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Registratore multitraccia. Chi l’ha inventato?

Oggi mi sono svegliata con un quesito in testa. Vi capita mai? Il mio dubbio è: come e quando è nato il registratore multitraccia? Chi l’ha inventato?
Mentre facevo colazione ho così iniziato la mia ricerca e ho scoperto qualcosa di molto interessante.
L’uomo che ha inventato questo strumento è Les Paul, al secolo Lester William Polfuss. Les Paul è un genio chitarrista e inventore molto famoso per aver dato i natali a una delle chitarre più famose della storia: la Gibson Les Paul ma non solo…
Spetta a lui l’invenzione del registratore a 8 piste (registratore multitraccia) e la creazione di alcuni “storici” effetti come il Delay.
Ma veniamo all’oggetto che stanotte, in chissà quale sogno, ha destato la mia curiosità; il registratore multitraccia è uno strumento nato negli anni ’40 per mano del chitarrista inventore che con l’ausilio di un nastro magnetico dava la possibilità di registrare 8 tracce. Cosa significa? Significa che tutti gli strumenti, sino a 8, potevano e possono essere registrati separatamente. Non solo le classiche chitarra, basso e batteria ma anche cori, voci e sovra incisioni. Negli anni ’60 ci fu un vero boom dei multi traccia in sala d’incisione e gli artisti cominciarono a registrare non più in presa diretta ma separatamente.
Il progetto del registratore multitraccia è stato reso possibile grazie al patrocinio di Bing Crosby e della Ampex Corporation.
Il primo multitraccia a 8 piste della Ampex modello 5258 era molto grande, pensate che era alto 2 metri e pesava 110 kg.
Lo studio della macchina si è evoluto rapidamente aumentando la qualità del suono registrato attraverso questa meravigliosa invenzione!

Io so chi sono, lettera a Manuel Agnelli

Villacidro,  17 maggio 2016

Colonna sonora mentre scrivo: Watching the wheels

Ciao Manuel,
ti scrivo perché in questi giorni ho letto la notizia che sarai il nuovo giudice di X Factor e sono sconvolta dai commenti che ho sentito in giro. 
Ho letto tante di quelle cose vuotissime pro e contro di te da lasciarmi a bocca aperta, l’ultima diceva che sei l’erede di Malcolm McClaren e che stai letteralmente “raccogliendo i frutti del tuo culo” (articolo del Fatto quotidiano).

Ho visto gli Afterhours 9 volte, in tutte queste occasioni hai dimostrato chiaramente che non hai tempo da perdere e che le cose che fai, difficilmente, sono lasciate al caso (in particolare mi riferisco al Tora Tora a Cagliari -forse nel 2004- quando hanno abbassato senza senso il volume e hai spaccato la chitarra a terra prendendotela -giustamente- con l’amministrazione comunale). Un’altra cosa interessante sul tuo percorso artistico e non secondaria è che hai sempre cercato di portare avanti progetti di promozione culturale, cercando di fare emergere situazioni sonore ai più sconosciute, passando dal Tora Tora al Paese è Reale, dal Jack Daniels on Tour alle esperienze in teatro sino a X Factor. Ho avuto il piacere di intervistare Giorgio Prette due mesi fa e abbiamo parlato proprio dell’esperienza del Tora Tora, ti allego il link. 

Da ascoltatrice credo che la tua carriera sia stata fin ora in crescendo e Padania a mio avviso sia uno dei migliori dischi italiani di sempre (assieme a Arbeith Macht Frei  e
Crack degli Area, Ut dei New Trolls, Amore non amore di Battisti e
qualche altra perla): suona alle mie orecchie proprio come un atto di liberazione,
è un’opera quasi dada in cui l’armonia si disintegra per riassemblarsi
in qualcosa di stupefacente e incredibilmente mio: Io so chi sono, so
qual è il mio nome.

Tra qualche giorno uscirà Folfiri o Folfox, il nuovo disco degli Afterhours che attendo con curiosità, l’ho pre-ordinato, chissà come sarà e se mi conquisterete ancora! Il singolo mi è piaciuto parecchio, là in mezzo ho colto un po’ di diavolerie di Xabier e una genuina dose -massiccia- di veleno!

Veniamo al dunque…

Perché ti scrivo? Voglio difenderti o attaccarti? -forse ti domanderai-
La verità è che sono qui per dire a te e a pochi altri: “Io Sto con gli Artisti”.

Io credo che in musica e in Arte vincano sempre gli Artisti, non quelli retorici e ripetitivi che accontentano sterilmente il pubblico (che non sono Artisti), ma coloro che, come diceva Battisti, lo “guidano”. In Arte vincono quelli che osano dove il loro seguito non avrebbe mai immaginato perché hanno semplicemente curiosità di farlo, sperimentando nuove forme di comunicazione o rimanendo uguali se è ciò che ciò che realmente desiderano.
Sento di difendere la tua libertà di essere uguale o contraddirti, di spingerti avanti o da un’altra parte. Seguire il proprio istinto è l’unica cosa importante in questo momento complesso della nostra Storia.
Le persone in questi giorni giocano con te, la tua partecipazione a X Factor è stata per tanti troppo scioccante. Sei in una situazione di sovraesposizione con un disco in uscita, che a quanto pare sarà molto tosto, e alle porte una nuova avventura in un sistema mediatico tradizionale. I giudizi nei tuoi confronti non sono certo galanti e io, davvero, non capisco perché: nessuno ha sentito il disco o visto il programma! I giorni scorsi ho anche dibattuto amichevolmente con un’altra blogger sulla questione XFactor.  Sai, mi viene in mente quella volta in cui a “Speciale per voi” il pubblico si scagliò contro Battisti giudicandolo pesantemente per le sue “canzonette”. Quello stesso Battisti ha (qualche anno dopo), battuto strade artistiche ostiche, innovative e tutt’ora incomprese dal suo pubblico, con coraggio e voglia di sperimentare.
La gente ha sempre da ridire.
In attesa del disco e di vederti in Tv,

ti saluto
Martina
Ps: Potrei mica intervistarti?

Spazio Guest. Antonio Caputo racconta il concerto di Bugo

Antonio Caputo mi ha contattata qualche tempo fa per chiedermi uno spazio su Stereorama. Ha scritto per altri Blog ed è appassionato di musica. La settimana scorsa è stato al concerto di Bugo e questo è il suo resoconto!

