Blues”..
Per me il termine Blues e
Bluesman sono termini molto abusati, cioè oggi tutti si sentono bluesman,
invece no, non è così. Leo è un vero Bluesman. Certi concetti sono molto
difficili da spiegare con le parole, anche l’Assouf è un
sentimento che non tutti posseggono e di certo il Blues non è un colore o una
cosa comunitaria ma dipende dal vissuto e dalla sensibilità di ognuno.
Anche nel book si parla di
come a un certo punto la musica Assouf passi dall’essere comunitaria all’essere
individuale.
Questo mi fa stare bene nello
stile Assouf, la musica contemporanea Tuareg non è come tanti altri generi
musicali africani e anche in questo è simile al Blues, nell’Assouf è il
compositore che parla di se stesso, delle sue opinioni e dei suoi problemi.
In Mississippi to Sahara non
si suonano semplici cover e questo tendi a precisarlo anche nel book. Tu hai
preso i pezzi Blues americani a cui sei più legato, hai arrangiato la musica e
riscritto i testi risultando molto diverso eppure uguale agli originali..
Per me quelle son diventate
canzoni mie, non le sento come cover perché fanno parte di me e al contempo le
ho ricreate, in qualche modo. Non so sempre spiegare bene le cose, le parole
sono più pericolose della musica.
Faris Amine, foto di Claudia Bonacini

A me la cosa risulta
chiarissima e apprezzo questo tuo modo di vivere la musica
. Dopo aver
ascoltato il tuo disco mi son riascoltata le versioni originali una dietro
l’altra in sequenza ed è impressionante come il risultato sia da un lato
diversissimo e dall’altro coincida perfettamente..

Questo è un disco che mi è stato
cucito addosso davvero. Il fatto che io sia meticcio e poter riunire due cose
che sono già unite…
River of Gennargentu vorrebbe
chiederti come è stato suonare con Leo Bud Welch..
Avevamo un appuntamento in studio
proprio per le prime sessioni di registrazione del disco e non ci eravamo mai
visti prima. Io mi aspettavo di incontrare un americano, invece ho trovato un
africano e sul momento la cosa mi ha sorpreso perché con lui era come essere in
Mali ai festival nel deserto, le cose che mi aspettavo non coincidevano quindi
bisognava usare un codice diverso, mi ha davvero piacevolmente sorpreso. Questo
disco per me sono un sacco di cerchi che si chiudono perché il Blues arriva
dall’Africa e loro (gli americani) non so come ma son riusciti a tenere vivo lo
spirito originario. Non so come, perché gli Stati Uniti sono uno dei Paesi più
moderni in assoluto.
La prefazione di Andy Morgan..
Grande giornalista musicale
inglese, fotografo e manager dei Tinariwen, la sua prefazione è stata per me
una bella soddisfazione perché con i Tinariwen ho un rapporto particolare, soprattutto
con Ibrahim. Ibrahim rappresenta l’Assouf, quel modo particolare d’essere
sensibili. Morgan ha voluto scriverla e mi ha fatto molto piacere.
A proposito dei Tinariwen se
non ho letto male vi siete conosciuti durante una Jam Session..
Tendenzialmente noi musicisti
Tuareg ci conosciamo tutti e i Terakaft (gruppo in cui Faris ha suonato) sono
una costola dei Tinariwen. Loro erano i pionieri, la prima generazione Assouf e
i Tinariwen mi hanno subito “adottato” quindi ho passato tanto tempo con loro.
I ricordi più belli in loro compagnia sono questi piccoli concerti, le jam
sessions con le chitarre acustiche in mezzo al deserto cui c’era una semplicità
che io non voglio perdere e che non ho trovato sempre nei grandi palchi.
River of Gennargentu chiede,
quali sono i tuoi Bluesman americani preferiti?
Skip James moltissimo, fammi
pensare son domande difficili, Robert Johnson, Muddy Waters, Ray Charles, Vera
Hall. Ecco forse Skip è il mio preferito dei Pionieri, e mi fermerei qua.
La prossima domanda l’ho
pensata dopo aver sentito Mississippi to Sahara la prima volta. Ho poi letto in
un secondo momento il Booklet e ho visto, con estremo piacere, che ne parli
anche tu.. In che rapporti sei con Jimi Hendrix?
Lo
ascolto quasi quotidianamente, ho imparato a suonare la chitarra grazie a lui e
ho un rapporto quasi familiare. Era un grandissimo compositore, era un poeta,
un cantante e indubbiamente anche un grande chitarrista. Era il suo ritmo che
mi trasportava, pezzi come Hey Joe hanno un groove che fa paura.
Io
dopo aver concluso il disco ho pensato subito a lui a che rapporto Faris Amine,
musicista Assouf, potesse avere con Hendrix. La domanda era inconsapevole ma
probabilmente inconsciamente ho colto qualche piccolo riferimento..
Credo
che verrà fuori sempre di più. Prima di incidere questo disco ho avuto bisogno
di tornare nel Sahara e stare lì per un po’ e in pratica è come se avessi fatto
pari con tutte le mie radici. Il mio modo di fare musica è cambiato.
Recentemente ho suonato per la Nasa con David Rhodes..
Hai
suonato per la NASA?
Ho
suonato per un album che uscirà principalmente a nome di David Rhodes,
che è dall’80 il chitarrista di Peter Gabriel, e va in tour con Kate Bush, Paul
McCartney e tanti altri. Il disco si chiama The Fermi Paradox ed è finanziato
dal Jet Propulsion Laboratory della NASA. In pratica cercavano musicisti per
divulgare le ultime conoscenze acquisite sullo spazio e io ho scritto due
canzoni che gli son piaciute e mi hanno chiamato in studio con loro. Insomma un
bel giro, Sahara, Sardegna, Reggio Emilia e poi lo Spazio! All’interno del
disco ci saranno nuovi pezzi in inglese perché ormai sto scrivendo anche in
questa lingua. In pratica ho una parte di repertorio in tamasheq e un’altra in
inglese. Non vedo l’ora di registrare il prossimo disco, anche se molti mi
dicono come faccio a pensarci mentre ancora sto in tour per questo..
In
realtà credo sia una cosa molto comune tra voi artisti, essendo appassionata
leggo mole biografie e per esempio… non so gli Stones, che hanno 52 anni di
carriera alle spalle, hanno scritto i loro dischi mentre erano in Tour per
quello precedente e forse è anche giusto, insomma perché bloccare la
creatività?
Esatto,
io scrivo quasi ogni giorno anche se solo qualche nota o un appunto, in tanti
posti e luoghi diversi e adesso ho il desiderio di scrivere qualcosa che
riguardi me e che allarghi gli orizzonti. Non so come spiegare, non voglio
rappresentare niente o nessuno se non me stesso.
Faris Amine foto di Pierre David
Faris Amine foto di Pierre David
Qual
è l’ultimo album che hai ascoltato? Mi consiglieresti un disco?
L’ultimo
in ordine di tempo è Giant Steps di John Coltrane, e anche White Lies For Dark
Times di Ben Harper. Quello che ti consiglio invece è Abacabok dei Tartit,
un gruppo molto femminile Tuareg, gli unici a suonare la musica tradizionale
con strumenti tradizionali.  Son stato
con loro tanto tempo e nella loro musica si sentono chiaramente le origini del
Blues americano. È impressionante la similitudine, più di altre musiche
tradizionali dell’Africa. Questo discorso mi affascina molto, anche Scorsese
nei suoi documentari si è limitato geograficamente, non è andato a esplorare
sino al Nord invece nella pentatonica, nel modo in cui le canzoni vengo
strutturate ecc.. c’è una corrispondenza totale. Lì nel nord vi sono due etnie
principali i Songhai e i Tuareg, ma non so perché i Tuareg non siano mai stati
considerati nella ricerca delle origini del blues americano, forse perché sono
troppo chiari di pelle per l’immaginario della gente che pensa che Africa sia
solo qualcosa di molto scuro.

