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Quando ho deciso di inseguire un sogno: #martinameetstones

Dopo 2 settimane finalmente torno a scrivere, questo è un periodo particolarmente pieno di impegni, durante la mia assenza però è successo qualcosa…
 
Ho fatto un sogno…
Circa 3 settimane fa ho fatto un sogno che vi racconto brevemente, grazie a un hashtag #martinameetstones ho incontrato, in uno spazio e luogo indefiniti, i Rolling Stones! Sapete come sono i sogni, surreali eppure realtà.
La mattina ho raccontato la cosa ai miei colleghi e in famiglia mentre continuava a ronzarmi per la testa l’hashtag #martinameetstones; nel giro di poche ore ho deciso di aprire un canale instagram e inviare un videomessaggio ai Rolling Stones in persona. Detto, fatto.
Nello stesso momento ho pensato di chiedere al web di darmi una mano, l’idea è che più persone usano l’hashtag #martinameetstones più le possibilità che gli Stones vedano il mio videomessaggio aumentano.
Ora, la vita è strana, avrei potuto aprire un canale per chiedere un’auto nuova, che la mia cade a pezzi ma questo sogno di incontrare gli Stones mi è sembrato così semplice, leggero e al contempo profondo che ho deciso di inseguirlo.
Alcune persone mi hanno chiesto quale sia il mio scopo
La risposta è semplice mi piacerebbe stringere la mano a queste leggende viventi, i Rolling Stones, e farci due chiacchiere. Mi occupo di musica e parlare con loro sarebbe una cosa meravigliosa, vorrei davvero incontrarli ma se ciò non dovesse accadere almeno ci avrò provato.
Il discorso dell’inseguire i sogni può essere applicato a qualsiasi cosa, penso al ciclista Fabio Aru, mio compaesano che con tanti sacrifici ha deciso di investire la sua vita in un sogno molto importante rendendolo un lavoro.
martinameetstonesEsistono sogni importantissimi, veri progetti di vita come il suo e altri più leggeri e spensierati, one shot, come il mio. Due cose diverse, certo, che in ogni caso non si realizzano da sole.
In questi giorni mi hanno scritto da tutto il mondo, Filippine, Cile, Canada, Inghilterra, Massachussett, Brasile, Ohio, Italia, Irlanda, Svizzera, New York, un ragazzo che mi segue su facebook vive nello stesso paese di Ronnie Wood, altri mi hanno raccontato di come li hanno conosciuti o della loro passione.
Ci si lamenta sempre, dei soldi, del luogo in cui si vive, delle tasse, dei vicini di casa o delle campane che suonano a festa la domenica mattina, concentrate le vostre energie sulle cose positive che vi circondano e se non ne avete createle, concedetevi un po’ di leggerezza mentre faticate per le cose importanti, date una chance ai vostri sogni.
Se volete aiutarmi a inseguire il mio sogno scattatevi una foto o un video usando  gli hashtag #martinameetstones e #therollingstones
Ps: mi trovate su instagram, facebook e Google+

Umberto Palazzo, Keith Richards e quelli che non sanno le cose

Keith Richards Hip Hop
Foto dal profilo Fb di Richards ” Septemper 11th 2015, London”
Mi domando seriamente perché le persone continuino a gridare all’anatema quando Keith Richards, chitarrista e membro fondatore degli Stones, risponde sinceramente a delle domande o esprime un parere musicale. Di solito risulta un po’ strano quando un artista critica un collega, magari pesantemente, però c’è una cosa importante da non trascurare quando una persona esprime un giudizio: l’autorità. Keef è una personalità autorevole nel suo campo che ha un linguaggio semplice e mira al concetto; ciò significa che ha macinato chilometri e di sicuro non parla a vanvera quando esprime un suo personale gusto (affinato con gli anni). 
Che poi anche noi nella nostra carriera di ascoltatori facciamo il buono e il cattivo tempo con le note che passano dentro le nostre orecchie e quindi? Potrei scrivere moltissime cose su personaggi autorevolissimi del mondo della musica che non mi piacciono, dando le mie motivazioni, giustificando il mio gusto. La cosa importante non è l’incipit ma la fine del discorso. 
Detto questo, ieri ho letto uno status interessante su FB, scritto da Umberto Palazzo, artista, dj, musicista italiano che di sicuro vive nel mondo della musica da molto tempo e alla cui opinione dò sempre peso (anche se talvolta non condivido). In questa riflessione, che quoto al 100%, Umberto si è rivolto a quelli che hanno dimenticato, o non sanno, chi sia Keith Richards. 