Quando perdi il gel e trovi la coca-cola. Essersi assentati
dai palcoscenici per ben quattro anni e ripresentarsi con il doppio delle
energie, fisiche ed espressive, ti fa entrare di diritto nell’olimpo dei grandi
artisti. Questa cosa la sta facendo Bugo che con uno dei suoi colpi da maestro
sta mettendo un paio di cose a posto nella scena musicale italiana.
Clamoroso e allo stesso tempo entusiasmante fu il suo
rientro, a fine 2015, con l’Ep Arrivano i
Nostri
che ha anticipato il suo nuovo album Nessuna scala da salire, messo su mercato anche in versione vinile
che, guarda caso, è al primo posto nella classifica delle vendite.
Dati economici a parte è doveroso dire che Bugo il vizio di
fare dei concerti spettacolari non l’ha perso. Nella sua dimensione preferita,
il cosiddetto fantautore da il meglio
di se, circondandosi, poi, di musicisti di primo livello. Vedere lui e la sua
band esibirsi al Monk di Roma è stata davvero una gioia completa. L’inizio è
stato di quelli folgoranti: rock puro, a tratti Me la godo è uno di quegli inni che si scrivono una volta sola
nella vita e sembra essere la giusta canzone contemporanea in grado di
raccogliere quella pesante eredità lasciata da Vado al massimo di un certo Vasco Rossi. Neanche a farlo a posta,
quando arriva il momento di Ggell,
Bugo si inventa un medley che lega il suo pezzo al celebre Bollicine del Vasco nazionale. Decisamente più intimo quando le
versioni di quei due capolavori che rispondono al nome di Che diritti ho su di te e Comunque
io voglio te
, vengono eseguite voce e piano, lì era anche lecito
commuoversi.

si è sentita anche qualche
reminiscenza lo-fi e tanta, tanta energia sprigionata dai brani, vecchi e
nuovi, ben amalgamati in questa soluzione speciale.

Il finale affidato a cavalli di battaglia come C’è crisi e Nel giro giusto, altri inni, a conferma del fatto che Cristian
Bugatti (il suo vero nome) è l’artista italiano che più mantiene viva quella
tradizione (se di tradizionale si può parlare) di cantautori del passato come,
Gaetano, Celentano, anche Battisti e lo stesso Vasco Rossi, che hanno saputo
mettere d’accordo il pubblico mainstream con quello alternativo (ora indie).
E allora, Vincenzo Mollica, cosa aspetti, corri a
intervistare Bugo e portalo nelle tavole delle famiglie italiane!

 

Antonio C.
caputontonio@gmail.com

Intervista. Antonio Aiazzi dalle tastiere ai giochi da tavolo, dai Litfiba all’Opera rock

 

Ho iniziato ad ascoltare i Litfiba nel 1989, in terza elementare. La mia prima cassetta originale della band è stata quella meraviglia di 

Aprite i vostri occhi 12-5-87. Li ho anche visti nel tour Pirata a Cagliari, nell’estate del 1990 e ho rischiato d’essere schiacciata da un cancello sfondato dai loro fans. Fortunatamente mio padre si è accorto e mi ha scaraventata a distanza, così me la sono cavata con qualche livido. Il mio secondo concerto è avvenuto il 21 agosto del 1993: Terremoto. Questo è stato il primo vero Live della mia vita perché a quel punto  conoscevo abbastanza bene i Litfiba per provare sia gioia sia consapevolezza. A mio parere le  tastiere di Antonio Aiazzi sono state fondamentali per il sound creato dalla band, ho sempre rimarcato questa mia convinzione, senza di lui sarebbero stati un’altra cosa. Ecco l’intervista:
Quando ha iniziato a suonare?
A circa sette anni, entravo di nascosto in camera di mia sorella per suonare una pianola (una Frontalini accordion elettric) che doveva essere il primo passo per dei suoi studi di piano. Ma è andata in un altro modo…
Nel corso del tempo i Litfiba hanno cambiato stile. Da tastierista, che rapporti ha con la tecnologia -intesa come attrezzatura per fare musica-? Preferisce il vecchio sound o le novità? 
Oggi mi piace mischiare, quindi posso suonare una fisarmonica un po’ scordata e calante e suonare MAIN STAGE dentro un Mac. Sto pensando di trovare anche strumenti elettrici un po’ vintage . Il suono è scoperta, ma tornare indietro a sentire anche suoni dimenticati può esserlo. In questo momento sono di nuovo attratto dal suono anni ’60.
C’è un’occasione particolare in cui avete capito che i Litfiba stavano diventando “grandi”, conosciuti ovunque?
Ci sono stati degli avvenimenti che ci hanno fatto salire ogni volta uno scalino, ma la nostra gavetta ci ha insegnato che dovevamo lavorare molto. Comunque non mi sembra che abbiamo mai avuto l’impressione di avere fatto Bingo. Già essere indipendenti dai genitori era un bel risultato.
Secondo lei è cambiato il pubblico?
Sicuramente si, è cambiato nel senso che è scomparso! Ma comprendo quello che sta succedendo, siamo dentro la generazione della pigrizia tecnologica multitasking. Funzionano solo i grandissimi eventi da stadio.
 
A un certo punto ha messo da parte la musica, almeno ufficialmente, per dedicarsi ai giochi da tavolo. Come è nata l’idea di avventurarsi in questo settore?
L’idea non è mia ma di mia moglie, che un giorno nel 2007 ha pensato di fare un gioco sulla Toscana, un Trivial. Io sono sempre stato un appassionato di giochi (e scherzi) e le ho dato una mano. Poi è diventata una attività con altri prodotti, adesso stiamo preparando dei nuovi giochi sotto il nostro marchio Giochi Briosi.
A parte il tour con Gianni Maroccolo “Nulla è andato perso” ha altri progetti musicali -e non- in cantiere? 
Musicali, un’ Opera Rock con degli amici, ci stiamo lavorando da un anno e adesso siamo alla fase “cerca il produttore.” Poi ho anche iniziato a lavorare ad un’ idea musicale/visiva sperimentale, ma adesso non ho tempo e testa.
Che musica le piace ascoltare? Mi suggerirebbe qualche disco?
Ormai non è più questione di quale musica, ma di cosa ti arriva o no. Suggerisco un’artista che mi ha sbalordito, sentendo una sera la sua voce in radio: Lianne La Havas. Ma questo genere di meraviglie spesso sono molto personali.
Grazie!                  

 

Lunga Attesa dei Marlene Kuntz, altro che ritorno al passato!