 

Intervista. Faris Amine: il Sahara, la chitarra, il Mississippi – Prima Parte

A Faris Amine, artista Tuareg che ha collaborato con i Tinariwen e Terakaft,  sono arrivata per caso, quando, River of Gennargentu, di cui ho recensito il disco, mi ha passato Mississippi to Sahara. Il titolo chiarisce subito che questo è un album di viaggio e connessione, un po’ come andare da una parte all’altra del pianeta senza nessun biglietto aereo. Faris Amine in Mississippi to Sahara reinterpreta  a modo suo 10 pezzi classici del Blues americano, riscrivendo i testi e suonandoli nello stile Assouf, un genere che desrcrive un sentimento di perdita e nostalgia tramite uno strumento non tradizionale tra i Tuareg: la chitarra. Parlando con Faris ho scoperto un ragazzo molto semplice, con le idee chiare che a soli 32 anni ha vissuto 3 vite almeno, adattandosi con naturalezza senza perdere la sua identità di figlio del deserto. La nostra chiacchierata è stata molto naturale e ben più lunga del previsto, abbiamo parlato di casa, deserto, religione, musica e progetti. Dividerò l’intervista in più parti.

 
Faris Amine by Claudia Bonacini

Quanti anni hai? Dal tuo
vissuto potresti averne tantissimi ma sembri giovanissimo!

Ho 32 anni, grazie per il
giovanissimo.
La prima domanda che vorrei
farti riguarda le tue origini, visto che tua madre era una Tuareg, popolo
nomade dell’Africa, e tuo padre italiano. Grazie al popolo itinerante hai
viaggiato parecchio sin da piccolo e parli diverse lingue. Sei una persona che
si è misurata con molti stili di vita e culture.  Cosa significa essere nomadi e cos’è per te la libertà?
La gente non ha un’idea molto
chiara su cosa significhi essere nomadi, perché lo lega molto al viaggio, allo
spostarsi mentre non è per forza quello che definisce il nomade. C’era una
bellissima frase, non ricordo più di chi sia ma non è mia, che diceva “un
nomade non è per forza un viaggiatore e un viaggiatore non è per forza un
nomade”.
Essere nomadi è un modo di vivere, altrimenti sarebbero più nomadi
una Hostess o un rappresentante di un Tuareg. Il nomadismo è un modo di
pensare, vedere le cose come se fossero tutte in movimento, le cose bisogna
sempre camminarle e inseguirle perché si spostano continuamente. I tuareg poi
sono un popolo nomade si, ma sulla propria terra, secondo logiche ben precise
che esistono da millenni, legate alle tribù, non esistono “zingari
d’africa” come si sente dire in giro.
Abbiamo una forte tradizione. Per molte persone la parola tradizione è
una parola pesante vero?
Si in effetti può avere
diverse chiavi di lettura, sia negative che positive, dipende dal contesto..
L’idea di tradizione viene spesso
legata a un obbligo, un peso, qualcuno o qualcosa da seguire, invece quella dei
Tuareg è una tradizione leggera perché essere indipendente e uno spirito libero
fa già parte della tradizione stessa. Spesso anche nelle storie tradizionali o
il protagonista non è proprio un Tuareg oppure è qualcuno che sfida qualche
regola prestabilita.
E poi mi hai chiesto che cos’è la
libertà! è un domandone! Fammi pensare un attimo… Libertà per me è non essere
lo schiavo e neppure il padrone.
E la casa invece?
La casa devi essere in grado di
portartela dietro, non è un luogo preciso, quindi è dovunque io sia libero
e  in pace, il problema nasce quando io
non sto bene in un posto, a quel punto la cosa è un problema.  Dovunque io mi sento libero io mi sento a
casa.
A questo punto, una domanda
ovvia, quanto influisce l’ambiente nella tua creazione artistica? In moltissimi
casi, tantissimi artisti tirano fuori i loro dipinti o musiche migliori nei
momenti in cui non stanno bene e non si sentono a casa..
Influisce moltissimo, per certe
canzoni l’ambiente ti parla, che siano gli altri esseri umani o le rocce, il
mare, il deserto o la sabbia. Alcuni brani son stati scritti nel deserto del
Sahara e non sarebbero potuti nascere altrove. Altri li ho creati in città,
ultimamente ho scritto qualcosa anche vicino al mare, in Sardegna.  Si, l’ambiente conta molto.
Sei quindi stato anche in
Sardegna?
Ho imparato molto dalla Sardegna,
oltre il deserto è il luogo in cui son stato più fermo.
La Sardegna è una terra molto
particolare, arida e ci son tanti posti vuoti quindi è indubbiamente
stimolante..
Dopo il deserto è il luogo in cui
mi sento più in comunione con la natura. Lì c’è un’energia particolare e poi ci
sono molte connessioni con l’Africa, oltre al fatto che sono davvero
vicinissime. Verrò a suonare presto in Sardegna tra fine Luglio e metà Agosto,
farò diverse date.
Mi fa piacere, spesso la
Sardegna vien screditata, perché magari non si entra in empatia con i luoghi in
realtà talvolta le cose come il vento e le rocce se li ascolti ti parlano.
Bisognerebbe replicare la frase
inglese “Only a fool doesn’t love Paris” per la Sardegna. Non so chi
screditi la Sardegna se non quelli della frase di prima… È vero che le cose
trasmettono energia, anche se non è scientificamente provato. E la Sardegna è
decisamente un posto speciale, uno dei più bei posti al mondo per me!

