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Storia breve e incompleta del Progressive Rock in Sardegna- Terza parte

Epoca moderna
storia breve del prog in Sardegna

Il ritorno del Progressive nei primi anni ’80 nel Regno
Unito è in qualche modo sorprendente. In fondo non è passato molto tempo da
quando altri generi musicali ne hanno imposto il rifiuto al grande pubblico.
Eppure, il successo dei Marillion è emblematico del bisogno di tornare a certe
sonorità e di portarle nuovamente in testa alle classifiche di vendita. È la
cosiddetta New Progressive Wave, il cui fine è riprendere le atmosfere del Rock
sinfonico per dotarle di una certa modernità. Il successo è in realtà limitato
solamente ai Marillion. Le altre band protagoniste, tra cui ricordiamo
Pendragon, Iq e Pallas, non raggiungeranno mai il riscontro da loro
conquistato, che tra l’altro rimarrà limitato principalmente ai quattro album
realizzati con il frontman Fish.
Negli anni successivi il Progressive inizia a consolidarsi
come genere per appassionati, e tale rimane sino ad oggi. Paradossalmente, la
produzione si mantiene di rilievo dal punto di vista quantitativo e qualitativo.
Numerose band continuano a formarsi praticamente in ogni paese, per creare
scene vitali ma destinate a rimanere nell’underground, nonostante l’elevata
qualità delle produzioni realizzate grazie alle etichette specializzate che
nascono ugualmente come funghi. In Italia, la rinascita del genere avviene
prevedibilmente in ritardo rispetto al Regno Unito. Alcune band riescono a
farsi notare con i loro lavori alla fine degli anni ’80: Ezra Winston, Nuova
Era, Leviathan e Sithonia
, ed è come spalancare il vaso di Pandora. Da qui in
poi il numero di album pubblicati aumenta notevolmente insieme ai gruppi, con
realtà ormai entrate nella storia moderna del Progressive, e si mantiene
costante durante tutti gli anni ’90. In parallelo, si verifica un notevole
movimento di riscoperta verso il Progressive italiano degli anni storici,
grazie alle ristampe su CD di praticamente tutti gli album dell’epoca e
addirittura di parecchi che non ebbero la possibilità di essere pubblicati.

La Sardegna resta momentaneamente alla finestra, almeno
per quanto riguarda le produzioni discografiche. Nell’isola la scena musicale è
comunque attiva, nascono festival e rassegne specifiche per genere, soprattutto
l’onnipresente Jazz, e negli anni ’90 dominano ancora Metal, Punk, Hardcore, il
Rock ed il Pop, con alcuni esempi di contaminazione tra i generi e la
tradizione musicale sarda (i già citati Tazenda). Qualcosa però inizia a
muoversi alla fine degli anni ’90, quando nasce la band che negli anni
successivi riporterà il Rock Progressivo in Sardegna.

Gli Eclisse vengono da Cagliari, e la loro prima
formazione risale al 1998, quando avviene l’incontro tra il
chitarrista-cantante (e principale compositore) Alessio Guerriero, il
tastierista Andrea Picciau ed il batterista Roberto Diomedi. Con alle spalle
diverse esperienze in band locali, i tre mettono in piedi un progetto con
l’intenzione di abbinare al Progressive altre forme musicali, tra cui il Pop ed
il Folk. Il risultato è assimilabile al New Progressive, come si può ascoltare
nell’autoprodotto “Mercury and Sulfurus”, pubblicato nel 2000 e importante
perché rappresenta di fatto la rinascita del Prog sardo a vent’anni di distanza
da “Diapason”. Musicalmente mostra idee interessanti ed un sound che
si ispira ai Marillion ed ai Genesis del periodo sinfonico, il tutto condito da
alcuni richiami al Folk celtico. Non ci sono novità particolari quindi, ma
l’album mostra fantasia ed un buon gusto per le melodie e per gli
arrangiamenti, caratterizzati da continui dialoghi tra chitarre e tastiere. Ci
sono parti ancora acerbe e altre che soffrono di un’eccessiva adesione ai
modelli ispiratori, e si nota ancora una certa indecisione verso la strada da
percorrere. La produzione, inoltre, non si può dire certo di elevata qualità,
fatto che limita ulteriormente le capacità espressive del gruppo. Si tratta
comunque di un esordio incoraggiante, premonitore di futuri sviluppi che
effettivamente avvengono.

