Archivi tag: Interviste

Intervista. Faris Amine: il Sahara, la chitarra, il Mississippi – Prima Parte

A Faris Amine, artista Tuareg che ha collaborato con i Tinariwen e Terakaft,  sono arrivata per caso, quando, River of Gennargentu, di cui ho recensito il disco, mi ha passato Mississippi to Sahara. Il titolo chiarisce subito che questo è un album di viaggio e connessione, un po’ come andare da una parte all’altra del pianeta senza nessun biglietto aereo. Faris Amine in Mississippi to Sahara reinterpreta  a modo suo 10 pezzi classici del Blues americano, riscrivendo i testi e suonandoli nello stile Assouf, un genere che desrcrive un sentimento di perdita e nostalgia tramite uno strumento non tradizionale tra i Tuareg: la chitarra. Parlando con Faris ho scoperto un ragazzo molto semplice, con le idee chiare che a soli 32 anni ha vissuto 3 vite almeno, adattandosi con naturalezza senza perdere la sua identità di figlio del deserto. La nostra chiacchierata è stata molto naturale e ben più lunga del previsto, abbiamo parlato di casa, deserto, religione, musica e progetti. Dividerò l’intervista in più parti.

 
Faris Amine by Claudia Bonacini

Quanti anni hai? Dal tuo
vissuto potresti averne tantissimi ma sembri giovanissimo!

Ho 32 anni, grazie per il
giovanissimo.
La prima domanda che vorrei
farti riguarda le tue origini, visto che tua madre era una Tuareg, popolo
nomade dell’Africa, e tuo padre italiano. Grazie al popolo itinerante hai
viaggiato parecchio sin da piccolo e parli diverse lingue. Sei una persona che
si è misurata con molti stili di vita e culture.  Cosa significa essere nomadi e cos’è per te la libertà?
La gente non ha un’idea molto
chiara su cosa significhi essere nomadi, perché lo lega molto al viaggio, allo
spostarsi mentre non è per forza quello che definisce il nomade. C’era una
bellissima frase, non ricordo più di chi sia ma non è mia, che diceva “un
nomade non è per forza un viaggiatore e un viaggiatore non è per forza un
nomade”.
Essere nomadi è un modo di vivere, altrimenti sarebbero più nomadi
una Hostess o un rappresentante di un Tuareg. Il nomadismo è un modo di
pensare, vedere le cose come se fossero tutte in movimento, le cose bisogna
sempre camminarle e inseguirle perché si spostano continuamente. I tuareg poi
sono un popolo nomade si, ma sulla propria terra, secondo logiche ben precise
che esistono da millenni, legate alle tribù, non esistono “zingari
d’africa” come si sente dire in giro.
Abbiamo una forte tradizione. Per molte persone la parola tradizione è
una parola pesante vero?
Si in effetti può avere
diverse chiavi di lettura, sia negative che positive, dipende dal contesto..
L’idea di tradizione viene spesso
legata a un obbligo, un peso, qualcuno o qualcosa da seguire, invece quella dei
Tuareg è una tradizione leggera perché essere indipendente e uno spirito libero
fa già parte della tradizione stessa. Spesso anche nelle storie tradizionali o
il protagonista non è proprio un Tuareg oppure è qualcuno che sfida qualche
regola prestabilita.
E poi mi hai chiesto che cos’è la
libertà! è un domandone! Fammi pensare un attimo… Libertà per me è non essere
lo schiavo e neppure il padrone.
E la casa invece?
La casa devi essere in grado di
portartela dietro, non è un luogo preciso, quindi è dovunque io sia libero
e  in pace, il problema nasce quando io
non sto bene in un posto, a quel punto la cosa è un problema.  Dovunque io mi sento libero io mi sento a
casa.
A questo punto, una domanda
ovvia, quanto influisce l’ambiente nella tua creazione artistica? In moltissimi
casi, tantissimi artisti tirano fuori i loro dipinti o musiche migliori nei
momenti in cui non stanno bene e non si sentono a casa..
Influisce moltissimo, per certe
canzoni l’ambiente ti parla, che siano gli altri esseri umani o le rocce, il
mare, il deserto o la sabbia. Alcuni brani son stati scritti nel deserto del
Sahara e non sarebbero potuti nascere altrove. Altri li ho creati in città,
ultimamente ho scritto qualcosa anche vicino al mare, in Sardegna.  Si, l’ambiente conta molto.
Sei quindi stato anche in
Sardegna?
Ho imparato molto dalla Sardegna,
oltre il deserto è il luogo in cui son stato più fermo.
La Sardegna è una terra molto
particolare, arida e ci son tanti posti vuoti quindi è indubbiamente
stimolante..
Dopo il deserto è il luogo in cui
mi sento più in comunione con la natura. Lì c’è un’energia particolare e poi ci
sono molte connessioni con l’Africa, oltre al fatto che sono davvero
vicinissime. Verrò a suonare presto in Sardegna tra fine Luglio e metà Agosto,
farò diverse date.
Mi fa piacere, spesso la
Sardegna vien screditata, perché magari non si entra in empatia con i luoghi in
realtà talvolta le cose come il vento e le rocce se li ascolti ti parlano.
Bisognerebbe replicare la frase
inglese “Only a fool doesn’t love Paris” per la Sardegna. Non so chi
screditi la Sardegna se non quelli della frase di prima… È vero che le cose
trasmettono energia, anche se non è scientificamente provato. E la Sardegna è
decisamente un posto speciale, uno dei più bei posti al mondo per me!

Intervista Faris Amine Prima Parte

Che mi dici dell’Italia e
della situazione in Africa?

L’italia è un Paese strano perché in realtà ha un sacco di connessioni con il nord-africa, ancor più la Sardegna, però nessuno conosce questi link. In Francia conoscono molto di più i Berberi per esempio, così come a loro è piuttosto chiaro come il Nord Africa non sia arabo alla radice. Esistono tutta una serie di etnie autoctone e spesso bianche come i Tuareg che sono originari del Sahara e non c’entrano nulla con gli arabi. I Tuareg stanno lì da 20 mila anni e hanno un alfabeto a sé che è più antico di quello egizio e ancora lo si usa! Sono cose di un valore inestimabile ma che non si conoscono.  In Italia c’è poca curiosità ma c’è una parentela forte. Ero in Mali quando sono scoppiate le ultime ribellioni. L’Africa rimane un continente pericoloso, si scavano km nella terra per il petrolio o l’uranio ma non per l’acqua. Stiamo finendo come gli indiani d’America, i Tuareg vengono assimilati o perseguitati. Diverse canzoni le ho scritte mentre ero ancora lì, dopo il primo attacco, e una in particolare a cui tengo molto, Niliwityan Dagh Tinariwen, mi viene in mente infatti anche la questione dell’estremismo religioso…

