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Finalmente ho ritrovato il disco dei Black Sabbath

Stamattina stavo riascoltando qualche mia vecchia puntata radio, tra cui l’intervista a Paolo Campana che qualche anno fa ha girato il mondo alla scoperta di vinili. Pensate che ha intervistato discografici, dj e artisti come Peter Saville, che ha creato le celebri copertine dei Joy Division Winston Smith che si è invece dedicato ai Dead Kennedys, Ben Harper e tanti altri..
Ieri sono stato sotto
dove adesso c’è un enorme specchio
e finalmente ho ritrovato
il disco dei Black Sabbath
se lo guardi girare può ipnotizzare
etichetta a spirale diventa un cono che sale
(sale sale sale)
tridimensionale

Amore Assurdo, Morgan

Il moto centripeto dei miei pensieri ha riportato a galla un piacevole ricordo di quando ero piccina: i miei cugini compravano assiduamente LP e per il primissimo ascolto si stava tutti in silenzio ad ascoltarlo. Che meraviglia!
I miei amici sono passati molto presto al cd, già nel 1994 girava questo formato super mini. Io, che non avevo i soldi per comprarmi il lettore, ho continuato a rifornirmi di Lp che verso il 1995-97 costavano 2 lire. Li acquistavo sul Nannucci: Equipe 84, Joy Division e altre cose incompatibili tra loro ma vestibilissime per me.

Perché non ho mai smesso di comprare vinili?

Il Vinile permette di studiare al meglio le rifiniture della copertina, di leggere i testi e tenere tra le mani un’estensione ingombrante di ciò che è sul piatto. Non credo di essere una nostalgica perché io non ho mai smesso di ascoltarli e comprarli inoltre questo Blog ha il nome del mio giradischi, che fu di mio padre, lo Stereorama 2000 deluxe.
Non sono una purista del suono, una che va contro il progresso, no. Le cose cambiano. Qualche tempo fa parlavo con una ragazza che avrà avuto 19 anni e mi ha detto di non aver mai acquistato musica su un supporto, come dire, tangibile. I suoi primi dischi li ha avuti direttamente sull’Ipod che le è stato regalato quando era alle elementari.
Le band scrivono dischi che sono fruibili gratuitamente su spotify e quasi nessuno, se non i collezionisti, sono disposti a sganciare soldi e spazio per averli sottomano. Io stessa ne ho molti solo in formato digitale. Tuttavia, per quanto mi riguarda, l’LP non è una moda o un rincorrere qualcosa che non esiste più, anzi è un oggetto d’uso quotidiano.
Provate ad ascoltare Ummagumma dei Pink Floyd con la copertina del vinile tra le mani. Provate!
La differenza tra il formato liquido e il vecchio, antiquato vinile è tutta lì. Nella carta, nella bellezza di certe copertine che si fondono con la musica in esse contenute.
Bene, questa riflessione è come un cane che si morde la coda, piena zeppa di input, di riflessioni campate in aria ma io ho la febbre e sono a letto da due giorni.

Quando ho deciso di inseguire un sogno: #martinameetstones

Dopo 2 settimane finalmente torno a scrivere, questo è un periodo particolarmente pieno di impegni, durante la mia assenza però è successo qualcosa…
 