La quarta e ultima parte sarà pubblicata giovedì 3 Dicembre alle ore 23:59
Leggi anche Storia del Progressive in Sardegna Seconda Parte

Storia breve e incompleta del Progressive Rock in Sardegna – Seconda parte

banco del mutuo soccorso storia del progressiveUn guest post sul progressive in Sardegna potrebbe sembrare fantascienza, invece no. Nicola Sulas, appassionato di musica Progessive e redattore della webzine Arlequins con un’interessante lente di ingrandimento ci porterà alla scoperta del progressive in Sardegna. La seconda parte del viaggio ci porta nel 1975 e termina nel 1980.

Epoca intermedia

Sebbene l’era del Prog italiano non sia ancora finita, nel
1975 si inizia ad avvertire aria di cambiamento. Le band più importanti iniziano
a cercare nuove strade, con Le Orme che si “americanizzano”,
alleggerendo e adeguando il proprio sound in “Smogmagica”, la PFM
che, dopo il tour negli Stati Uniti ed il relativo live, tenta la strada
dell’internazionalizzazione totale con “Chocolate Kings” ed il Banco
che pubblica per la Manticore di Keith Emerson e Greg Lake un album contenente
in prevalenza  vecchi brani riarrangiati
e cantati in inglese. Trip e Osanna non esistono più, i New Trolls sono divisi
tra le loro varie incarnazioni in attesa di riunirsi per dare un seguito a
“Concerto Grosso” e resiste “Il volo“, che da alle stampe il
secondo e ultimo album. Riescono ancora a farsi notare le band il cui sound è
maggiormente orientato verso territori Jazz-Rock: Area, Perigeo, Napoli
Centrale, Arti & Mestieri.

In Sardegna, per qualche anno, non vengono
pubblicati dischi, ma i Salis continuano imperterriti a girare per le piazze con
una formazione orfana di Francesco che comprende anche Pino Martini e Salvatore
Garau, successivamente entrambi negli Stormy Six. Del periodo rimangono alcune
registrazioni inedite (ascoltabili in parte nei post del gruppo Facebook
dedicato ai Salis), sorprendenti per qualità e tipologia, essendo costituite da
composizioni prevalentemente strumentali pesantemente orientate ad un Jazz-Rock
progressivo intriso di elementi riconducibili al Folk sardo e improntate ad una
ricerca verso nuove forme espressive, con alcune anticipazioni di quello che
verrà creato pochi anni dopo nel movimento artistico-musicale del Rock In
Opposition (RIO). Di queste registrazioni effettuate in sala prove non verrà
mai realizzata una versione destinata alla pubblicazione. Gli appassionati più
interessati alle forme musicali di ricerca dell’epoca non verranno quindi mai a
conoscenza della finalmente acquisita maturità progressiva dei Salis e di
Tonietto, la cui storia è comunque ancora lontana dell’essere conclusa.

I cadmo progressiveIl Progressive nel 1977 è sottoposto agli attacchi portati
dal disimpegno musicale, tanto che secondo molti è già morto, abbattuto dai giri
di tre accordi del Punk e dalla faciloneria della Dance Music. In Italia, il
numero di dischi pubblicati diminuisce drasticamente e le band storiche cercano
definitivamente di adeguare il proprio stile al passare del tempo. “Storia
o leggenda” delle Orme prosegue il graduale abbandono delle forme
progressive, mentre la PFM si dedica spudoratamente al Jazz-Rock in “Jet
lag”. Tra i titoli minori che vengono pubblicati svetta su tutti
“Forse le lucciole non si amano più” della Locanda delle fate, tanto
splendido quanto fuori tempo per stile e musicalità.
Nel fermento sociale, politico e musicale, arriva dalla
Sardegna un altro gruppo a farsi strada attraverso il caos creativo. I Cadmo
sono un trio costituito da Antonello Salis (anche in questo caso, nessuna
parentela con i fratelli di Santa Giusta), Riccardo Lai e Mario Paliano, impegnato
nei territori impervi del Jazz-Rock, con enfasi pronunciata nel lato Jazz del
genere. La strumentazione indicata nelle note dell’album “Boomerang“,
pianoforte, contrabbasso e batteria, non lascia dubbi a riguardo. Niente
sintetizzatori, quindi, né chitarre e basso elettrici. Eppure la proposta va
oltre quella del classico trio Jazz, dato che la componente di ricerca è molto
presente nei quattro lunghi brani del disco (soprattutto in “Terra dimezzo“). Questo non può definirsi certamente prog, se non considerando un
significato più ampio del termine, ma viene di norma considerato correlato al
genere, insieme al successivo “Flying over Ortobene Mount on julyseventy-seven“, che accentua l’aspetto jazzato della musica del trio.
Antonello Salis avrà in seguito una brillante carriera a livello
internazionale, fatta anche di collaborazioni con altri importanti artisti.