Intervista Faris Amine Prima Parte

Che mi dici dell’Italia e
della situazione in Africa?

L’italia è un Paese strano perché in realtà ha un sacco di connessioni con il nord-africa, ancor più la Sardegna, però nessuno conosce questi link. In Francia conoscono molto di più i Berberi per esempio, così come a loro è piuttosto chiaro come il Nord Africa non sia arabo alla radice. Esistono tutta una serie di etnie autoctone e spesso bianche come i Tuareg che sono originari del Sahara e non c’entrano nulla con gli arabi. I Tuareg stanno lì da 20 mila anni e hanno un alfabeto a sé che è più antico di quello egizio e ancora lo si usa! Sono cose di un valore inestimabile ma che non si conoscono.  In Italia c’è poca curiosità ma c’è una parentela forte. Ero in Mali quando sono scoppiate le ultime ribellioni. L’Africa rimane un continente pericoloso, si scavano km nella terra per il petrolio o l’uranio ma non per l’acqua. Stiamo finendo come gli indiani d’America, i Tuareg vengono assimilati o perseguitati. Diverse canzoni le ho scritte mentre ero ancora lì, dopo il primo attacco, e una in particolare a cui tengo molto, Niliwityan Dagh Tinariwen, mi viene in mente infatti anche la questione dell’estremismo religioso…

FINE Prima Parte

Intervista, Dan Solo – Classe A

Dan Solo classe AIn tanti conoscerete Dan Solo che è stato il bassista dei Marlene Kuntz da Il Vile a Fingendo la Poesia (1996-2004). Dan Solo è uno di quelli che quando lo vedi suonare Live ti vien da definirlo “un Treno” o almeno dalle mie parti si usa definire così quelli che hanno una marcia in più. Dopo e durante l’esperienza coi Marlene Dan Solo ha suonato con i Petrol e ha curato la colonna sonora di “Indagine Su Un Cittadino Di Nome Volontè”. Ho avuto il piacere di intervistare Dan Solo che è recentemente uscito con il suo primo disco solista “Classe A”, un lavoro di ampio respiro che non si focalizza sul genere risultando, nonostante ciò, un ascolto omogeneo e interessante.
Buongiorno Dan, inizio l’intervista facendoti i complimenti per il disco, è davvero interessante, elegante e raffinato; più l’ascolto e più mi
appassiono. 
Come è nato Classe A?
Classe AClasse A nasce dall’esigenza di fare qualcosa che ancora non
avevo fatto, e di cose ce ne sono molte. Per esempio, scrivere un album di
canzoni in totale libertà espressiva, senza condizionamenti o influenze
esterne; l’unica maniera per affrontare un’idea del genere era farlo da solo.
Sono partito dai testi, ma senza una suggestione melodica. La musica è arrivata
come conseguenza. A mano a mano che la musica emergeva, anche le parole si
districavano da una matassa di quartine e frasi e andavano a comporsi
ordinatamente. Ho quindi realizzato una serie di provini “casalinghi” dove per
esigenze di scrittura ho usato la mia voce per stendere le parti melodiche.
Senza rendermene conto ho gettato le basi per un disco solista. Da sempre
collaboro nella stesura dei testi con altri cantanti, e sovente le mie parole
sono state interpretate da altri. Nella realizzazione dei provini, mi sono reso
conto che queste parole, le parole che compongono Classe A, potevano essere
cantate soltanto dal suo autore, cioè da me. Così mi trovo, oggi, a fare il
cantautore, anche se non è stata una scelta premeditata.
Come mai questo Titolo?
Classe A evoca molte cose, la “A” è per me anarchia, amore,
attitudine… Classe A è un modo per definire il livello qualitativo di uno
strumento elettrico o elettronico, ad esempio, un amplificatore, una lavatrice…
è la top class, l’apice (ecco un’altra “A” pertinente). Classe A è anche
commercio, mercato, valore nel senso commerciale, mi piaceva l’idea di un
titolo con tanti significati, anche opposti e in contraddizione tra di loro.
Dan Solo Marlene KuntzIl tuo disco è raffinato, pulito e genuino; ha davvero “classe” quindi vorrei chiederti, secondo te esiste
l’eleganza nella composizione musicale?
Certamente, l’eleganza ha parametri che sono variabili e che
cambiano di cultura in cultura. Nel rock in Italia, o forse in genere in
occidente, il canone estetico è “brutto sporco e cattivo”, altrimenti sei
considerato pop; personalmente, mi lavo e curo il mio modo di vestire, ma non
mi sento e non sono pop. Ho curato molto la stesura delle undici canzoni che
compongono questo lavoro, inseguendo un impossibile ideale di perfezione. La
perfezione non l’ho raggiunta, e ci mancherebbe, ma ho forse invece trovato la
mia eleganza, che è in fin dei conti un equilibrio tra le forme e i contenuti.
 Cosa mi dici del Tour?
Insieme alla mia agenzia
stiamo cercando di organizzare un vero e proprio tour, la formazione che mi
accompagna dal vivo non sarà la stessa che ha suonato in Classe A; tranne
Roberto Sanna (chitarra) che collabora con me sin dall’inizio del progetto, gli
altri musicisti sono entrati in seconda battuta, e sono Luca Costanzo alla
batteria e Raffaele Carano alla chitarra.
Da “addetto ai lavori” come ti sembra la musica
(in particolare quella rock/ cantautorale) italiana oggi?
Difficile rispondere, a differenza di altri momenti storici,
vedi gli anni novanta, non mi sembra ci sia, in generale, un grande fermento
creativo. Forse è colpa delle sovrastrutture mentali che abbiamo in testa, sia
quelle imposte e conformi al sistema sia quelle che, in totale autonomia, ci
creiamo da noi; sono diventate così ingombranti da soffocare il processo
creativo, e renderlo un meccanico “copia e incolla” delle emozioni. Il
risultato è la perdita della forza e dell’intensità, sia nelle parole che nella
musica.
marlene Kuntz Dan Solo Cos’è il successo?
Una parola che non vuol dire niente, se non che guadagni
bene…
Guardando indietro faresti lo stesso percorso
artistico che hai intrapreso o cambieresti qualcosa?
Non toccherei nemmeno una virgola, e non vedo come potrei
farlo, dal momento che la vita, la consapevolezza e il percorso artistico sono
la stessa cosa, sfaccettature di un meraviglioso mistero.
Ultima domanda: Mi consigli un disco che ascolti
ultimamente?
C’è questo bassista con i capelli lunghi che ha appena
pubblicato il suo esordio come autore e interprete delle sue canzoni, si chiama
Dan e il disco Classe A. Merita proprio, ascoltatelo!
 