Ormai è ufficiale, Lunga Attesa è una delle novità più interessanti del momento, l’ascolto a nastro continuo e mi ci perdo.
Questo disco non è un semplice album, no, è una fotografia. Lo accosto idealmente a Guernica in quel lontano 1937, giusto un attimo prima che le bombe arrivassero.
I colori usati sono già quelli di Picasso ma il momento è nostro, con piccole spaccature solari e intensi momenti immobili.  Lunga attesa è stupendo e implacabile in tutta la sua autenticità.
Narrazione racconta pensieri comuni di persone comuni accomunate dall’assenza di un pensiero critico. Una realtà così non può che portare la noia in chi invalida il mucchio non buttandocisi dentro. Se la cosa non vi è chiara probabilmente è perché non c’è niente di nuovo in tutto questo.
Tutto è già stato assorbito e assimilato.
Modificato il DNA.
Questo pezzo mi ha assalita. L’ho riascoltato parecchie volte facendomi del male ma è così crudo, quanta insensibilità abbiamo accumulato?
Perché tutti continuano a dire che Lunga attesa è in linea con i primi dischi dei Marlene Kuntz? Per me è così contemporaneo che non ritrovo alcuna affinità concettuale con gli anni ’90: questi Marlene parlano di altre cose. Mi rendo conto di dissentire da tutte le recensioni che ho letto ma pare queste si moltiplichino a dismisura ripetendo sempre la stessa filastrocca. Io colgo temi e strutture differenti rispetto ai dischi icona della band. Un nuovo logo. Un’attesa lunga in un percorso ostico.
Una strada lunga, attesa e battuta lentamente si divide in due rami: l’universale incomprensibile e il vuoto cosmico sociale. Un po’ di requie è un amore distruttivo e intenso che si spera non finisca mai. Il sole è la libertà di chi estrae sostegno dall’unicità dei rapporti umani. Potrebbe anche essere una dichiarazione d’amore a un figlio. Potrebbe. E poi arriva Leda, l’unico pezzo che non amo o almeno così dovrebbe essere, se non fosse che al minuto 3,07, all’improvviso arriva una rovinosa caduta agli inferi: la batteria accelera il mio ritmo cardiaco accompagnata da quel basso che è un fucile.
Mi stende.
Ogni volta.
Mi stupisco e la riavvolgo.
Questo è talento.
Poi c’è città dormitorio. Un mostro che avanza lento, così l’ha descritta Godano. Concordiamo. Non so perché ma empaticamente mi ricorda Black Sabbath e War Pigs dei Black Sabbath. Non hanno nulla a che vedere se non quell’oscuro immobilismo che cammina deformato, deformante e senza luce. Ma non finisce qui. No. Perché questo disco è intriso di perle, di innovazioni repentine e disarmanti. Al minuto 4,25 c’è un coro incredibile. Sembra Chernobyl e quelle voci paiono bambini. Fa paura da quanto è struggente. Sulla strada dei ricordi il sentiero non è certo migliore, ascolto rimpianti e punti interrogativi, note che dilatano i pensieri. Un attimo divino spezza la catena, umano e arruffato, finalmente il cuore palpita di speranza. Il tempo di un respiro. Fecondità è un treno da prendere al volo, rapido e meraviglioso, una freccia rossa che chiede silenzio. E i toni non sono certo amichevoli.
Formidabile chiude il cerchio.
Ora servirebbe una chiusura ad effetto o forse no.
10 e infiniti +


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Finalmente ho ritrovato il disco dei Black Sabbath

Stamattina stavo riascoltando qualche mia vecchia puntata radio, tra cui l’intervista a Paolo Campana che qualche anno fa ha girato il mondo alla scoperta di vinili. Pensate che ha intervistato discografici, dj e artisti come Peter Saville, che ha creato le celebri copertine dei Joy Division Winston Smith che si è invece dedicato ai Dead Kennedys, Ben Harper e tanti altri..
Ieri sono stato sotto
dove adesso c’è un enorme specchio
e finalmente ho ritrovato
il disco dei Black Sabbath
se lo guardi girare può ipnotizzare
etichetta a spirale diventa un cono che sale
(sale sale sale)
tridimensionale

Amore Assurdo, Morgan

Il moto centripeto dei miei pensieri ha riportato a galla un piacevole ricordo di quando ero piccina: i miei cugini compravano assiduamente LP e per il primissimo ascolto si stava tutti in silenzio ad ascoltarlo. Che meraviglia!
I miei amici sono passati molto presto al cd, già nel 1994 girava questo formato super mini. Io, che non avevo i soldi per comprarmi il lettore, ho continuato a rifornirmi di Lp che verso il 1995-97 costavano 2 lire. Li acquistavo sul Nannucci: Equipe 84, Joy Division e altre cose incompatibili tra loro ma vestibilissime per me.

Perché non ho mai smesso di comprare vinili?

Il Vinile permette di studiare al meglio le rifiniture della copertina, di leggere i testi e tenere tra le mani un’estensione ingombrante di ciò che è sul piatto. Non credo di essere una nostalgica perché io non ho mai smesso di ascoltarli e comprarli inoltre questo Blog ha il nome del mio giradischi, che fu di mio padre, lo Stereorama 2000 deluxe.
Non sono una purista del suono, una che va contro il progresso, no. Le cose cambiano. Qualche tempo fa parlavo con una ragazza che avrà avuto 19 anni e mi ha detto di non aver mai acquistato musica su un supporto, come dire, tangibile. I suoi primi dischi li ha avuti direttamente sull’Ipod che le è stato regalato quando era alle elementari.
Le band scrivono dischi che sono fruibili gratuitamente su spotify e quasi nessuno, se non i collezionisti, sono disposti a sganciare soldi e spazio per averli sottomano. Io stessa ne ho molti solo in formato digitale. Tuttavia, per quanto mi riguarda, l’LP non è una moda o un rincorrere qualcosa che non esiste più, anzi è un oggetto d’uso quotidiano.
Provate ad ascoltare Ummagumma dei Pink Floyd con la copertina del vinile tra le mani. Provate!
La differenza tra il formato liquido e il vecchio, antiquato vinile è tutta lì. Nella carta, nella bellezza di certe copertine che si fondono con la musica in esse contenute.
Bene, questa riflessione è come un cane che si morde la coda, piena zeppa di input, di riflessioni campate in aria ma io ho la febbre e sono a letto da due giorni.

Intervista. Cristiano Godano racconta Lunga Attesa e i primi 25 anni dei Marlene Kuntz

Venerdì scorso ho avuto il piacere di fare quattro chiacchiere con Cristiano Godano in relazione all’ultimo disco dei Marlene Kuntz, “Lunga Attesa” e ai primi 25 anni della band…
 