Umberto PalazzoA me piacciono i Beatles, i Black Sabbath, i vecchi Metallica, i Grateful Dead e l’hip hop.
Allora…
Abbiamo uno che solo con i diritti di “Bitter Sweet Symphony” ha guadagnato quello che una persona media guadagna in dieci vite e senza muovere un dito, è una personalità che ha segnato la storia della musica, del suo strumento e del costume, è tuttora in una band che è fra le dieci che guadagnano di più, è quello che più di chiunque altro ha contribuito a definire la parola rock ed è quello che meglio di tutti lo ha incarnato. Semplicemente nel suo settore è un dio e uno dei più importanti. Last but not least è un genio. Come lui non ce ne sono stati più che altri quattro o cinque (il suo socio, quelli di Liverpool, Dylan).
Ora questa persona, anziana e più che mai senza peli sulla lingua (se mai li ha avuti), dice senza filtri quello che pensa di certa musica e di certi artisti, cose che per altro, se conoscete la sua musica e la coerenza che lo ha sempre contraddistinto, le cose che ha sempre detto, tutto quello che fa, il suo amore per il blues e la musica delle radici, avreste da tempo dovuto capire da soli.
Avreste dovuto capire che certa musica non può che fargli schifo. Che lo dica esplicitamente è solo la conferma di una cosa che avreste già dovuto sapere.
Ma non potete tollerare che Keith Richards non la pensi come voi, che non gli piaccia musica che a voi piace, non provate a chiedervi perché, quali siano i meccanismi che fanno funzionare la mente e la visione estetica di un artista, che come tutti, anzi più di tutti ha cose che ama e cose detesta e che costruisce la sua musica tanto sul non fare le cose che detesta quanto sul fare le cose che ama e quindi gli date del ROSICONE e dell’OPPORTUNISTA CHE VUOLE SOLO PROMUOVERE IL SUO ULTIMO ALBUM.

Ehi! Davvero basta, finiamola qui.
A parte che non vedo nessuno che prenda le difese dell’hip hop o dell’elettronica, ovviamente perché a voi non piace e su cui probabilmente buttate merda quotidianamente e a cuor leggero e senza dare a voi stessi dei rosiconi.

 

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Keith Richards, John Lennon e George Harrison non amano Sgt. Pepper’s e quindi?