FINE Prima Parte

Intervista, Dan Solo – Classe A

Dan Solo classe AIn tanti conoscerete Dan Solo che è stato il bassista dei Marlene Kuntz da Il Vile a Fingendo la Poesia (1996-2004). Dan Solo è uno di quelli che quando lo vedi suonare Live ti vien da definirlo “un Treno” o almeno dalle mie parti si usa definire così quelli che hanno una marcia in più. Dopo e durante l’esperienza coi Marlene Dan Solo ha suonato con i Petrol e ha curato la colonna sonora di “Indagine Su Un Cittadino Di Nome Volontè”. Ho avuto il piacere di intervistare Dan Solo che è recentemente uscito con il suo primo disco solista “Classe A”, un lavoro di ampio respiro che non si focalizza sul genere risultando, nonostante ciò, un ascolto omogeneo e interessante.
Buongiorno Dan, inizio l’intervista facendoti i complimenti per il disco, è davvero interessante, elegante e raffinato; più l’ascolto e più mi
appassiono. 
Come è nato Classe A?
Classe AClasse A nasce dall’esigenza di fare qualcosa che ancora non
avevo fatto, e di cose ce ne sono molte. Per esempio, scrivere un album di
canzoni in totale libertà espressiva, senza condizionamenti o influenze
esterne; l’unica maniera per affrontare un’idea del genere era farlo da solo.
Sono partito dai testi, ma senza una suggestione melodica. La musica è arrivata
come conseguenza. A mano a mano che la musica emergeva, anche le parole si
districavano da una matassa di quartine e frasi e andavano a comporsi
ordinatamente. Ho quindi realizzato una serie di provini “casalinghi” dove per
esigenze di scrittura ho usato la mia voce per stendere le parti melodiche.
Senza rendermene conto ho gettato le basi per un disco solista. Da sempre
collaboro nella stesura dei testi con altri cantanti, e sovente le mie parole
sono state interpretate da altri. Nella realizzazione dei provini, mi sono reso
conto che queste parole, le parole che compongono Classe A, potevano essere
cantate soltanto dal suo autore, cioè da me. Così mi trovo, oggi, a fare il
cantautore, anche se non è stata una scelta premeditata.
Come mai questo Titolo?
Classe A evoca molte cose, la “A” è per me anarchia, amore,
attitudine… Classe A è un modo per definire il livello qualitativo di uno
strumento elettrico o elettronico, ad esempio, un amplificatore, una lavatrice…
è la top class, l’apice (ecco un’altra “A” pertinente). Classe A è anche
commercio, mercato, valore nel senso commerciale, mi piaceva l’idea di un
titolo con tanti significati, anche opposti e in contraddizione tra di loro.
Dan Solo Marlene KuntzIl tuo disco è raffinato, pulito e genuino; ha davvero “classe” quindi vorrei chiederti, secondo te esiste
l’eleganza nella composizione musicale?
Certamente, l’eleganza ha parametri che sono variabili e che
cambiano di cultura in cultura. Nel rock in Italia, o forse in genere in
occidente, il canone estetico è “brutto sporco e cattivo”, altrimenti sei
considerato pop; personalmente, mi lavo e curo il mio modo di vestire, ma non
mi sento e non sono pop. Ho curato molto la stesura delle undici canzoni che
compongono questo lavoro, inseguendo un impossibile ideale di perfezione. La
perfezione non l’ho raggiunta, e ci mancherebbe, ma ho forse invece trovato la
mia eleganza, che è in fin dei conti un equilibrio tra le forme e i contenuti.
 Cosa mi dici del Tour?
Insieme alla mia agenzia
stiamo cercando di organizzare un vero e proprio tour, la formazione che mi
accompagna dal vivo non sarà la stessa che ha suonato in Classe A; tranne
Roberto Sanna (chitarra) che collabora con me sin dall’inizio del progetto, gli
altri musicisti sono entrati in seconda battuta, e sono Luca Costanzo alla
batteria e Raffaele Carano alla chitarra.
Da “addetto ai lavori” come ti sembra la musica
(in particolare quella rock/ cantautorale) italiana oggi?
Difficile rispondere, a differenza di altri momenti storici,
vedi gli anni novanta, non mi sembra ci sia, in generale, un grande fermento
creativo. Forse è colpa delle sovrastrutture mentali che abbiamo in testa, sia
quelle imposte e conformi al sistema sia quelle che, in totale autonomia, ci
creiamo da noi; sono diventate così ingombranti da soffocare il processo
creativo, e renderlo un meccanico “copia e incolla” delle emozioni. Il
risultato è la perdita della forza e dell’intensità, sia nelle parole che nella
musica.
marlene Kuntz Dan Solo Cos’è il successo?
Una parola che non vuol dire niente, se non che guadagni
bene…
Guardando indietro faresti lo stesso percorso
artistico che hai intrapreso o cambieresti qualcosa?
Non toccherei nemmeno una virgola, e non vedo come potrei
farlo, dal momento che la vita, la consapevolezza e il percorso artistico sono
la stessa cosa, sfaccettature di un meraviglioso mistero.
Ultima domanda: Mi consigli un disco che ascolti
ultimamente?
C’è questo bassista con i capelli lunghi che ha appena
pubblicato il suo esordio come autore e interprete delle sue canzoni, si chiama
Dan e il disco Classe A. Merita proprio, ascoltatelo!
 
Ringrazio Dan Solo per la sua disponibilità e vi invito a comprare il suo disco. Merita davvero!

Intervista. Giorgio Ciccarelli, la musica e i Colour Moves

Giorgio Ciccarelli dopo gli AfterhoursHo contattato Giorgio Ciccarelli qualche tempo fa per un’intervista ma, causa paternità a tempo pieno e uscita del disco dei Colour Moves, la nostra chiacchierata è stata rimandata con alcuni simpatici scambi di email, sino all’altro ieri. 


NB:Prima che iniziate a leggere, vorrei precisare che mi è dispiaciuta la rottura tra gli Afterhours, Ciccarelli e Prette ma non mi interessa continuare a parlarne, quindi non aspettatevi piccanti rivelazioni sulla questione in questa intervista. 
 
Salve Giorgio,
ho buttato giù qualche domanda sulla tua carriera, l’idea è
di non concentrare l’intervista  solo sugli Afterhours, per dare un quadro di ampio respiro sul tuo lavoro.
Hai iniziato a suonare giovanissimo in varie band tra cui i
Colour Moves, i SUX! i Maciunas, gli Echidna e negli ultimi 15 anni con gli
Afterhours. Come vedi te stesso agli esordi e come invece oggi?
Credo di aver mantenuto quell’approccio istintivo che era
caratteristico del mio suonare di allora, nel senso che, quando prendo in mano
la chitarra per buttare giù una parte o un arrangiamento, di solito, la prima
cosa che mi viene è quella che alla fine tengo. Per farti un esempio, quando ho
registrato la chitarra per il pezzo degli After fatto con Mina, al momento del
“solo” (lo chiamo così giusto per capirci, anche se di solo non si tratta), ho
registrato una cosa con lo slide per “riempire”, dopodiché ci
sono tornato su almeno un milione di volte per svilupparlo, per trovare
qualcosa di più adatto, ma alla fine ho tenuto la take originale, quella fatta
“per riempire”, l’ho proposta ed è andata sul disco…
In linea generale, la differenza sostanziale col “me stesso”
di allora è che oggi sono più consapevole di quello che sto suonando e in più
ho una certa capacità di capire e leggere la potenzialità e la direzione dei
pezzi.
Ho letto la tua dichiarazione sulla fine della collaborazione
con gli Afterhours (e quella del gruppo) e non vorrei tornare sulla questione.
Mi piacerebbe però sapere, se la cosa non ti crea noie, com’è stato suonare in
questa band e quali sono i ricordi migliori (o i peggiori) della tua lunga
permanenza nel gruppo. 
Suonare negli After è stato artisticamente esaltante,
soprattutto da quando sono entrato completamente in maniera attiva nel
progetto, vale a dire dal gennaio del 2006 e proprio a quel periodo che
risalgono i ricordi migliori, anche se ce ne sono stati tanti altri
successivamente, ma il primo tour negli U.S.A., quello del 2006 appunto, è
stato per me indimenticabile. I ricordi peggiori attengono sempre e solo alla
sfera umana e personale, per cui, li tengo per me.
Colour Moves
Il 2015 si è aperto con l’uscita del disco A Loose End dei
Colour Moves, registrato oltre 20 anni fa e rimasto “parcheggiato”.  Come vi è venuta l’idea di stampare un lavoro
chiuso per tanti anni in un cassetto?
Tutto è nato per gioco, un regalo di compleanno fatto al
nostro batterista che comprendeva un paio d’ore in sala prove con i suoi ex
compagni di avventura, i Colour Moves, da lì è nato e si è sviluppato tutto il
progetto che, in verità, è partito piuttosto in sordina, nel senso che avevamo
pensato all’inizio di pubblicare un cd contenente una raccolta dei pezzi già
usciti nel biennio 1986/87, poi, continuando a suonare in sala prove, ci è
venuta la voglia di riprendere in mano le canzoni che avevamo fatte allora e di
registrarle. Dopodiché, sono successe un sacco di cose che hanno portato il
progetto a svilupparsi  in maniera
esponenziale; abbiamo coinvolto Matteo B. Bianchi, allegando il suo libro
“Sotto anestesia (furibonde avventure new wave di provincia)” ad alcune copie
del vinile,  Tito Faraci, uno dei più
stimati autori italiani di fumetti e fondatore con Matteo negli anni ’80 della
Fanzine “Anestesia Totale”, che, sempre insieme a Matteo, ha redatto un numero
speciale della fanzine (anch’essa allegata al vinile), insomma, c’erano un
sacco di cose che bollivano in pentola e le abbiamo cotte a puntino…
Ciccarelli Colour MovesAvete in programma un Tour o hai qualche altro progetto in
cantiere?
Di tour veri e propri non se ne parla, perché il tutto è
sempre e comunque vissuto in maniera rilassata e giocosa, certo, se capitano
dei concerti interessanti da fare, li facciamo, ma siamo fuori dal classico
concetto di band per cui vale la regola: registrazione, disco, tour,
registrazione, disco, tour, ecc..
Personalmente ho poi il mio progetto solista da seguire, un
disco che dovrebbe veder la luce a novembre di quest’anno e a cui sto lavorando.
Mi piace molto conoscere il mondo della musica tramite gli addetti ai lavori, perchè dietro i dischi c’è un mondo ignoto: vista la tua lunga carriera mi piacerebbe chiederti com’era
il mondo del “business” musicale nei decenni passati. Ritieni che oggi sia
migliorato (o peggiorato)?
Senza entrare specificatamente a parlare del mondo del
business musicale che è  indubbiamente
cambiato in maniera radicale negli ultimi trent’anni, mi limito a dire che,
questo “mondo” è fatto da persone e le persone, sono più o meno valide, più o
meno stimabili. Come sempre capita anche nella vita, devi aver la fortuna di
incontrare persone “speciali”, certo è che nel mondo musicale, di queste
persone “speciali”, ce ne sono pochine…
Che musica ti piace ascoltare ultimamente? Hai qualche disco
da consigliarmi?
Uhm, ti posso dire che il disco di Edda mi è piaciuto
veramente molto, come anche un disco che uscirà a breve, di
un cantautore che si chiama Vincenzo Fasano, “Quintale” dei Bachi da pietra è
per me un must degli ultimi tempi, questo giusto per far dei nomi… In generale,
i miei ascolti variano davvero tanto, la musica che ascolto dipende molto da
come mi sento e varia dal surf dei Barracudas allo pseudo folk di Matteo
Salvatore
, passando per Nina Simone fino ad arrivare a Will I Am + Britney Spears
(ho un figlio quasi adolescente…), la cosa che ti posso dire è che c’è sempre
musica nella mia vita.
Come
occupi il tuo tempo libero?
Ho tre figli, oltre a suonare non ho tempo libero.
Ringrazio Giorgio per la simpatia e per questa interessante chiacchierata, in attesa del suo disco solista, consiglio l’ascolto dei Colour Moves.
Leggi anche Intervista a Edda

