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25 numeri 1: i dischi italiani di cui non posso fare a meno

Questi giorni ho letto un paio d’articoli e post in cui si diceva “i 10 migliori dischi della storia del Blues”, i “10 migliori dischi della storia del raggae” e cose così, allora anche io ho voluto partecipare alla cosa. Ho così deciso di stilare la lista dei miei 10 dischi italiani poi diventati 25, con grande  fatica ad arginare il listone. Moltissimi artisti che stimo e ascolto in loop son rimasti fuori ma la classifica, che non è una classifica è solo un “the best of” più o meno.
Padania – Afterhours, 2012
Il primo disco che mi è venuto in mente è stato Padania, degli Afterhours,  a mio parere il loro lavoro migliore, un condensato del loro percorso il cui risultato è un gesto di liberazione. Padania sembra proprio un album anarchico dove le note son l’unico collante tra le menti libere di spaziare. Un lavoro eccellente che pone Padania nella mia personale classifica dei dischi italiani più interessanti di sempre.
Omonimo – Napoli Centrale, 1975
Sentire i suoni del bronx contestualizzati nei vicoletti napoletani è davvero una cosa esaltante. Questo disco di James Senese & Co. è uno dei migliori lavori italiani di respiro internazionale, il successivo, Mattanza, sarà altrettanto meraviglioso ma meno partenopeo.
Canzoni dell’Appartamento –Morgan, 2003
Canzoni dell’appartamento è uno dei migliori lavori di Morgan, racchiude pezzi come Altrove, che diciamocelo non sarebbe potuta nascere altrove o dovunque. Morgan, per dirla a modo suo è davvero una “bella storia” e questo album, UNICO, è un ottima perla della discografia italiana.
 
Amore e non Amore – Lucio Battisti, 1971
Lucio non è mai stato un cantautore, Lucio è stato un interprete è un superbo compositore/arrangiatore. Questo disco dimostra quanto fosse avanti e il suo percorso sia stato unico nel panorama italiano dell’epoca.
 
Colpa d’alfredo – Vasco rossi, 1980
A me piace sempre paragonare Vasco a Battisti perchè entrambi hanno cantato se stessi. Lucio nel momento in cui andavano i cantautori impegnati e Vasco invece, che di cantautori s’è cibato, ha spostato l’argomento di conversazione sulla leisure, sul tempo libero, sull’amore non troppo innocente. Questo disco contiene alcuni dei pezzi italiani più belli di sempre. Colpa d’Alfredo in primis, è un albero mestro.
 
Aprite i vostri occhi – Litfiba 1987
Chi ha ascoltatao i Litfiba conoscerà senz’altro questo Live. Un vero gioiello. Canzoni come Dio e Apapaia sono qui nella loro miglior versione. Stupendo Live.
Mediamente isterica – Carmen Consoli 1999
Se si vuole fare un salto nel cantautorato italiano non si può non passare per Mediamente Isterica. Pezzi come Geisha e Besame Giuda rimarranno nella storia. E la cantantessa siciliana è un’ottima musicista. L’ho vista Live nel tour sucessivo e quella Jaguar l’ha fatta suonare per bene. Detto questo sto disco spacca e ha formato un po’ di gente e tanti emuli.
 
Rats and Rolls – Nino Ferrer 1970
Nino Ferrer è uno dei miei cantautori preferiti in ASSOLUTO. Tutti i suoi dischi sono una variazione continua, una ricerca e una sperimentazione d’altissimo livello. Rats and Rolls è il disco italiano più anarchico che io abbia mai sentito. Ottimo bassista e contrabbassista Nino s’è sempre accompagnato a grandi musicisti e ascoltando questo gioiello introvabile scoprirete un mondo ingiustamente sommerso. Nino Ferrer è la nostra Atlantide.
 