Ho fatto un sogno…
Circa 3 settimane fa ho fatto un sogno che vi racconto brevemente, grazie a un hashtag #martinameetstones ho incontrato, in uno spazio e luogo indefiniti, i Rolling Stones! Sapete come sono i sogni, surreali eppure realtà.
La mattina ho raccontato la cosa ai miei colleghi e in famiglia mentre continuava a ronzarmi per la testa l’hashtag #martinameetstones; nel giro di poche ore ho deciso di aprire un canale instagram e inviare un videomessaggio ai Rolling Stones in persona. Detto, fatto.
Nello stesso momento ho pensato di chiedere al web di darmi una mano, l’idea è che più persone usano l’hashtag #martinameetstones più le possibilità che gli Stones vedano il mio videomessaggio aumentano.
Ora, la vita è strana, avrei potuto aprire un canale per chiedere un’auto nuova, che la mia cade a pezzi ma questo sogno di incontrare gli Stones mi è sembrato così semplice, leggero e al contempo profondo che ho deciso di inseguirlo.
Alcune persone mi hanno chiesto quale sia il mio scopo
La risposta è semplice mi piacerebbe stringere la mano a queste leggende viventi, i Rolling Stones, e farci due chiacchiere. Mi occupo di musica e parlare con loro sarebbe una cosa meravigliosa, vorrei davvero incontrarli ma se ciò non dovesse accadere almeno ci avrò provato.
Il discorso dell’inseguire i sogni può essere applicato a qualsiasi cosa, penso al ciclista Fabio Aru, mio compaesano che con tanti sacrifici ha deciso di investire la sua vita in un sogno molto importante rendendolo un lavoro.
martinameetstonesEsistono sogni importantissimi, veri progetti di vita come il suo e altri più leggeri e spensierati, one shot, come il mio. Due cose diverse, certo, che in ogni caso non si realizzano da sole.
In questi giorni mi hanno scritto da tutto il mondo, Filippine, Cile, Canada, Inghilterra, Massachussett, Brasile, Ohio, Italia, Irlanda, Svizzera, New York, un ragazzo che mi segue su facebook vive nello stesso paese di Ronnie Wood, altri mi hanno raccontato di come li hanno conosciuti o della loro passione.
Ci si lamenta sempre, dei soldi, del luogo in cui si vive, delle tasse, dei vicini di casa o delle campane che suonano a festa la domenica mattina, concentrate le vostre energie sulle cose positive che vi circondano e se non ne avete createle, concedetevi un po’ di leggerezza mentre faticate per le cose importanti, date una chance ai vostri sogni.
Se volete aiutarmi a inseguire il mio sogno scattatevi una foto o un video usando  gli hashtag #martinameetstones e #therollingstones
Ps: mi trovate su instagram, facebook e Google+

Robert Fripp, i King Crimson e la Frippertronics

I King Krimson sono comparsi nella mia vita durante la prima settimana di scuola della quarta ginnasio quando, parlando della mia stupenda cassettina Aqualung dei Jethro Tull, scoprii che la mia compagna di classe aveva una collezione di vinili Prog. Mi disse “tra tutti i gruppi il preferito di mio padre sono i King Crismson” e io con entusiasmo infantile tirai fuori una cassettina dalla borsa e le chiesi di registrarmelo. L’album era in The Court of … Ma chi è Robert Fripp, acclamato da tanti come il Beethoven del ‘900?
 
Nato nel 1946  nel Dorset, Robert ha iniziato a suonare praticamente in fasce e da subito si è contraddistinto per due cose, il gusto e l’attitudine.  In pratica in un mondo in cui in tanti arrivano a 30 anni senza conoscere il loro obiettivo, Robert ci ha lavorato su dall’ età di 10 anni, investendo tutte le sue energie nel suo progetto musicale. Robert desiderava ardentemente riscrivere la storia del rock su basi prettamente razionali, nel 1969 dichiarò:

Il rock può far capo alla testa oltre che ai piedi.

Questa semplice affermazione l’ha marchiato a fuoco “relegandolo”, come se la cosa fosse un’eresia, nella schiera degli artisti intellettuali. Rock e intelletto, le due cose dovevano suonare proprio male! Il Maestro Fripp ha letteralmente inventato alcuni metodi per chitarra basando il suo approccio allo strumento sulla sperimentazione: le sue architetture sonore sono costruite sempre in chiave personalissima portandolo a spaziare nelle scale poco battute dai suoi colleghi della sei corde. Volendo generalizzare, parlando per luoghi comuni, Fripp si è approcciato alla musica rock con fare jazzistico, spazzando via il fare classico; ha creato anche la Frippertronics, un’accordatura, un metodo tutto suo. Famoso per la sua ironia inglese e per le citazioni, Robert Fripp è universalmente riconosciuto come un Genio, il Beethoven dei nostri giorni, al quale moltissimi musicisti ancora si ispirano.

Ho cominciato a suonare la chitarra a undici anni, nel 1957, pochi giorni prima di Natale. Non avevo né orecchio musicale né senso del ritmo. Non sarebbe stato possibile immaginare qualcuno musicalmente meno dotato di me. Quando sei così a secco di doti naturali, devi per forza cominciare a riflettere e a farti delle domande sulla natura del suono. Che cos’è che non ti permette di avvertire la differenza tra una nota e l’altra? Quali sono le parti dell’organismo che reagiscono alle diversi componenti della musica? Dove sono le barriere e i blocchi? Che cosa puoi fare per eliminarli?