Questo è un LP estremamente tosto, contemporaneo e dinamico: oltre al tiro pauroso -un vero muro- le tematiche affrontate sono un lucido affresco del momento in cui viviamo. Non capita spesso ma in questo disco c’è davvero un intero periodo storico. Inoltre Lunga Attesa è in movimento: ogni traccia contiene al suo interno una variazione o qualcosa che, quando credevo di aver afferrato il senso, mi ha stupita. Complimenti.
Grazie (sorride)
Mi racconti un po’ della stesura?
La composizione è simile a quella degli altri dischi, di solito noi andiamo in studio e proviamo a fare musica che ci sorprenda, che non ci dia la sensazione di averla già eseguita. Cerchiamo di non avere consapevolezza, cioè non andiamo in studio dicendo “dobbiamo fare quella cosa in quel modo perché poi la produrremo in questo modo e funzionerà per un certo tipo di pubblico e per le radio”. Noi non siamo fatti così. Di solito ci incontriamo per suonare, in questo caso l’unico nostro presupposto è stato “impediamoci di essere soft”. Ogni volta che ci ammorbidivamo un po’, cercavamo poi di fare una roba tosta. Avevamo voglia di questo. Poi le cose
venivano da sé, per esempio, il pezzo che hai sentito nel sound check (città dormitorio), è un brano lento.
Però che muro, secondo me è uno dei più potenti del disco, è un macigno!
Si certo, una cosa voluta è stato avere due o tre pezzi che “tirano indietro”, sempre con questo mood pesante ma più adagio. Città dormitorio è un mostro che avanza con lentezza e mi ricorda un po’ un certo tipo di doom metal. Volevo quel tipo di effetto lì. A un certo punto dicevamo “non facciamo roba molle finché ci riusciamo” ma per noi è impossibile abbandonarla completamente. In effetti il disco contiene due o tre pezzi così, pur cercando nel complesso un piglio più tirato.
Dopo aver fatto le mie riflessioni e stilato le domande ho letto, per curiosità, un po’ di recensioni. Io ti ho già fatto la mia ma ho notato che, spesso, Lunga Attesa è considerato un filo diretto col passato. Cosa pensi di questa affermazione?
Le letture sulle nostre cose molto spesso ci hanno spiazzato, deluso e tante volte non le avevamo messe in conto. Noi non abbiamo un animo provocatore, per esempio, quando abbiamo fatto Uno non volevamo andare controcorrente tipo “voi volete le chitarre distorte e noi facciamo questa cosa qua”. No. Per noi era un disco che poteva andare in quella direzione.
Tu sei un artista non devi farlo per me, principalmente chi deve godere del disco sei tu. No?
(Cristiano annuisce) Un po’, più vai avanti e più sei consapevole di quello che stai facendo e sarebbe veramente falso se io ti dicessi che faccio musica solo per me, la realizzo sperando che piaccia alla gente però mai per ottenere un certo tipo di effetto. Io so solo che cerco di fare buona musica e quindi spesso le reazioni mi, ci hanno dato dispiacere, così alla fine ci siam detti “Vabbè forse non capiscono un cazzo. Loro.” Questo tipo di reazione, su Lunga Attesa dico, era un po’ più prevedibile però (ride), ti pare che una band un minimo intelligente dica “andiamo a fare un disco che sappia di passato”, no? L’unica nostra remora era sul fatto che avremmo usato solo chitarre, quando i dischi così oggi sono pochi e non sono considerati la cosa più cool, anche nell’ambiente più underground eccetera eccetera. Ci siamo quindi preoccupati di farlo risultare moderno anche senza le tastiere che oggi vanno molto. Proprio l’esatto contrario delle cose che hai letto! (sorridiamo)
Io ho sempre inteso le dinamiche relazionali all’interno di un gruppo un po’ come i rapporti di coppia, quindi vorrei chiederti: come riuscite a mantenere la passione accesa dopo oltre 20 anni assieme?
Non c’è il sesso di mezzo. Noi siamo eterosessuali quindi tra di noi non c’è mai stato nessun interesse in questo senso. Il sesso spesso crea danni all’interno dei gruppi. Secondo me la maggior parte delle coppie scoppiano per problemi legati ad esso, la passione è difficile da mantenere quindi non avendo dinamiche di questo tipo è più facile portare avanti la band. Sorrido ma credo di non dire una stronzata. Poi i Marlene Kuntz stanno assieme
ormai da 25 anni e per me questo è miracoloso e sicuramente rimarchevole: noi siamo realmente amici, realmente solidali e realmente stimolati a vicenda. Tutt’ora non ci siamo stufati l’uno dell’altro: ogni volta che andiamo in sala prove sappiamo cosa l’altro può dare ma siamo anche certi che proverà e riuscirà a sorprenderci. Non è da tutti questa cosa.
Torniamo al disco, i testi sono nati in contemporanea alla musica o in un secondo momento?
Io penso sempre i testi dopo che la musica mi ha dato un po’ di supporto anche perché cercano sempre di stare dietro al suo mood. L’80% della musica qui dentro è cattiva, sostenuta, acida, così i testi avevano bisogno di una chiave di lettura che fosse coerente.  Alcuni mi hanno detto “Cristiano i testi stavolta son proprio incazzati”, io non credo che fosse quello il mio spirito ma ho senz’altro cercato una resa efficace trovando argomenti di discussione che mi prendessero, ovviamente. Non voglio certo scrivere di qualcosa che non sento! (sorride) In questo caso bisogna avere la calma per aspettare la cosa giusta che ti faccia sentire a casa in quel momento.
Mi è venuto in mente il testo di Niente di nuovo. Ricordo che nei primissimi ascolti è stato uno dei brani che mi ha maggiormente commosso. È particolarmente toccante, ho avuto il bisogno di riascoltarlo subito più volte.
Capisco, credo che sia il mio pezzo preferito del disco. (sorridiamo)
Un evento bellissimo legato a Lunga Attesa è il contest che avete creato lanciando questo testo nell’etere (i Marlene Kuntz hanno pubblicato il testo di Lunga Attesa prima dell’uscita del disco, invitando i fans a utilizzarlo per creare un proprio brano) ricevendo in cambio ben 200 versioni!
Sono 320 non 200! La cosa ultima che il pubblico ha ricevuto è arrivata in maniera sequenziale, molto lentamente. Preciso che noi non l’abbiamo pensata come contest perché non ci piacciono.
Però la ricompensa è stata molto bella (i video dei primi 30 pezzi finalisti sono stati postati sui canali social della band).
Si per carità, era un atto dovuto trovare un premio perché abbiamo chiesto alla gente di fare una cosa anche se non esattamente per noi ma più per la creatività. La cosa è nata in un certo modo: coi Marlene cerchiamo di rendere la nostra pagina facebook un po’ interessante e pubblichiamo ogni giorno la canzone del mattino e quella della sera.
A me è capitato spessissimo di imbattermi nell’una o nell’altra, è una buona idea!
Pubblichiamo alle 11 e alle 21 come se fosse un po’ una radio e a un certo punto abbiamo pensato di fare “il testo della settimana” a disposizione della gente dal punto di vista della sola lettura, così abbiamo iniziato a postare quelli vecchi sganciandoli dalla musica. In prossimità della chiusura del disco ho avuto il guizzo di postare un testo nuovo, di una canzone non ancora pubblicata, Lunga Attesa. Addirittura inizialmente, preso dall’entusiasmo, ho pensato di pubblicarli tutti, uno a settimana. Però poteva diventare una cosa un po’ pesante e forse sgradita al pubblico che avrebbe potuto dirci “preferisco leggermi i testi quando esce il disco.” Così ci siamo limitati a uno, da lì a farlo musicare il passo è stato molto breve, il risultato è stato sorprendente e davvero inaspettato. Pensavamo “la gente sentirà che il testo funziona” ma in tutta onestà nessuno di noi avrebbe mai immaginato di ricevere oltre 300 versioni. Le abbiamo ascoltate tutte eh!
Per correttezza e per curiosità immagino…
Si esatto, proprio per questo.
Oltre i primi 30 avete fatto altre piacevoli scoperte?
Si assolutamente, ci siamo posti un limite di 30 brani scegliendone 10 a testa. C’è un sacco di roba che mi ha davvero incantato. Realmente. Abbiamo tenuto fuori qualcosa che ci piaceva moltissimo. Figo.
Questa iniziativa è molto umana, nel senso che spezza un sacco di
barriere
Si ma in maniera concreta, facendo cose! (sorride)
Esatto, mannaggia, se vi avessi mandato la mia… mi avreste cestinata!
(Rido) Non abbiamo cestinato nulla, tu l’hai fatta?
No, per fortuna vostra!
Magari saresti finita tra le prime 30, chissà! (ridiamo)
Ho poi chiesto a Cristiano di scattarsi una foto per supportare il mio sogno, #martinameetstones e ci siamo messi a chiacchierare di Mick Jagger.
Hey Cristiano, gli Stones stanno assieme 52 anni, vi hanno superati!
Martina, son molto più grandi di me, dacci il tempo di raggiungerli!
Bhe si in effetti! (risata generale)
Ci siamo infine salutati con un sorriso! Di Cristiano mi hanno colpita la semplicità come la sua simpatia e l’affabilità. Credo che da questa intervista traspaiano candidamente. Mi son anche avvicinata a Riccardo e ai due Luca per farmi autografare il vinile, con loro s’è parlato del disco e di quando li ho visti Live nel 1996. Andando via ho pensato “E se avessi avuto il coraggio di chiedergli un’intervista quando avevo 15 anni?” “Perché non ci ho pensato?” Chissà perché ho iniziato a fare ciò che amo, scrivere di musica, solo tanto tempo dopo…