Intervista: Cristiano Godano, il talento e le turbe speciali

Marlene Kuntz Godano intervista

La prima volta che ho visto i Marlene Kuntz è stato nel 1996 nel mio paesello, Villacidro. Ero piccolissima e vivendo in campagna me ne andai a metà concerto perchè mio padre doveva tornare a casa. La sera dormii in camera di mio fratello (perchè in linea d’aria si sentiva tutto), con la finestra aperta e mi addormentai pregando che non girasse il vento mentre i Marlene cantavano Lieve. Fatto questo romantico preambolo sulla mia adolescenza, sabato sono andata con la mia amica Alice (che ha scattato la foto in cui siamo ritratti io e Cristiano), al Life Music Club di Oristano per vedere lo spettacolo “Ex live”  di Giancarlo Onorato che ha ospitato Cristiano Godano. Messami d’accordo con gli organizzatori sono arrivata lì un paio d’ore prima del concerto mentre la band stava facendo il soundcheck. Quand’è arrivato Cristiano ci siamo presentati e nel giro di 30 secondi avevo già il registratore acceso.

Com’è nata la collaborazione con Giancarlo Onorato?
In due o tre occasioni io e Giancarlo siamo stati ospiti in contesti in cui, più che suonare, si parlava con un interlocutore. Quindi da cosa nasce cosa,  e sai com’è. In quel momento Giancarlo stava portando avanti lo spettacolo con Paolo Benvegnù che poi s’è tirato indietro, noi ci trovavamo bene ed eccomi quà.
Secondo te, qual’è il ruolo dell’artista oggi? ritieni sia cambiato nel corso degli anni?
Questa è una domanda complessa, bisognerebbe avere alle spalle una riflessione ad hoc, però mi sembra di no. Credo che l’artista debba creare un suo mondo e questo non necessariamente coincide con qualche causa di tipo sociologico. Se tu pensi a un creatore di musica e basta, dove non ci sono parole, credo sia più semplice non porsi questo tipo di domanda, no? L’ascoltatore non si chiede se quella composizione lì è funzionale a qualcosa. Se lo chiedevano i russi e probabilmente qualsiasi regime totalitario pretende dai suoi artisti una rettitudine strumentale. Comunque al di là di quest’aberrazione, quando senti musica non ti chiedi quale sia il ruolo dell’artista e io mi aspetto questa cosa anche da un pittore, scrittore e cantante. Mi interessa più l’estro artistico che il suo ruolo.
Guardandoti indietro, se chiudi gli occhi (Cristiano chiude gli occhi), ricordi il momento preciso in cui hai pensato “io voglio suonare, voglio fare questo”?
Cristiano Godano StereoramaPiù che un momento direi che c’è stato un contesto preciso di turbe speciali. Mettersi in testa di fare questo lavoro comporta tantissime incognite, è un po’ come l’inizio di una qualsiasi avventura imprenditoriale, non sai mai come andrà a finire. Inoltre in Italia suonare un determinato tipo di Rock comporta senz’altro un rischio molto elevato perchè non siamo un Paese molto accogliente per questo tipo di sonorità. Bisogna essere sufficientemente matti per decidere di fare questo, però la passione era insopprimibile. Il momento è durato alcuni anni, anni in cui molti ragazzi ci provavano. Da quel che ho imparato io nella mia vita, nel talento di chi riesce è inclusa anche una forma molto speciale di cocciutaggine. Alcuni arrivano a 30 anni che ancora inseguono il sogno; io credo mi sarei fermato a 27 massimo anche se mi sbattevo molto ed ero un sognatore molto concreto, ero arrivato al punto in cui o quagliavo o, con molto dispiacere, avrei rinunciato. Fortunatamente ce l’ho fatta ma dopo 5 o 6 anni in cui mi sono impergnato parecchio.
Cristiano Godano 14 03 2015Alla luce di ciò che mi hai appena detto che consiglio daresti a un artista che vuole emergere?
La cocciutaggine è fondamentale ma unita a una componente razionale, è fondamentale una lucidità di qualche tipo; credo che un buon insegnamento mio sia proprio questo. Analizzare il proprio percorso è utile perchè non vale la pena sprecare una vita dietro un sogno o almeno ecco, bisogna avere la capacità di saper interpretare la propria passione nel corso dei mesi e degli anni. Poi, se a 45 anni non sai rinunciare ai sogni e sei contento con te stesso ben venga, l’importante è non ritrovarsi a un certo punto con un pugno di mosche, frustrati e presi malissimo a fare qualcosa che non appaga. Ecco in questo caso finiscila prima, questo direi a mio figlio.
Ultima domanda (-Cristiano fa finta di mettersi le cuffie “Sono pronto”- scoppiamo a ridere) mi piace farmi consigliare dischi, ultimamente lo chiedo spesso. Cosa ascolti ultimamente?
Questo tipo di domanda mi mette sempre in crisi.. Sto ascoltando tantissima musica, oggi prima di addormentarmi  ho sentito i Modest Mouse ma non c’ho capito molto perchè ero mezzo andato nel mondo dei sogni. Questa è davvero il tipo di domanda a cui non so mai rispondere, aspetta fammi pensare.. mi piacciono i Disappears, gruppo poco conosciuto, di cui ti consiglio Irreal.
Me li ascolterò senz’altro, Grazie!
Grazie a te
Cristiano Godano intervista StereoramaA fine intervista Cristiano Godano mi ha chiesto di appuntargli il nome del mio blog su un foglio “così poi me lo guardo”  io ho aggiunto un “grazie per il tuo tempo, Martina” e ho concluso dicendogli “Cristiano ti ho fatto l’autografo” e siamo scoppiati a ridere un’altra volta!
A questo punto ci siamo salutati. Devo dire che Godano me lo sono sempre immaginato schivo, invece è stato lui a venirci incontro qualche minuto dopo. Abbiamo così iniziato a parlare per oltre un’ora mentre il resto della band era ancora immerso nel soundcheck, ho così scoperto un’uomo forse un po’ timido ma curioso e socievole, dall’ironia sottile, che mi ha messa a mio agio sin dal primo istante. Avrei voluto parlare anche con Giancarlo Onorato ma dopo il souncheck è volato via in albergo.. 