In molte interviste vien fuori il lato analitico dell’artista, l’anti Hendrix per eccellenza. Se l’uno è stato uno studente diligente, celebrale, l’altro ha fatto dell’improvvisazione e dell’istinto il suo punto di forza.

È strano, irrazionale ma dopo due o tre mesi soltanto che mi avevano regalato per Natale la prima chitarra io già sapevo che sarei diventato un chitarrista di professione. A diciasette anni ho detto a mia madre che desideravo diventare un musicista professionista. Lei è scoppiata a piangere. e ho dovuto rimandare di qualche anno.

Fu nel 1967, leggendo un annuncio su un giornale, che conobbe i fratelli Giles, il batterista Micheal e il bassista Pete con i quali fondò i “Giles, Giles and Fripp“. Il trio  si trasferì a Londra in cerca di fortuna raccattando qualche serata in alcuni night club. Nel 1968 i Giles, Giles and Fripp registrarono The Cheerful Insanity Of Giles, Giles and Fripp, un disco di maniera un po’ surreale che si  rivelò un fiasco. Si aggiunsero Ian McDonald e il visionario Pete Sinfield, con il suo rudimentale light-show, una manciata di canzoni e un nuovo nome, King Crimson. Pete Giles abbandonò lasciando spazio a Greg Lake. La band si fece subito notare nella Londra psichedelica di quegli anni. Entusiasta del suo progetto musicale Robert scrisse comunicati stampa come questo:

Scopo fondamentale dei King Crimson è organizzare l’anarchia, utilizzare il potere latente del caos e permettere a svariate influenze d’interagire e trovare il proprio equilibrio. Di qui la musica si evolve naturalmente, piuttosto che svilupparsi per linee predeterminate. Il repertorio, ampiamente variabile, ha come tema comune il rappresentare gli umori mutevoli delle stesse cinque persone.

La tecnica sviluppata negli anni settanta, la frippertronics, si evolve negli Soundscapes degli anni ’90. Tra il 1984 e il 1991 Robert Fripp fondò e fu attivo come docente nella scuola la Guitar Grafty per insegnare tecnica musicale, facendo numerosi seminari in giro per il mondo. Nel corso degli anni ha suonato con moltissimi musicisti del calibro di David Bowie e David Sylvian.

Io non tremo. Eagles of death metal e la strage di Parigi

Questa è la prima volta che scrivo il titolo del post prima di mettermi a scrivere. 
L’arte e in generale la musica sono degli importanti catalizzatori della verità, della storia, quella vera e la descrivono offrendo spunti di riflessione autentici. In questi giorni l’attentato a Parigi durante il concerto degli Eagles of Death Metal ha scosso e diviso le persone tra quelle che si sentono vicine a Parigi e altre che guardano più in là e si sentono coinvolti anche da tragedie che distano più km dalla loro casa, cosa giustissima e lecita.
 
Vi racconto una storia…
Qualche tempo fa parlavo con due amici che amano moltissimo Parigi e ho pensato di regalare un weekend in questa città a me e al mio compagno, così ho vagliato i concerti in città sino a dicembre e mi son soffermata su quello degli Eagles of Death Metal, che a dirla tutta non sono uno dei gruppi che ascolto di più ma sarebbero stati perfetti per una tre giorni fuori casa. Alla fine non s’è fatto nulla perché quando arriva il momento di prendere il biglietto aereo per Parigi, puntualmente, non acquisto o ne compro uno per l’Inghilterra, luogo in cui ho vissuto e che sento molto mio. Non c’è una ragione specifica per cui io non sia mai stata a Parigi, fatto sta che in quel concerto potevo esserci anche io. La cosa che sconvolge tante persone è proprio questa, alcuni amici che ascoltano gli EODM potevano essere lì quella sera, lo scenario era assolutamente calzante per il tipo di viaggi che io e gran parte delle mie conoscenze facciamo. Il concerto rock, unico sfizio per chi come me sbarca a stento il lunario, è uno di quegli svaghi ancora concessi, ogni tanto, insomma in quel teatro potevo esserci io o mio fratello. Era uno scenario vicino al mio stile di vita.
La morte è brutta ovunque accada, ma purtroppo le ragioni politiche sporcano il lutto e fanno sembrare quasi nulle le centinaia di morti avvenute dal’altra parte del mondo. Poi discutere dei morti come fossero pedine del Risiko fa davvero pena. Non to facendo questo. Io ho massimo rispetto per tutte le vittime della guerra, ovunque nel mondo.
Ho scelto per voi 5 pezzi i cui titoli compongono un concetto compiuto:
“Imagine,
Wake up.
Power to the people.
Talking about revolution
People have the power!”
 