Il concerto

La sera al Biggest di Samassi, una discoteca bellissima e assai vintage, ho assistito al concerto. Io stavo un po’ defilata accanto a Riccardo Tesio dove, inspiegabilmente si sentiva benissimo! Da quella posizione mi sono concentrata per
parecchio tempo sulle chitarre e sui ping pong armonici tra lui e Cristiano, spettacolari, come la loro intesa fatta di gestualità rituali. Dall’altra parte c’era Luca Saporiti che -diciamocelo pure- ha un tiro pauroso. Il pezzo in cui mi ha emozionata di più è senz’altro Leda, esattamente nell’improvviso cambio in cui a ogni nota corrisponde un terremoto. Al centro Cristiano Godano, carismatico e passionale in tutta la sua esplosiva pacatezza. Ho osservato anche Luca Bergia che ha pompato il sangue alla band per tutto il concerto come un cuore in corsa: alla grande! Mi ero ripromessa di andare a salutare i Marlene dopo lo spettacolo poi ho pensato a quante persone sarebbero state lì a dire la loro, scattando foto tra baci e abbracci e sono andata via senza aggiungermi al carico umano ed emotivo che li avrà avvinghiati a sé nel post concerto.  Lunga Attesa è una bella storia che spazia e sorprende sia su disco sia dal vivo. Andate a vedere i Marlene Kuntz, spaccano!
Ringrazio mio fratello Guido per le foto.