Ringrazio Dan Solo per la sua disponibilità e vi invito a comprare il suo disco. Merita davvero!

Intervista. Giorgio Ciccarelli, la musica e i Colour Moves

Giorgio Ciccarelli dopo gli AfterhoursHo contattato Giorgio Ciccarelli qualche tempo fa per un’intervista ma, causa paternità a tempo pieno e uscita del disco dei Colour Moves, la nostra chiacchierata è stata rimandata con alcuni simpatici scambi di email, sino all’altro ieri. 


NB:Prima che iniziate a leggere, vorrei precisare che mi è dispiaciuta la rottura tra gli Afterhours, Ciccarelli e Prette ma non mi interessa continuare a parlarne, quindi non aspettatevi piccanti rivelazioni sulla questione in questa intervista. 
 
Salve Giorgio,
ho buttato giù qualche domanda sulla tua carriera, l’idea è
di non concentrare l’intervista  solo sugli Afterhours, per dare un quadro di ampio respiro sul tuo lavoro.
Hai iniziato a suonare giovanissimo in varie band tra cui i
Colour Moves, i SUX! i Maciunas, gli Echidna e negli ultimi 15 anni con gli
Afterhours. Come vedi te stesso agli esordi e come invece oggi?
Credo di aver mantenuto quell’approccio istintivo che era
caratteristico del mio suonare di allora, nel senso che, quando prendo in mano
la chitarra per buttare giù una parte o un arrangiamento, di solito, la prima
cosa che mi viene è quella che alla fine tengo. Per farti un esempio, quando ho
registrato la chitarra per il pezzo degli After fatto con Mina, al momento del
“solo” (lo chiamo così giusto per capirci, anche se di solo non si tratta), ho
registrato una cosa con lo slide per “riempire”, dopodiché ci
sono tornato su almeno un milione di volte per svilupparlo, per trovare
qualcosa di più adatto, ma alla fine ho tenuto la take originale, quella fatta
“per riempire”, l’ho proposta ed è andata sul disco…
In linea generale, la differenza sostanziale col “me stesso”
di allora è che oggi sono più consapevole di quello che sto suonando e in più
ho una certa capacità di capire e leggere la potenzialità e la direzione dei
pezzi.
Ho letto la tua dichiarazione sulla fine della collaborazione
con gli Afterhours (e quella del gruppo) e non vorrei tornare sulla questione.
Mi piacerebbe però sapere, se la cosa non ti crea noie, com’è stato suonare in
questa band e quali sono i ricordi migliori (o i peggiori) della tua lunga
permanenza nel gruppo. 
Suonare negli After è stato artisticamente esaltante,
soprattutto da quando sono entrato completamente in maniera attiva nel
progetto, vale a dire dal gennaio del 2006 e proprio a quel periodo che
risalgono i ricordi migliori, anche se ce ne sono stati tanti altri
successivamente, ma il primo tour negli U.S.A., quello del 2006 appunto, è
stato per me indimenticabile. I ricordi peggiori attengono sempre e solo alla
sfera umana e personale, per cui, li tengo per me.
Colour Moves
Il 2015 si è aperto con l’uscita del disco A Loose End dei
Colour Moves, registrato oltre 20 anni fa e rimasto “parcheggiato”.  Come vi è venuta l’idea di stampare un lavoro
chiuso per tanti anni in un cassetto?
Tutto è nato per gioco, un regalo di compleanno fatto al
nostro batterista che comprendeva un paio d’ore in sala prove con i suoi ex
compagni di avventura, i Colour Moves, da lì è nato e si è sviluppato tutto il
progetto che, in verità, è partito piuttosto in sordina, nel senso che avevamo
pensato all’inizio di pubblicare un cd contenente una raccolta dei pezzi già
usciti nel biennio 1986/87, poi, continuando a suonare in sala prove, ci è
venuta la voglia di riprendere in mano le canzoni che avevamo fatte allora e di
registrarle. Dopodiché, sono successe un sacco di cose che hanno portato il
progetto a svilupparsi  in maniera
esponenziale; abbiamo coinvolto Matteo B. Bianchi, allegando il suo libro
“Sotto anestesia (furibonde avventure new wave di provincia)” ad alcune copie
del vinile,  Tito Faraci, uno dei più
stimati autori italiani di fumetti e fondatore con Matteo negli anni ’80 della
Fanzine “Anestesia Totale”, che, sempre insieme a Matteo, ha redatto un numero
speciale della fanzine (anch’essa allegata al vinile), insomma, c’erano un
sacco di cose che bollivano in pentola e le abbiamo cotte a puntino…
Ciccarelli Colour MovesAvete in programma un Tour o hai qualche altro progetto in
cantiere?
Di tour veri e propri non se ne parla, perché il tutto è
sempre e comunque vissuto in maniera rilassata e giocosa, certo, se capitano
dei concerti interessanti da fare, li facciamo, ma siamo fuori dal classico
concetto di band per cui vale la regola: registrazione, disco, tour,
registrazione, disco, tour, ecc..
Personalmente ho poi il mio progetto solista da seguire, un
disco che dovrebbe veder la luce a novembre di quest’anno e a cui sto lavorando.
Mi piace molto conoscere il mondo della musica tramite gli addetti ai lavori, perchè dietro i dischi c’è un mondo ignoto: vista la tua lunga carriera mi piacerebbe chiederti com’era
il mondo del “business” musicale nei decenni passati. Ritieni che oggi sia
migliorato (o peggiorato)?
Senza entrare specificatamente a parlare del mondo del
business musicale che è  indubbiamente
cambiato in maniera radicale negli ultimi trent’anni, mi limito a dire che,
questo “mondo” è fatto da persone e le persone, sono più o meno valide, più o
meno stimabili. Come sempre capita anche nella vita, devi aver la fortuna di
incontrare persone “speciali”, certo è che nel mondo musicale, di queste
persone “speciali”, ce ne sono pochine…
Che musica ti piace ascoltare ultimamente? Hai qualche disco
da consigliarmi?
Uhm, ti posso dire che il disco di Edda mi è piaciuto
veramente molto, come anche un disco che uscirà a breve, di
un cantautore che si chiama Vincenzo Fasano, “Quintale” dei Bachi da pietra è
per me un must degli ultimi tempi, questo giusto per far dei nomi… In generale,
i miei ascolti variano davvero tanto, la musica che ascolto dipende molto da
come mi sento e varia dal surf dei Barracudas allo pseudo folk di Matteo
Salvatore
, passando per Nina Simone fino ad arrivare a Will I Am + Britney Spears
(ho un figlio quasi adolescente…), la cosa che ti posso dire è che c’è sempre
musica nella mia vita.
Come
occupi il tuo tempo libero?
Ho tre figli, oltre a suonare non ho tempo libero.
Ringrazio Giorgio per la simpatia e per questa interessante chiacchierata, in attesa del suo disco solista, consiglio l’ascolto dei Colour Moves.
Leggi anche Intervista a Edda

