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Lunga Attesa dei Marlene Kuntz, altro che ritorno al passato!

Ormai è ufficiale, Lunga Attesa è una delle novità più interessanti del momento, l’ascolto a nastro continuo e mi ci perdo.
Questo disco non è un semplice album, no, è una fotografia. Lo accosto idealmente a Guernica in quel lontano 1937, giusto un attimo prima che le bombe arrivassero.
I colori usati sono già quelli di Picasso ma il momento è nostro, con piccole spaccature solari e intensi momenti immobili.  Lunga attesa è stupendo e implacabile in tutta la sua autenticità.
Narrazione racconta pensieri comuni di persone comuni accomunate dall’assenza di un pensiero critico. Una realtà così non può che portare la noia in chi invalida il mucchio non buttandocisi dentro. Se la cosa non vi è chiara probabilmente è perché non c’è niente di nuovo in tutto questo.
Tutto è già stato assorbito e assimilato.
Modificato il DNA.
Questo pezzo mi ha assalita. L’ho riascoltato parecchie volte facendomi del male ma è così crudo, quanta insensibilità abbiamo accumulato?
Perché tutti continuano a dire che Lunga attesa è in linea con i primi dischi dei Marlene Kuntz? Per me è così contemporaneo che non ritrovo alcuna affinità concettuale con gli anni ’90: questi Marlene parlano di altre cose. Mi rendo conto di dissentire da tutte le recensioni che ho letto ma pare queste si moltiplichino a dismisura ripetendo sempre la stessa filastrocca. Io colgo temi e strutture differenti rispetto ai dischi icona della band. Un nuovo logo. Un’attesa lunga in un percorso ostico.
Una strada lunga, attesa e battuta lentamente si divide in due rami: l’universale incomprensibile e il vuoto cosmico sociale. Un po’ di requie è un amore distruttivo e intenso che si spera non finisca mai. Il sole è la libertà di chi estrae sostegno dall’unicità dei rapporti umani. Potrebbe anche essere una dichiarazione d’amore a un figlio. Potrebbe. E poi arriva Leda, l’unico pezzo che non amo o almeno così dovrebbe essere, se non fosse che al minuto 3,07, all’improvviso arriva una rovinosa caduta agli inferi: la batteria accelera il mio ritmo cardiaco accompagnata da quel basso che è un fucile.
Mi stende.
Ogni volta.
Mi stupisco e la riavvolgo.
Questo è talento.
Poi c’è città dormitorio. Un mostro che avanza lento, così l’ha descritta Godano. Concordiamo. Non so perché ma empaticamente mi ricorda Black Sabbath e War Pigs dei Black Sabbath. Non hanno nulla a che vedere se non quell’oscuro immobilismo che cammina deformato, deformante e senza luce. Ma non finisce qui. No. Perché questo disco è intriso di perle, di innovazioni repentine e disarmanti. Al minuto 4,25 c’è un coro incredibile. Sembra Chernobyl e quelle voci paiono bambini. Fa paura da quanto è struggente. Sulla strada dei ricordi il sentiero non è certo migliore, ascolto rimpianti e punti interrogativi, note che dilatano i pensieri. Un attimo divino spezza la catena, umano e arruffato, finalmente il cuore palpita di speranza. Il tempo di un respiro. Fecondità è un treno da prendere al volo, rapido e meraviglioso, una freccia rossa che chiede silenzio. E i toni non sono certo amichevoli.
Formidabile chiude il cerchio.
Ora servirebbe una chiusura ad effetto o forse no.
10 e infiniti +


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Intervista. Cristiano Godano racconta Lunga Attesa e i primi 25 anni dei Marlene Kuntz

Venerdì scorso ho avuto il piacere di fare quattro chiacchiere con Cristiano Godano in relazione all’ultimo disco dei Marlene Kuntz, “Lunga Attesa” e ai primi 25 anni della band…
 