Il dado –Daniele Silvestri 1996
Dei 25 dischi importanti questo è quello che ho ascoltato meno, ero indecisa con Lorenzo 1997 ma ho preferito metter Silvestri anche se il mio cuore appartiene al Jova. Il dado è un disco interessante di quelli fuori dal tempo, ha vinto su Lorenzo, perchè forse è meno conosciuto, quindi ho voluto dargli un po’ del mio spazio. Ascoltatelo, spacca!
Arbeith Mach Frei –Area international Popular group, 1973
Gli Area, con il loro cantante greco, Eustrazio Demetriou (Demetrio era il cognome ed Eustrazio il nome), sono una delle cose più belle successe in italia. Sperimentazione e ricerca, attitudine, studio e intelligenza. Personalità interessanti quelle di Patrizio Fariselli e compagnia. Canzoni come Luglio, Agosto, Settembre, e Abeit Macht Frei sono esempi meravigliosi della piega che qualcuno ha dato alla canzone italiana. IMMENSI. GRAZIE.
 
Reset – Negrita 1999
Questo disco è adrenalina, l’ho consumato e mi ha fatto saltare ininterrottamente ogni volta che l’ho messo su. Anche in macchina. Io infatti non l’ascolto mai se son alla guida, non perde mai il suo fascino, è davvero energico. Di quelle energie pulite però, che in Italia i brani rock hanno sempre un qualcosa di negativo. No, Reset è energia pulita.
Marlene Kuntz – Il Vile 1996
Ho ascoltato un po’ più Catartica ai tempi in cui sono usciti, ma se devo esser sincera il Vile è più completo e poi c’è 3di3 e anche retrattile. Che bel disco, che suono, che testi. Questo album è perfetto. Veramente; è talmente marcio che alla fine si purifica. Bellissimo.
 
Linea gotica – Consorzio Suonatori indipendenti  1996
Questo album è in rappresentanza dell’intera discografia dei CCCP e CSI. Realmente avrei potuto mettere un album qualsiasi. Son particolarmente legata a questo disco perchè ritengo che sia di fattura sopraffina. Il suono, i bassi, l’atmosfera. Linea Gotica merita davvero.
 
Omonimo – Alberto Fortis, 1979
L’omonimo di Fortis è un meraviglioso disco che gli ha spezzettato la carriera a causa di alcuni diverbi con discografici (A voi Romani, Milano e Vincenzo). Tutt’oggi l’album è fresco e interessante, è rimasto intatto in tutta la sua ironia e finta leggerezza. I suoni son quelli di transizione che hanno caratterizzato il sound della fine dei 70. Poi un giorno scriverò un post sull’età d’oro del sound -secondo me ovviamente-.
 
I buoni e i cattivi – Edoardo Bennato, 1974
Edoardo Bennato è un maestro. Bennato è il sogno americano contestualizzato a Napoli. Un po’ come James Senese and Co. Edo è riuscito a sintetizzare un sogno in una discografia meravigliosa. I Buoni e i cattivi si apre con Ma che bella città, un bel pezzo davvero. E poi ci son gioielli come Tira a Campare, primo pezzo del lato B del vinile se non ricordo male e finisce con Salviamo il Salvabile. La fattura è sopraffina, è un Bennato 100%
La pulce d’acqua – Angelo Branduardi 1977
Branduardi è in cima alla lista dei miei cantautori italiani assieme a Ferrer, Finardi, Gaber e pochissimi altri. Questo disco è un viaggio come tutti i dischi di Branduardi. A questo vinile son particolarmente legata e pezzi come la bella dama senza pietà, giustificano in pieno la mia devozione per il maestro. Quel sitar all’inizio e la poesia di Keats. La cultura medievalista di Branduardi qui si veste di un sogno Hippie, un Trip, un condensato d’Arte oriente-occidente-italia-inghilterra. Inoltre il disco si apre con Ballo in Fa diesis minore. Devo aggiunger altro? Non credo. Una volta gli ho stretto la mano a Branduardi.
 
Zero,ovvero la famosa nevicata dell’85 – Bluvertigo 1999
I Bluvertigo non sono uno scherzo, nel 1998 hanno anche vinto gli European Music Awards. Giusto per dire. Zero è un gran bel disco di una band che si è sempre definita “indefinibile”. Brani  quali Sono=Sono, La crisi, Sovvrappensiero, sono alcuni di quelli contenuti in questo disco che, detto tra noi, ha un sound da paura. Ecco un altro suono che apprezzo è quello corposo degli Anni 90, tipo questo. I bluvertigo sono una mosca bianca nel panorama musicale italiano. E questo disco è una bomba!
 