Il primo pezzo, Imagine, lo conosciamo tutti, è un brano di John Lennon, estratto dall’omonimo album del 1971, racconta di come il mondo dovrebbe essere.

Imagine there’s no countries
It isn’t hard to do
Nothing to kill or die for
And no religion too
Imagine all the people
Living life in peace

Il secondo, Wake Up è un potentissimo pezzo dei Rage Against The Machine in cui si parla di quelli che girano e rigirano, di quelli che giustificano. il brano è contenuto nell’omonimo disco del 1992.

Movements come and movements go
Leaders speak, movements cease
When their heads are flown
‘Cause all these punks
Got bullets in their heads
Departments of police, the judges, the feds
Networks at work, keepin’ people calm
You know they went after King
When he spoke out on Vietnam
He turned the power to the have-nots
And then came the shot

 
Power to the People è un altro brano di Lennon sempre del 1971 ed è un’affermazione importante, seguita a importanti conquiste popolari contro la discriminazione razziale.

A million workers working for nothing
You better give ‘em what they really own
We got to put you down
When we come into town
Singing power to the people
Power to the people
Power to the people
Power to the people, right on

 
Talking about a Revolution è un pezzo del 1988 scritto dall’allora ventiquatrenne Tracy Chapman. Questo è un brano molto molto potente e la parola Revolution è quasi sussurrata. L’album tutto è uno dei migliori pezzi di cantautorato. Tracy descrive l’illusione del sogno americano e la realtà.

Don’t you know
They’re talkin’ bout a revolution
It sounds like a whisper
Don’t you know
They’re talkin’ about a revolution
It sounds like a whisper

While they’re standing in the welfare lines
Crying at the doorsteps of those armies of salvation
Wasting time in the unemployment lines
Sitting around waiting for a promotion

Poor people gonna rise up
And get their share
Poor people gonna rise up
And take what’s theirs

Don’t you know
You better run, run, run…
Oh I said you better Run, run, run…
Finally the tables are starting to turn
Talkin’ bout a revolution

 
People have the power è un altro pezzo del 1988 estratto dall’album Dream of Life ed è scritto da uno dei miei artisti preferiti, Patti Smith.

I was dreaming in my dreaming
of an aspect bright and fair
and my sleeping it was broken
but my dream it lingered near
in the form of shining valleys
where the pure air recognized
and my senses newly opened
I awakened to the cry
that the people have the power
to redeem the work of fools
upon the meek the graces shower
it’s decreed the people rule

The people have the power
The people have the power
The people have the power
The people have the power

Vengeful aspects became suspect
and bending low as if to hear
and the armies ceased advancing
because the people had their ear
and the shepherds and the soldiers
lay beneath the stars
exchanging visions
and laying arms
to waste in the dust
in the form of shining valleys
where the pure air recognized
and my senses newly opened
I awakened to the cry

Where there were deserts
I saw fountains
like cream the waters rise
and we strolled there together
with none to laugh or criticize
and the leopard
and the lamb
lay together truly bound
I was hoping in my hoping
to recall what I had found
I was dreaming in my dreaming
god knows a purer view
as I surrender to my sleeping
I commit my dream to you

The power to dream, to rule
to wrestle the world from fools
it’s decreed the people rule
it’s decreed the people rule

LISTEN
I believe everything we dream
can come to pass through our union
we can turn the world around
we can turn the earth’s revolution
we have the power
People have the power …

 
La verità è che non bisogna aver paura.

Quali sono i 10 dischi più venduti della storia?