Premessa
Keith Richards Sgt Pepper'sI Beatles sono stati la prima band che ho amato. Quando ero all’ultimo anno d’asilo volevo imparare a scrivere per poter raccontare la più interessante storia su di loro, raccoglievo ogni cosa, articoli di giornale, fotografie e ascoltavo Help, l’unico disco, assieme a un 45″ di George Harrison, di cui disponevo. Però avevo capito che erano diversi. Almeno per me, Beatlemaniaca di 5 anni. Poi sono andata a scuola, babbo natale mi ha regalato un mangianastri portatile e mi son fatta duplicare un sacco di cassette loro, anche se gli album li ho scoperti pian piano. Per esempio dai 13 ai 16 anni ero totalmente in fissa con il White Album. Molto, moltissimo. Nel corso degli anni la mia passione è aumentata esponenzialmente e nel 2008 sono andata da sola a Liverpool per circa 20 giorni per conoscere il loro Big Bang. Purtroppo era agosto e c’era un raduno internazionale dei Fan dei Beatles quindi non son riuscita ad entrare a casa di Zia Mimì in Menlove Avenue che si trova subito dopo quell’edificio ottagonale in cui c’è scritto Sgt. Pepper’s. Una cosa che mi ha sorpresa, guardando Liverpool munita della guida per beatlemaniaci è come in quel luogo tutto parli di loro, ma io son fusa, son stata pure nel wolworths dove Cinthya ebbe le doglie per Julian. Comunque questa sono io e i Beatles li ascolto da sempre, sono la mia cornice musicale, un non-limite che contiene tutto il resto, dalle canzoni italiane anni 30 ai Chemical Brothers, da Patti Smith a Brian Ferry, da Lalo Schifrin a Paul Anka. 
Keith Richards Sgt Pepper's
Sgt. Pepers è un disco strano perché si percepisce, ascoltandolo, che è interamente costruito a tavolino, mentre gli altri dischi, quelli precedenti, credo siano stati composti più sul divano o al pianoforte.
Ora mi pongo un paio di domande:
Mi piace Sgt. Pepper’s? Si.
È il mio disco preferito dei Beatles? No, la loro perla è Revolver
È quindi Revolver il disco che ascolto di più? No. Il disco che ascolto di più è Abbey Road
È questo l’album a cui sono più affezionata? No. In questo caso la risposta è Help ma il mio pezzo preferito è in Rubber Soul.
Potrei stare anni a parlare dei significati simbolici attribuiti a Sgt. Pepper’s, alla sovracoperta e a tutto il resto, ma non sono qui per fare una lezione di storia. Sgt. Pepper’s è un ottimo disco, diverso dai precedenti e quasi completamente scollegato dai pochi successivi. Credo che sia stato un adeguamento al tempo, un galleggiare nella corrente della Summer of Love, in cui questi ragazzi non ancora trentenni non erano né She loves you ye ye né Happiness is a Warm gun. Questo album è un tassello obbligato della loro meravigliosa discografia e quando l’ascolto penso sempre alla plastica. Sgt. Pepper’s è un disco di plastica, artificiale e artificioso ma non per questo è spazzatura.
John Lennon su Sgt. Pepper’s

 

Dico sempre che preferisco l’album doppio (White album), perché lì la mia musica è migliore; non mi importa nulla del concetto generale di Pepper, potrebbe anche essere migliore ma per me la musica era meglio nell’album doppio, lì ero davvero me stesso.  Penso che sia semplice come il nuovo album (Plastic Ono Band), come “I’m so tired” in cui c’è solo la chitarra. Mi sentivo più a mio agio con quella roba che non con la produzione. Non mi piace la produzione ma Pepper è un buon disco, va bene.
(John Lennon)

George Harrison su Sgt Pepper’s

Per me Sgt peppers è stato stancante, è stato un po’ noioso perché, bene c’è stato qualche episodio in cui mi so divertito, ma non amo coì tanto quel disco. […] In quel momento era qualcosa che non volevo fare, stavo perdendo interesse nell’essere un Fab.

Keith Richards su Sgt. Pepper’s

I Beatles erano grandi quando erano i Beatles. Ma non ci sono moltissime strade nella musica. Penso che loro l’abbiano persa. Perchè no? Se tu  sei un Beatle negli anni ’60 tu l’hai persa e dimentichi cosa volevi fare, così inizi a fare Sgt. Pepper’s.  Alcuni pensano sia un album geniale, ma credo sia un accozzaglia di spazzatura, tipo Satanic Majestic –Oh se tu puoi fare un sacco di merda, allora possiamo farlo anche noi.*

Keith Richards Sgt Pepper's
Conclusioni

Vi piace Sgt Pepper’s? Bene, benissimo, alla grande, anche a me! Se Keith Richards, amico e vicino di casa di Paul alle Barbados col quale fà spesso colazione, si permette di dire una cosa del genere, beh, son certa avrà i suoi motivi e senz’altro avrà studiato e vissuto la Fab Four Story da vicino. Sgt Peppers è il primo vero distacco dei Beatles dai Beatles, se si parla di emozione, di coinvolgimento, partecipazione indubbiamente questo disco può essere considerato un fallimento. Anyway a me piace parecchio.
 
John, sei stanco di essere un Beatle?
No, atrimenti sarei un Rolling Stones

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John lennon, diario di una fan, altrimenti ci sono altre cose tipo Is Paul really Dead? o Goats head soup..