Questo è un LP estremamente tosto, contemporaneo e dinamico: oltre al tiro pauroso -un vero muro- le tematiche affrontate sono un lucido affresco del momento in cui viviamo. Non capita spesso ma in questo disco c’è davvero un intero periodo storico. Inoltre Lunga Attesa è in movimento: ogni traccia contiene al suo interno una variazione o qualcosa che, quando credevo di aver afferrato il senso, mi ha stupita. Complimenti.
Grazie (sorride)
Mi racconti un po’ della stesura?
La composizione è simile a quella degli altri dischi, di solito noi andiamo in studio e proviamo a fare musica che ci sorprenda, che non ci dia la sensazione di averla già eseguita. Cerchiamo di non avere consapevolezza, cioè non andiamo in studio dicendo “dobbiamo fare quella cosa in quel modo perché poi la produrremo in questo modo e funzionerà per un certo tipo di pubblico e per le radio”. Noi non siamo fatti così. Di solito ci incontriamo per suonare, in questo caso l’unico nostro presupposto è stato “impediamoci di essere soft”. Ogni volta che ci ammorbidivamo un po’, cercavamo poi di fare una roba tosta. Avevamo voglia di questo. Poi le cose
venivano da sé, per esempio, il pezzo che hai sentito nel sound check (città dormitorio), è un brano lento.
Però che muro, secondo me è uno dei più potenti del disco, è un macigno!
Si certo, una cosa voluta è stato avere due o tre pezzi che “tirano indietro”, sempre con questo mood pesante ma più adagio. Città dormitorio è un mostro che avanza con lentezza e mi ricorda un po’ un certo tipo di doom metal. Volevo quel tipo di effetto lì. A un certo punto dicevamo “non facciamo roba molle finché ci riusciamo” ma per noi è impossibile abbandonarla completamente. In effetti il disco contiene due o tre pezzi così, pur cercando nel complesso un piglio più tirato.
Dopo aver fatto le mie riflessioni e stilato le domande ho letto, per curiosità, un po’ di recensioni. Io ti ho già fatto la mia ma ho notato che, spesso, Lunga Attesa è considerato un filo diretto col passato. Cosa pensi di questa affermazione?
Le letture sulle nostre cose molto spesso ci hanno spiazzato, deluso e tante volte non le avevamo messe in conto. Noi non abbiamo un animo provocatore, per esempio, quando abbiamo fatto Uno non volevamo andare controcorrente tipo “voi volete le chitarre distorte e noi facciamo questa cosa qua”. No. Per noi era un disco che poteva andare in quella direzione.
Tu sei un artista non devi farlo per me, principalmente chi deve godere del disco sei tu. No?
(Cristiano annuisce) Un po’, più vai avanti e più sei consapevole di quello che stai facendo e sarebbe veramente falso se io ti dicessi che faccio musica solo per me, la realizzo sperando che piaccia alla gente però mai per ottenere un certo tipo di effetto. Io so solo che cerco di fare buona musica e quindi spesso le reazioni mi, ci hanno dato dispiacere, così alla fine ci siam detti “Vabbè forse non capiscono un cazzo. Loro.” Questo tipo di reazione, su Lunga Attesa dico, era un po’ più prevedibile però (ride), ti pare che una band un minimo intelligente dica “andiamo a fare un disco che sappia di passato”, no? L’unica nostra remora era sul fatto che avremmo usato solo chitarre, quando i dischi così oggi sono pochi e non sono considerati la cosa più cool, anche nell’ambiente più underground eccetera eccetera. Ci siamo quindi preoccupati di farlo risultare moderno anche senza le tastiere che oggi vanno molto. Proprio l’esatto contrario delle cose che hai letto! (sorridiamo)
Io ho sempre inteso le dinamiche relazionali all’interno di un gruppo un po’ come i rapporti di coppia, quindi vorrei chiederti: come riuscite a mantenere la passione accesa dopo oltre 20 anni assieme?
Non c’è il sesso di mezzo. Noi siamo eterosessuali quindi tra di noi non c’è mai stato nessun interesse in questo senso. Il sesso spesso crea danni all’interno dei gruppi. Secondo me la maggior parte delle coppie scoppiano per problemi legati ad esso, la passione è difficile da mantenere quindi non avendo dinamiche di questo tipo è più facile portare avanti la band. Sorrido ma credo di non dire una stronzata. Poi i Marlene Kuntz stanno assieme
ormai da 25 anni e per me questo è miracoloso e sicuramente rimarchevole: noi siamo realmente amici, realmente solidali e realmente stimolati a vicenda. Tutt’ora non ci siamo stufati l’uno dell’altro: ogni volta che andiamo in sala prove sappiamo cosa l’altro può dare ma siamo anche certi che proverà e riuscirà a sorprenderci. Non è da tutti questa cosa.
Torniamo al disco, i testi sono nati in contemporanea alla musica o in un secondo momento?
Io penso sempre i testi dopo che la musica mi ha dato un po’ di supporto anche perché cercano sempre di stare dietro al suo mood. L’80% della musica qui dentro è cattiva, sostenuta, acida, così i testi avevano bisogno di una chiave di lettura che fosse coerente.  Alcuni mi hanno detto “Cristiano i testi stavolta son proprio incazzati”, io non credo che fosse quello il mio spirito ma ho senz’altro cercato una resa efficace trovando argomenti di discussione che mi prendessero, ovviamente. Non voglio certo scrivere di qualcosa che non sento! (sorride) In questo caso bisogna avere la calma per aspettare la cosa giusta che ti faccia sentire a casa in quel momento.
Mi è venuto in mente il testo di Niente di nuovo. Ricordo che nei primissimi ascolti è stato uno dei brani che mi ha maggiormente commosso. È particolarmente toccante, ho avuto il bisogno di riascoltarlo subito più volte.
Capisco, credo che sia il mio pezzo preferito del disco. (sorridiamo)
Un evento bellissimo legato a Lunga Attesa è il contest che avete creato lanciando questo testo nell’etere (i Marlene Kuntz hanno pubblicato il testo di Lunga Attesa prima dell’uscita del disco, invitando i fans a utilizzarlo per creare un proprio brano) ricevendo in cambio ben 200 versioni!
Sono 320 non 200! La cosa ultima che il pubblico ha ricevuto è arrivata in maniera sequenziale, molto lentamente. Preciso che noi non l’abbiamo pensata come contest perché non ci piacciono.
Però la ricompensa è stata molto bella (i video dei primi 30 pezzi finalisti sono stati postati sui canali social della band).
Si per carità, era un atto dovuto trovare un premio perché abbiamo chiesto alla gente di fare una cosa anche se non esattamente per noi ma più per la creatività. La cosa è nata in un certo modo: coi Marlene cerchiamo di rendere la nostra pagina facebook un po’ interessante e pubblichiamo ogni giorno la canzone del mattino e quella della sera.
A me è capitato spessissimo di imbattermi nell’una o nell’altra, è una buona idea!
Pubblichiamo alle 11 e alle 21 come se fosse un po’ una radio e a un certo punto abbiamo pensato di fare “il testo della settimana” a disposizione della gente dal punto di vista della sola lettura, così abbiamo iniziato a postare quelli vecchi sganciandoli dalla musica. In prossimità della chiusura del disco ho avuto il guizzo di postare un testo nuovo, di una canzone non ancora pubblicata, Lunga Attesa. Addirittura inizialmente, preso dall’entusiasmo, ho pensato di pubblicarli tutti, uno a settimana. Però poteva diventare una cosa un po’ pesante e forse sgradita al pubblico che avrebbe potuto dirci “preferisco leggermi i testi quando esce il disco.” Così ci siamo limitati a uno, da lì a farlo musicare il passo è stato molto breve, il risultato è stato sorprendente e davvero inaspettato. Pensavamo “la gente sentirà che il testo funziona” ma in tutta onestà nessuno di noi avrebbe mai immaginato di ricevere oltre 300 versioni. Le abbiamo ascoltate tutte eh!
Per correttezza e per curiosità immagino…
Si esatto, proprio per questo.
Oltre i primi 30 avete fatto altre piacevoli scoperte?
Si assolutamente, ci siamo posti un limite di 30 brani scegliendone 10 a testa. C’è un sacco di roba che mi ha davvero incantato. Realmente. Abbiamo tenuto fuori qualcosa che ci piaceva moltissimo. Figo.
Questa iniziativa è molto umana, nel senso che spezza un sacco di
barriere
Si ma in maniera concreta, facendo cose! (sorride)
Esatto, mannaggia, se vi avessi mandato la mia… mi avreste cestinata!
(Rido) Non abbiamo cestinato nulla, tu l’hai fatta?
No, per fortuna vostra!
Magari saresti finita tra le prime 30, chissà! (ridiamo)
Ho poi chiesto a Cristiano di scattarsi una foto per supportare il mio sogno, #martinameetstones e ci siamo messi a chiacchierare di Mick Jagger.
Hey Cristiano, gli Stones stanno assieme 52 anni, vi hanno superati!
Martina, son molto più grandi di me, dacci il tempo di raggiungerli!
Bhe si in effetti! (risata generale)
Ci siamo infine salutati con un sorriso! Di Cristiano mi hanno colpita la semplicità come la sua simpatia e l’affabilità. Credo che da questa intervista traspaiano candidamente. Mi son anche avvicinata a Riccardo e ai due Luca per farmi autografare il vinile, con loro s’è parlato del disco e di quando li ho visti Live nel 1996. Andando via ho pensato “E se avessi avuto il coraggio di chiedergli un’intervista quando avevo 15 anni?” “Perché non ci ho pensato?” Chissà perché ho iniziato a fare ciò che amo, scrivere di musica, solo tanto tempo dopo…

Il concerto

La sera al Biggest di Samassi, una discoteca bellissima e assai vintage, ho assistito al concerto. Io stavo un po’ defilata accanto a Riccardo Tesio dove, inspiegabilmente si sentiva benissimo! Da quella posizione mi sono concentrata per
parecchio tempo sulle chitarre e sui ping pong armonici tra lui e Cristiano, spettacolari, come la loro intesa fatta di gestualità rituali. Dall’altra parte c’era Luca Saporiti che -diciamocelo pure- ha un tiro pauroso. Il pezzo in cui mi ha emozionata di più è senz’altro Leda, esattamente nell’improvviso cambio in cui a ogni nota corrisponde un terremoto. Al centro Cristiano Godano, carismatico e passionale in tutta la sua esplosiva pacatezza. Ho osservato anche Luca Bergia che ha pompato il sangue alla band per tutto il concerto come un cuore in corsa: alla grande! Mi ero ripromessa di andare a salutare i Marlene dopo lo spettacolo poi ho pensato a quante persone sarebbero state lì a dire la loro, scattando foto tra baci e abbracci e sono andata via senza aggiungermi al carico umano ed emotivo che li avrà avvinghiati a sé nel post concerto.  Lunga Attesa è una bella storia che spazia e sorprende sia su disco sia dal vivo. Andate a vedere i Marlene Kuntz, spaccano!
Ringrazio mio fratello Guido per le foto.

Todo Modo. Intervista a Giorgio Prette e Paolo Saporiti

Due settimane fa ho avuto il piacere e la fortuna di intervistare Giorgio Prette e Paolo Saporiti dei Todo Modo. Dopo aver visto 9 volte gli Afterhours posso affermare con certezza che adoro il piglio di Giorgio Prette alla batteria: con estrema naturalezza passa dalla suonata super tosta a quella elegante tipo Ringo in Something, avete presente? Altro artista a me noto e Xabier