Sugo – Eugenio Finardi, 1976
Finardi è un artista italo americano FONDAMENTALE in Italia, come l’acqua santa in chiesa. Avete sentito Fibrillante, il suo ultimo disco? Merita davvero. Torniamo a Sugo, il disco si apre con musica ribelle e contiene bei pezzi come Quasar, La radio e Oggi ho imparato a Volare. Insomma se io avessi scritto solo una di queste canzoni sarei una persona realizzata. Sugo è un ottimo punto di partenza per fare un bel giro in Italia.
La morte dei miracoli – Franie Hi-NRG, 1997
Ascoltato poco ma amato molto, questo disco contiene un’intro meravigliosa e po c’è dentro anche Quelli che benpensano. è un lavoro intelligente che ha conquistato, rockers, poppers, dancers e non solo. Il Rolling Stone l’ha giustamente inserito tra i 100 migliori dischi italiani. Son d’accordo.
 
Ingresso libero – Rino Gaetano, 1974
Primo e miglior disco di Rino Gaetano. Quest’album l’ho lettralmente macinato. La prima volta che ho sentito Tu, forse non essenzialmente tu, ero grande, avevo tipo 23 anni. Ero a una festa di laurea come imbucata. Parlavo con alcuni amici e mi son sentita male. Mi son seduta e un mio amico s’è avvicinato preoccupato: “Marty stai Bene?” e io glio ho risposto “Ma è Gaetano? Che è sta Roba?” Avevo le lacrime agli occhi. Mi ha riportata indietro di qualche anno  a quando tenevo la mano al mio primo fidanzatino e quelle robe ultra pink da signorina romantica. Poi mi son comprata il disco e ho scoperto che Oltre Gianna Gianna c’era altro. E mi sono innamorata. Gli altri pezzi spaccano. Insomma la vecchia che salta con l’asta è un delirio psichedelico e poi c’è Agapito Malteni… No, no, questo disco è una perla assoluta. 100% gold.
 
Kinotto – Skiantos, 1979
Siamo sinceri di Kinotto ce n’è uno e quell’uno si apre con “Mi piacion le sbarbine”, come si può lasciarlo fuori classifica? Gli Skiantos hanno rappresentato il modo scanzonato finto stronzo di esser stronzi, perchè poi son proprio forti. Vabbè poi qui c’è Ti rullo di cartoni e i Gelati. Gran bel disco. Unici gli Skiantos.
 
Oro incenso e birra – Zucchero 1989
Dischi belli Zucchero ne ha fatti tanti. Zucchero è stato l’unico italiano a partecipare a Woodstock 1999. da qualche parte dovrei avere un sacco di ritagli di giornale sull evento. Ricordate i red Hot Chili Peppers vestiti da lampadine nudi con calzino? Comunque, Oro incenso e birra che già dal titolo ha vinto tutto si apre con Overdose d’amore e coro ultragospel, uno spettacolo funk-italian-blues. Poi dietro ci sono giusto un paio di Hit tipo Nice, il Mare, Madre dolcissima. Ma che roba è? Un greatest Hits? No, no è proprio l’album. Vabbè c’è anche Diamante. Ciao proprio. Grande Adelmo Zucchero Sugar Fornaciari.
 
Io non mi sento italiano – Giorgio Gaber 2003
Pensavate davvero che mi sarei dimenticata di Mister G. Dai, no! La discografia e il teatro di gaber son immensi. In sua rappresentanza ho scelto il suo ultimo disco, uscito poco dopo la sua prematura scomparsa. Ai Gaber quanto manchi!  la capacità di quest’artista è sempre quella di affrescare la società italiana in ogni sua lacuna e debolezza, esaltandone i punti di forza e smontando i clichè. Insomma in questo meraviglioso disco c’è anche Io non mi sento Italiano, un testamento spirituale di altissimo livello che Giorgio spedì al Presidente della Repubblica Ciampi in qualità di lettera. Ricordo benissimo, ero a casa c’era il Tg e fuori c’era un sole che spaccava le pietre. Intervistarono Ciampi, l’unico presidente che mi sia mai stato simpatico, a pelle, tra quelli che ho conosciuto. Comunque Gaber è un dono importante che è stato fatto all’Italia. Dobbiamo ritenerci fortunati.
Svalutation – Adriano Celentano, 1979
Celentano sa essere colto anche vestito di stracci. Celentano ha assorbito come un buco nero tutto quello che gli roteava attorno. Ha attirato nella sua orbita qualsiasi cosa e poi se l’è mangiata. Tra i pezzacci da paura di Adriano c’è anche Svalutation che è stata scritta nel… 2015? No 1979. Riflettiamoci su.
Mondi Lontanissimi –
Franco Battiato 1985
Se non avessi incluso Mondi Lontanissimi sarei stata una stolta anche se il Battiato che amo di più è quello delle sperimentazioni dei primi anni 70 ma questo disco è troppo GRANDE per lasciarlo fuori. Come il suo autore. Mondi lontanissimi contiene il mio suo pezzo preferito No time, No space, poi c’è un po’ di roba ultra morbida, l”animale e altri pezzacci interessanti. Battiato è sui generis, conoscete qualcosa di simile? Io No.
Bene la mia lista dei 25 dischi italiani fondamentali è terminata. Quando ricorderò qualcos’altro che ho lasciato fuori mi mangerò le mani. Di certo Ognuno di questi Artisti ha un suo modo di esprimersi che ha notevolmente influenzato il mio gusto e la mia persona. Questi album son tutti numeri Uno. 
Quali sono i vostri?