Intervista Pussy Stomp: tour, progetti e Capitol TV

I Pussy Stomp sono un super duo composto da Mauro e Roberta. Dopo aver stampato il loro primo ep Superslut, hanno recentemente pubblicato il loro disco d’esordio “Guide for shy guys” e come promesso nella prima intervista gli ho fatto nuovamente qualche domanda!

Guide for shy guys

Parlatemi del disco,  chi non l’ha ancora sentito cosa deve aspettarsi?

“Guide for shy guys” è il
nostro album d’esordio ed è uscito in cd e download lo scorso 16 Gennaio,
coprodotto da due etichette: la cagliaritana Hopetone records (Undisco Kidd,
Hola la Poyana, Takoma
) e la Riff records di Bolzano. Contiene 11 brani, tre
dei quali in veste di bonus tracks già edite su cassetta in quello che era l’ep
“Superslut” uscito a Luglio 2014. E’ il sunto della prima fase di vita dei
Pussy Stomp. Lo abbiamo registrato nell’estate 2014. Tutto il lavoro è stato
svolto da Gabriele Boi nel suo Sleepwalkers studio. Volevamo tracciare un
ritratto del gruppo il più fedele possibile a quello che è dal vivo e ad
eccezione di qualche overdub vocale e di un featuring di Andrea Pilleri (Thee
Oops, Rippers, Loveboat
) fortemente voluto su B-loose, i brani mantengono l’immediatezza
e (speriamo) l’efficacia che sentiamo nei live. Lo stile è il nostro mix di
wave, blues e pop, una formula che non ci viene automatico racchiudere in un
vocabolo: l’hanno chiamata punk wave e alternative blues e ci stiamo dentro.
L’artwork di “Guide for shy guys” vede la collaborazione con due artisti
villacidresi: Fabio Costantino Macis e Danilo Meloni. Il primo, dopo aver
girato il video di The Slow One (con protagonisti Noemi Medas e noi) ha
catturato gli scatti che il secondo ha sapientemente plasmato nel lavoro
grafico che accompagna il disco. Danilo è anche l’autore dell’immagine di
copertina. L’artwork ed il packaging vogliono essere un tributo alle riviste
americane anni 50 e 60 quali “Eyeful” e “Titter” che celebravano la bellezza
delle pin ups in un mix di ironico ammiccamento ed erotismo light che a
tutt’oggi (in tempi in cui potresti vedere pure le colonscopie online dei divi)
mantiene un fascino intatto.
Pussy stomp partiremo per un mini tourCome sta andando la promozione?
Abbiamo fatto alcuni
release parties e i riscontri sono stati buoni su più livelli; è stato
piacevole notare la presenza di un pubblico giovane e attento e al contempo di
trovare qualche nostalgico di certe sonorità anni 80 ancora in vena di muovere
le gambette. Abbiamo anche ricevuto diverse recensioni da riviste cartacee e
webzines che ci hanno fatto piacere e invogliato a fare di più e meglio. Poi la
vendita dei cd procede dignitosamente e riceviamo i complimenti anche per
quello che molti chiamano “impacchettamento”! Ora non ci resta che fare ciò che
a una band da senso: suonare.
 Ho visto che a breve inizierete un tour in giro per l’Italia
A metà Marzo partiremo
per un mini tour nel centro-nord Italia con prima tappa a Roma il 19. Da lì
proseguiremo verso il settentrione fino alla data finale di Bolzano, il 28.
Avremo anche modo di confrontarci con altre realtà musicali: a Torino
divideremo il palco coi Lame (sideproject di Stefano Isaia, frontman dei Movie
Star Junkies), a Novara avremo come ospiti i Tide Predictors, duo electro di
Milano e a Bolzano ci saranno i viennesi TAH.
Sarà una bella avventura,
e non vediamo l’ora di affrontarla!
State già lavorando a qualcosa di nuovo?
Abbiamo diversi brani
nuovi che già da qualche mese stiamo rodando on stage e che esplorano generi a
noi cari in cerca di un ipotetico crocevia tra traditional e new. Si va dal
blues scomposto a quello che ci piace chiamare affettuosamente “naufragio
surf”. Potrebbero far parte di un ep di transizione col secondo album, oppure
costituire di esso già un’ossatura: al rientro dal tour scioglieremo il nodo! A
noi sicuramente piacerebbe pubblicare un bel vinile, sia esso 7, 10 o 12
pollici!
A parte il vostro disco, mi consigliereste qualcosa? Che ascoltate in
questo periodo?
Consigliamo vivamente
“Nikki Nack” di TuNeYaRdS, artista statunitense tra le più coraggiose e
imprevedibili dell’attuale panorama musicale e poi vi invitiamo a scoprire
River of Gennargentu e il suo “Taloro”, blues del delta made in Gavoi da un
ragazzo che ha delle bellissime frecce al suo arco. Per il resto ci sorbiamo
tanti video vintage via Capital Radio Tv con i pro e i contro che ciò comporta:
il passato è ricco di perle da scoprire e riscoprire anche se  a volte fa paura e che sia passato è l’unico
sollievo!Inutile dire che i Pussy Stomp son forti sia in cd che in Live, quindi approffittate del loro Italian Tour per andare a vederli/ascoltarli scegliendo le date più vicine a casa vostra, cliccando sul link trovate tutte le date aggiornate!

Intervista Edda: non sarò saggio ma..