Iriondo, talentuosissimo chitarrista che oltre alla 6 corde, sul palco e in studio, si diletta con loop station e altre diavolerie per creare suggestioni incredibili!   Il trio dei Todo Modo si completa con Paolo Saporiti, un cantautore che non conoscevo e che mi ha conquistato immediatamente… Ecco l’intervista:
Partiamo subito con il tasto dolente (Giorgio e Paolo fanno due facce perplesse), Giorgio in tanti continuano a chiederti perché sei andato via dagli Afterhours. Secondo me sei stato più che esaustivo nel comunicato stampa ufficiale quindi voglio avvertirti che non ti chiederò nulla.
(Paolo e Giorgio Scoppiano a ridere) Meno male, anche perché siamo qui con i Todo Modo…
Esatto! Ho però una domanda per entrambi (facce nuovamente serie e perplesse), come state, come è andato il viaggio? Paolo mi ha accennato al mare burrascoso… (risata generale)
Giorgio: C’è chi è navigato…
Paolo: e chi meno
Giorgio: Io ho dormito benissimo, in cuccetta si stava molto meglio
che nel tragitto dal bar alla stanza, il mare era così agitato che quando stavamo in piedi sembrava avessimo bevuto assenzio…
Prima domanda per Giorgio, con Xabi vi lega una forte amicizia, c’è un momento particolare in cui sono nati i Todo Modo?
Si, nell’estate del 2013 in concomitanza con la mia decisione di lasciare gli Afterhours che è avvenuta un
anno e mezzo prima che diventasse di dominio pubblico. All’epoca stavamo lavorando su Hai paura del Buio? che abbiamo fatto in tre io Manuel e Xabier e non si poteva realizzare senza me o Xabier e ovviamente nemmeno senza Manuel. Abbiamo perpetuato la cosa sino all’assolvimento degli impegni e siccome all’interno del gruppo la cosa già si sapeva io e Xabier abbiamo manifestato l’intenzione di continuare a suonare assieme. Le prime cose utilizzate coi Todo Modo le abbiamo buttate giù proprio in quel periodo senza ancora avere un progetto chiaro. A fine 2014 abbiamo deciso di fare sta’ cosa e avevamo bisogno di un capro espiatorio (ride), cioè qualcuno che scrivesse i testi e cantasse. Xabier collaborava già con Paolo e mi ha proposto il suo nome. Io non lo conoscevo, però se Xabier mi propone una nome gli do un certo peso, ecco. Poi detto questo, dalla settimana prossima me ne pentirò! (Risata generale) A parte gli scherzi lui ha risposto con entusiasmo, perché era inconsapevole e da lì è partito tutto.
Paolo, dove ti sei andato a cacciare?
In una cosa bellissima, perché, partendo dalle cose che loro avevano già fatto a tutto quello creato a partire da… subito, il progetto è partito davvero molto bene. Senza nessun freno, senza nessun retro pensiero, è stato tutto molto fresco e veloce. Tempi di registrazione: rapidissimi. Ogni cosa è stata masticata alla velocità della luce. Ho quasi la sensazione che sia già passata un’epoca. Per me anche essere qui in Sardegna a suonare non è una cosa piccola, nel senso che loro sono molto più “navigati” io molto meno e venir qua con un progetto così nuovo mi sembra un risultato enorme.
La foto più sfocata della storia: Giorgio Prette io e Paolo Saporiti
Parliamo del pubblico, quant’è cambiato nel corso degli anni? Secondo me parecchio e non in meglio…
Giorgio: Dipende molto dal contesto, inoltre il pubblico cambia geograficamente. Questo è innegabile.  È una domanda molto difficile perché negli Afterhours, con 25 anni di storia alle spalle è più arduo valutare questo aspetto. Comunque si, il pubblico è stato più curioso negli anni ’90 e il discorso vale per tutta la scena italiana, non solo per gli Afterhours. Quando abbiamo cominciato, noi stavamo in un contesto sotterraneo e mancava un circuito di locali live nazionale, per cui era impensabile fare un tour italiano. I primi accenni organizzativi sono stati nel ’92. Per tornare alla tua domanda, in sintesi, quando il pubblico era quantitativamente più esiguo era molto più curioso. La gente ti veniva a vedere indipendentemente dal fatto di conoscerti e voleva scoprire cose nuove. Nel corso degli anni, crescendo l’audience, questa cosa è quasi totalmente scomparsa. I ragazzi oggi vanno a vedere i concerti solo di chi conoscono già. Quando si è tentato di fare delle proposte per cercare di promuovere degli artisti, non dico che siamo miseramente falliti ma quasi. Anche nei festival internazionali la gente va a vedere l’headliner e non gli frega niente di quello che c’è prima, questa è un’attitudine culturalmente sbagliata. Inoltre, nei festival europei, il cast è estremamente variegato, c’è di tutto e il pubblico
vuole più l’evento che la musica. Soprattutto se fatto in un bel posto. Gli italiani vanno allo Sziget di Budapest, dove abbiamo suonato anche noi 3 anni fa e poi commentano “Ah che belli i festival all’estero!” In realtà si possono fare anche qua quel tipo di festival ma se si propongono in Italia le cose vengono sminuite. Stiamo entrando nell’antropologia dell’italiano che dà poco peso a tutto quello che ha ed esalta ciò che viene da fuori indipendentemente dalla qualità…
Le uniche eccezioni sono forse i festival tematici, penso a quelli Blues, che frequento o al Gods of Metal in cui il genere comune stimola il pubblico a conoscere nuovi artisti.
Va benissimo, hai ragione. Nel mio discorso specifico pensavo al Tora Tora.
Sono stata a tutte le edizioni ed era stupendo…
La gente non entrava sino a quando suonavano gli headliners. Il paradosso è che quando eravamo noi gli il gruppo di punta facevamo meno pubblico di un nostro concerto da soli. Si è provato con Arezzo Wave e altri festival a mischiare le carte, facendo suonare i gruppi più
grossi per primi ma niente.  Speriamo che cambi. È anche una questione geografica: per la Sardegna chi organizza ha una maggiorazione dei costi legati ai trasporti ma c’è una fame di concerti come in tutto il meridione. In Puglia per esempio d’estate fanno all’opposto, c’è troppa roba in giro e il pubblico è troppo sparpagliato.
Una cosa positiva di questi tempi, anche se un po’ ambigua e troppo
spesso usata male, sono i social network. Parlo per me che sono blogger e li trovo funzionali a ciò che voglio fare, senza sarebbe stato difficilissimo contattare voi come Fariselli, Finardi, Maroccolo e tutti gli altri artisti che ho avuto il piacere di conoscere… Negli anni ’90 questo era impensabile
Giorgio: se non avevi il telefono fisso… (ridiamo tutti) Indubbiamente ha eliminato dei filtri e si, il discorso è relativo al come si usano le cose…
Voi che rapporto avete con questi mezzi di comunicazione?
Paolo: Non fantastico, non siamo molto capaci, è come se venissimo da generazioni oni oni (ride) lontane
Giorgio: C’è un gap generazionale, con tutto il mio impegno non potrò mai avere la dimestichezza e l’automatismo di quelli che hanno anche solo 20 anni in meno di me.
Paolo: c’è anche una forma di sfiducia, almeno in noi non credo sia così spontaneo. È verissimo che a te permette di entrare in contatto diretto con alcuni artisti che altrimenti non avresti mai avvicinato ma è altrettanto vero che questo toglie ogni forma di scrematura e analisi qualitativa e meritocratica delle cose. Non parlo di te, ovviamente. Questo è il difetto più grosso di internet e non solo con gli artisti ma tra persone in generale. Non si è capito ancora dove andrà a finire e che cosa ha portato di reale nelle nostre vite. Credo i risultati si vedranno tra poco, come per tutte le innovazioni tecnologiche. Il discorso internet verrà scremato e tagliato a un certo punto. Come un’implosione naturale. Le innovazioni non è che poi devono rimanere, servono per fare passi avanti, creare delle ipotesi e le risposte arrivano da sole.
Paolo tu come scrivi, hai un metodo particolare?
C’è in me una sorta di disciplina legata al lavoro, nel senso che io tutte le mattine regolarmente ho delle ore dedicate alla musica. La scrittura è per me un gesto spontaneo che nasce quando mi metto in una determinata situazione. La cosa più semplice per me è imbracciare una chitarra perché tutto prende forma da una melodia. La bellezza di questo progetto con Giorgio e Xabier è stato spostare l’asse d questo mio metodo. Con loro ho potuto e dovuto scrivere in una situazione nuova. Per il gruppo ho preparato due o tre brani chitarra e voce, il resto sono state improvvisazioni loro sulle quali ho improvvisato testi e melodie. Altre cose sono nate dalla frequentazione in studio e dalle prove. Quindi i tre meccanismi sono questi. Mi sono abituato ad avere una sorta di riflesso naturale: quando mi metto in condizione di accettare quello che mi esce, esce. È una cosa che ho imparato a fare nel corso di 20 anni di lavoro.
Ultima domanda, una curiosità: qual è l’ultimo disco che avete ascoltato?
Giorgio: l’ultimo che ho comprato è Lunga Attesa dei Marlene Kuntz che mi è piaciuto moltissimo. Coi Marlene siamo amici da tanti anni ma musicalmente non sono mai stato un grande fan, pur apprezzandoli. Crescendo come persone e musicisti si impara ad andare al di là dei propri gusti quindi a riconoscere la qualità anche in contesti che non sono proprio i tuoi. È innegabile che i Marlene abbiano fatto dischi importanti, soprattutto i primi, e canzoni bellissime. Negli ultimi 10 anni, secondo me, si erano un po’ persi invece questo disco mi piace molto, ho mandato loro un sacco di messaggi. Sono uno stalker! (scoppiamo tutti a ridere) In realtà se c’è da fare dei complimenti a tutti ma soprattutto agli amici lo faccio stra-volentieri. Devo dire che è un bel disco.
Paolo: gli ultimi me li ha consigliati Xabier che mi ha dato un’infarinata generale su una scena post-punk che non conoscevo. Quindi ti dico subito Pere Ubu che hanno una concezione della musica più che moderna, spaventosi! Mi mancavano. Io arrivo dal cantautorato di stampo anglofono degli anni ’60 e ’70 e lì mi son fermato, parlo di Nick Drake, Tim Buckley, John Martin, Leonard Cohen, ecc… Questi artisti mi spostano il cuore. Poi per dovere e per coscienza a un certo punto bisogna allargare lo spettro. Razionalmente riesco ora a emozionarmi applicando l’intelletto e a star dietro all’emozione della conoscenza. Altra band nuova per me sono i Death Grips che hanno fatto un disco della madonna con un hip hop misto a noise e industrial. Una roba molto efficace e stimolante.
Grazie della chiacchierata, ci vediamo dopo sotto il palco!
Grazie, a dopo!
Parlare con Giorgio e Paolo è stato molto interessante, la nostra chiacchierata è volata via fluida e naturale lasciando spazio anche a qualche risata, poi ho visto il concerto. Fantastico. Sul palco c’era un’alchimia pazzesca, i tre sono andati dritti come un treno. Dopo aver visto Giorgio Prette live per la decima volta confermo quanto detto nell’intrudiozione, la varietà di registro con cui suona è incredibile! Xabier sta dentro il pezzo con ogni cellula del suo corpo: le espressioni del viso sono in perfetta sincronia con le note che sta o non sta suonando, se non fa nulla anche il corpo va in stand by diventando inespressivo per poi lanciarsi un attimo dopo nei suoi treni sonori. Grande performer!
Paolo Saporiti s’è perfettamente integrato nel datato sodalizio artistico che lega Giorgio e Xabi mettendoci del suo. Belli i testi, le melodie e i giochi vocali. Ho ascoltato anche il suo disco omonimo del 2014 e credo che andrò più a fondo nella scoperta di questo cantautore. I Todo Modo sono una nuova band italiana che merita
attenzione. Ascoltateli e soprattutto andate a vederli live, SPACCANO!
PS: anche i Todo Modo sponsorizzano #martinameetstones!