Artista dell’anno: Stones 50 anni in musica

Oggi è stata una giornata all’insegna degli Stones, a deciderlo non sono stata io ma gli eventi:
1. Nella classifica degli artisti che ho ascoltato di più nel 2014 i Rolling sono al 1° posto.
2. Son passati in radio mentre pensavo di metter su un loro disco
3. Ho letto un bellissimo articolo su Grazia.it 

Rolling Stones 50 anni in musica
Al terzo indizio ho deciso di affidare agli Stones il premio “Stereorama 2014” un importante e improvvisato riconoscimento inventato in questo preciso momento.
La band è nata all’inizio degli anni 60′ dall’unione di un paio di ragazzini che avevano in comune la passione per la musica americana dal Blues al Rock, passando per lo skiffle e il jazz. Artisti come Robert Johnson, Chuck Berry e Muddy Waters sono stati alcuni dei nomi più importanti nella carriera “da ascoltatori” dei giovanissimi Mick Jagger, Keith Richards e Brian Jones ai quali si sono poi uniti il cuore pulsante della band, Charlie Watts e Ronnie Wood.  Punti di forza degli Stones, oggi come 50 anni fa, sono l’energia e la trasgressione: le movenze di Jagger, molto provocanti, e la cattiva reputazione di tutti i componenti (fatta eccezione per Charlie) li fanno quasi sembrare personaggi di un romanzo Beat. Certo è che gli Stones sono una grande Live Band che ha fatto la gavetta suonando in giro per locali e che si è conquistata l’amore del pubblico a suon di concerti, finchè i pub eran troppo stretti, la fama è diventata planetaria e la loro musica leggenda.
Stones 50 anni in musicaTumbling dice, Wild Horses, Jumpin Jack Flash, Angie e Simpathy for the Devil, giusto per citare alcuni nomi,  sono  a pieno diritto super pezzi intramontabili e non c’è nulla da fare, il duetto Jagger-Richards è sempre una bomba. Dopo una miriade di dischi, vicende belle e spiacevoli, come la prematura morte di Brian Jones, gli Stones hanno festeggiato quest’anno i 50 anni di carriera: il primo disco omonimo uscì infatti il 16 Aprile del 1964. Quest’estate, dopo averli già visti nel 2006, sono stata a un loro concerto a Berlino in cui Keith Richards e il resto della gang si sono confermati come un’ esperienza meravigliosa e irripetibile, una specie di tatuaggio che son fiera di portarmi addosso.
Difficile selezionare i dischi più significativi della loro carriera ma fra questi non posso non citare Beggars Banquet del 1968, Stiky Fingers & Exile on Main Street (che ascolto sempre uno dietro l’altro) del 71 e 72 e Some girls  del 78′ con un sound da paura. Al momento il mio disco preferito è Goats Head Soup del 1973 che ho recensito qualche mese fa.
Curiosità:
La musica proposta dai Rolling, inizialmente per lo più cover completamente stravolte, risultò al principio degli anni 60 una novità in quel di Londra, tant’è che una sera arrivarono i Beatles in prima fila a un loro concerto. Dopo una chiacchierata, a fine serata si finì nella topaia di Keith e Brian ad ascoltare musica, dando così inizio a una bella amicizia.
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Stones on Fire LIVE!