Edda stavolta come mi ammazzerai?Prologo
Ieri sono finalmente andata a vedere un concerto di Edda, di cui è uscito a Ottobre il disco “Stavolta Come Mi Ammazzerai?”  prodotto dalla Niegazowana recordsLa serata è stata organizzata dall’associazione  “le Officine”  in collaborazione con la Vox day; mi aspettavo un gran bel concerto ma ciò a cui ho assistito è ben altra cosa.. Sono arrivata al palazzo Siotto a Cagliari verso le 19,45 avevo appuntamento alle ore 20,00 per un’intervista, per essere puntuale ho corso per le vie del centro storico come una scema e una volta giunta a destinazione ero sconvolta. Fortunatamente Edda era ancora in radio così ho approfittato della cosa per prender fiato e ricompormi un attimino. Edda ovvero Stefano Rampoldi, è arrivato alle 20 e 15, l’ho raggiunto nel Back stage dove un po’ di gente, tra cui il suo manager e il resto della band, chiacchierava nei divani mentre Stefano aspettava la sua pizza margherita. A quel punto abbiamo iniziato a parlare mentre le persone attorno discorrevano d’altro e a momenti dicevano la loro, insomma era una cosa molto semplice e informale. 
Intervista
Ciao Edda, che hai fatto oggi a Cagliari?
Niente di che ho mangiato dal Cinese poi il resto del gruppo s’è addormentato e la giornata è stata una tristezza. Peccato perchè Cagliari è bellissima, non c’è bisogno che te lo dica io..
Abbiamo continuato a discorrere d’altro e poi siamo giunti all’intervista vera e propria..
I precedenti due dischi risultavano più asciutti, essenziali mentre con “Stavolta come mi ammazzerai?” sei tornato a una dimensione di gruppo e il risultato è ancora più acido, graffiante, Rock. Com’è questa nuova fase?
Negli altri due dischi non avevo voglia di tornare all’interno di una band, anche perchè sai lasciare un gruppo e poi riniziare con un’altro.. no, non ne avevo voglia.
Forse non ti andava una relazione di quel tipo..
Si, esatto. Brava. Non avevo voglia di intraprendere una nuova relazione, anche se poi anche gli altri dischi non li ho fatti interamente da solo.  È arrivata la pizza! Grazie Francesco.
Se vuoi mangia, continuiamo dopo
No macchè la pizza può aspettare… Comunque è come dicevi tu, se vuoi suonare però alla fine le relazioni le devi creare, è bello fare le cose anche con persone che ti seguono, i ragazzi con cui suono ora hanno arrangiato il disco per  cui..
Da ascoltatrice ritrovo nei tuoi lavori il senso d’urgenza, la tua musica sembra scritta perchè necessaria, mentre oggi la gran parte non lo è, anzi s’è perso molto il senso dell’imediatezza..
Io sono uno istintivo anche nella vita, agisco prima di pensare, questo è un po’ un problema ma nella musica è giusto esserlo, almeno nella composizione. Poi le canzoni come le ascolti sono state arrangiate e lavorate, anche se probabilmente rimane quest’impronta istintiva. Si.
Negli anni 90′ la scena in cui suonavano i Ritmo tribale, come gli Afterhours e tanti altri era un po’ quella più rock del panorama musicale nostrano,  una sorta di “Seattle italiana”, si notava la ricerca della qualità prima che del disco di Platino..
Noi eravamo molto ambiziosi e badavamo molto ai risultati concreti, non è che ci fosse tutta questa poesia, forse c’era un po’ di cinismo ma alla fine ci devi vivere.
Almeno la qualità era molto alta
Bhe speriamo di aver fatto bene
Ultima domanda, un po’ complicata, la leggi tu e poi rispondi?
Chi è Edda oggi e come… che c’è scritto?
Come eri all’epoca dei Ritmo Tribale? 
Ero molto meno maturo di adesso. L’intelligenza è la stessa, non è che abbia fatto degli scatti di qualità particolari però prima mi mancava un po’ di visione generale, probabilmente dovuta alla giovane età e alla poca esperienza. Poi col tempo, anche se l’intelligenza è poca, riesci un po’ a mettere in riga le cose. Nel frattempo ho fatto un po’ di casini, diciamo che l’Edda di ieri era un ragazzo un po’ immaturo, quello di oggi non sarà un saggio ma un po’ meno scemo di prima sicuramente.
Intervista Stefanmno Rampoldi.Dopo questa mini intervista in cui s’è chiaccherato come se ci conoscessimo da anni, ha aperto la serata Herbert Stencil, un cantautore davvero meritevole di cui a breve uscirà il nuovo disco. Infine è arrivato il tanto atteso concerto di Edda che, accompagnato da Fabio Capalbo alla batteria e  Luca Bossi al basso e piano, ha creato una vera bomba sonora  regalando al pubblico uno spettacolo in grande stile. Edda è un vero turbine emotivo che una volta salito sul palco irradia energia coinvolgendo chiunque gli stia attorno.  Se avete sentito i suoi dischi sappiate che in Live è ancora meglio. Sembra impossibile? Vedere per credere!Epilogo
Alla fine del concerto sono andata a salutarlo con il vinile in mano in cerca di un autografo…
Bhe Martina che t’è sembrato?
Da paura, siete davero forti, mi mancava questo tipo d’adrenalina. Siete B-r-a-v-i-s-s-i-m-i. Posso abbracciarti poi me ne vado?
Edda non risponde, è lui ad abbracciarmi poi prende il vinile e scrive qualcosa. Dopo un paio di minuti leggo “Martina grazie delle tue parole Edda”.

 

Intervista Diego Mancino. La fama, il successo e.. Sanremo

Diego Mancino, Sanremo 2015Qualche mese fa mi sono imbattuta in un cantautore italiano che non conoscevo, Diego Mancino. La sua musica m’ha subito colpita per vari motivi: il primo è l’imprevedibilità dei suoi pezzi che sono spesso arricchiti da un inaspettato balzo o nota che li stravolge rendendoli ancor più eccezionali. Il secondo punto in suo favore è la narrazione dei testi, molto intima e visionaria. Facendo una ricerca su internet ho poi scoperto che ha scritto pezzi per artisti italiani come Nina Zilli, Cristiano De Andrè, Fabri Fibra, NoemiMi son domandata come mai non lo conoscessi e  gli ho chiesto un’intervista che ho realizzato ieri sera.
Nel corso della tua carriera ti sei cimentato in vari generi e in più di un’ occasione ti sei definito “un animo Punk”. Come sei arrivato a una scrittura più intima e raccolta?
Quando avevo 15 anni ho iniziato con il Punk ma pian piano ho buttato fuori le tossine e ho studiato il pianoforte, lo strumento di mio padre che per mestiere era un pianista nei casinò e nei night. Lui incentrava il suo repertorio nella musica tradizionale italiana che durante l’adolescenza era la mia antitesi: mentre ascoltavo i Bauhaus lui si dedicava a Tenco! Con gli anni ho poi scoperto che in fondo le mie radici erano nella musica melodica che oggi amo molto e che mi rappresenta; mi piace dedicarmi a sonorità italiane contaminate dai miei ascolti precedenti.
Cosa significa essere un cantautore nel 2015? I metri di paragone solitamente sono i grandi nomi da Dalla a Endrigo, passando per De Andrè e Tenco. Secondo te che ruolo ha nella nostra società il cantautorato?
Oggi si fanno chiamare cantautori un po’ tutti, anche quelli che non scrivono le canzoni, detto questo credo che il cantautorato sia molto importante nella nostra società perchè mantiene vive l’estetica e la ricerca sulla lingua italiana. Nel nostro Paese in questi ultimi anni ha però perso brillantezza, tant’è che le nuove leve si rifanno a dei clichè vecchi; anche io mi appoggio alle cose già esistenti ma sia nei testi sia nel sonoro cerco di percorrere territori alternativi. Nel senso stretto del termine i cantautori hanno anche un ruolo importante nella conservazione della melodia però negli ultimi 10 anni vi sono diversi nomi che con un’analisi più concreta non avrebbero in realtà una voce in capitolo.
Com’è cambiato negli ultimi tempi il modo di “comunicare” nel mondo della musica e dell’Arte?
Oggi, rispetto al passato, non è più necessario essere vocalmente preparati il che rende il cantautore meno esplosivo ed efficace, inoltre molto spesso manca la “necessità di scrivere” e ci si dedica più all’ apparire mentre il Cantautore dovrebbe essere più legato ai concetti e alla sostanza. Inoltre esistono nuovi generi, con i quali amo molto confrontarmi, pensiamo all Hip-Hop, che hanno trasportato il modo di scrivere la canzone in un nuovo ambiente vocale rendendo lo stile più asciutto.
Nel corso della tua carriera hai avuto moltissime collaborazioni: Roberto Dellera, Nina Zilli, Daniele Silvestri, Cristiano De Andrè, Fabri Firbra, Noemi.. non sei certo una persona chiusa nel suo mondo..
Diego Mancino 2015Quando dò un brano a un artista mi pagano per farlo, il gratis viene poche volte. Tieni presente che nel mondo in cui viviamo i miei dischi non vendono tantissimo, quindi scrivere per gli altri mi paga l’affitto. Con l’aiuto del mio editore cerco artisti che possano dare valore ai pezzi, anche se non succede sempre, però la sfida è interessante. Sentire Noemi che canta Odio tutti i cantanti è una cosa molto bella e mi aiuta a far circolare idee e visioni all’interno di dischi diversi dai miei. Anche sentire Nina Zilli che canta “la felicità è il mio stipendio” mi gratifica.
In un’intervista hai detto “non mi piace cantare i pezzi che dò agli altri, mi pare una caduta di stile”..
Di solito per un annetto gliela lascio. Credo sia importante anche se non ti nascondo che a volte è difficile però credo sia una cosa apprezzata da chi lavora con me.
Musica come lavoro..
Ci ho messo tanti anni per farla diventare tale. Ogni forma d’arte implica un certo impegno mentale, spirituale e fisico. Inoltre la musica in realtà è un lavoro di squadra, da solo non si può fare nulla, quindi oltre a te che scrivi ci sono una serie di figure, dall’arrangiatore all’editore, il che rende il lavoro più onesto.
Lavoro spesso sottovalutato..
Fare musica per mestiere è un lavoro duro che ti fa confrontare con la vita e il lavoro degli altri. Se uno vuole intraprendere questo percorso seriamente deve semplicemente FARLO.
Discograficamente parlando hai scritto degli album che sono a parer mio eccezionali ma per qualche motivo non sono mai arrivati al grande pubblico. Vorrei chiederti cos’è per te la fama? E il successo?
Il successo è fare bene il proprio lavoro, la fama invece ha a che fare con un lavoro di Team. Diffido
Diego Mancino 2015

molto della fama perchè se non sei una persona solida, quando la musica finisce, la fama ti riempie e diventi un bellissimo pupazzo. Invece il successo vede te come soggetto che si pone in comunicazione con gli altri. Quando De andrè è andato a Sanremo con la mia canzone io mi son sentito appagato per aver portato al grande pubblico quel concetto. Era una vittoria.