Tutte le fotografie, tranne quella in cui ci sono io, sono state scattate da Emiliano Cocco

Intervista. Gianni Maroccolo e la ricerca degli incontri

Nel 2014 ho cercato di intervistare Maroccolo ma preso da mille impegni non è mai riuscito a trovare il tempo. La
vita però a volte offre nuove opportunità, così l’ho contattato per una chiacchierata al Fabrik, un club di Cagliari, in cui giovedì scorso ha suonato “Niente è andato perso”.  Maroccolo è un uomo che ha vissuto tante esperienze musicali intense e importanti nel panorama musicale italiano degli ultimi 30 anni ma nonostante ciò la sua naturalezza, i suoi modi pacati e la sua gentilezza dimostrano che lui è davvero uno che bada alla sostanza e ben poco alla confezione delle cose. Ecco la trascrizione dell’intervista
Gianni sei un artista che ha fatto parte di molti progetti incredibili: Litfiba, CSI, CCCP, Marlene Kuntz senza contare le innumerevoli collaborazioni.
Sei un artista in continua evoluzione…
Io credo che questa vita terrena sia fatta di cicli dove in qualche modo nascono delle cose che poi muoiono e ci fanno rinascere per andare altrove. Mi sento un po’ come un cagnaccio che girovaga da solo e ogni tanto ama unirsi a un branco o crearne uno per camminare assieme e condividere un pezzo di vita sia umanamente che artisticamente. È giusto che le cose
finiscano portando sempre a una rinascita. Siccome mi piace suonare sono costantemente alla ricerca non tanto di nuovi progetti ma di nuovi incontri: nella vita mi piace viaggiare e incontrare persone. Viaggiare con loro.
Come è nato “Nulla è andato perso”?
Questo progetto è solista fra virgolette perché in realtà sono in compagnia di cari amici come Antonio Aiazzi, Andrea Chimenti, Beppe Brotto che suona una serie di strumenti indiani e nepalesi bellissimi e Simone che ha collaborato con me nei CSI. Questo concerto l’ho pensato da tanto e desideravo farlo.
Sembra che quella di oggi sul palco sia una serata tra amici
Bhe a un certo punto tutto torna anche se apparteniamo a generazioni diverse. Proprio per il discorso della ricerca degli incontri ho sempre cercato persone con cui condividere le cose importanti della vita prima di affrontare il problema o la gioia di fare musica assieme. Le alchimie devono funzionare poi la musica viene da sé. I progetti a tavolino secondo me non portano da nessuna parte.
Il flusso di energia tra persone è molto importante
È una vita che mi sento in dovere di suonare per smuovere qualcosa, non mi piace fare il Juke-box. Non mi è mai importato riempire i palazzetti, anche se mi è capitato. Ho vissuto anni della mia vita in cui i contesti erano quelli ma ogni progetto, anche i più grandi, li ho vissuti con serenità; quando è venuta a mancare me ne sono andato o i progetti son finiti naturalmente.
A casa ho un vecchio disco di mio padre che si chiama “Essenza” di Claudio Rocchi che ho amato molto. E in genere apprezzo i suoi lavori, decisamente unici. Mi parli un po’ del vostro rapporto e di come è nato il disco VDB23? L’ho trovato molto interessante, sotto molti aspetti, ricco di citazioni eppure “altro” rispetto ai vostri lavori precedenti.
Il presente è conseguenza naturale del nostro passato quindi le citazioni all’interno del disco sono molto probabili. Sai è accaduto per magia, frutto di uno di quegli incontri che cambiano la vita, speciali… L’intesa con Claudio va al di là dell’album. In VDB23 parole e musica sono in gran parte composte in Sardegna dove abitava lui, vicino a Oristano. Anche io ho vissuto in Sardegna quand’ero ragazzino per circa 12 o 13 anni. L’album è davvero frutto della magia di un incontro.
Adoro la struttura del disco, ha pezzi “fuori forma” che non rispettano lo standard dei 3 minuti…
Credo allora che il concerto di stasera ti piacerà parecchio… (ride) anche perché di cose da 3 minuti non c’è nemmeno una!
Abbiamo parlato del presente, com’eri invece ai tuoi esordi?
Quand’ero adolescente non ho mai sognato di fare il musicista. Le uniche scelte che avevo fatto poi la vita me le ha sconvolte: volevo fare il marinaio, studiavo al nautico di Cagliari e non vedevo l’ora di finire la scuola per imbarcarmi e girare il mondo. Per una serie di vicissitudini i miei son poi tornati in Toscana così il mio sogno è svanito e la mia seconda passione dopo il mare, la musica, ha preso il sopravvento. Casualmente o forse no, nulla avviene mai per caso. Però, vedi Martina, io non
ho mai rincorso i sogni, mi è successo qualche volta di correrci dietro in maniera ossessiva e ho capito che più ti accanisci più i tuoi desideri si allontanano da te.  Invece se vivi le cose mentre accadono, senza aspettative, la vita ti sorprende. Anche quando sembra che tutto per te vada male, alla fine la vita ti stupisce, o almeno a me è successo così. C’è anche da dire che tanti miei compagni di viaggio a un certo punto hanno cercato il successo, la popolarità e una certa sicurezza economica, giustamente, io però me ne sono sempre fregato.
Mi è venuta in mente una citazione di William Burroghs che disse a Patti Smith quando non era famosa “fatti un nome e mantienilo pulito, non scendere a compromessi e lui ti ripagherà”. Credo molto in questa attitudine alla vita, le aspettative sono spesso zavorre.
(Sorride) Non conoscevo questa citazione ma è esattamente ciò che stavo dicendo: forzare il karma o il destino (o ciò che si vuole in base alle proprie credenze) non serve a nulla. Ovviamente devi agevolare i tuoi desideri cioè se ti piace suonare devi far di tutto per farlo ma non perché questo abbia una finalità precisa se non quella che a te piaccia suonare ed esprimerti attraverso la musica.
Ti migliora la vita…
A me certamente ma anche a tutti quelli che la ascoltano. La funzione della musica è quella di arricchire le persone. Tutti i generi da quella leggera, alla classica, nessuno escluso. Fa compagnia, aiuta a staccare dalla quotidianità, rilassa!
In questo momento hai altri progetti in cantiere anche se il tour è appena iniziato?