Ci sono certi album che sono immortali, non importa quando sono stati fatti, la gente continua a comprarli e ad ascoltarli perchè sono delle autentiche perle. Ho pensato di fare questo post dopo aver rivisto un documentario sul Making Of dell album Dark Side of the Moon dei Pink Floyd che appena uscito è diventato subito una leggenda, vendendo, ancora oggi moltissime copie in tutto il pianeta. Spinta dalla curiosità ho cercato quali sono i campioni di incassi, ecco la Top 10:
In posizione numero 10 si piazzano i Bee Gees con un album del 1976, dal titolo Their Greatest Hits (1971-1975) che ha venduto la modica cifra di 42 milioni di dischi ed è in cima alle classifche di quelli più venduti negli Stati Uniti. All’epoca astri nascenti della Disco Music i Bee Gees continuano ad essere molto amati e suonati nelle discoteche di tutto il mondo.
Al nono posto si piazza la colonna sonora del celebre film Dirty Dancing, con autori vari pubblicata nel 1987. La celebre colonna sonora ha venduto “solo” 42 milioni di dischi.  Il pezzo (I’ve Had) The Time of My Life vinse l’Oscar e i due interpreti,  Bill Medley e Jennifer Warnes, vinsero un grammy.
In posizione number 8 si piazza un album del 1977 dei Metal Loaf, Bat Out of Hell con 43 milioni di copie vendute. L’album non fu immediatamente un successo planetario  ma divenne dopo non troppo tempo uno dei più importanti successi commerciali di tutti i tempi.
Al numero 7 troviamo un bellissimo disco del 1987 del leggendario Michael Jackson, Bad. Il disco con 46 milioni di copie vendute comprende moltissime tracce rimaste nella storia, come il pezzo Bad, The way you make me feel,  Speed Damon, Dirty Diana,  Man in the Mirror e tante altre. Pensiamo che Michael compose oltre 60 pezzi per poi sceglierne solo 11!
In posizione  numero 6 c’è la colonna sonora di un bellissimo film The Bodyguard: Original Soundtrack,  interpretato da Witney Houston e Kevin Costner che ha venduto 46 milioni di dischi. Tra tutti pezzi proprio quello interpretato da Witney Houston, I will Always love youscalò le classifiche planetarie per molto tempo.
Apre la Top 5 Michael Jackson che dopo il successo del 1987 è entrato dritto al Top conDangerous, disco del 1991. L’album contiene la meravigliosa Black or White, Heal the Worlde altri pezzi di successo.
Music Box del 1993 di Mariah Carey con le sue 48 milioni di copie vendute nel mondo si piazza dritto al quarto posto. Appena uscito nel mercato il disco è rimasto in prima posizione nella Billboard of 200 Usa per ben 8 settimane!
In Top 3 si classifica l’album che ha destato la mia curiosità, Dark Side of the Moon dei Pink Floyd uscito nel 1973 e con all’attivo 50 milioni di copie vendute! Il disco frutto di un lavoro di sperimentazione pura contiene alcuni dei pezzi migliori della storia del Rock, tra questi il celebre singolo Money, apripista del disco nel mercato americano e pezzi come Breathe, The great gig in the Sky, Eclipse, Time che sono subito entrati nella leggenda.
Al secondo posto si posiziona un Masterpiece dell’Hard Rock, con ben 52 milioni di copie vendute Back in Black degli Ac/Dcil secondo disco più venduto della storia. Dopo la morte del frontman Bon Scott e con l’arrivo di Brian Johnson s’è deciso di celebrare l’artista scomparso con un disco di lutto. Campane da morto e la chitarra di Angus Young hanno portato l’omonimo pezzo e poi il disco al successo planetario!
In prima posizione torna Michael Jackson con Thriller del 1982 che ha letteralmente spazzato via tutti i concorrenti con… 115 milioni di copie  vendute! Pezzi geniali come Beat it e Billy Jean sono tra le tracce presenti nel disco.

 

Altri dischi sono fuori dalla top ten come The immaculate collection di Madonna con 40 milioni di copie vendute, Led Zeppelin IV con 37 milioni di copie vendute, Appetite for Destruction dei Guns’n’Roses con 36 milioni, One dei Beatles con 30 milioni e tanti altri!
Ho scritto originariamente questo articolo per il sito blog.eventa.it

Cos’è il Theremin?

Theremin. Certamente avrete guardato e ascoltato centinaia di volte film e musiche in cui compare il Theremin ma non lo sapete. Avete presente l’ulato dei fantasmi nei film horror? Quelli che si trovano di solito nelle scene dei film girate nei cimiteri o nelle vecchie case abbandonate? Bene, quel suono lì è prodotto o sintetizzato da questo strumento musicale, il Theremin.
Chi è il suo inventore?