Napoli Centrale, il disco, la stazione e Pino Daniele

Ormai da qualche giorno non si parla che della prematura scomparsa di Pino Daniele, un’artista tricolore che, nonostante io non abbia mai seguito, ho sempre apprezzato parecchio. Oggi si svolgeranno i funerali e ho deciso di omaggiarlo scrivendo un post sui Napoli Centrale, un gruppo progressive italiano di cui anche lui, per un periodo, ha fatto parte. 
Napoli me la immagino una città multicolor, multietnica, ricca d’arte e vicoli stretti. Tra i vari personaggi di fantasia, come in un presepe, spunta anche James Senese, il famoso sassofonista napoletano che assieme a Franco del Prete fondò nel 1975 i Napoli Centrale, nome ispirato dalla fermata principale della stazione ferroviaria di Napoli.
Il primo disco Napoli Centrale del 1975 scrive un bellissimo capitolo della musica italiana in cui la lezione di John Coltrane viene amabilmente condita e speziata di profumi mediterranei e partenopei. I testi affrontano temi sociali e popolari e il risultato è un bellissimo disco Fusion, di quelli che possono fare il giro del mondo in 80 secondi ed essere amati da chiunque. Nel disco è incluso il pezzo più famoso della band “Campagna”, oltre ad altri spettacolari come la ritmata  “viecchie, mugliere, muoirte e criature”.  Un disco che pare un eco dei polizieschi anni 70′ ma ambientati per le vie di Napoli, insomma un capolavoro.
Dopo il disco d’esordio, metà della band se ne andò a suonare ne “il rovescio della medaglia”, mentre resistettero i due co-fondatori. Il secondo lavoro, Mattanza, del 1976 è un altro pezzo da collezione, si apre con sonorità più prog e la bellissima voce di James Senese ma il discorso delle maestranze in studio qui è un po’ più complesso giacchè furono impiegati alcuni turnisti oltre ai nuovi mnembri della band. Il risultato è più in linea con le contemporanee sperimentazioni europee ma ha perso le “spezie mediterranee” che hanno reso il primo Lp così popolare e nostrano, fatta eccezione per il pezzo “O nonno mio”  Il successo internazionale del disco portò questa perla italiana direttamente al Festival di Montreaux, vincendo alcuni premi come disco dell’anno grazie alla qualità della registrazione, oltre che per l’indiscutuibile valore artistico.

Curiosità:
  • A equalizzare il suono in consolle in fase REC in Mattanza fu il celebre artista italiano Bobby Solo. 
  • Nel 1978 rimasti orfani di bassista, i Napoli Centrale ingaggiarono Pino Daniele, che si era inizialmente proposto come chitarrista ma al quale Senese rispose “Se vuoi suonare con noi procurati un basso”. In questi giorni ho avuto modo di sentire un’intervista all’artista in cui ha detto “Da subito capii che Pino era un artista molto dotato e sapevo che la sua abilità nello scrivere musica e testi l’avrebbe portato lontano”.