Intervista. Massimiliano Casu, musica e urbanistica partecipativa

Qualche tempo fa mi è capitato di venire a conoscenza di uno dei tanti progetti di Massimiliano Casu che, partendo dallo studio dell’architettura, ha esteso le sue ricerche alle dinamiche dell’incontro e della collaborazione
attraverso le pratiche musicali.  Dietro gli eventi e le performance che lui e il grupal crew collective organizzano, c’è una ricerca dedita allo studio dell’urbanistica partecipativa in cui la musica è lo strumento che stimola l’incontro, il dialogo e la collaborazione nello spazio pubblico. Bell’idea, vero? Ho avuto il piacere di scambiare due chiacchiere con Massimiliano, ecco la trascrizione!
Massimo, leggendo il tuo blog ho notato che ti occupi di moltissime cose, partiamo dal pricipio, qual è il percorso che ti ha portato in Spagna?
Io ho studiato Architettura a Cagliari e mi sono annoiato parecchio, credo sia una cosa comune a tanti studenti perché, almeno quando frequentavo io, non era la facoltà più stimolante del mondo. A un certo punto mi sono interessato di comunicazione e mi son traferito a Madrid per frequentare un master in comunicazione e architettura appassionandomi di urbanistica partecipativa, inizialmente in una direzione molto pratica e manuale. Ho poi voluto approfondire questa disciplina che non ha mai trovato cittadinanza nei dibattiti sull’architettura e per dirla tutta è stato più semplice organizzare alcuni progetti classificandoli come artistici. Tieni presente che gli interventi che facciamo negli spazi pubblici, come ristrutturare una piazza cercando di coinvolgere gli abitanti del quartiere, sono sempre stati finanziati da Centri d’Arte e affini.  Mi sono poi interessato d’Arte pubblica e da lì è stato un
cammino di estrazione degli elementi che mi interessavano: in tutte le pratiche partecipative di costruzione urbana la cosa più importante è come si genera il dialogo tra i partecipanti e tra tutti i linguaggi possibili per la comunicazione, uno dei più potenti è senz’altro la musica.
Il più immediato senza ombra di dubbio…
Si per varie questioni, la musica è un linguaggio non è verbale e coinvolge molte cose come il corpo e le emozioni ed è senz’altro molto efficace.  Da profano, autodidatta e un po’ da impostore ho iniziato a usare questo strumento per cercare di raggiungere lo stesso obiettivo che si persegue con la costruzione urbana.
Sei in un limbo tra pratica artistica, musica e architettura pubblica, ho capito bene?
Esatto, la musica è lo strumento che utilizzo per costruire un ambiente urbano più partecipativo, collettivo.
Il tuo percorso è passato dalla realizzazione architettonica materiale, quella del “mattone” (uso questa parola con cognizione di causa) a un’idea di costruzione immateriale, intangibile; è come se tu costruissi una piazza e poi la animassi di persone
Si, però il cambio di prospettiva non è radicale. Quando studiavo architettura mi interessavo di semiotica e il mattone non è mai solamente un mattone…
Ovviamente, avendo studiato Storia dell’Arte mi sono approcciata all’architettura da un punto di
vista storico, artistico e umano, sia chiaro!
L’elemento simbolico della musica è presente anche nella costruzione urbana per cui questo è solo un cambio di prospettiva. Per me la musica, in particolare la pratica della festa, sono un laboratorio architettonico dove la gente sperimenta nuovi modi di relazionarsi e usare il corpo; attorno a queste dinamiche si può costruire una città migliore.
È un ottimo punto di partenza e al contempo obiettivo per costruire una città diversa, partecipativa. Essendo molto appassionata di musica sono stata spesso a grandi concerti, penso a Paul McCartney ai fori imperiali nel 2003 con 500.000 persone o a Roger Waters con The Wall al Mediolanum e tanti altri. In quelle occasioni è assolutamente normale entrare in confidenza con perfetti sconosciuti magari mentre si fa la fila al botteghino o prima dell’inizio del concerto. In queste situazioni ci si sente avvolti da un senso comunitario familiare, si indossa una divisa e si innesca una comunicazione naturale di cameratismo. La pratica della festa è in una dimensione simile ma meno organizzata, penso al palco, alle strutture fisse che dividono la band dal pubblico o le zone all’interno di uno stadio. La festa abolisce queste sovrastrutture.
Ci sono due aspetti che mi interessano molto uno è l’universo del bass drop, momento più carico del pezzo che viene dopo una salita graduale. Ci sono degli studi sociologici su come la gente si comporta in situazioni collettive e proprio in quel momento si è individuata una totale pienezza individuale accompagnata a una identità di gruppo diffusa e diluita.
Il momento in cui si
raggiunge il top sia come individui sia come collettività
Esatto. La tua pienezza individuale e al contempo la totale
fusione con la collettività è ciò che cerco con le mie pratiche musicali.
Parliamo delle tue
attività, spulciando sul tuo sito ho visto alcuni video molto interessanti il
primo era all’interno di un bar. Tu eri in consolle e nei tavoli c’erano dei sensori che le persone potevano utilizzare per contribuire alla creazione del pezzo
Questo progetto cerca ancora la sua identità. I sensori rilevano le variazioni di capacità quando la gente mette la mano sopra, creando un suono mentre io organizzo l’architettura del set. A volte. Penso, per esempio, ai set di batteria riflettendo su come influenzino la partecipazione, poi controllo le dinamiche tra le persone e i volumi. Il video che hai visto è stato girato a Cagliari, al Bar Florio.  Uso anche altri strumenti come il video tracking in cui una telecamera rileva i movimenti e da lì si attivano le note. Questo è fondamentale quando lavori con bambini perché sono un pericolo per i sensori fragili! Questa ricerca permette di osservare come le persone usano il corpo, lo spazio e gli oggetti per comunicare.  E poi mi diverto molto. La cosa bella è l’aver trovato il modo per fare ricerca e lavorare su temi delicati in una maniera molto semplice.
Sicuramente è una struttura semplice ma non mi pare che il tuo approccio lo sia, anzi…
Ti ringrazio, ci sono molti punti di vista al riguardo a me piace riflettere bene, altri preferiscono l’improvvisazione, l’accesso immediato. Annualmente facciamo una festa al Matadero di Madrid in un centro d’Arte molto interessante, in cui ci sono dj set collettivi: la gente si scrive e può mettere su la sua playlist con 3 dischi e ha il suo momento di gloria con tanto di video proiettato sui maxi schermi. Gli facciamo vivere l’esperienza come quella dei grandi dj. La festa in sé è molto semplice e molti dei partecipanti la vivono come una serata divertente mentre per noi è una performance collettiva in cui si sperimentano le gerarchie liquide e come possiamo rendere compatibile l’essere il leader del gruppo mentre si è in consolle per poi tornare tra il pubblico. È un esperimento anche su come teatralizziamo le nostre azioni.
Devo aver letto qualcosa sul tuo sito e benché io non abbia scritto domande, tra gli appunti ho segnato “strade possibili”
Le cose di cui abbiamo parlato sono il cuore delle mie ricerche e al momento non so definirne il futuro ma ci sto lavorando (ride), però in termini di prospettive metterei l’accento sulle dinamiche dell’incontro e della collaborazione. Un’altra questione che mi appassiona molto è quella del laboratorio di idee, il laboratorio creativo. Per esempio qui a Madrid c’è un gruppo che balla Salsa, i Salsodromo, in spazi abbandonati o recuperando piazze, sempre negli spazi pubblici. Vorrei precisare che quando parlo di collaborazione e partecipazione la cosa non ha sempre una valenza positiva, non necessariamente l’incontro dev’essere una rimpatriata tra amici, può anche scaturirne un conflitto. La musica è una delle prime questioni di conflitto. Anche questa è una cosa molto interessante. Il dialogo non necessariamente deve mettere d’accordo ma è molto importante per riconoscere le posizioni dell’altro.
Un’altra delle tante cose che mi hanno incuriosito è il progetto Demos, mi spieghi cos’è?
Demos nasce dal concetto di identità narrative, in pratica è come se l’individuo non esistesse se non c’è un interlocutore. In questo senso la musica è molto importante, quando la ascolti o la crei ti colloca, mettendoti in relazione con gli altri.
Registrazione Demos, Cagliari

Se io avessi un pezzo nel cassetto, come potrei partecipare?

Lanciamo un bando nelle varie città quando abbiamo le
risorse e le persone si iscrivono. In una sessione di tre ore si compone,
produce e registra il pezzo. C’è chi ha una canzone, un sogno e chi non ha
nessuna idea ma vuole partecipare.
Produciamo i dischi in cicli compatti per cui ogni città ha il suo. Ci
piace pensare che l’album sia un modo di raccontare i luoghi, le città in cui sono fatti. Il progetto va molto bene, l’anno scorso l’abbiamo portato in 4 Paesi del centro e Sud America. Al momento dovremmo avere all’attivo circa 10 dischi. Li trovi su www.demos.international.

Se passerete a Cagliari, vorrei partecipare!

L’abbiamo già fatto! Io vivo la mia dimensione da espatriato un po’ frustrato, quindi cerco sempre di portare lì i progetti che realizzo altrove. A Cagliari il progetto Demos è stato realizzato a Sa Domu, una scuola occupata appoggiandoci al laboratorio musicale di Danilo Casti, quel disco è venuto un po’ più rumoroso degli altri ma è molto bello e convive accanto ad altre 8 città del mondo tra cui Montevideo, San Salvador, Madrid, Bogotà…

Massimiliano ha in ballo molti altri progetti che vi stupiranno, a questo proposito vi consiglio vivamente di fare un salto
sui suoi canali:

Blue Note Jazz Collection

Blue Note Jazz Collection. Cari amanti del Jazz o curiosi che vogliono approfondirne la conoscenza, questa è per voi: ho scoperto  una bellissima
raccolta in 70 volumi corredati di cd per ripercorrere la storia del jazz moderno dagli
albori ai giorni nostri attraverso le storie protagonisti e la loro sperimentazione che ha permesso alla musica di essere in continuo
divenire. 
La Blue note Jazz collection racconta la storia del Jazz
moderno appoggiandosi al catalogo di una delle etichette più famose del
settore, la Blue Note di Alfred Lion e Francis Wolff.
Se amate il jazz o volete approfondirne la conoscenza con
questa raccolta avrete materiale a sufficienza per diventare veri esperti:
avrete a disposizione 70 volumi e altrettanti cd che hanno contribuito a
rendere prestigiosa l’etichetta Blue Note.
Tra gli artisti presenti in collezione non possono mancare Miles Davis,
John Coltrane, Art Blakey
oltre a Herbie Hancock, Sonny Rollins e tanti altri
per una raccolta completa, unica. Il prestigio della musica è corredato dall’altrettanta
qualità editoriale curata da Riccardo
Bertoncelli
, famoso critico musicale ee scrittore italiano.