l Theremin è uno dei primi strumenti elettronici della storia ed è stato inventato nel lontano 1919 dal genio Lev Teremen, uno scienziato russo. Al momento della scoperta Lev stava lavorando a un progetto sulla condensazione dei gas e accorgendosi del suono prodotto dal macchinario decise di cambiarne l’uso. Nel corso degli anni seguenti perfezionó il Theremin esibendolo come una sua interessante scoperta! Premetto che non ho mai visto un Theremin dal vivo ma sono estremamente affascinata da questo strumento, dicono che sia difficilissimo suonarlo.  PLAY

 
Cos’è il Theremin?
Il Theremin è uno strumento assai particolare perché è l’unico al mondo ad essere suonato senza essere toccato ma com’è possibile? Esistono molti modelli di Theremin, diciamo che quello originale si avvicina per sound a un violoncello. Quelli più quotati sono di tipo valvolare e i primi sono stati messi in commercio dalla RCA verso gli anni ’30 e sono oggi introvabili. I theremin odierni utilizzano circuiti moderni con transistor e altri aggeggi che negli anni ’20 non esistevano ancora.

 

ThereminCome funziona il Theremin?

Lo strumento è essenzialmente composto da due antenne una verticale che controlla l’intonazione e una orizzontale che ne controlla il volume; entrambe sono fissate su una scatola, cabinet, che contiene il circuito elettrico. Essendo uno strumento elettronico deve essere alimentato e collegato a un amplificatore. Si suona con una “danza” delle mani che non lo toccano mai; lo strumento è davvero molto affascinante, pensate che quando lo si sta utilizzando, il pubblico non può stare accanto allo strumento e non devono esserci oggetti in movimento. Anche chi sta suonando deve limitare al minimo i movimenti del corpo perché potrebbero interferire sfasando il suono.  Per maggiori info leggete questo sito interamente dedicato al Theremin!

 
Chi suona il theremin?
Tra gli artisti ricordiamo Jimmy Page, Skin e Clara Rockmore, quest’ultima considerata una delle migliori suonatrici di Theremin al mondo. PLAY
Jimmy Page Theremin

Giovanni Lindo Ferretti. Divagazioni su coerenza e instabilità


Giovanni Lindo FerrettiLa settimana scorsa, sempre all’interno del XXX Premio letterario Giuseppe Dessì ho visto Giovanni Lindo Ferretti esibirsi in un reading in cui raccontava la sua vita, lo sfacelo delle sue credenze e di come queste l’abbiano riportato a casa. Con alcuni amici in circostanze diverse m’è capitato di parlare di lui e del ruolo dell’artista, espandendo gli orizzonti del discorso.
Mi piace pensare che l’arte sia un’urgenza interiore e che il volerla comunicare al mondo non debba essere implicito nell’atto della creazione. Il messaggio, il tanto caro messaggio, se c’è arriva comunque perché l’artista è una persona che esprime se stessa e le sue idee in maniera speciale; se poi parliamo di musica c’è la post produzione che si fa carico di equalizzare le idee. Osservando la storia, la rottura con la logica è avvenuta ciclicamente nel campo delle arti figurative, penso al Medioevo e alla sua negazione dell’apollineo o ai dadaisti che mettono il creatore innanzi alla creazione come a porre fine a un discorso millenario.
Proprio da qui vorrei iniziare a parlare di Giovanni Lindo Ferretti. Non ho mai sentito i suoi lavori attraverso un filtro idealista, non mi rispecchiavo nell’ideologia che ha fatto nascere i CCCP né mi sono sentita influenzata politicamente da questa band o da altre, in quello stesso periodo ascoltavo anche i Dead Kennedys, giusto per dire. Penso a canzoni come “Per me lo so”“Tu menti”, Io sto bene” che sono così vere e potenti che banalizzarle con la bandiera rossa è davvero un peccato. Poi i CCCP si son sfaldati come un muretto. Le persone cambiano, il tempo e le idee sono in movimento, camminano. Io stessa mi percepisco in perenne mutazione e quindi soggetta a un’altalena naturale, “è l’instabilità che ci fa saldi negli sgretolamenti quotidiani” diceva Ferretti. CSI, PGR e altri progetti son seguiti alla caduta e qualcosa nell’artista è cambiato lasciando intatta la sua urgenza di comunicarsi.
L’altro giorno ho affrontato questo discorso con un amico che è anche un artista; lui poneva l’accento sull’importanza del messaggio e ha premuto sull’idea che la volontà di comunicare agli altri è implicita nell’Arte. Tutti, compresi i proprietari del luogo in cui stavamo cenando hanno dato ragione a lui; qualche giorno prima ho affrontato una discussione simile con un’altra amica incassando gli stessi risultati.
Ho in questi giorni continuato a riflettere su Ferretti e sull’Artista e la mia conclusione è che nell’imprevidibilità sia contemplata anche la coerenza come alfa e omega di una vita, tipo in Mondrian. L’incoerenza racchiude coerenza ma non il contrario. Sempre al Premio Dessì, non ricordo in quale circostanza uno scrittore, forse la De Sio, ha detto che la coerenza è l’antitesi dell’Arte, che la volontà di progresso porta alla contraddizione. Insomma questo pare un rompicapo insoluto. Chi ha ragione? Chi ha torto? La meravigliosa risposta è: nessuno.