 

Storia breve e incompleta del Progressive Rock in Sardegna – Seconda parte

banco del mutuo soccorso storia del progressiveUn guest post sul progressive in Sardegna potrebbe sembrare fantascienza, invece no. Nicola Sulas, appassionato di musica Progessive e redattore della webzine Arlequins con un’interessante lente di ingrandimento ci porterà alla scoperta del progressive in Sardegna. La seconda parte del viaggio ci porta nel 1975 e termina nel 1980.

Epoca intermedia

Sebbene l’era del Prog italiano non sia ancora finita, nel
1975 si inizia ad avvertire aria di cambiamento. Le band più importanti iniziano
a cercare nuove strade, con Le Orme che si “americanizzano”,
alleggerendo e adeguando il proprio sound in “Smogmagica”, la PFM
che, dopo il tour negli Stati Uniti ed il relativo live, tenta la strada
dell’internazionalizzazione totale con “Chocolate Kings” ed il Banco
che pubblica per la Manticore di Keith Emerson e Greg Lake un album contenente
in prevalenza  vecchi brani riarrangiati
e cantati in inglese. Trip e Osanna non esistono più, i New Trolls sono divisi
tra le loro varie incarnazioni in attesa di riunirsi per dare un seguito a
“Concerto Grosso” e resiste “Il volo“, che da alle stampe il
secondo e ultimo album. Riescono ancora a farsi notare le band il cui sound è
maggiormente orientato verso territori Jazz-Rock: Area, Perigeo, Napoli
Centrale, Arti & Mestieri.

In Sardegna, per qualche anno, non vengono
pubblicati dischi, ma i Salis continuano imperterriti a girare per le piazze con
una formazione orfana di Francesco che comprende anche Pino Martini e Salvatore
Garau, successivamente entrambi negli Stormy Six. Del periodo rimangono alcune
registrazioni inedite (ascoltabili in parte nei post del gruppo Facebook
dedicato ai Salis), sorprendenti per qualità e tipologia, essendo costituite da
composizioni prevalentemente strumentali pesantemente orientate ad un Jazz-Rock
progressivo intriso di elementi riconducibili al Folk sardo e improntate ad una
ricerca verso nuove forme espressive, con alcune anticipazioni di quello che
verrà creato pochi anni dopo nel movimento artistico-musicale del Rock In
Opposition (RIO). Di queste registrazioni effettuate in sala prove non verrà
mai realizzata una versione destinata alla pubblicazione. Gli appassionati più
interessati alle forme musicali di ricerca dell’epoca non verranno quindi mai a
conoscenza della finalmente acquisita maturità progressiva dei Salis e di
Tonietto, la cui storia è comunque ancora lontana dell’essere conclusa.

I cadmo progressiveIl Progressive nel 1977 è sottoposto agli attacchi portati
dal disimpegno musicale, tanto che secondo molti è già morto, abbattuto dai giri
di tre accordi del Punk e dalla faciloneria della Dance Music. In Italia, il
numero di dischi pubblicati diminuisce drasticamente e le band storiche cercano
definitivamente di adeguare il proprio stile al passare del tempo. “Storia
o leggenda” delle Orme prosegue il graduale abbandono delle forme
progressive, mentre la PFM si dedica spudoratamente al Jazz-Rock in “Jet
lag”. Tra i titoli minori che vengono pubblicati svetta su tutti
“Forse le lucciole non si amano più” della Locanda delle fate, tanto
splendido quanto fuori tempo per stile e musicalità.
Nel fermento sociale, politico e musicale, arriva dalla
Sardegna un altro gruppo a farsi strada attraverso il caos creativo. I Cadmo
sono un trio costituito da Antonello Salis (anche in questo caso, nessuna
parentela con i fratelli di Santa Giusta), Riccardo Lai e Mario Paliano, impegnato
nei territori impervi del Jazz-Rock, con enfasi pronunciata nel lato Jazz del
genere. La strumentazione indicata nelle note dell’album “Boomerang“,
pianoforte, contrabbasso e batteria, non lascia dubbi a riguardo. Niente
sintetizzatori, quindi, né chitarre e basso elettrici. Eppure la proposta va
oltre quella del classico trio Jazz, dato che la componente di ricerca è molto
presente nei quattro lunghi brani del disco (soprattutto in “Terra dimezzo“). Questo non può definirsi certamente prog, se non considerando un
significato più ampio del termine, ma viene di norma considerato correlato al
genere, insieme al successivo “Flying over Ortobene Mount on julyseventy-seven“, che accentua l’aspetto jazzato della musica del trio.
Antonello Salis avrà in seguito una brillante carriera a livello
internazionale, fatta anche di collaborazioni con altri importanti artisti.