Al momento no. Con la banda vogliamo dedicarci a questi concerti e sicuramente non ho più l’idea o il desiderio di ricreare un gruppo come i miei precedenti. A 55 anni farei fatica a ritrovarmi in un progetto di gruppo stabile ripartendo da zero. Tutti i gruppi passati dai Litfiba ai CSI ai Marlene Kuntz e via dicendo hanno in un certo senso, e lo dico con la massima modestia, lasciato un piccolo segno nel nostro cammino su questa vita. Ho anche il timore di non riuscire a costruire una storia altrettanto importante per me. Preferisco quindi ripartire da questi concerti per capire cosa farò in futuro. A breve ci sarà una collaborazione abbastanza tosta a Firenze con Io sono un Cane. Grazie per il tempo che mi hai dedicato. Buon concerto

(sorride) anche a te Martina.
Ho infine accennato a Gianni Maroccolo del mio hashtag #martinameetstones e mi ha detto con un gran sorriso “certo che ti aiuto però fai la foto con me e aiutami a reggere il foglio”.
 Che altro aggiungere?

Dischi e traguardi del 2015

Tutti parlano dei migliori dischi del 2015 e io non voglio essere da meno, ma quest’anno è stato importante da molti altri punti di vista.
Se penso a quest’anno il primo disco che mi viene in mente è Classe A di Dan Solo, celebre super ex-bassista dei Marlene Kuntz. Dopo aver sentito l’album ho contattato Dan per un’intervista se volete rileggerla eccola!
L’ep di River of Gennargentu, Taloro è stata un’altra preziosa conquista del 2015, la voce calda di Lorenzo porta in una dimensione magica.
Andando avanti nei mesi un altro disco che ho ascoltato parecchio è Mississippi to Sahara dell’artista Faris Amine che oggi posso definire un amico. L’album è un viaggio unico nel suo genere che, partendo dalla reinterpretazione di pezzi tradizionali del Delta, sfocia in qualcos’altro. Se non conoscete il disco vi consiglio di concedergli un ascolto, sono certa vi entusiasmerà! Dopo l’intervista ho avuto il piacere di ospitare a casa mia Faris che ha allietato un piccolo gruppo di amici con chitarra e voce sino all’alba, che abbiamo osservato dalla montagna che incornicia il mio paesello del medio campidano.
Il terzo disco del 2015 non è un’uscita recente ma risale al 1974 ed è Ron Wood, I’ve got my own album to do. Non conoscevo questo album solista di Ronnie Wood ma da quando l’ho scoperto mi accompagna soprattutto quando scrivo. Non sapendo nulla ho voluto ascoltarlo cercando di coglierne le sfumature e con mia grande soddisfazione quando sono andata a verificare gran parte delle mie intuizioni erano vere. I’ve got… è stato scritto in collaborazione con George Harrison e Mick Jagger che all’epoca avevano letteralmente occupato casa di Ronnie, è un ascolto caldo, spensierato, ricco di vibrazioni buone. Ve lo consiglio!
In questi giorni sto ascoltando anche Crosseyedheart di Keith Richards ma devo lavorarci ancora su per poter scrivere qualcosa!
Sempre parlando di musica quest’anno è stato per me davvero speciale, ho intervistato davvero molti artisti:
Diego Mancino grande artista che ho scoperto quando si è iscritto alla mia pagina twitter
Edda che dopo l’intervista e il concerto mia ha salutato con un grande abbraccio
Pussy Stomp orgoglio del mio paesello, amici che stimo e artisti dal taglio interessante
Cristiano Godano con il quale ho parlato delle turbe speciali degli artisti
Giorgio Ciccarelli che dopo gli Afterhours s’è lanciato in nuove sfide. Devo ancora ascoltare il suo nuovo album solista, le cose cambiano, intanto leggete la recensione di Borchie+Briciole!
Dan Solo è uscito con un disco vario e intenso che merita d’essere ascoltato e assimilato per bene.
Faris Amine parte 1 e parte 2 che mi ha raccontato del deserto e della musica che ama
I 15 artisti presenti all’Abarra Festival, dei quali ancora non mi sono arrivati i video e non posso mostrarli!
Xavi Lozano Palay l’artista spagnolo che crea strumenti musicali da materiali di riciclo
Patrizio Fariselli tastierista degli Area, uno dei miei gruppi preferiti che in realtà si occupa di tantissime cose. La nostra chiacchierata è scivolata via piacevolmente, dandoci del tu e scambiandoci opinioni. Intervistare Fariselli è per me è stato un traguardo importante, gli Area li amo davvero. Fariselli ha parlato di molte cose, della musica per l’infanzia, delle colonne sonore e della società.
Eugenio Finardi è un altro faro importante. Un Maestro di musica e vita. Lo rincorrevo da un anno e dopo una mancata intervista al Sardegna Chiama causa telefono (mio) morto, Finardi è venuto a Villacidro, casa mia.
Teresa de Sio con la quale ho parlato di Arte, quella importante che “surfa i secoli”
Quat’anno è stato musicalmente importantissimo. Ho potuto discorrere con Artisti diversi eppure Unici, con uomini e donne che vivono d’Arte e che da sempre sono colonna sonora della mia vita.
Chiudo il 2015 felice con una nuova sfida-sogno: i Rolling Stones!
Auguro a tutti di trascorrere un 2016 in musica, quella giusta.
Claudio Rocchi diceva
“Il viaggio più lungo comincia col muovere un passo
coltivala dentro la voglia di dare,
questo è il passo da fare!
AUGURI!
 