La raccolta si può acquistare sia in edicola sia tramite
abbonamento sul sito della De Agostini nel secondo caso
si usufruirà dello sconto del 50% sul primo invio con 2 omaggi: un carica
batterie portatile per cellulare e la tazza blue note.
Ho pensato di condividere questa notizia con voi perché amo la musica e credo che questa sia un’ottima raccolta, insomma la Blue Note è una garanzia! Poetete trovare maggiori info sul sito ufficiale.

Buzzoole

Todo Modo. Intervista a Giorgio Prette e Paolo Saporiti

Due settimane fa ho avuto il piacere e la fortuna di intervistare Giorgio Prette e Paolo Saporiti dei Todo Modo. Dopo aver visto 9 volte gli Afterhours posso affermare con certezza che adoro il piglio di Giorgio Prette alla batteria: con estrema naturalezza passa dalla suonata super tosta a quella elegante tipo Ringo in Something, avete presente? Altro artista a me noto e Xabier

Iriondo, talentuosissimo chitarrista che oltre alla 6 corde, sul palco e in studio, si diletta con loop station e altre diavolerie per creare suggestioni incredibili!   Il trio dei Todo Modo si completa con Paolo Saporiti, un cantautore che non conoscevo e che mi ha conquistato immediatamente… Ecco l’intervista:
Partiamo subito con il tasto dolente (Giorgio e Paolo fanno due facce perplesse), Giorgio in tanti continuano a chiederti perché sei andato via dagli Afterhours. Secondo me sei stato più che esaustivo nel comunicato stampa ufficiale quindi voglio avvertirti che non ti chiederò nulla.
(Paolo e Giorgio Scoppiano a ridere) Meno male, anche perché siamo qui con i Todo Modo…
Esatto! Ho però una domanda per entrambi (facce nuovamente serie e perplesse), come state, come è andato il viaggio? Paolo mi ha accennato al mare burrascoso… (risata generale)
Giorgio: C’è chi è navigato…
Paolo: e chi meno
Giorgio: Io ho dormito benissimo, in cuccetta si stava molto meglio
che nel tragitto dal bar alla stanza, il mare era così agitato che quando stavamo in piedi sembrava avessimo bevuto assenzio…
Prima domanda per Giorgio, con Xabi vi lega una forte amicizia, c’è un momento particolare in cui sono nati i Todo Modo?
Si, nell’estate del 2013 in concomitanza con la mia decisione di lasciare gli Afterhours che è avvenuta un
anno e mezzo prima che diventasse di dominio pubblico. All’epoca stavamo lavorando su Hai paura del Buio? che abbiamo fatto in tre io Manuel e Xabier e non si poteva realizzare senza me o Xabier e ovviamente nemmeno senza Manuel. Abbiamo perpetuato la cosa sino all’assolvimento degli impegni e siccome all’interno del gruppo la cosa già si sapeva io e Xabier abbiamo manifestato l’intenzione di continuare a suonare assieme. Le prime cose utilizzate coi Todo Modo le abbiamo buttate giù proprio in quel periodo senza ancora avere un progetto chiaro. A fine 2014 abbiamo deciso di fare sta’ cosa e avevamo bisogno di un capro espiatorio (ride), cioè qualcuno che scrivesse i testi e cantasse. Xabier collaborava già con Paolo e mi ha proposto il suo nome. Io non lo conoscevo, però se Xabier mi propone una nome gli do un certo peso, ecco. Poi detto questo, dalla settimana prossima me ne pentirò! (Risata generale) A parte gli scherzi lui ha risposto con entusiasmo, perché era inconsapevole e da lì è partito tutto.
Paolo, dove ti sei andato a cacciare?
In una cosa bellissima, perché, partendo dalle cose che loro avevano già fatto a tutto quello creato a partire da… subito, il progetto è partito davvero molto bene. Senza nessun freno, senza nessun retro pensiero, è stato tutto molto fresco e veloce. Tempi di registrazione: rapidissimi. Ogni cosa è stata masticata alla velocità della luce. Ho quasi la sensazione che sia già passata un’epoca. Per me anche essere qui in Sardegna a suonare non è una cosa piccola, nel senso che loro sono molto più “navigati” io molto meno e venir qua con un progetto così nuovo mi sembra un risultato enorme.
La foto più sfocata della storia: Giorgio Prette io e Paolo Saporiti
Parliamo del pubblico, quant’è cambiato nel corso degli anni? Secondo me parecchio e non in meglio…
Giorgio: Dipende molto dal contesto, inoltre il pubblico cambia geograficamente. Questo è innegabile.  È una domanda molto difficile perché negli Afterhours, con 25 anni di storia alle spalle è più arduo valutare questo aspetto. Comunque si, il pubblico è stato più curioso negli anni ’90 e il discorso vale per tutta la scena italiana, non solo per gli Afterhours. Quando abbiamo cominciato, noi stavamo in un contesto sotterraneo e mancava un circuito di locali live nazionale, per cui era impensabile fare un tour italiano. I primi accenni organizzativi sono stati nel ’92. Per tornare alla tua domanda, in sintesi, quando il pubblico era quantitativamente più esiguo era molto più curioso. La gente ti veniva a vedere indipendentemente dal fatto di conoscerti e voleva scoprire cose nuove. Nel corso degli anni, crescendo l’audience, questa cosa è quasi totalmente scomparsa. I ragazzi oggi vanno a vedere i concerti solo di chi conoscono già. Quando si è tentato di fare delle proposte per cercare di promuovere degli artisti, non dico che siamo miseramente falliti ma quasi. Anche nei festival internazionali la gente va a vedere l’headliner e non gli frega niente di quello che c’è prima, questa è un’attitudine culturalmente sbagliata. Inoltre, nei festival europei, il cast è estremamente variegato, c’è di tutto e il pubblico
vuole più l’evento che la musica. Soprattutto se fatto in un bel posto. Gli italiani vanno allo Sziget di Budapest, dove abbiamo suonato anche noi 3 anni fa e poi commentano “Ah che belli i festival all’estero!” In realtà si possono fare anche qua quel tipo di festival ma se si propongono in Italia le cose vengono sminuite. Stiamo entrando nell’antropologia dell’italiano che dà poco peso a tutto quello che ha ed esalta ciò che viene da fuori indipendentemente dalla qualità…
Le uniche eccezioni sono forse i festival tematici, penso a quelli Blues, che frequento o al Gods of Metal in cui il genere comune stimola il pubblico a conoscere nuovi artisti.
Va benissimo, hai ragione. Nel mio discorso specifico pensavo al Tora Tora.
Sono stata a tutte le edizioni ed era stupendo…