Questa settimana sono volata a Berlino per due grandi eventi: il mio primo concerto degli Aerosmith, che ho sognato sin dall’infanzia e il giorno dopo il mio secondo concerto degli Stones. Per accaparrarmi i biglietti dei Rolling ho sudato freddo, ho partecipato a mille aste e infine sono riuscita ad avere tra le mani due biglietti sotto il palco a un prezzo più o meno ragionevole. Il concerto si è svolto in un bellissimo anfiteatro berlinese,Waldbühne, immerso nei boschi, uno scenario mozzafiato per un Evento con la E maiuscola. Il mio posto mi ha permesso di vedere il back Stage, e a un certo punto ho riconosciuto Joe Perry degli Aerosmith e ci siamo salutati. 
Prima degli Stones  ha suonato un gruppo interessante a metà tra Wilson Pickett e Terence Trent d’Arby, con la grinta catartica dei Jet: i The temperance movement. Difficile conquistare una platea intera prima che suonino i signori del Rock, eppure questi ragazzi ci hanno preso in pieno! Davvero una bella scoperta, a quanto ho letto sul sito della band è stato Mick Jagger in persona a volerli portare con se per 4 date, in giro per l’Europa. Che colpaccio ragazzi! 
Dopo la parentesi del gruppo spalla, è partito un remix di Sympathy e poi lui: Keith con scarpe verdi, pantaloni bordeaux, camicia verde e sciarpina in tinta legata al pantalone, la sua chitarrozza e una bandana coi colori della Jamaica, è bastata una pennata e tutti abbiamo capito, quella era Start me up. A quel punto la situazione è diventata critica, noi eravamo 2 italiani in mezzo a un sacco di tedeschi che al massimo agitavano le braccia in maniera contenuta, noi invece facevamo coreografie alla Jagger, in qualche momento l’abbiamo anche sfidato! Tuttavia abbiamo spiegato alla gente affianco a noi che quel giorno eravamo una grande famiglia e incredibile.. alla fine anche loro si son fatti trasportare dalla foga italiana! Quindi l’abbiamo finita a comparire nelle loro foto, con tanto di abbracci a fine concerto e tutte ste’ robe, un nostro amico tedesco ci ha salutati dicendo: “sardinian people is crazy, keep rocking!”. Gli Stones, oltre ad essere bravissimi, sono anche simpaticissimi, al terzo brano Mick ha presentato la band e ha iniziato con: “adesso vi presento il grandissimo, fenomenale..” ed è uscito Ronnie Wood, ma Mick ha chiamato Charlie. Io vedevo il back stage e Keith ridendo gli diceva “ti sta chiamando” lui ha alzato il drink  e la sigaretta e gli ha fatto un cenno per la serie: “fammi fumare in pace poi esco”. Infatti è uscito dopo qualche minuto, quando l’ha deciso lui, dopotutto non ha bisogno di tante presentazioni. Altra cosa divertente, gli Stones lanciano, prima di ogni concerto, un contest su facebook per far scegliere un pezzo al loro pubblico in base ai like e condivisioni, così Mick ha detto: “ora arriviamo al pezzo che avete scelto voi, noi volevamo suonare Wind of Change degli Scorpions ma non l’ha votata nessuno quindi prendetevi Honky Tonk Woman”. Come ho accennato questo è stato il secondo live che ho visto e Jeez.. sono in formissima. Un concerto perfetto armonico, gioiso, già perché gli Stones sono un concentrato di gioia e adrenalina allo stato puro. La scaletta base è stata ampliata con qualche pezzo, tipo Under my thumb e un blues (forse) improvvisato con Mick Taylor che abbiamo visto anche nel loro albergo. Vi spiego, io non ero mai stata a Berlino, son approdata lì 3 giorni per vedermi due concertoni e non è che avessi questa gran voglia di vedere monumenti e robe varie, mi son vista solo il museo della die bruke, perché amo moltissimo l’espressionismo tedesco e Nolde, comunque abbiamo deciso di non fare i tamarri e andare a vederci la porta di Brandeburgo per pranzo, però qualche centinaio di metri prima abbiamo visto un sacco di lingue rosse con macchine fotografiche.. insomma li c’era l’albergo  degli Stones. Abbiamo deciso di prenderci un insalata molto costosa in un ristorante li affianco  e poi siamo rimasti li a chiacchierare con una signora sessantenne e suo marito che non conosceva Mick Taylor -lei lo ha cazziato di brutto-. Il mio amico Samuel, prontamente dall’Italia, ci aveva avvertito mandandoci foto degli Stones che facevano colazione in quella zona la mattina presto, ma mai mi sarei aspettata di finire in fila davanti al loro Hotel. Alla fine loro sono usciti dal retro, noi siamo stati li un oretta, non abbiamo visto le porte di Brandeburgo ma in fondo a Berlino posso tornare quando voglio. Torniamo al concerto, ho visto una band raggiante, carica di adrenalina e positività, un energico Mick Jagger che cercava il calore del pubblico in maniera bramosa ma elegante. Reduce dalla recente scomparsa della sua compagna pare abbia catalizzato le sue energie On Stage, in fondo “the show must go on” e diciamocelo, è impossibile immaginare questi nonnetti (si fa per dire) del rock a casa a non suonare facendo zapping davanti alla Tv, magari mangiando junkfood. No, no, questi son di un altro pianeta. Spero che andiate in massa a vederli al Circo Massimo perché fanno bene al cuore.