Intervista, Dan Solo – Classe A

Dan Solo classe AIn tanti conoscerete Dan Solo che è stato il bassista dei Marlene Kuntz da Il Vile a Fingendo la Poesia (1996-2004). Dan Solo è uno di quelli che quando lo vedi suonare Live ti vien da definirlo “un Treno” o almeno dalle mie parti si usa definire così quelli che hanno una marcia in più. Dopo e durante l’esperienza coi Marlene Dan Solo ha suonato con i Petrol e ha curato la colonna sonora di “Indagine Su Un Cittadino Di Nome Volontè”. Ho avuto il piacere di intervistare Dan Solo che è recentemente uscito con il suo primo disco solista “Classe A”, un lavoro di ampio respiro che non si focalizza sul genere risultando, nonostante ciò, un ascolto omogeneo e interessante.
Buongiorno Dan, inizio l’intervista facendoti i complimenti per il disco, è davvero interessante, elegante e raffinato; più l’ascolto e più mi
appassiono. 
Come è nato Classe A?
Classe AClasse A nasce dall’esigenza di fare qualcosa che ancora non
avevo fatto, e di cose ce ne sono molte. Per esempio, scrivere un album di
canzoni in totale libertà espressiva, senza condizionamenti o influenze
esterne; l’unica maniera per affrontare un’idea del genere era farlo da solo.
Sono partito dai testi, ma senza una suggestione melodica. La musica è arrivata
come conseguenza. A mano a mano che la musica emergeva, anche le parole si
districavano da una matassa di quartine e frasi e andavano a comporsi
ordinatamente. Ho quindi realizzato una serie di provini “casalinghi” dove per
esigenze di scrittura ho usato la mia voce per stendere le parti melodiche.
Senza rendermene conto ho gettato le basi per un disco solista. Da sempre
collaboro nella stesura dei testi con altri cantanti, e sovente le mie parole
sono state interpretate da altri. Nella realizzazione dei provini, mi sono reso
conto che queste parole, le parole che compongono Classe A, potevano essere
cantate soltanto dal suo autore, cioè da me. Così mi trovo, oggi, a fare il
cantautore, anche se non è stata una scelta premeditata.
Come mai questo Titolo?
Classe A evoca molte cose, la “A” è per me anarchia, amore,
attitudine… Classe A è un modo per definire il livello qualitativo di uno
strumento elettrico o elettronico, ad esempio, un amplificatore, una lavatrice…
è la top class, l’apice (ecco un’altra “A” pertinente). Classe A è anche
commercio, mercato, valore nel senso commerciale, mi piaceva l’idea di un
titolo con tanti significati, anche opposti e in contraddizione tra di loro.
Dan Solo Marlene KuntzIl tuo disco è raffinato, pulito e genuino; ha davvero “classe” quindi vorrei chiederti, secondo te esiste
l’eleganza nella composizione musicale?
Certamente, l’eleganza ha parametri che sono variabili e che
cambiano di cultura in cultura. Nel rock in Italia, o forse in genere in
occidente, il canone estetico è “brutto sporco e cattivo”, altrimenti sei
considerato pop; personalmente, mi lavo e curo il mio modo di vestire, ma non
mi sento e non sono pop. Ho curato molto la stesura delle undici canzoni che
compongono questo lavoro, inseguendo un impossibile ideale di perfezione. La
perfezione non l’ho raggiunta, e ci mancherebbe, ma ho forse invece trovato la
mia eleganza, che è in fin dei conti un equilibrio tra le forme e i contenuti.
 Cosa mi dici del Tour?
Insieme alla mia agenzia
stiamo cercando di organizzare un vero e proprio tour, la formazione che mi
accompagna dal vivo non sarà la stessa che ha suonato in Classe A; tranne
Roberto Sanna (chitarra) che collabora con me sin dall’inizio del progetto, gli
altri musicisti sono entrati in seconda battuta, e sono Luca Costanzo alla
batteria e Raffaele Carano alla chitarra.
Da “addetto ai lavori” come ti sembra la musica
(in particolare quella rock/ cantautorale) italiana oggi?
Difficile rispondere, a differenza di altri momenti storici,
vedi gli anni novanta, non mi sembra ci sia, in generale, un grande fermento
creativo. Forse è colpa delle sovrastrutture mentali che abbiamo in testa, sia
quelle imposte e conformi al sistema sia quelle che, in totale autonomia, ci
creiamo da noi; sono diventate così ingombranti da soffocare il processo
creativo, e renderlo un meccanico “copia e incolla” delle emozioni. Il
risultato è la perdita della forza e dell’intensità, sia nelle parole che nella
musica.
marlene Kuntz Dan Solo Cos’è il successo?
Una parola che non vuol dire niente, se non che guadagni
bene…
Guardando indietro faresti lo stesso percorso
artistico che hai intrapreso o cambieresti qualcosa?
Non toccherei nemmeno una virgola, e non vedo come potrei
farlo, dal momento che la vita, la consapevolezza e il percorso artistico sono
la stessa cosa, sfaccettature di un meraviglioso mistero.
Ultima domanda: Mi consigli un disco che ascolti
ultimamente?
C’è questo bassista con i capelli lunghi che ha appena
pubblicato il suo esordio come autore e interprete delle sue canzoni, si chiama
Dan e il disco Classe A. Merita proprio, ascoltatelo!
 
Ringrazio Dan Solo per la sua disponibilità e vi invito a comprare il suo disco. Merita davvero!

25 numeri 1: i dischi italiani di cui non posso fare a meno

Questi giorni ho letto un paio d’articoli e post in cui si diceva “i 10 migliori dischi della storia del Blues”, i “10 migliori dischi della storia del raggae” e cose così, allora anche io ho voluto partecipare alla cosa. Ho così deciso di stilare la lista dei miei 10 dischi italiani poi diventati 25, con grande  fatica ad arginare il listone. Moltissimi artisti che stimo e ascolto in loop son rimasti fuori ma la classifica, che non è una classifica è solo un “the best of” più o meno.
Padania – Afterhours, 2012
Il primo disco che mi è venuto in mente è stato Padania, degli Afterhours,  a mio parere il loro lavoro migliore, un condensato del loro percorso il cui risultato è un gesto di liberazione. Padania sembra proprio un album anarchico dove le note son l’unico collante tra le menti libere di spaziare. Un lavoro eccellente che pone Padania nella mia personale classifica dei dischi italiani più interessanti di sempre.
Omonimo – Napoli Centrale, 1975
Sentire i suoni del bronx contestualizzati nei vicoletti napoletani è davvero una cosa esaltante. Questo disco di James Senese & Co. è uno dei migliori lavori italiani di respiro internazionale, il successivo, Mattanza, sarà altrettanto meraviglioso ma meno partenopeo.
Canzoni dell’Appartamento –Morgan, 2003
Canzoni dell’appartamento è uno dei migliori lavori di Morgan, racchiude pezzi come Altrove, che diciamocelo non sarebbe potuta nascere altrove o dovunque. Morgan, per dirla a modo suo è davvero una “bella storia” e questo album, UNICO, è un ottima perla della discografia italiana.
 
Amore e non Amore – Lucio Battisti, 1971
Lucio non è mai stato un cantautore, Lucio è stato un interprete è un superbo compositore/arrangiatore. Questo disco dimostra quanto fosse avanti e il suo percorso sia stato unico nel panorama italiano dell’epoca.
 
Colpa d’alfredo – Vasco rossi, 1980
A me piace sempre paragonare Vasco a Battisti perchè entrambi hanno cantato se stessi. Lucio nel momento in cui andavano i cantautori impegnati e Vasco invece, che di cantautori s’è cibato, ha spostato l’argomento di conversazione sulla leisure, sul tempo libero, sull’amore non troppo innocente. Questo disco contiene alcuni dei pezzi italiani più belli di sempre. Colpa d’Alfredo in primis, è un albero mestro.
 
Aprite i vostri occhi – Litfiba 1987
Chi ha ascoltatao i Litfiba conoscerà senz’altro questo Live. Un vero gioiello. Canzoni come Dio e Apapaia sono qui nella loro miglior versione. Stupendo Live.
Mediamente isterica – Carmen Consoli 1999
Se si vuole fare un salto nel cantautorato italiano non si può non passare per Mediamente Isterica. Pezzi come Geisha e Besame Giuda rimarranno nella storia. E la cantantessa siciliana è un’ottima musicista. L’ho vista Live nel tour sucessivo e quella Jaguar l’ha fatta suonare per bene. Detto questo sto disco spacca e ha formato un po’ di gente e tanti emuli.
 
Rats and Rolls – Nino Ferrer 1970
Nino Ferrer è uno dei miei cantautori preferiti in ASSOLUTO. Tutti i suoi dischi sono una variazione continua, una ricerca e una sperimentazione d’altissimo livello. Rats and Rolls è il disco italiano più anarchico che io abbia mai sentito. Ottimo bassista e contrabbassista Nino s’è sempre accompagnato a grandi musicisti e ascoltando questo gioiello introvabile scoprirete un mondo ingiustamente sommerso. Nino Ferrer è la nostra Atlantide.
 