A proposito di Sanremo. Hai visto il Festival quest’anno?
Come tutti gli italiani. Sanremo quest’anno è stato una “Domenica In” con la musica, il che non mi stupisce perchè è il contenitore di musica nazional-popolare per eccellenza. Tutti sappiamo che è quella cosa lì. Però al suo interno c’è un po’ di tutto in cui trovi qualcosa sia per te sia per tua madre. Non mi arrabbio se vince “Il volo” ma son contento perchè Malika ha avuto un buon appeal..
In effetti su 30 canzoni magari c’è qualcosa di nuovo, ai suoi tempi Zucchero, Elio e le storie Tese..
Gli Afterhours, i Subsonica, Vasco Rossi, ecc.. che hanno portato nel Festival qualcosa a metà tra Sanremo e la musica contemporanea.
In questo momento stai lavorando a qualche progetto?
Scrivo per alcuni artisti e lavoro al mio prossimo album di cui ho già scritto molte cose. Sto anche per andare a Berlino per 2 concerti in cui di sicuro incontrerò molti italiani.
Che ascolti ultimamente. Mi consiglieresti un disco?
Ascolto molto Manupuma, una ragazza di Milano molto brava, tanta musica classica, Jazz, colonne sonore e 7 Dardast di Dario Faini, davvero eccezionale. Poi poco altro perchè son molto concentrato sulle cose che sto scrivendo quindi sono un po’ ego riferito, dopotutto mi chiamo DiEGO, anche se non ascolto molto i miei dischi.  sono inoltre completamente assorbito dal nuovo libro di Isabella Santacroce, Supernova.
Diego Mancino progetti 2015Su skype, durante la nostra video chat si intravedevano un microfono, un gatto, una sorta di casa-bottega piena di libri e altre cose curiose, un luogo in cui Diego Mancino vive e lavora. Confrontandomi con lui e altri artisti mi sto rendendo conto che ciò che manca nel mondo dell’Arte e del lavoro è l’amore per il proprio mestiere; per questo quando qualcuno, come Mancino, si dedica con passione a ciò in cui crede, il risultato fà la differenza.

Intervista a Kristi Stassinopoulou

Kristi Stassinopoulou è una cantante greca che seguo da qualche anno. I suoi dischi, tutti diversi, spaziano dalla musica elettronica a quella tradizionale. Molto apprezzata nell’ambiente della world music ha raggiunto le vette della classifica europea con il disco Echotropia del 2001 mentre con Greekadelia del 2012 si è piazzata al n° 1 in quelle mondiali. Nell’ultimo mese, dopo aver scritto un post su di lei, l’ ho contattata imbastendo una corrispondenza via mail culminata con questa intervista in cui le ho chiesto del suo lavoro e del suo tempo libero. Dalle sue risposte vien fuori una donna semplice e concreta, direi coi piedi ben saldi alla terra e la testa ben oltre le nuvole; un’artista che merita d’essere conosciuta.. 

Ascolta l’album Greekadelia
interview Kristi Stassinopoulou
Quando hai iniziato a
scrivere e suonare musica?
Quando ero bambina, mio
fratello maggiore, oggi professore di ingegneria, aveva creato una piccolo
baracchino con il quale, per giocare, riuscivamo a raggiungere stazioni
radiofoniche estere. Passavamo le vacanze a Kalamata, una città portuale a sud
del Peloponneso in cui le onde radio sono facilmente trasmissibili via mare
visto che la Grecia è crocevia tra Europa, Africa e Asia. Ascoltavamoo
programmi provenienti da tutto il Mediterraneo: Italia, Malta, Egitto e Nord
Africa, il Medio Oriente, l’Asia Minore e i Balcani. Tutti questi suoni,
lingue, cantate e parlate diversi erano magici per me! Iniziai così a imitarli
scrivendo poesie. Come tutti ho iniziato a strimpellare la mia prima chitarra
durante l’ adolescenza: bands con gli amici, sale prove casalinghe nei garage e
in case disabitate ad Atene, piccoli concerti a scuola, ecc.. In quel periodo si
suonava soprattutto musica rock ma il mio cuore era innamorato dei suoni
popolari e delle melodie tradizionali provenienti dalla Grecia, dalle isole e
dall’Asia Minore.
Che significato attribuisci
alla parola “tradizione”?
Per essere in grado di
decollare e volare in alto, bisogna avere i piedi per terra e da lì … andare
lontano. Più solide sono le radici, più alto è il volo. Questa è la tradizione:
qualcosa dato a noi dalle generazioni precedenti. Un regalo prezioso che dobbiamo
rispettare e preservare che va usato anche come strumento per andare oltre.
acropoli atene

 