Visuale al mio arrivo

Ecco dov’ero io!

Sono una pessima fotografa

Foto dal profilo facebook degli Stones



Leggi anche la recensione di Goats head soup

Intervista a Umberto Palazzo. Il Rock italiano non interessa più a nessuno

Intervista a Umberto Palazzo: "Il Rock italiano non interessa più a nessuno"Umberto Palazzo ho iniziato a seguirlo ai tempi dei Santo Niente col Consorzio Produttori indipendenti, quando mi passò tra le mani un grande disco: La vita è facile del 1995, uno di quegli album che con successo passò di mano in mano al liceo. Qualche tempo fa, dopo aver letto un’intervista anti s.i.a.e molto interessante sulla rivista a fumetti Mamma!*, l’ho contattato per un’intervista. Come dice Umberto i Santo Niente “sono più vivi che mai”, l’ultimo loro lavoro risale al 2013 e si chiama “Mare Tranquillitatis”. 

Intervista a Umberto Palazzo: "Il Rock italiano non interessa più a nessuno"

Per prima cosa ti andrebbe di fare una playlist da ascoltare mentre si legge quest’intervista?
Sleaford Mods: A Little Ditty
Mac DeMarco: Salad Days
Real Estate: Talking Backwards
Neneh Cherry: Out Of The Black
Fennesz:  Becs
Wovenhand: Masonic Youth
Swans: A Little God In My Hands
Per ascoltarla premi  PLAY

Hai fondato i Massimo Volume all’ inizio degli anni 90’ per poi suonare con il Santo Niente e El Santo Nada. Guardando indietro come vedi te stesso 15 anni fa e cosa è cambiato, se è lo è, nel tuo modo di fare musica? 

Prima dei Massimo Volume c’erano gli Aut Aut, una band post punk che ho fondato  nell’81 e poi gli Ugly Things e soprattutto gli Allison Run col grande Amerigo Verardi. Il mio modo di fare musica cambia in continuazione, perché studio costantemente e lavoro tantissimo in sala di registrazione. Non smetto mai di studiare la musica, i modi di produrla e di comporla e le nuove tecnologie.
Quanto ti ha influenzato musicalmente il soggiorno inglese, quand’eri ragazzino? 
Mi ha cambiato totalmente la vita e mi ha fatto capire quanto sia diverso l’approccio alla musica fuori dai confini italiani.
Come sono nati Massimo Volume? 