Intervista: Cristiano Godano, il talento e le turbe speciali

Marlene Kuntz Godano intervista

La prima volta che ho visto i Marlene Kuntz è stato nel 1996 nel mio paesello, Villacidro. Ero piccolissima e vivendo in campagna me ne andai a metà concerto perchè mio padre doveva tornare a casa. La sera dormii in camera di mio fratello (perchè in linea d’aria si sentiva tutto), con la finestra aperta e mi addormentai pregando che non girasse il vento mentre i Marlene cantavano Lieve. Fatto questo romantico preambolo sulla mia adolescenza, sabato sono andata con la mia amica Alice (che ha scattato la foto in cui siamo ritratti io e Cristiano), al Life Music Club di Oristano per vedere lo spettacolo “Ex live”  di Giancarlo Onorato che ha ospitato Cristiano Godano. Messami d’accordo con gli organizzatori sono arrivata lì un paio d’ore prima del concerto mentre la band stava facendo il soundcheck. Quand’è arrivato Cristiano ci siamo presentati e nel giro di 30 secondi avevo già il registratore acceso.

Com’è nata la collaborazione con Giancarlo Onorato?
In due o tre occasioni io e Giancarlo siamo stati ospiti in contesti in cui, più che suonare, si parlava con un interlocutore. Quindi da cosa nasce cosa,  e sai com’è. In quel momento Giancarlo stava portando avanti lo spettacolo con Paolo Benvegnù che poi s’è tirato indietro, noi ci trovavamo bene ed eccomi quà.
Secondo te, qual’è il ruolo dell’artista oggi? ritieni sia cambiato nel corso degli anni?
Questa è una domanda complessa, bisognerebbe avere alle spalle una riflessione ad hoc, però mi sembra di no. Credo che l’artista debba creare un suo mondo e questo non necessariamente coincide con qualche causa di tipo sociologico. Se tu pensi a un creatore di musica e basta, dove non ci sono parole, credo sia più semplice non porsi questo tipo di domanda, no? L’ascoltatore non si chiede se quella composizione lì è funzionale a qualcosa. Se lo chiedevano i russi e probabilmente qualsiasi regime totalitario pretende dai suoi artisti una rettitudine strumentale. Comunque al di là di quest’aberrazione, quando senti musica non ti chiedi quale sia il ruolo dell’artista e io mi aspetto questa cosa anche da un pittore, scrittore e cantante. Mi interessa più l’estro artistico che il suo ruolo.
Guardandoti indietro, se chiudi gli occhi (Cristiano chiude gli occhi), ricordi il momento preciso in cui hai pensato “io voglio suonare, voglio fare questo”?
Cristiano Godano StereoramaPiù che un momento direi che c’è stato un contesto preciso di turbe speciali. Mettersi in testa di fare questo lavoro comporta tantissime incognite, è un po’ come l’inizio di una qualsiasi avventura imprenditoriale, non sai mai come andrà a finire. Inoltre in Italia suonare un determinato tipo di Rock comporta senz’altro un rischio molto elevato perchè non siamo un Paese molto accogliente per questo tipo di sonorità. Bisogna essere sufficientemente matti per decidere di fare questo, però la passione era insopprimibile. Il momento è durato alcuni anni, anni in cui molti ragazzi ci provavano. Da quel che ho imparato io nella mia vita, nel talento di chi riesce è inclusa anche una forma molto speciale di cocciutaggine. Alcuni arrivano a 30 anni che ancora inseguono il sogno; io credo mi sarei fermato a 27 massimo anche se mi sbattevo molto ed ero un sognatore molto concreto, ero arrivato al punto in cui o quagliavo o, con molto dispiacere, avrei rinunciato. Fortunatamente ce l’ho fatta ma dopo 5 o 6 anni in cui mi sono impergnato parecchio.
Cristiano Godano 14 03 2015Alla luce di ciò che mi hai appena detto che consiglio daresti a un artista che vuole emergere?
La cocciutaggine è fondamentale ma unita a una componente razionale, è fondamentale una lucidità di qualche tipo; credo che un buon insegnamento mio sia proprio questo. Analizzare il proprio percorso è utile perchè non vale la pena sprecare una vita dietro un sogno o almeno ecco, bisogna avere la capacità di saper interpretare la propria passione nel corso dei mesi e degli anni. Poi, se a 45 anni non sai rinunciare ai sogni e sei contento con te stesso ben venga, l’importante è non ritrovarsi a un certo punto con un pugno di mosche, frustrati e presi malissimo a fare qualcosa che non appaga. Ecco in questo caso finiscila prima, questo direi a mio figlio.
Ultima domanda (-Cristiano fa finta di mettersi le cuffie “Sono pronto”- scoppiamo a ridere) mi piace farmi consigliare dischi, ultimamente lo chiedo spesso. Cosa ascolti ultimamente?
Questo tipo di domanda mi mette sempre in crisi.. Sto ascoltando tantissima musica, oggi prima di addormentarmi  ho sentito i Modest Mouse ma non c’ho capito molto perchè ero mezzo andato nel mondo dei sogni. Questa è davvero il tipo di domanda a cui non so mai rispondere, aspetta fammi pensare.. mi piacciono i Disappears, gruppo poco conosciuto, di cui ti consiglio Irreal.
Me li ascolterò senz’altro, Grazie!
Grazie a te
Cristiano Godano intervista StereoramaA fine intervista Cristiano Godano mi ha chiesto di appuntargli il nome del mio blog su un foglio “così poi me lo guardo”  io ho aggiunto un “grazie per il tuo tempo, Martina” e ho concluso dicendogli “Cristiano ti ho fatto l’autografo” e siamo scoppiati a ridere un’altra volta!
A questo punto ci siamo salutati. Devo dire che Godano me lo sono sempre immaginato schivo, invece è stato lui a venirci incontro qualche minuto dopo. Abbiamo così iniziato a parlare per oltre un’ora mentre il resto della band era ancora immerso nel soundcheck, ho così scoperto un’uomo forse un po’ timido ma curioso e socievole, dall’ironia sottile, che mi ha messa a mio agio sin dal primo istante. Avrei voluto parlare anche con Giancarlo Onorato ma dopo il souncheck è volato via in albergo.. 