Salis & Salis ProgressiveIl Progressive puro torna
a farsi sentire dalla Sardegna in un periodo in cui è ormai dimenticatofuori Dopo il buio la luce
taglia i ponti con i lavori precedenti dei Salis, rifiutando la forma canzone
per proporre in prevalenza fantasiose composizioni strumentali. Si tratta di un
album totalmente fuori da ogni logica commerciale e abbastanza lontano dall’idea
di Progressive come musica pomposa e autoreferenziale che aleggia come uno
spettro nel mondo del Rock. Francesco Salis si fa notare per una maggiore
presenza compositiva (suoi la maggior parte dei brani, i restanti ad opera di
Tonietto e del tastierista Lotta), la sua chitarra solista acquisisce spazi
notevoli, finendo per caratterizzare i brani con linee melodiche e assoli di
raro gusto. L’album spazia dal progressive tradizionale in stile Banco ad un rock
intriso di sapori mediterranei e jazzati, con una ricchezza strumentale ed una
cura per gli arrangiamenti che dimostrano la notevole professionalità dei musicisti. Solo la bellissima “Yankee go
home”, con la voce di Tonietto, sembra ricordare il tempo dei Salis autori di canzoni. “Dopo il
buio la luce” passa inosservato, principalmente per il suo essere fuori
contesto storico, e chiude in maniera definitiva l’avventura progressiva del
gruppo. I Salis manterranno in seguito una dimensione regionale, pubblicando
alcune musicassette negli anni ottanta e un ultimo album nel 2003. Il 2007 è l’anno tragico
della scomparsa di Francesco, e con lui la Sardegna perde una persona, un
artista e un chitarrista formidabile. Il comune di Santa Giusta, paese di
provenienza dei due Salis, organizza da allora in poi a cadenza annuale un
tributo al suo concittadino a cui partecipano vari protagonisti storici della
musica sarda.
moda, e lo fa grazie ai soliti fratelli Salis e allo sconosciuto Pierpaolo
Bibbò. Nel giro di due anni, tra il 1979 e il 1980, vengono pubblicati due
album tra i più belli prodotti nell’isola. ”

Bibbò progressive

A chiudere definitivamente quest’epoca è però il
cagliaritano Pierpaolo Bibbò, con un album che si distacca abbastanza dal
manierismo legato alla tradizione progressiva. Bibbò lavora per La Strega
Records,
occupandosi di produzioni musicali di band locali, e nel frattempo
elabora il materiale destinato a far parte di “Diapason“. L’album
viene realizzato in buona parte in maniera naif ed artigianale, con l’aiuto di
alcuni collaboratori, sopperendo con l’inventiva alla scarsità di  mezzi. Questo permette a Bibbò di  sperimentare in tutta libertà soluzioni
originali, col risultato che suoni e arrangiamenti appaiono inusuali, come gli
pseudo-synth, in realtà assenti, e le parti di chitarra solista registrate
rallentate e poi accelerate. “Diapason”, un concept avente come tema
la ricerca interiore, dimostra la capacità di Bibbò di partire da strutture di
base semplici composte da pochi accordi, e di espanderle e rimaneggiarle per
ottenere una forma progressiva personale. Anche in questo caso si tratta di un
lavoro dal successo commerciale limitato, che però troverà una dimensione di
culto inizialmente grazie ai collezionisti e negli anni ’90 per i semplici
appassionati grazie alla ristampa su CD.

L’epoca storica del Rock Progressivo in Sardegna finisce
con “Diapason”. Gli anni ’80 nell’isola vedono un fiorire di band e
di generi: New Wave, Punk, Heavy Metal, Reggae e Pop-Rock. Il Prog sembra
dimenticato, sepolto dalla voglia dei musicisti di sperimentare nuovi suoni e
mode. Bisognerà aspettare il millennio successivo perché si pubblichino nuovi
lavori.

Fine seconda parte
L’ultima puntata sarà pubblicata giovedì  27 novembre alle ore 23:59


Per chi non avesse ancora letto questa è la prima parte 1970-1975