Mimì era stato mio compagno di stanza e avevo letto le sue poesie. Lui e Cecio suonavano in una band garage di cui avevo registrato un demo nella saletta degli Allison Run, che era nella cantina di casa mia in Via Del Fossato 3. A un certo punto, nel ‘90 credo, rimasero senza cantante e, poiché volevano continuare a suonare, mi chiesero se conoscessi qualcuno che potesse prendere il posto di Paolo, ma comunque la loro intenzione era continuare a suonare garage rock. Io in quel periodo ascoltavo rock alternativo americano tipo Husker Du, Sonic Youth, Black Flag, Pixies e Dinosaur Junior, ma sapevo che anche loro ascoltavano quella roba e mi ricordavo le poesie di Mimì, che mi erano piaciute dal primo momento. Avevo l’idea di una band che avesse quel suono, ma sentivo anche la necessità che i testi fossero vicini alla realtà quanto lo erano quelli delle posse che in quel momento dominavano la scena. In un attimo ho avuto l’illuminazione e ho detto a Mimì che avremmo fatto una band insieme, che lui avrebbe recitato le sue poesie e io cantato e recitato e che non si doveva preoccupare di nulla perché avrei organizzato io il progetto musicalmente e così successe. Può suonare presuntuoso, ma io all’epoca avevo già lavorato a molti dischi (sono di tre anni più vecchio di Mimì e Cecio), avevo già suonato al primo maggio e avevo l’esperienza, la manualità, la tecnica e la strumentazione, cose che loro non avevano assolutamente. Vittoria arrivò che avevamo già scritto diversi pezzi e la presentai io agli altri. Nella loro versione della storia Vittoria è la fondatrice con Mimì. Poi ho lavorato con loro tre anni, scrivendo la maggior parte del materiale musicale, finché non mi hanno silurato tre mesi prima della registrazione di “Stanze”.
Com’è l’esperienza con I Santo Niente e come è stata quella con il Consorzio Produttori indipendenti? 
Con i ragazzi con cui suono ora facciamo una grande band e secondo me dal primo al quarto i dischi del Santo sono progressivamente migliori. Col CPI c’era più visibilità e si era inseriti in un giro aristocratico, ma non era poi questa grande cosa. C’era molta ipocrisia.
E dopo il CPI?
Dopo il consorzio ci sono “Occhiali scuri al mattino” che è un EP e “Il fiore dell’agave” che è un disco secondo me superiore a quelli fatti col CPI. Nel frattempo mi ero trasferito a Pescara e la formazione della band era ovviamente cambiata. Il Santo Niente dell’agave si trasformò nel Santo Nada e registrammo Tuco. El Santo Nada non si è mai sciolto e pensiamo di riprendere l’attività prossimamente. In seguito a questa evoluzione nel Santo Niente sono entrati Tonino Bosco, Federico Sergente e Lorenzo Conti e questa formazione e oramai stabile da quattro anni.

Qualche tempo fa hai dichiarato che “Il Rock in Italia è morto” lo pensi davvero? 
Non interessa più a nessuno se non a una ristrettissima cerchia di iniziati. Io sono abbastanza vecchio da ricordarmelo da vivo, comunque.
Un giornalista italiano una volta ha chiesto a Keith Richards cosa fosse il Rock e lui ha risposto “sono io”; secondo te il rock è uno stile di vita e qual è, se esiste, l’ artista per eccellenza? 
Credo che Keith abbia ragione per quello che lo riguarda, ma vuol dire anche che il rock è vecchio. Non credo comunque che sia più lo stile di vita che comunemente gli viene associato, perché la trasgressione oggi è ovunque tranne che nel rock. Le discoteche, anche quelle commerciali, sono posti molto più selvaggi dei concerti rock. Anzi il rock italiano è per lo più puritano in maniera imbarazzante.
Oltre ad essere sulle scene musicali italiane da un po’ di tempo, sei anche laureato in giurisprudenza. Parliamo di S.I.A.E, qualche tempo fa hai sollevato la questione sui diritti d’autore, la “Class Action”, com’è nata? 
Leggendo con attenzione la documentazione che la SIAE invia ogni sei mesi. Tutti gli autori dovrebbero farlo. Purtroppo non succede.
E l’Europa? Esistono leggi sul diritto d’autore a livello europeo? 
Certo, ma la gestione dei diritti è completamente diversa.
Cosa cambieresti in Italia se potessi (a parte abolire la Siae)? 
L’istruzione e il valore che viene dato alla cultura.

Umberto è di certo uno di quelli che tirano dritti per la loro strada crescendo e sperimentando nuove e varie strade musicali: disk jokey, direttore artistico del club Wake Up e ovviamente abilissimo cantautore. Evoluzione integra, senza svendite d’occasione la sua, in un percorso indubbiamente atipico e sempre interessante. 
Potrete vedere Il Santo Niente al Festival Strade Musicali, al Campus Universitario di Chieti il 13 Giugno. Per maggiori informazioni vi rimando alla pagina Facebook de Il santo niente.


* Mamma! Se ci leggi è giornalismo, se ci quereli è satira, Anno IV Numero 2/2012