Il dado –Daniele Silvestri 1996
Dei 25 dischi importanti questo è quello che ho ascoltato meno, ero indecisa con Lorenzo 1997 ma ho preferito metter Silvestri anche se il mio cuore appartiene al Jova. Il dado è un disco interessante di quelli fuori dal tempo, ha vinto su Lorenzo, perchè forse è meno conosciuto, quindi ho voluto dargli un po’ del mio spazio. Ascoltatelo, spacca!
Arbeith Mach Frei –Area international Popular group, 1973
Gli Area, con il loro cantante greco, Eustrazio Demetriou (Demetrio era il cognome ed Eustrazio il nome), sono una delle cose più belle successe in italia. Sperimentazione e ricerca, attitudine, studio e intelligenza. Personalità interessanti quelle di Patrizio Fariselli e compagnia. Canzoni come Luglio, Agosto, Settembre, e Abeit Macht Frei sono esempi meravigliosi della piega che qualcuno ha dato alla canzone italiana. IMMENSI. GRAZIE.
 
Reset – Negrita 1999
Questo disco è adrenalina, l’ho consumato e mi ha fatto saltare ininterrottamente ogni volta che l’ho messo su. Anche in macchina. Io infatti non l’ascolto mai se son alla guida, non perde mai il suo fascino, è davvero energico. Di quelle energie pulite però, che in Italia i brani rock hanno sempre un qualcosa di negativo. No, Reset è energia pulita.
Marlene Kuntz – Il Vile 1996
Ho ascoltato un po’ più Catartica ai tempi in cui sono usciti, ma se devo esser sincera il Vile è più completo e poi c’è 3di3 e anche retrattile. Che bel disco, che suono, che testi. Questo album è perfetto. Veramente; è talmente marcio che alla fine si purifica. Bellissimo.
 
Linea gotica – Consorzio Suonatori indipendenti  1996
Questo album è in rappresentanza dell’intera discografia dei CCCP e CSI. Realmente avrei potuto mettere un album qualsiasi. Son particolarmente legata a questo disco perchè ritengo che sia di fattura sopraffina. Il suono, i bassi, l’atmosfera. Linea Gotica merita davvero.
 
Omonimo – Alberto Fortis, 1979
L’omonimo di Fortis è un meraviglioso disco che gli ha spezzettato la carriera a causa di alcuni diverbi con discografici (A voi Romani, Milano e Vincenzo). Tutt’oggi l’album è fresco e interessante, è rimasto intatto in tutta la sua ironia e finta leggerezza. I suoni son quelli di transizione che hanno caratterizzato il sound della fine dei 70. Poi un giorno scriverò un post sull’età d’oro del sound -secondo me ovviamente-.
 
I buoni e i cattivi – Edoardo Bennato, 1974
Edoardo Bennato è un maestro. Bennato è il sogno americano contestualizzato a Napoli. Un po’ come James Senese and Co. Edo è riuscito a sintetizzare un sogno in una discografia meravigliosa. I Buoni e i cattivi si apre con Ma che bella città, un bel pezzo davvero. E poi ci son gioielli come Tira a Campare, primo pezzo del lato B del vinile se non ricordo male e finisce con Salviamo il Salvabile. La fattura è sopraffina, è un Bennato 100%
La pulce d’acqua – Angelo Branduardi 1977
Branduardi è in cima alla lista dei miei cantautori italiani assieme a Ferrer, Finardi, Gaber e pochissimi altri. Questo disco è un viaggio come tutti i dischi di Branduardi. A questo vinile son particolarmente legata e pezzi come la bella dama senza pietà, giustificano in pieno la mia devozione per il maestro. Quel sitar all’inizio e la poesia di Keats. La cultura medievalista di Branduardi qui si veste di un sogno Hippie, un Trip, un condensato d’Arte oriente-occidente-italia-inghilterra. Inoltre il disco si apre con Ballo in Fa diesis minore. Devo aggiunger altro? Non credo. Una volta gli ho stretto la mano a Branduardi.
 
Zero,ovvero la famosa nevicata dell’85 – Bluvertigo 1999
I Bluvertigo non sono uno scherzo, nel 1998 hanno anche vinto gli European Music Awards. Giusto per dire. Zero è un gran bel disco di una band che si è sempre definita “indefinibile”. Brani  quali Sono=Sono, La crisi, Sovvrappensiero, sono alcuni di quelli contenuti in questo disco che, detto tra noi, ha un sound da paura. Ecco un altro suono che apprezzo è quello corposo degli Anni 90, tipo questo. I bluvertigo sono una mosca bianca nel panorama musicale italiano. E questo disco è una bomba!
 
Sugo – Eugenio Finardi, 1976
Finardi è un artista italo americano FONDAMENTALE in Italia, come l’acqua santa in chiesa. Avete sentito Fibrillante, il suo ultimo disco? Merita davvero. Torniamo a Sugo, il disco si apre con musica ribelle e contiene bei pezzi come Quasar, La radio e Oggi ho imparato a Volare. Insomma se io avessi scritto solo una di queste canzoni sarei una persona realizzata. Sugo è un ottimo punto di partenza per fare un bel giro in Italia.
La morte dei miracoli – Franie Hi-NRG, 1997
Ascoltato poco ma amato molto, questo disco contiene un’intro meravigliosa e po c’è dentro anche Quelli che benpensano. è un lavoro intelligente che ha conquistato, rockers, poppers, dancers e non solo. Il Rolling Stone l’ha giustamente inserito tra i 100 migliori dischi italiani. Son d’accordo.
 
Ingresso libero – Rino Gaetano, 1974
Primo e miglior disco di Rino Gaetano. Quest’album l’ho lettralmente macinato. La prima volta che ho sentito Tu, forse non essenzialmente tu, ero grande, avevo tipo 23 anni. Ero a una festa di laurea come imbucata. Parlavo con alcuni amici e mi son sentita male. Mi son seduta e un mio amico s’è avvicinato preoccupato: “Marty stai Bene?” e io glio ho risposto “Ma è Gaetano? Che è sta Roba?” Avevo le lacrime agli occhi. Mi ha riportata indietro di qualche anno  a quando tenevo la mano al mio primo fidanzatino e quelle robe ultra pink da signorina romantica. Poi mi son comprata il disco e ho scoperto che Oltre Gianna Gianna c’era altro. E mi sono innamorata. Gli altri pezzi spaccano. Insomma la vecchia che salta con l’asta è un delirio psichedelico e poi c’è Agapito Malteni… No, no, questo disco è una perla assoluta. 100% gold.
 
Kinotto – Skiantos, 1979
Siamo sinceri di Kinotto ce n’è uno e quell’uno si apre con “Mi piacion le sbarbine”, come si può lasciarlo fuori classifica? Gli Skiantos hanno rappresentato il modo scanzonato finto stronzo di esser stronzi, perchè poi son proprio forti. Vabbè poi qui c’è Ti rullo di cartoni e i Gelati. Gran bel disco. Unici gli Skiantos.
 
Oro incenso e birra – Zucchero 1989
Dischi belli Zucchero ne ha fatti tanti. Zucchero è stato l’unico italiano a partecipare a Woodstock 1999. da qualche parte dovrei avere un sacco di ritagli di giornale sull evento. Ricordate i red Hot Chili Peppers vestiti da lampadine nudi con calzino? Comunque, Oro incenso e birra che già dal titolo ha vinto tutto si apre con Overdose d’amore e coro ultragospel, uno spettacolo funk-italian-blues. Poi dietro ci sono giusto un paio di Hit tipo Nice, il Mare, Madre dolcissima. Ma che roba è? Un greatest Hits? No, no è proprio l’album. Vabbè c’è anche Diamante. Ciao proprio. Grande Adelmo Zucchero Sugar Fornaciari.
 