A questo punto ringrazio Ferretti perché è stimolante, genera dibattiti interessanti e questa è una dote non comune. Chiunque può riscrivere la storia se i suoi ideali d’incanto diventano obsoleti, non c’è una regola scritta che vieti di passare dal collettivismo più estremo alla volontà di barricarsi nel proprio orticello.

Sei tu, sei tu chi può darti di più, in un eterno presente che capire non sai l’ultima volta non arriva mai, sei tu, sei tu, chi può darti di più.

Se volete dire la vostra non esitate!
Leggi anche: Indie? Epopea di una parola senza senso

Del Caos e dell’armonia, quando la musica passa in secondo piano

Ho sentito un po’ di cose sconcertanti, musicali?
Magari.
Stavo scrivendo un post nel Blog su Robert Fripp mentre ascoltavo un po’ di cose random.
Non quelle belle che sto sentendo ultimamente, altre a caso e mi stupisco di come  certi pseudo musicisti e ancor peggio cantanti riescano ad avere un seguito pur essendo letteralmente stonati.
Sento incompetenza, dischi belli e infiocchettati in cui mancano l’abc: l’armonia e il caos. Per dirla alla Keith Richards certi artisti sono “Rubbish”. Cantanti perennemente calanti, chitarre finte e assenza di ritmo. Dov’è l’armonia? La dissacrazione dell’armonia? Dove son finite? Qui c’è solo Vuoto. 
 
Del Caos e dell'armonia, quando la musica passa in secondo piano
L’accordatura è armonia.
Se non ti accordi non puoi fare musica e non vai d’accordo con l’accordo; così facendo rompi un patto mistico e matematico.
Se canti e vai sotto o non perfezioni l’equilibrio tra le note del tuo strumento, non stai suonando stai blaterando cose a caso.
Sei un’imitazione, un poser, uno la cui vocazione probabilmente è un’altra -altrettanto nobile- e che dovrebbe finirla quì.
Se vuoi sperimentare il suono secondo la dissacrante ma stupenda esasperazione della tua ricerca, fallo ma per farlo devi prima sperimentare l’armonia. Il tuo caos non esiste se non conosci l’armonia.
Se credi di fare musica ma nemmeno ti accorgi di essere in difetto sappi che sei come un mazzo di chiavi che sbatte su un tombino.
Se me lo chiedi io, questo, te lo devo dire.
Magari cambiando le parole, con un po’ di diplomazia, perché siamo esseri umani e io le cose non le so spiegare e non voglio essere cattiva. Ti dirò di più, vorrei anch’io che qualcuno che mi dicesse  a cuore aperto la verità su di me per sballare il mio ego centripeto e mettere tutto in discussione.
Poi, e qui concludo, vorrei precisare che esistono artisti che stanno dentro e fanno stonature “belle” senza distruggere gli equilibri ma esasperandoli, lì sul filo.
Capisci?
Son dentro l’armonia.
Loro.
Se leggi questo post sappi davvero che non mi sento migliore di te, credo solo che a un certo punto ci voglia l’onestà intellettuale per riconoscere il proprio dono.
Tutto qui.
Amici come prima. 

I capelli di James Brown, il levare, il nostro addio

James Brown Stereorama
Stamattina stavo pensando a James Brown o meglio ai capelli di James Brown che sono diventati assieme al suo infinito talento, uno degli emblemi di questo immenso artista, come le gambe sovraesposte di Tina Turner e la chioma di Jimi Hendrix.

I capelli sono la prima cosa. E denti la seconda. Capelli e denti. Un uomo che ha queste due cose, ha tutto.