Salis & Salis ProgressiveIl Progressive puro torna
a farsi sentire dalla Sardegna in un periodo in cui è ormai dimenticatofuori Dopo il buio la luce
taglia i ponti con i lavori precedenti dei Salis, rifiutando la forma canzone
per proporre in prevalenza fantasiose composizioni strumentali. Si tratta di un
album totalmente fuori da ogni logica commerciale e abbastanza lontano dall’idea
di Progressive come musica pomposa e autoreferenziale che aleggia come uno
spettro nel mondo del Rock. Francesco Salis si fa notare per una maggiore
presenza compositiva (suoi la maggior parte dei brani, i restanti ad opera di
Tonietto e del tastierista Lotta), la sua chitarra solista acquisisce spazi
notevoli, finendo per caratterizzare i brani con linee melodiche e assoli di
raro gusto. L’album spazia dal progressive tradizionale in stile Banco ad un rock
intriso di sapori mediterranei e jazzati, con una ricchezza strumentale ed una
cura per gli arrangiamenti che dimostrano la notevole professionalità dei musicisti. Solo la bellissima “Yankee go
home”, con la voce di Tonietto, sembra ricordare il tempo dei Salis autori di canzoni. “Dopo il
buio la luce” passa inosservato, principalmente per il suo essere fuori
contesto storico, e chiude in maniera definitiva l’avventura progressiva del
gruppo. I Salis manterranno in seguito una dimensione regionale, pubblicando
alcune musicassette negli anni ottanta e un ultimo album nel 2003. Il 2007 è l’anno tragico
della scomparsa di Francesco, e con lui la Sardegna perde una persona, un
artista e un chitarrista formidabile. Il comune di Santa Giusta, paese di
provenienza dei due Salis, organizza da allora in poi a cadenza annuale un
tributo al suo concittadino a cui partecipano vari protagonisti storici della
musica sarda.
moda, e lo fa grazie ai soliti fratelli Salis e allo sconosciuto Pierpaolo
Bibbò. Nel giro di due anni, tra il 1979 e il 1980, vengono pubblicati due
album tra i più belli prodotti nell’isola. ”

Bibbò progressive

A chiudere definitivamente quest’epoca è però il
cagliaritano Pierpaolo Bibbò, con un album che si distacca abbastanza dal
manierismo legato alla tradizione progressiva. Bibbò lavora per La Strega
Records,
occupandosi di produzioni musicali di band locali, e nel frattempo
elabora il materiale destinato a far parte di “Diapason“. L’album
viene realizzato in buona parte in maniera naif ed artigianale, con l’aiuto di
alcuni collaboratori, sopperendo con l’inventiva alla scarsità di  mezzi. Questo permette a Bibbò di  sperimentare in tutta libertà soluzioni
originali, col risultato che suoni e arrangiamenti appaiono inusuali, come gli
pseudo-synth, in realtà assenti, e le parti di chitarra solista registrate
rallentate e poi accelerate. “Diapason”, un concept avente come tema
la ricerca interiore, dimostra la capacità di Bibbò di partire da strutture di
base semplici composte da pochi accordi, e di espanderle e rimaneggiarle per
ottenere una forma progressiva personale. Anche in questo caso si tratta di un
lavoro dal successo commerciale limitato, che però troverà una dimensione di
culto inizialmente grazie ai collezionisti e negli anni ’90 per i semplici
appassionati grazie alla ristampa su CD.

L’epoca storica del Rock Progressivo in Sardegna finisce
con “Diapason”. Gli anni ’80 nell’isola vedono un fiorire di band e
di generi: New Wave, Punk, Heavy Metal, Reggae e Pop-Rock. Il Prog sembra
dimenticato, sepolto dalla voglia dei musicisti di sperimentare nuovi suoni e
mode. Bisognerà aspettare il millennio successivo perché si pubblichino nuovi
lavori.