Io non mi sento italiano – Giorgio Gaber 2003
Pensavate davvero che mi sarei dimenticata di Mister G. Dai, no! La discografia e il teatro di gaber son immensi. In sua rappresentanza ho scelto il suo ultimo disco, uscito poco dopo la sua prematura scomparsa. Ai Gaber quanto manchi!  la capacità di quest’artista è sempre quella di affrescare la società italiana in ogni sua lacuna e debolezza, esaltandone i punti di forza e smontando i clichè. Insomma in questo meraviglioso disco c’è anche Io non mi sento Italiano, un testamento spirituale di altissimo livello che Giorgio spedì al Presidente della Repubblica Ciampi in qualità di lettera. Ricordo benissimo, ero a casa c’era il Tg e fuori c’era un sole che spaccava le pietre. Intervistarono Ciampi, l’unico presidente che mi sia mai stato simpatico, a pelle, tra quelli che ho conosciuto. Comunque Gaber è un dono importante che è stato fatto all’Italia. Dobbiamo ritenerci fortunati.
Svalutation – Adriano Celentano, 1979
Celentano sa essere colto anche vestito di stracci. Celentano ha assorbito come un buco nero tutto quello che gli roteava attorno. Ha attirato nella sua orbita qualsiasi cosa e poi se l’è mangiata. Tra i pezzacci da paura di Adriano c’è anche Svalutation che è stata scritta nel… 2015? No 1979. Riflettiamoci su.
Mondi Lontanissimi –
Franco Battiato 1985
Se non avessi incluso Mondi Lontanissimi sarei stata una stolta anche se il Battiato che amo di più è quello delle sperimentazioni dei primi anni 70 ma questo disco è troppo GRANDE per lasciarlo fuori. Come il suo autore. Mondi lontanissimi contiene il mio suo pezzo preferito No time, No space, poi c’è un po’ di roba ultra morbida, l”animale e altri pezzacci interessanti. Battiato è sui generis, conoscete qualcosa di simile? Io No.
Bene la mia lista dei 25 dischi italiani fondamentali è terminata. Quando ricorderò qualcos’altro che ho lasciato fuori mi mangerò le mani. Di certo Ognuno di questi Artisti ha un suo modo di esprimersi che ha notevolmente influenzato il mio gusto e la mia persona. Questi album son tutti numeri Uno. 
Quali sono i vostri?

Intervista: Cristiano Godano, il talento e le turbe speciali

Marlene Kuntz Godano intervista

La prima volta che ho visto i Marlene Kuntz è stato nel 1996 nel mio paesello, Villacidro. Ero piccolissima e vivendo in campagna me ne andai a metà concerto perchè mio padre doveva tornare a casa. La sera dormii in camera di mio fratello (perchè in linea d’aria si sentiva tutto), con la finestra aperta e mi addormentai pregando che non girasse il vento mentre i Marlene cantavano Lieve. Fatto questo romantico preambolo sulla mia adolescenza, sabato sono andata con la mia amica Alice (che ha scattato la foto in cui siamo ritratti io e Cristiano), al Life Music Club di Oristano per vedere lo spettacolo “Ex live”  di Giancarlo Onorato che ha ospitato Cristiano Godano. Messami d’accordo con gli organizzatori sono arrivata lì un paio d’ore prima del concerto mentre la band stava facendo il soundcheck. Quand’è arrivato Cristiano ci siamo presentati e nel giro di 30 secondi avevo già il registratore acceso.

Com’è nata la collaborazione con Giancarlo Onorato?
In due o tre occasioni io e Giancarlo siamo stati ospiti in contesti in cui, più che suonare, si parlava con un interlocutore. Quindi da cosa nasce cosa,  e sai com’è. In quel momento Giancarlo stava portando avanti lo spettacolo con Paolo Benvegnù che poi s’è tirato indietro, noi ci trovavamo bene ed eccomi quà.
Secondo te, qual’è il ruolo dell’artista oggi? ritieni sia cambiato nel corso degli anni?
Questa è una domanda complessa, bisognerebbe avere alle spalle una riflessione ad hoc, però mi sembra di no. Credo che l’artista debba creare un suo mondo e questo non necessariamente coincide con qualche causa di tipo sociologico. Se tu pensi a un creatore di musica e basta, dove non ci sono parole, credo sia più semplice non porsi questo tipo di domanda, no? L’ascoltatore non si chiede se quella composizione lì è funzionale a qualcosa. Se lo chiedevano i russi e probabilmente qualsiasi regime totalitario pretende dai suoi artisti una rettitudine strumentale. Comunque al di là di quest’aberrazione, quando senti musica non ti chiedi quale sia il ruolo dell’artista e io mi aspetto questa cosa anche da un pittore, scrittore e cantante. Mi interessa più l’estro artistico che il suo ruolo.
Guardandoti indietro, se chiudi gli occhi (Cristiano chiude gli occhi), ricordi il momento preciso in cui hai pensato “io voglio suonare, voglio fare questo”?
Cristiano Godano StereoramaPiù che un momento direi che c’è stato un contesto preciso di turbe speciali. Mettersi in testa di fare questo lavoro comporta tantissime incognite, è un po’ come l’inizio di una qualsiasi avventura imprenditoriale, non sai mai come andrà a finire. Inoltre in Italia suonare un determinato tipo di Rock comporta senz’altro un rischio molto elevato perchè non siamo un Paese molto accogliente per questo tipo di sonorità. Bisogna essere sufficientemente matti per decidere di fare questo, però la passione era insopprimibile. Il momento è durato alcuni anni, anni in cui molti ragazzi ci provavano. Da quel che ho imparato io nella mia vita, nel talento di chi riesce è inclusa anche una forma molto speciale di cocciutaggine. Alcuni arrivano a 30 anni che ancora inseguono il sogno; io credo mi sarei fermato a 27 massimo anche se mi sbattevo molto ed ero un sognatore molto concreto, ero arrivato al punto in cui o quagliavo o, con molto dispiacere, avrei rinunciato. Fortunatamente ce l’ho fatta ma dopo 5 o 6 anni in cui mi sono impergnato parecchio.
Cristiano Godano 14 03 2015Alla luce di ciò che mi hai appena detto che consiglio daresti a un artista che vuole emergere?
La cocciutaggine è fondamentale ma unita a una componente razionale, è fondamentale una lucidità di qualche tipo; credo che un buon insegnamento mio sia proprio questo. Analizzare il proprio percorso è utile perchè non vale la pena sprecare una vita dietro un sogno o almeno ecco, bisogna avere la capacità di saper interpretare la propria passione nel corso dei mesi e degli anni. Poi, se a 45 anni non sai rinunciare ai sogni e sei contento con te stesso ben venga, l’importante è non ritrovarsi a un certo punto con un pugno di mosche, frustrati e presi malissimo a fare qualcosa che non appaga. Ecco in questo caso finiscila prima, questo direi a mio figlio.
Ultima domanda (-Cristiano fa finta di mettersi le cuffie “Sono pronto”- scoppiamo a ridere) mi piace farmi consigliare dischi, ultimamente lo chiedo spesso. Cosa ascolti ultimamente?
Questo tipo di domanda mi mette sempre in crisi.. Sto ascoltando tantissima musica, oggi prima di addormentarmi  ho sentito i Modest Mouse ma non c’ho capito molto perchè ero mezzo andato nel mondo dei sogni. Questa è davvero il tipo di domanda a cui non so mai rispondere, aspetta fammi pensare.. mi piacciono i Disappears, gruppo poco conosciuto, di cui ti consiglio Irreal.
Me li ascolterò senz’altro, Grazie!
Grazie a te
Cristiano Godano intervista StereoramaA fine intervista Cristiano Godano mi ha chiesto di appuntargli il nome del mio blog su un foglio “così poi me lo guardo”  io ho aggiunto un “grazie per il tuo tempo, Martina” e ho concluso dicendogli “Cristiano ti ho fatto l’autografo” e siamo scoppiati a ridere un’altra volta!
A questo punto ci siamo salutati. Devo dire che Godano me lo sono sempre immaginato schivo, invece è stato lui a venirci incontro qualche minuto dopo. Abbiamo così iniziato a parlare per oltre un’ora mentre il resto della band era ancora immerso nel soundcheck, ho così scoperto un’uomo forse un po’ timido ma curioso e socievole, dall’ironia sottile, che mi ha messa a mio agio sin dal primo istante. Avrei voluto parlare anche con Giancarlo Onorato ma dopo il souncheck è volato via in albergo..