Qual è il tuo rapporto con la tecnologia?
Mi sento molto fortunata ad
aver vissuto in un’epoca e in un luogo del mondo in cui ho avuto la possibilità
di sperimentare il trapasso verso le innovazioni tecnologiche, tieni presente
che in Grecia non tanti anni fa non c’era l’elettricità, niente auto ne il
telefono. Amo la tecnologia e i servizi che ci sta offrendo, rende la
nostra vita più comoda  grazie alla semplificazione della comunicazione con tutto il mondo, inoltre ci
sono tante cose che si possono fare al giorno d’oggi in musica come avere uno studio di registrazione in un computer
portatile. In un Pc si può avere un’intera gamma di suoni diversi e creare musica di qualsiasi
genere, tutto questo è incredibile! Ma vi è anche il rischio di rimanere
intrappolati da essa come sta accadendo a noi nel mondo occidentale.Quindi si, mi piace
la tecnologia ma per me la dimensione migliore è quella naturale e pura, dove sono in grado di sentire e di osservare e imparando dal genio “tecnologico” della natura.
kristi stassinopoulouQuando scrivi i tuoi
libri  il processo creativo è simile a quello delle canzoni?
La musica è un’arte sociale
che coinvolge molte persone. Scrivere è una cosa intima, in cui vi è solo lo
scrittore e la scrittura. Io amo entrambi i mondi. Stathis Kalyviotis, il mio
compagno è il compositore delle nostre musiche e io sono principalmente il
paroliere. Le prime idee delle nostre canzoni, la prima melodia e il testo, di
solito arrivano quando siamo in tranquillità. Iniziamo la registrazione in casa
a cui seguono le prove, le registrazioni e i concerti dal vivo.  I live sono qualcosa di magico in cui si
instaura un collegamento diretto con il pubblico nei club e nei festival
all’aperto, un brusio piacevole, pieno di avventure, energia e la condivisione
della nostra musica con altre persone. L’altro lato di me è solo amore per il
silenzio, in cui mi concentro nella scrittura. Scrivere libri ed essere
musicista è una bella combinazione di due modi completamente opposti di
esprimermi, che mi mette in equilibrio.
 Qual è il tuo prossimo progetto?
Io non amo tanto la parola progetto, ma
comunque lo si vuol chiamare… ecco diciamo che in questi giorni stiamo
registrando nuove canzoni per il prossimo album.
Che musica ti piace
ascoltare nel tempo libero?
Questi ultimi anni amo
ascoltare musica tradizionale che è sopravvissuta attraverso decenni o secoli, in particolare la musica modale, il canto bizantino, la musica
classica indiana e strumentisti popolari come Petroloukas Chalkias o brani provenienti dalle zone rurali della penisola greca, come i CD compilation di
Domna Samiou e importanti cantanti provenienti dall’ India, come Kishori
Amonkar
. Questi sono i miei principali ascolti oggi.
Stessa domanda in riferimento ai libri e all’ Arte
E la risposta è pressochè la
stessa… io non sono più interessata alla letteratura che ho ampiamente letto nella
mia vita, ora sono indirizzata verso la scrittura Veda e Upanishad; leggo libri di filosofia, esoterici e di storia.
Hai una citazione
preferita?
“Be happy”
Intervista originale in
inglese
When did you start writing
and playing music?
When I was a kid, my elder
brother, a professor of engineering nowadays, had turned a small radio to
worldwide receiver and used to play with it all night through, trying to reach
different radio stations from the outside world. We used to spend our summer vacations
in the homeland of my father, Kalamata, a city port in the far southern end of
the Peloponnesus. Radio waves are easily transmittable over the sea. Greece is
at the crossroads between Europe, Africa and Asia, so my brother’s handmade
radio receiver was easily catching programmes with songs from all the coasts of
the Mediterranean sea: Italy and Malta, Egypt and Northern Africa, the Middle
East, Asia Minor, the Balkan countries. All these different sounds, different
instruments played, different languages sung and spoken, they sounded so
magical to me! As a very small child I was trying to imitate them and create
peculiar songs, words and poems. My first guitar I started scratching of course
in my teenage years: Bands with friends, self-made rehearsing studios in
underground rooms and in deserted houses of Athens, small concerts in high
school, in parties, etc. It was mainly rock music for us those days. But my
heart was also secretly in love with folk sounds and traditional tunes from
Greece, from the islands and from Asia Minor.
What does it mean for you
the word “tradition”?
To be able to take off and
fly high, one needs to have feet on the ground and from there… to push
forward. The more solid the ground, the higher the fly. That’s tradition:  Something given to us by the previous
generations.  A precious present that we
should respect and preserve, but also use as a tool to go further.
What is your relationship with technology?
I feel very lucky to have
lived in an era and in a spot of the world where I had the chance to experience
both: the 21st century’s technology, but also places in Greece where there was
not even electricity yet, no cars, not even telephone. My generation had the
chance to experience this interesting turning point in the history of mankind.
I love technology and the
services that it is offering to us, which make our lives more convenient and
our communication with the whole world so easy. There are so many things one
can do nowadays in music with the use of music technology. We can have a whole
recording studio in a laptop. A whole palette of so many different sounds, to
work with like a painter and create music of any kind. All this is amazing!But
there is also the risk to get trapped by it and become too sybaritic, like is
happening to us in the western world.
I like technology, but for
me the best of all is whenever I manage to find myself in natural and pure
places with no technology at all, where I am able to feel and observe and learn
from the genius technology of nature.
What about your books, is it
the same process about writing songs and books?
Music is a social art,
involving many persons. Writing is an intimate thing, in which there is just
the writer and the writing. I love both, and the one is resting me from the
other. Stathis Kalyviotis, my yearlong partner, is mainly the composer of our
songs, I am mainly the lyricist. The first ideas of our songs, the first melody
and the lyrics, they usually come when we are in quietness. We start recording
them at home. Then follows all the involvement with other people. Rehearsals,
recordings, live concerts, this magical, direct connection with the audience in
clubs and in open air festivals, and being on the road in full action. A nice
buzz, full of adventure, high energy and sharing of things with other people.
The other side of me is just
my beloved diving in silence, all alone with my writing. It’s a nice
combination of two totally opposite ways to express myself, which puts me in
balance.
What’s your next project?
I don’t so much like the word project, but
whatever we name it…  these days we are
recording our new songs, for a new album.
Something about you and your
free time: what’s your favourite music?
These last years I mostly
enjoy listening to old, original, traditional music. The kind of music that
survived through decades or centuries. It’s mainly modal music that interests
me and clears my ears from all day involvement with the sound: Byzantine
chanting, classical Indian music, folk instrumentalists like Petroloukas
Chalkias, folk songs from the rural areas of the Greek peninsula, like the
compilation CDs of Domna Samiou, important vocalists from India, like Kishori
Amonkar. It’s this kind of things that I mostly enjoy listening to nowadays.
Same question about books
and Art
And a similar answer… I am
not any more interested that much in reading literature and specifically
fiction, all of which I have read a lot in
my life. Now my best is to be diving deep in the scripts of the Vedas,
the Upanishads, books about philosophy, esoteric schools of though, history.
Have you a favourite quote?

 

“Be happy”
 

Intervista. Noah, la chitarra di Lou Reed – Seconda Parte

Ecco la seconda parte dell’intervista all’architetto e designer Renato Ruatti fondatore della Noah, una chitarra in alluminio brevettata nel 1997 che ha via via destato l’interesse di alcuni artisti di fama mondiale. Un azienda di artigiani 2.0, come amano definirsi, nata per caso e che in 18 anni di attività ha prodotto circa 100 strumenti tra chitarre e bassi. La chiacchierata con Ruatti è stata intensa e ricca di aneddoti. Mi ha colpita il suo intusiasmo per il progetto e il suo modo di rimarcare che la chitarra è nata quasi per gioco e che s’è fatta strada da sola senza le classiche dinamiche del Marketing. 
La parola “cooperazione” è molto fuori moda in questo momento, soprattutto in Italia, mi ha colpita in effetti la vostra idea messa assieme da tre personalità così diverse, che ha creato un “prodotto” innovativo o meglio, oggetto d’artigianato artistico. Cos’è per voi lo spirito di cooperazione?
Questa è una bella domanda ed è pertinente. Io sono un designer ma non sono un chitarrista, certo amo la musica, però cimentarmi nella costruzione di una chitarra rappresentava una sfida nuova in cui non ero inizialmente troppo ferrato. Assieme ci siamo divertiti a trasformare un mio esercizio professionale in un progetto vero e proprio. Tu hai notato queste competenze diverse: Gianni conosce bene la musica e le chitarre, questa cosa è stata trasferita in parte sugli elementi sui quali stavo lavorando in maniera autonoma. Forse lo strumento è uscito così perchè io non sono un chitarrista e avevo l’apertura mentale per sperimentare nuove vie. Poi come per magia è arrivato Mauro, la terza competenza che ci mancava per mettere in opera il progetto.  Da quel momento siamo stati molto attenti alle innovazioni tecnologiche, sfruttandole per migliorare la chitarra e due anni fa siamo stati invitati dalla confartigianato come esempio di Makers, ovvero artigiani 2.0 che lavorano con la tecnologia.
Parliamo di divulgazione, in 18 anni avete creato circa 100 strumenti..
Il nostro nome è venuto fuori da qualche anno perchè associato a Lou Reed che aveva parlato di noi in un’intervista che era una sorta di atto d’amore verso lo strumento ma prima di allora a noi piaceva l’idea di rimanere clandestini anche perchè il chitarrista medio, che era il nostro mondo di riferimento, era sempre scettico, tant’è che dopo un po’ siamo ricomparsi in una rivista di design, non di musica.
Quindi ricapitolando, il vostro strumento è frutto di una reale cooperazione e vi siete fatti un nome senza fare nessuna campagna di marketing.. siete proprio controtendenza!
Le prime volte che abbiamo deciso di uscire dal laboratorio la sparata era stata questa:
1.Se lo strumento vale si farà strada da solo
2. Le chitarre non si regalano
Quando mi domandano come siamo arrivati a Lou, Saturnino, Ben Harper, Sting, Bruce Springsteen, Marco Colombo che negli anni 90′ suonava con Gianna Nannini, io rispondo che non c’entriamo nulla la chitarra ha fatto tutto da sola e noi non l’abbiamo mai svenduta.
Nel vostro caso vale il buon vecchio passa parola..
Il primo strumento è stato venduto alla jungle sound, una casa di registrazione di Fabrizio Rioda, chitarrista dei Ritmo Tribale ma in pratica questa chitarra è spesso regalata agli artisti dai loro amici. Il signore di Napoli l’ha regalata a Lou Reed, Saturnino e la Soleluna l’hanno regalata a Jovanotti, loro due l’hanno regalata a Ben Harper.. insomma s’è innescato una sorta di circuito del dono.
Quanto costa un modello base?
Compreso di Iva siamo attorno ai 4000 euro, tieni presente che ogni singola molla è fatta a mano.
Parliamo di Lou Reed..
 Il nostro primo incontro con Lou è avvenuto qui con alcuni amici suoi tra cui un vecchio prete. Non sapendo una parola d’inglese ho lasciato Lou a parlare con Gianni e io incuriosito mi son dedicato al suo amico che è voluto scendere in cantina; lì abbiamo scoperto che avevamo in comune un importante architetto italiano suo amico che io e la mia collega abbiamo conosciuto. Questo  prete era un signore particolare, pensa che ha una collezione di 26.000 libri autografati e ha voluto un coperchio della nostra chitarra autografato da noi 3. Alla fine gli ho chiesto: ma lei e Lou Reed come vi siete conosciuti? e lui ha risposto “da ragazzo vivevo a New York e ci siamo incontrati a casa di Jackson Pollok durante una cena..”  Che già li sei gratificato quanto basta.
Una volta che Lou è sceso in cantina si è sciolto, da Rockstar è diventato pacche sulle spalle, proprio un’altra persona. Discorreva di design in maniera molto competente e ha detto “ma guarda cosa succede in una cantina quando entra la tecnologia” che è poi è il riassunto del movimento dei Makers, nato 2 anni prima negli stati uniti e a un certo punto ci ha chiesto “Ma c’entrano gli italiani con le chitarre elettriche se non le avete nel DNA?” scatenando una bella discussione!
Questa cosa ci ha fatto inorgoglire, ora usciranno anche le meccaniche Noah che sono l’ultimo pezzo che ci mancava. La chitarra è interamente fatta a mano qui in Italia.
In seguito abbiamo fatto per Lou dei pomelli per altre sue chitarre e il nostro rapporto è andato avanti nel tempo, quando è tornato a Milano l’abbiamo accompagnato al Cenacolo e in occasione di alcuni concerti  ci siamo fatti qualche cena.
Dopo la sua morte Laurie Anderson, sua moglie, ha chiesto a un suo collaboratore di portare in casa le chitarre a cui Lou era più affezionato e tra queste c’era anche la nostra, sono 5 o 6 mi pare; così ci viene spedito un’invito per andarla a trovare. Per i buddisti l’anima del defunto rimane altri 49 giorni dopo la morte e Laurie ogni domenica ha organizzato incontri con le persone significative nella sua vita, questo noi non lo sapevamo, non avevamo informazioni particolari e pensavamo “vabbè gli abbiamo fatto solo due chitarre..” Insomma per farla breve ci siam trovati a casa di Lou Reed in un contesto molto intimo con lei che ci ha accolto dicendo “sono arrivati gli italiani!”, è stata una cosa molto commovente. Lì abbiamo scoperto che ogni oggetto in casa sua era di design originale, il pavimento recuperato, la porta, lo sgabello il tutto mentre eravamo circondati da artisti famosissimi…
Il bello della nostra relazione con Lou, come con tutti gli altri artisti con cui siamo in contatto, è che le cose non sono mai state forzate, è la chitarra che ha fatto tutto, creando rapporti assolutamente autentici. La nostra passione e il nostro amore per lo strumento, la dedizione artigianale in questo senso hanno funzionato.
La chiacchierata con Renato della Noah Guitars è giunta al termine se siete curiosi di scoprire lo strumento o volete avere maggiori informazioni per acquistarne uno mettetevi in contatto! La Noah è una chitarra che fa un suono che pare un pianoforte, sfrutta l’innovazione tecnologica eppure conserva la sapienza degli artigiani di bottega; è un oggetto creato con passione, un vero mix di design e tradizione made in Italy.  La chiacchierata è stata bella sotto molti punti di vista, ho però scordato di chiedere a Ruatti qualcosa sul loro incontro con Vito Acconci, uno dei miei artisti preferiti in assoluto. Ma dove ho la testa? 