Intervista Pussy Stomp: tour, progetti e Capitol TV

I Pussy Stomp sono un super duo composto da Mauro e Roberta. Dopo aver stampato il loro primo ep Superslut, hanno recentemente pubblicato il loro disco d’esordio “Guide for shy guys” e come promesso nella prima intervista gli ho fatto nuovamente qualche domanda!

Guide for shy guys

Parlatemi del disco,  chi non l’ha ancora sentito cosa deve aspettarsi?

“Guide for shy guys” è il
nostro album d’esordio ed è uscito in cd e download lo scorso 16 Gennaio,
coprodotto da due etichette: la cagliaritana Hopetone records (Undisco Kidd,
Hola la Poyana, Takoma
) e la Riff records di Bolzano. Contiene 11 brani, tre
dei quali in veste di bonus tracks già edite su cassetta in quello che era l’ep
“Superslut” uscito a Luglio 2014. E’ il sunto della prima fase di vita dei
Pussy Stomp. Lo abbiamo registrato nell’estate 2014. Tutto il lavoro è stato
svolto da Gabriele Boi nel suo Sleepwalkers studio. Volevamo tracciare un
ritratto del gruppo il più fedele possibile a quello che è dal vivo e ad
eccezione di qualche overdub vocale e di un featuring di Andrea Pilleri (Thee
Oops, Rippers, Loveboat
) fortemente voluto su B-loose, i brani mantengono l’immediatezza
e (speriamo) l’efficacia che sentiamo nei live. Lo stile è il nostro mix di
wave, blues e pop, una formula che non ci viene automatico racchiudere in un
vocabolo: l’hanno chiamata punk wave e alternative blues e ci stiamo dentro.
L’artwork di “Guide for shy guys” vede la collaborazione con due artisti
villacidresi: Fabio Costantino Macis e Danilo Meloni. Il primo, dopo aver
girato il video di The Slow One (con protagonisti Noemi Medas e noi) ha
catturato gli scatti che il secondo ha sapientemente plasmato nel lavoro
grafico che accompagna il disco. Danilo è anche l’autore dell’immagine di
copertina. L’artwork ed il packaging vogliono essere un tributo alle riviste
americane anni 50 e 60 quali “Eyeful” e “Titter” che celebravano la bellezza
delle pin ups in un mix di ironico ammiccamento ed erotismo light che a
tutt’oggi (in tempi in cui potresti vedere pure le colonscopie online dei divi)
mantiene un fascino intatto.
Pussy stomp partiremo per un mini tourCome sta andando la promozione?
Abbiamo fatto alcuni
release parties e i riscontri sono stati buoni su più livelli; è stato
piacevole notare la presenza di un pubblico giovane e attento e al contempo di
trovare qualche nostalgico di certe sonorità anni 80 ancora in vena di muovere
le gambette. Abbiamo anche ricevuto diverse recensioni da riviste cartacee e
webzines che ci hanno fatto piacere e invogliato a fare di più e meglio. Poi la
vendita dei cd procede dignitosamente e riceviamo i complimenti anche per
quello che molti chiamano “impacchettamento”! Ora non ci resta che fare ciò che
a una band da senso: suonare.
 Ho visto che a breve inizierete un tour in giro per l’Italia
A metà Marzo partiremo
per un mini tour nel centro-nord Italia con prima tappa a Roma il 19. Da lì
proseguiremo verso il settentrione fino alla data finale di Bolzano, il 28.
Avremo anche modo di confrontarci con altre realtà musicali: a Torino
divideremo il palco coi Lame (sideproject di Stefano Isaia, frontman dei Movie
Star Junkies), a Novara avremo come ospiti i Tide Predictors, duo electro di
Milano e a Bolzano ci saranno i viennesi TAH.
Sarà una bella avventura,
e non vediamo l’ora di affrontarla!
State già lavorando a qualcosa di nuovo?
Abbiamo diversi brani
nuovi che già da qualche mese stiamo rodando on stage e che esplorano generi a
noi cari in cerca di un ipotetico crocevia tra traditional e new. Si va dal
blues scomposto a quello che ci piace chiamare affettuosamente “naufragio
surf”. Potrebbero far parte di un ep di transizione col secondo album, oppure
costituire di esso già un’ossatura: al rientro dal tour scioglieremo il nodo! A
noi sicuramente piacerebbe pubblicare un bel vinile, sia esso 7, 10 o 12
pollici!
A parte il vostro disco, mi consigliereste qualcosa? Che ascoltate in
questo periodo?
Consigliamo vivamente
“Nikki Nack” di TuNeYaRdS, artista statunitense tra le più coraggiose e
imprevedibili dell’attuale panorama musicale e poi vi invitiamo a scoprire
River of Gennargentu e il suo “Taloro”, blues del delta made in Gavoi da un
ragazzo che ha delle bellissime frecce al suo arco. Per il resto ci sorbiamo
tanti video vintage via Capital Radio Tv con i pro e i contro che ciò comporta:
il passato è ricco di perle da scoprire e riscoprire anche se  a volte fa paura e che sia passato è l’unico
sollievo!Inutile dire che i Pussy Stomp son forti sia in cd che in Live, quindi approffittate del loro Italian Tour per andare a vederli/ascoltarli scegliendo le date più vicine a casa vostra, cliccando sul link trovate tutte le date aggiornate!

Intervista Edda: non sarò saggio ma..