La gente non entrava sino a quando suonavano gli headliners. Il paradosso è che quando eravamo noi gli il gruppo di punta facevamo meno pubblico di un nostro concerto da soli. Si è provato con Arezzo Wave e altri festival a mischiare le carte, facendo suonare i gruppi più
grossi per primi ma niente.  Speriamo che cambi. È anche una questione geografica: per la Sardegna chi organizza ha una maggiorazione dei costi legati ai trasporti ma c’è una fame di concerti come in tutto il meridione. In Puglia per esempio d’estate fanno all’opposto, c’è troppa roba in giro e il pubblico è troppo sparpagliato.
Una cosa positiva di questi tempi, anche se un po’ ambigua e troppo
spesso usata male, sono i social network. Parlo per me che sono blogger e li trovo funzionali a ciò che voglio fare, senza sarebbe stato difficilissimo contattare voi come Fariselli, Finardi, Maroccolo e tutti gli altri artisti che ho avuto il piacere di conoscere… Negli anni ’90 questo era impensabile
Giorgio: se non avevi il telefono fisso… (ridiamo tutti) Indubbiamente ha eliminato dei filtri e si, il discorso è relativo al come si usano le cose…
Voi che rapporto avete con questi mezzi di comunicazione?
Paolo: Non fantastico, non siamo molto capaci, è come se venissimo da generazioni oni oni (ride) lontane
Giorgio: C’è un gap generazionale, con tutto il mio impegno non potrò mai avere la dimestichezza e l’automatismo di quelli che hanno anche solo 20 anni in meno di me.
Paolo: c’è anche una forma di sfiducia, almeno in noi non credo sia così spontaneo. È verissimo che a te permette di entrare in contatto diretto con alcuni artisti che altrimenti non avresti mai avvicinato ma è altrettanto vero che questo toglie ogni forma di scrematura e analisi qualitativa e meritocratica delle cose. Non parlo di te, ovviamente. Questo è il difetto più grosso di internet e non solo con gli artisti ma tra persone in generale. Non si è capito ancora dove andrà a finire e che cosa ha portato di reale nelle nostre vite. Credo i risultati si vedranno tra poco, come per tutte le innovazioni tecnologiche. Il discorso internet verrà scremato e tagliato a un certo punto. Come un’implosione naturale. Le innovazioni non è che poi devono rimanere, servono per fare passi avanti, creare delle ipotesi e le risposte arrivano da sole.
Paolo tu come scrivi, hai un metodo particolare?
C’è in me una sorta di disciplina legata al lavoro, nel senso che io tutte le mattine regolarmente ho delle ore dedicate alla musica. La scrittura è per me un gesto spontaneo che nasce quando mi metto in una determinata situazione. La cosa più semplice per me è imbracciare una chitarra perché tutto prende forma da una melodia. La bellezza di questo progetto con Giorgio e Xabier è stato spostare l’asse d questo mio metodo. Con loro ho potuto e dovuto scrivere in una situazione nuova. Per il gruppo ho preparato due o tre brani chitarra e voce, il resto sono state improvvisazioni loro sulle quali ho improvvisato testi e melodie. Altre cose sono nate dalla frequentazione in studio e dalle prove. Quindi i tre meccanismi sono questi. Mi sono abituato ad avere una sorta di riflesso naturale: quando mi metto in condizione di accettare quello che mi esce, esce. È una cosa che ho imparato a fare nel corso di 20 anni di lavoro.
Ultima domanda, una curiosità: qual è l’ultimo disco che avete ascoltato?
Giorgio: l’ultimo che ho comprato è Lunga Attesa dei Marlene Kuntz che mi è piaciuto moltissimo. Coi Marlene siamo amici da tanti anni ma musicalmente non sono mai stato un grande fan, pur apprezzandoli. Crescendo come persone e musicisti si impara ad andare al di là dei propri gusti quindi a riconoscere la qualità anche in contesti che non sono proprio i tuoi. È innegabile che i Marlene abbiano fatto dischi importanti, soprattutto i primi, e canzoni bellissime. Negli ultimi 10 anni, secondo me, si erano un po’ persi invece questo disco mi piace molto, ho mandato loro un sacco di messaggi. Sono uno stalker! (scoppiamo tutti a ridere) In realtà se c’è da fare dei complimenti a tutti ma soprattutto agli amici lo faccio stra-volentieri. Devo dire che è un bel disco.
Paolo: gli ultimi me li ha consigliati Xabier che mi ha dato un’infarinata generale su una scena post-punk che non conoscevo. Quindi ti dico subito Pere Ubu che hanno una concezione della musica più che moderna, spaventosi! Mi mancavano. Io arrivo dal cantautorato di stampo anglofono degli anni ’60 e ’70 e lì mi son fermato, parlo di Nick Drake, Tim Buckley, John Martin, Leonard Cohen, ecc… Questi artisti mi spostano il cuore. Poi per dovere e per coscienza a un certo punto bisogna allargare lo spettro. Razionalmente riesco ora a emozionarmi applicando l’intelletto e a star dietro all’emozione della conoscenza. Altra band nuova per me sono i Death Grips che hanno fatto un disco della madonna con un hip hop misto a noise e industrial. Una roba molto efficace e stimolante.
Grazie della chiacchierata, ci vediamo dopo sotto il palco!
Grazie, a dopo!
Parlare con Giorgio e Paolo è stato molto interessante, la nostra chiacchierata è volata via fluida e naturale lasciando spazio anche a qualche risata, poi ho visto il concerto. Fantastico. Sul palco c’era un’alchimia pazzesca, i tre sono andati dritti come un treno. Dopo aver visto Giorgio Prette live per la decima volta confermo quanto detto nell’intrudiozione, la varietà di registro con cui suona è incredibile! Xabier sta dentro il pezzo con ogni cellula del suo corpo: le espressioni del viso sono in perfetta sincronia con le note che sta o non sta suonando, se non fa nulla anche il corpo va in stand by diventando inespressivo per poi lanciarsi un attimo dopo nei suoi treni sonori. Grande performer!
Paolo Saporiti s’è perfettamente integrato nel datato sodalizio artistico che lega Giorgio e Xabi mettendoci del suo. Belli i testi, le melodie e i giochi vocali. Ho ascoltato anche il suo disco omonimo del 2014 e credo che andrò più a fondo nella scoperta di questo cantautore. I Todo Modo sono una nuova band italiana che merita
attenzione. Ascoltateli e soprattutto andate a vederli live, SPACCANO!
PS: anche i Todo Modo sponsorizzano #martinameetstones!


Tutte le fotografie, tranne quella in cui ci sono io, sono state scattate da Emiliano Cocco