Su James Brown ci sarebbe un oceano di cose da dire e partendo dalle sue intuizioni si potrebbe plasmare un universo. È un dato di fatto che quest’uomo abbia assunto il ruolo di catalizzatore di un’intuizione e di certo non si può non associarlo alla musica Funky.
Il funky comunque aleggiava nell’aria, i ritmi si stavano scaldando e tutto faceva presagire una musica nuova che nessuno però era ancora riuscito a concretizzare fin quando James decise di suonare i suoi pezzi accentuando il levare anziché il battere per creare una suggestione musicale potentissima mai sentita prima; in seguito modificò il numero delle battute stravolgendo ulteriormente la scrittura musicale. James è anche stato un formidabile ballerino.

L’unica cosa che può risolvere la maggior parte dei tuoi problemi è la danza.

Curiosità

James Brown, con ben 99 singoli, è il secondo artista della storia dopo Elvis Presley ad avere il maggior numero di canzoni nella Billboard Hot 100.

L’aeroporto, il mio addio a James Brown
Ricordo che qualche settimana dopo la morte di James Brown  mi trovavo in aeroporto, stavo rientrando a casa da uno dei miei viaggi inglesi o spagnoli. Mi pare che per passare il tempo comprai NME o il Mojo. Lui era lì in copertina, sorridente con i capelli in vista, l’occhio beffardo e un completo in seta rosso-viola. Bordeaux. Si. Bordeaux. Lì in aeroporto, con gente sconosciuta che mi sostava affianco lessi l’articolo commemorativo e pensai “ricorderò sempre questo addio”, poi arrotolai il giornale, lo infilai nella tasca e corsi veloce come il vento per non perdere l’aereo.
Buona visione

Pietro Domenico Paradisi, l’intervallo Rai e tutto il resto

pietro domenico paradisi

Quand’ero piccina avevo una cassetta di musica classica per chitarra con brani di Bach, Chopin e qualcun’altro che ascoltavo sempre. Questo genere mi ha sempre fatto sognare perchè è passionale e lo è allo stato puro, la comunicazione è affidata alle orchestre, a un’insieme di strumenti che interpretano emozioni altrui stese con le regole matematiche del pentagramma. Come se la matematica fosse una materia letteraria e la musica una scienza, che poesia e che verità! Comunque, pur non capendo come è regolamentata la classica con quei nomi strani che sembrano codici di un catalogo tipo “Bach BWV 147” (quanto sono ignorante!!!), io la classica la ascolto da sempre. Il mio prof di storia del ginnasio, Prof. Rosas, chitarrista in un quartetto barocco, mi registrò le prime cassette di Scarlatti e poi, non so perchè, i vinili di musica classica costano sempre pochissimo. 

intervallo rai p d paradisiChi è Pietro Domenico Paradisi?
Che belli gli intervalli Rai, con le cartoline di tutti i comuni italiani. Ve la ricordate la musica? Io la uso come sveglia e grazie a internet qualche anno fa mi sono appassionata al suo autore, Pietro Domenico per l’appunto.
Pietro Domenico Paradisi
Pietro Domenico Paradisi è un clavicembalista, compositore teatrale  e maestro di canto nato probabilmente a Napoli nel 1701 e morto a Venezia nel 1791.
Da vero giramondo Pietro Domenico visse negli anni ’30 a Lucca e Venezia per trasferirsi nel 1746 a Londra, città in cui visse a lungo lavorando come insegnante di canto. Seppur considerato un autore minore, all’epoca il Paradisi godeva di una discreta fama; compose le opere teatrali Alessandro in Persia per Lucca (1738), Decreto del Fato (1739), Fetonte (Londra 1747), la cantata Le Muse in gara (Venezia 1738) ed un Concerto per organo o cembalo di data incerta. Tra le sue opere più importanti vi sono le 12 sonate per Clavicembalo che gli valsero  un privilegio reale del 28 novembre 1754, cosa piuttosto rara in Inghilterra, che in un certo senso ne tutelava il diritto d’autore. Le 12 sonate si dividono in 2 stili, uno più arcaico, vicino al contrappunto di Durante e l’altro più moderno affine ai contemporanei cembalisti veneziani come Galuppi, Alberti e al gigante Domenico Scarlatti. Le sue sonate, assieme a quelle di Bach e Rutini sono menzionate come maggiore influenza del giovane Mozart.
Adorabile, elegante e così contemporaneo nella sua epoca, Pietro Domenico Paradisi è uno degli ascolti classici che prediligo negli ultimi anni.