Edda stavolta come mi ammazzerai?Prologo
Ieri sono finalmente andata a vedere un concerto di Edda, di cui è uscito a Ottobre il disco “Stavolta Come Mi Ammazzerai?”  prodotto dalla Niegazowana recordsLa serata è stata organizzata dall’associazione  “le Officine”  in collaborazione con la Vox day; mi aspettavo un gran bel concerto ma ciò a cui ho assistito è ben altra cosa.. Sono arrivata al palazzo Siotto a Cagliari verso le 19,45 avevo appuntamento alle ore 20,00 per un’intervista, per essere puntuale ho corso per le vie del centro storico come una scema e una volta giunta a destinazione ero sconvolta. Fortunatamente Edda era ancora in radio così ho approfittato della cosa per prender fiato e ricompormi un attimino. Edda ovvero Stefano Rampoldi, è arrivato alle 20 e 15, l’ho raggiunto nel Back stage dove un po’ di gente, tra cui il suo manager e il resto della band, chiacchierava nei divani mentre Stefano aspettava la sua pizza margherita. A quel punto abbiamo iniziato a parlare mentre le persone attorno discorrevano d’altro e a momenti dicevano la loro, insomma era una cosa molto semplice e informale. 
Intervista
Ciao Edda, che hai fatto oggi a Cagliari?
Niente di che ho mangiato dal Cinese poi il resto del gruppo s’è addormentato e la giornata è stata una tristezza. Peccato perchè Cagliari è bellissima, non c’è bisogno che te lo dica io..
Abbiamo continuato a discorrere d’altro e poi siamo giunti all’intervista vera e propria..
I precedenti due dischi risultavano più asciutti, essenziali mentre con “Stavolta come mi ammazzerai?” sei tornato a una dimensione di gruppo e il risultato è ancora più acido, graffiante, Rock. Com’è questa nuova fase?
Negli altri due dischi non avevo voglia di tornare all’interno di una band, anche perchè sai lasciare un gruppo e poi riniziare con un’altro.. no, non ne avevo voglia.
Forse non ti andava una relazione di quel tipo..
Si, esatto. Brava. Non avevo voglia di intraprendere una nuova relazione, anche se poi anche gli altri dischi non li ho fatti interamente da solo.  È arrivata la pizza! Grazie Francesco.
Se vuoi mangia, continuiamo dopo
No macchè la pizza può aspettare… Comunque è come dicevi tu, se vuoi suonare però alla fine le relazioni le devi creare, è bello fare le cose anche con persone che ti seguono, i ragazzi con cui suono ora hanno arrangiato il disco per  cui..
Da ascoltatrice ritrovo nei tuoi lavori il senso d’urgenza, la tua musica sembra scritta perchè necessaria, mentre oggi la gran parte non lo è, anzi s’è perso molto il senso dell’imediatezza..
Io sono uno istintivo anche nella vita, agisco prima di pensare, questo è un po’ un problema ma nella musica è giusto esserlo, almeno nella composizione. Poi le canzoni come le ascolti sono state arrangiate e lavorate, anche se probabilmente rimane quest’impronta istintiva. Si.
Negli anni 90′ la scena in cui suonavano i Ritmo tribale, come gli Afterhours e tanti altri era un po’ quella più rock del panorama musicale nostrano,  una sorta di “Seattle italiana”, si notava la ricerca della qualità prima che del disco di Platino..
Noi eravamo molto ambiziosi e badavamo molto ai risultati concreti, non è che ci fosse tutta questa poesia, forse c’era un po’ di cinismo ma alla fine ci devi vivere.
Almeno la qualità era molto alta
Bhe speriamo di aver fatto bene
Ultima domanda, un po’ complicata, la leggi tu e poi rispondi?
Chi è Edda oggi e come… che c’è scritto?
Come eri all’epoca dei Ritmo Tribale? 
Ero molto meno maturo di adesso. L’intelligenza è la stessa, non è che abbia fatto degli scatti di qualità particolari però prima mi mancava un po’ di visione generale, probabilmente dovuta alla giovane età e alla poca esperienza. Poi col tempo, anche se l’intelligenza è poca, riesci un po’ a mettere in riga le cose. Nel frattempo ho fatto un po’ di casini, diciamo che l’Edda di ieri era un ragazzo un po’ immaturo, quello di oggi non sarà un saggio ma un po’ meno scemo di prima sicuramente.
Intervista Stefanmno Rampoldi.Dopo questa mini intervista in cui s’è chiaccherato come se ci conoscessimo da anni, ha aperto la serata Herbert Stencil, un cantautore davvero meritevole di cui a breve uscirà il nuovo disco. Infine è arrivato il tanto atteso concerto di Edda che, accompagnato da Fabio Capalbo alla batteria e  Luca Bossi al basso e piano, ha creato una vera bomba sonora  regalando al pubblico uno spettacolo in grande stile. Edda è un vero turbine emotivo che una volta salito sul palco irradia energia coinvolgendo chiunque gli stia attorno.  Se avete sentito i suoi dischi sappiate che in Live è ancora meglio. Sembra impossibile? Vedere per credere!Epilogo
Alla fine del concerto sono andata a salutarlo con il vinile in mano in cerca di un autografo…
Bhe Martina che t’è sembrato?
Da paura, siete davero forti, mi mancava questo tipo d’adrenalina. Siete B-r-a-v-i-s-s-i-m-i. Posso abbracciarti poi me ne vado?
Edda non risponde, è lui ad abbracciarmi poi prende il vinile e scrive qualcosa. Dopo un paio di minuti leggo “Martina grazie delle tue parole Edda”.

 