Fine seconda parte
L’ultima puntata sarà pubblicata giovedì  27 novembre alle ore 23:59


Per chi non avesse ancora letto questa è la prima parte 1970-1975

Storia breve e incompleta del Progressive Rock in Sardegna- Prima parte

Un guest post sul progressive in Sardegna potrebbe sembrare fantascienza, invece no. Nicola Sulas, dottore in Scienze Naturali, è tra le altre cose appassionato di chitarre e musica, in particolare del genere Progessive che lo ha spinto a collaborare come redattore per la webzine Arlequins che da quasi venticinque anni, prima in formato cartaceo, attualmente in formato digitale, si occupa di Progressive in Italia.
 Gli ho così chiesto di realizzare un articolo per Stereorama, che sarà  quì suddiviso in puntate. Una lente di ingrandimento, quella di Nicola, che ci porterà alla scoperta di un genere spesso sottovalutato, che ha nell’Isola alcuni sorprendenti contributi; un magnifico viaggio musicale dagli anni 70′ a oggi… 

Le Orme, Collage

Chiariamo subito che non esiste un Progressive Rock “sardo”. Non esiste una via preferenziale, non esistono temi comuni e non è mai esistita una scena intesa come una particolare concatenazione di eventi sociali, culturali e più strettamente musicali, che abbiano portato varie band ad avvicinarsi tra loro e scambiarsi esperienze col risultato finale di creare un sound riconoscibile e più o meno omogeneo. La scarna storia del Progressive in Sardegna passa soprattutto per situazioni individuali, sia di band che di singole personalità artistiche. Si vuole fornire un resoconto sugli artisti e i dischi importanti per il genere, la cui definizione, ricordiamo, a distanza di decenni, è continuo oggetto di discussione. Il confine tra Prog e non-Prog, per questo motivo, è stato spesso labile, altalenando tra tentazioni più commerciali e di successo (gli stessi Tazenda nel loro album “Limba” si concedono parecchie divagazioni verso uno stile progressivo) e altre legate al Jazz (genere, questo, molto più radicato nella tradizione musicale sarda moderna) e all’Etno-Folk. Escludo totalmente qui il Progressive Metal, definibile come un genere abbastanza a parte e legato più all’Heavy Metal che al Rock o al Prog in senso stretto. Per concludere, vengono trattati in questo articolo solamente gli artisti che hanno pubblicato almeno un album, suddividendo per comodità di esposizione il tutto in tre periodi.

Epoca storica
sa vida est progressive sardegna stereorama
Volendo partire da
molto lontano, si potrebbe affermare che le radici del Progressive sardo
risalgono addirittura ai Barrittas di “Cambale twist”, memorabile canzone
datata 1964,
sorprendentemente alla pari col resto d’Italia nel proporre un Beat frizzante
che aveva altri assi nella manica rispetto alla sola perizia strumentale e
vocale, ovviamente presente.
I Barrittas, infatti, sono caratterizzati da una verve umoristica marcata che pesca a piene mani nell’immaginario sardo di comportamenti, personaggi e macchiette che avrebbero fatto la fortuna di Benito Urgu per parecchi anni di lì a venire. Il gruppo di Santa Giusta è però importante perché della loro formazione fanno parte, rispettivamente al basso e alla chitarra solista, i fratelli Antonio (Tonietto) e Francesco Salis, futuri pilastri del gruppo omonimo che avrebbe svolto un ruolo importante nella musica in Sardegna nei decenni successivi. Dopo l’esperienza coi Barrittas, i due fratelli vivono e suonano per un certo periodo nel nord Italia, dove hanno l’opportunità di collaborare con altri artisti (tra cui Mauro Pagani) e di realizzare nel 1971 il primo album a nome Salis“Sa vida ita est”
è un disco che dimostra l’abilità nello scrivere belle canzoni di Tonietto e
Francesco, il gusto per gli arrangiamenti e un’ottima capacità esecutiva. Il Progressive
rimane però in sottofondo, mentre emerge in alcuni brani una forte componente psichedelica
e l’amore per i Beatles ed il rock più sanguigno. Una certa ingenuità di fondo
nei testi e di alcune melodie dona un feeling anni ’60 all’intero lavoro, ma
gli arrangiamenti, le progressioni di accordi, le parti di organo e quelle di
chitarra di Francesco Salis dimostrano qualità e potenzialità superiori alla
media.
Il Progressive italiano sarebbe esploso in maniera
devastante l’anno successivo, con la pubblicazione dei lavori epocali di
Premiata Forneria Marconi, Banco del mutuo soccorso, Le Orme, The Trip,
Balletto di bronzo, Garybaldi
e di tante altre band più o meno minori che
avrebbero comunque avuto il proprio posto nella storia. I Salis, invece, non
riescono a cogliere al balzo l’opportunità rappresentata dalle nuove sonorità e,
complice probabilmente anche lo scarso riscontro avuto dall’album, tornano in
Sardegna, dove si esibiscono frequentemente e con successo, rimanendo però
tagliati fuori dal giro di festival alternativi che fioriscono quasi senza
controllo, oltre che dalle implicazioni sociali, politiche e culturali che
hanno accompagnato l’ascesa e la caduta del Prog italiano nel corso degli anni
successivi. Rimane emblematica, a testimonianza del periodo, un’esibizione
nella celebre trasmissione Rai “Speciale per voi”, con Renzo Arbore ad
introdurre un emozionatissimo Tonietto Salis che, insieme al fratello Francesco,
esegue una versione acustica della melodicissima “Chissà se la luna ha una
mamma”.
gruppo 2001 progressive in sardegna
Nel frattempo, un altro gruppo sardo tenta la scalata al
successo con un lavoro solo leggermente più coraggioso, per quanto
complessivamente meno interessante dal punto di vista compositivo rispetto a
“Sa vida ita est”. Si tratta del Gruppo 2001, della cui formazione fa
parte nientemeno che Piero Salis (non apparentato con Tonietto e Francesco),
meglio conosciuto pochi anni dopo con il nome d’arte di Piero Marras, il
cantautore più stimato e celebrato della Sardegna, ancora adesso in attività.
Dopo alcuni singoli di discreto successo caratterizzati da una forte componente
melodica, il Gruppo 2001 da alle stampe un album che tenta di approcciarsi al Progressive,
riuscendoci però solo in parte. “L’alba di domani” colpisce in
maniera sorprendente nella prima traccia, “Maggio”, un assalto
progressivo fatto di ritmica furiosa, complesse parti di tastiera,
arrangiamenti di chitarra, stacchi e rallentamenti che sembrano inserirsi alla
perfezione nella media delle produzioni Rock del periodo. Purtroppo si tratta
di un fuoco di paglia poiché i brani restanti, tranne alcune eccezioni, non
riescono a replicare in pieno la stessa magia, preferendo insistere sulle
componenti melodiche di più facile fruizione, assolutamente gradevoli e con
arrangiamenti che mantengono strutture progressive evidenti ma pur sempre
lontani dalla fantasia e dalla voglia di ricerca che ossessionava i
protagonisti del Rock italiano dell’epoca. “L’alba di domani” resta
quindi un ottimo tentativo, un album dalla doppia personalità che avrebbe avuto
bisogno di una dose di coraggio solo leggermente superiore per essere
considerato con più attenzione, ma non riesce a fare breccia sul pubblico,
complice anche la pubblicazione per una piccola etichetta dotata probabilmente
di pochi mezzi promozionali. Il risultato è l’abbandono di Piero Salis-Marras,
che inizierà così la sua fortunata carriera solista, e il ritorno definitivo
dei restanti componenti del gruppo a forme esclusivamente leggere, con alcuni
singoli pubblicati sino allo scioglimento avvenuto alla fine degli anni ’70.
Salis progressive in sardegna
Bisognerà aspettare altri due anni perché il Rock made in
Sardinia  abbia la sua nuova chance, e
anche in questo caso non si tratta di vero Progressive. Tonietto Salis,
assistito dal cugino Lucio (famoso poi negli anni ’80 come cabarettista) e dal
fratello Francesco, da alle stampe “Seduto sull’alba a guardare”,
prodotto questa volta da un’etichetta tutta sarda, “La strega”,
insieme ad una sussidiaria della EMI. Su musiche di Tonietto, Lucio scrive i
testi, mentre alle tastiere c’è Dario Baldan Bembo. Notevole lo sforzo
produttivo, dato che “Seduto sull’alba a guardare” viene registrato
in quadrifonia con costose apparecchiature Sansui, meno il risultato tecnico
finale. La riuscita musicale è indubbiamente ottima, ma si tratta ancora una
volta di canzoni, con arrangiamenti di classe, abbastanza slegate dalla
tradizione melodica italiana ma non abbastanza coraggiose nel rifiutare gli
schemi cantautorali che Tonietto sembra prediligere. Ci sono alcuni brani che i
Salis riproporranno svariate volte negli anni a venire (tra cui la splendida
“Festa mancata”), c’è la chitarra di Francesco che fa capolino ogni
tanto con le sue parti soliste, i testi sono più profondi e meno ingenui che in
passato, è presente un’atmosfera malinconica che caratterizza tutto il disco e spesso
qualche tentazione progressiva o più rock fa capolino, ma è troppo poco per chi
cerca qualcosa senza compromessi. L’album è comunque valido e di fatto chiude,
almeno a livello discografico, la prima stagione del Progressive sardo, sino ad
ora rimasto in bilico in una sorta di “vorrei ma non oso” trasferito su
vinile.
Fine prima parte
Le puntate successive saranno pubblicate ogni giovedì alle ore 23:59


Leggi la seconda parte relativa agli anni 1975-1980