Intervista Diego Mancino. La fama, il successo e.. Sanremo

Diego Mancino, Sanremo 2015Qualche mese fa mi sono imbattuta in un cantautore italiano che non conoscevo, Diego Mancino. La sua musica m’ha subito colpita per vari motivi: il primo è l’imprevedibilità dei suoi pezzi che sono spesso arricchiti da un inaspettato balzo o nota che li stravolge rendendoli ancor più eccezionali. Il secondo punto in suo favore è la narrazione dei testi, molto intima e visionaria. Facendo una ricerca su internet ho poi scoperto che ha scritto pezzi per artisti italiani come Nina Zilli, Cristiano De Andrè, Fabri Fibra, NoemiMi son domandata come mai non lo conoscessi e  gli ho chiesto un’intervista che ho realizzato ieri sera.
Nel corso della tua carriera ti sei cimentato in vari generi e in più di un’ occasione ti sei definito “un animo Punk”. Come sei arrivato a una scrittura più intima e raccolta?
Quando avevo 15 anni ho iniziato con il Punk ma pian piano ho buttato fuori le tossine e ho studiato il pianoforte, lo strumento di mio padre che per mestiere era un pianista nei casinò e nei night. Lui incentrava il suo repertorio nella musica tradizionale italiana che durante l’adolescenza era la mia antitesi: mentre ascoltavo i Bauhaus lui si dedicava a Tenco! Con gli anni ho poi scoperto che in fondo le mie radici erano nella musica melodica che oggi amo molto e che mi rappresenta; mi piace dedicarmi a sonorità italiane contaminate dai miei ascolti precedenti.
Cosa significa essere un cantautore nel 2015? I metri di paragone solitamente sono i grandi nomi da Dalla a Endrigo, passando per De Andrè e Tenco. Secondo te che ruolo ha nella nostra società il cantautorato?
Oggi si fanno chiamare cantautori un po’ tutti, anche quelli che non scrivono le canzoni, detto questo credo che il cantautorato sia molto importante nella nostra società perchè mantiene vive l’estetica e la ricerca sulla lingua italiana. Nel nostro Paese in questi ultimi anni ha però perso brillantezza, tant’è che le nuove leve si rifanno a dei clichè vecchi; anche io mi appoggio alle cose già esistenti ma sia nei testi sia nel sonoro cerco di percorrere territori alternativi. Nel senso stretto del termine i cantautori hanno anche un ruolo importante nella conservazione della melodia però negli ultimi 10 anni vi sono diversi nomi che con un’analisi più concreta non avrebbero in realtà una voce in capitolo.
Com’è cambiato negli ultimi tempi il modo di “comunicare” nel mondo della musica e dell’Arte?
Oggi, rispetto al passato, non è più necessario essere vocalmente preparati il che rende il cantautore meno esplosivo ed efficace, inoltre molto spesso manca la “necessità di scrivere” e ci si dedica più all’ apparire mentre il Cantautore dovrebbe essere più legato ai concetti e alla sostanza. Inoltre esistono nuovi generi, con i quali amo molto confrontarmi, pensiamo all Hip-Hop, che hanno trasportato il modo di scrivere la canzone in un nuovo ambiente vocale rendendo lo stile più asciutto.
Nel corso della tua carriera hai avuto moltissime collaborazioni: Roberto Dellera, Nina Zilli, Daniele Silvestri, Cristiano De Andrè, Fabri Firbra, Noemi.. non sei certo una persona chiusa nel suo mondo..
Diego Mancino 2015Quando dò un brano a un artista mi pagano per farlo, il gratis viene poche volte. Tieni presente che nel mondo in cui viviamo i miei dischi non vendono tantissimo, quindi scrivere per gli altri mi paga l’affitto. Con l’aiuto del mio editore cerco artisti che possano dare valore ai pezzi, anche se non succede sempre, però la sfida è interessante. Sentire Noemi che canta Odio tutti i cantanti è una cosa molto bella e mi aiuta a far circolare idee e visioni all’interno di dischi diversi dai miei. Anche sentire Nina Zilli che canta “la felicità è il mio stipendio” mi gratifica.
In un’intervista hai detto “non mi piace cantare i pezzi che dò agli altri, mi pare una caduta di stile”..
Di solito per un annetto gliela lascio. Credo sia importante anche se non ti nascondo che a volte è difficile però credo sia una cosa apprezzata da chi lavora con me.
Musica come lavoro..
Ci ho messo tanti anni per farla diventare tale. Ogni forma d’arte implica un certo impegno mentale, spirituale e fisico. Inoltre la musica in realtà è un lavoro di squadra, da solo non si può fare nulla, quindi oltre a te che scrivi ci sono una serie di figure, dall’arrangiatore all’editore, il che rende il lavoro più onesto.
Lavoro spesso sottovalutato..
Fare musica per mestiere è un lavoro duro che ti fa confrontare con la vita e il lavoro degli altri. Se uno vuole intraprendere questo percorso seriamente deve semplicemente FARLO.
Discograficamente parlando hai scritto degli album che sono a parer mio eccezionali ma per qualche motivo non sono mai arrivati al grande pubblico. Vorrei chiederti cos’è per te la fama? E il successo?
Il successo è fare bene il proprio lavoro, la fama invece ha a che fare con un lavoro di Team. Diffido
Diego Mancino 2015

molto della fama perchè se non sei una persona solida, quando la musica finisce, la fama ti riempie e diventi un bellissimo pupazzo. Invece il successo vede te come soggetto che si pone in comunicazione con gli altri. Quando De andrè è andato a Sanremo con la mia canzone io mi son sentito appagato per aver portato al grande pubblico quel concetto. Era una vittoria.

A proposito di Sanremo. Hai visto il Festival quest’anno?
Come tutti gli italiani. Sanremo quest’anno è stato una “Domenica In” con la musica, il che non mi stupisce perchè è il contenitore di musica nazional-popolare per eccellenza. Tutti sappiamo che è quella cosa lì. Però al suo interno c’è un po’ di tutto in cui trovi qualcosa sia per te sia per tua madre. Non mi arrabbio se vince “Il volo” ma son contento perchè Malika ha avuto un buon appeal..
In effetti su 30 canzoni magari c’è qualcosa di nuovo, ai suoi tempi Zucchero, Elio e le storie Tese..
Gli Afterhours, i Subsonica, Vasco Rossi, ecc.. che hanno portato nel Festival qualcosa a metà tra Sanremo e la musica contemporanea.
In questo momento stai lavorando a qualche progetto?
Scrivo per alcuni artisti e lavoro al mio prossimo album di cui ho già scritto molte cose. Sto anche per andare a Berlino per 2 concerti in cui di sicuro incontrerò molti italiani.
Che ascolti ultimamente. Mi consiglieresti un disco?
Ascolto molto Manupuma, una ragazza di Milano molto brava, tanta musica classica, Jazz, colonne sonore e 7 Dardast di Dario Faini, davvero eccezionale. Poi poco altro perchè son molto concentrato sulle cose che sto scrivendo quindi sono un po’ ego riferito, dopotutto mi chiamo DiEGO, anche se non ascolto molto i miei dischi.  sono inoltre completamente assorbito dal nuovo libro di Isabella Santacroce, Supernova.
Diego Mancino progetti 2015Su skype, durante la nostra video chat si intravedevano un microfono, un gatto, una sorta di casa-bottega piena di libri e altre cose curiose, un luogo in cui Diego Mancino vive e lavora. Confrontandomi con lui e altri artisti mi sto rendendo conto che ciò che manca nel mondo dell’Arte e del lavoro è l’amore per il proprio mestiere; per questo quando qualcuno, come Mancino, si dedica con passione a ciò in cui crede, il risultato fà la differenza.