Leggi La prima parte dell’intervista

Intervista. Noah, la chitarra di Lou Reed – Prima Parte

Una sera mentre ero ospite a cena a casa di mia madre, al Tg hanno fatto un servizio su una piccola azienda in quel di Milano che produce chitarre in alluminio, la Noah Guitars, che ha costruito strumenti per Lou Reed, Ben Harper, Saturnino e tantissimi altri. Dopo aver appuntato il nome su un foglietto e aver letto un po’ di notizie sull’azienda, ho scoperto che i suoi ideatori sono artigiani 2.0 che, con l’ausilio di tecnologie sofisticate e con l’uso delle mani, hanno creato uno strumento nuovo. Ho  quindi spedito una mail per concordare un’intervista e sabato scorso ho imbastito una lunga e interessantissima chicchierata con Renato Ruatti, uno dei fondatori. Ecco la prima parte.
Come è nata la Noah Guitars?
La Noah è un progetto che nasce a metà degli anni ’90, io sono un architetto e designer e a un certo punto Gianni Melis, professore d’inglese appassionato di musica e amico di mia moglie mi propone di creare una chitarra in ferro facendomi vedere una resofonica e una telecaster. Quindi l’idea iniziale era di costruire una Fender come fosse una resofonica, dopo alcuni tentativi ho deciso di scavare un corpo di alluminio con una macchina a controllo numerico ma il progetto costava un sacco di soldi quindi lo abbiamo accantonato, inoltre una Fender d’annata costava 500 dollari quindi non aveva senso. Un anno e mezzo dopo la mia collega dello studio d’architettura s’è sposata con un meccanico, Mauro Moia, che costruisce aerei alla Aermacchi. Con il suo aiuto è stato facile realizzare un primo prototipo, o meglio la chitarra di Gianni, perchè al tempo non c’era nessuna idea di fare chitarre e per me era semplicemente un’interessante esercizio professionale. Oggi produciamo chitarre e bassi.
Quali sono state le prime reazioni?
La chitarra destava stupore e sconcerto però in realtà funzionava bene. Inoltre con il corpo d’alluminio la chitarra non faceva nessun ronzio, cosa che poi ha scatenato l’interesse di Lou Reed che dopo uno scambio di mail decise di venirci a trovare nel 2007 per capire come lavoriamo.
Che in quel momento sarà stato un bel riconoscimento..
Beh direi proprio di si. Pensa che un signore di Napoli ha regalato una nostra chitarra a Lou, che già lì insomma ti fa piacere ecco…
Uno dei primi ad acquistare un vostro strumento è stato Saturnino..

Si, il primo basso l’abbiamo fatto per lui. Come ti dicevo prima, questo strumento destava molto scetticismo, io non so suonare ma per disegnare la chitarra ho studiato chitarre e chitarristi, leggendo forum e blog, che nei primi anni ’90 iniziavano ad essere  d’uso comune, capii che le domande  e le risposte erano sempre uguali, anche se cambiavano le persone, quindi dal mio punto di vista quello era un mondo “morto”. Contemporaneamente a questo tipo di persone continuavamo a incontrare personaggi più liberi artisticamente che provavano lo strumento senza un’atteggiamento “provinciale” o senza cercare un suono già sentito. Sono inoltre arrivato alla conclusione che le dita fanno la differenza e poi certo ognuno prima o poi trova la propria chitarra.

Inoltre, parlo per il legno, anche una chitarra prodotta in serie ha sempre risultati diversi. Così un modello fender prodotto da un legno x darà comunque 10 chitarre diverse, eppure apparentemente uguali. Parliamo della Noah, cosa mi dice del metallo?

Una delle caratteristiche della nostra chitarra è la dinamica, quindi ha la capacità di essere uno strumento diverso in base a chi la suona, è molto sensibile, precisa. Lavorando con una macchina a controllo numerico per noi il centesimo di millimetro fa la differenza, con il legno la precisione è un po’ più relativa; nonostante ciò abbiamo notato che alcuni strumenti in alluminio erano diversi dagli altri. Abbiamo poi capito che il senso del taglio anche nella lastra di alluminio ricavata per laminazione, così come nel legno, dava risultati differenti.

Il manico invece?
Il manico della chitarra è ovviamente in legno, abbiamo frequentato per un po’ di tempo Cremona, patria dei violini, per studiarlo e viene fatto da alcuni liutai di fiducia su legno scelto da noi  e sempre in base a nostre precise indicazioni. Capendo queste cose, anche grazie ai preziosi consigli dei musicisti, abbiamo via via modificato lo strumento.
Vorrei chiederle di Ben Harper, perchè nipote di un importante liutaio. Immagino siate arrivati a lui tramite Saturnino..
Lorenzo Jovanotti m’ha chiamato una notte, tipo all’una del mattino, per chiedermi una copia del basso di Saturnino. Ora noi non abbiamo strumenti in Stock, calcola che in 18 anni abbiamo fatto solo 100 strumenti, comunque il caso ha voluto che avessimo una copia di quel basso in laboratorio.
Era in occasione della loro collaborazione a Sanremo?
No, ma in quell’occasione Ben Harper scoprì lo strumento. Dice Saturnino che durante il sound check Ben bloccò le prove perchè colpito dal suono del basso. Passato del tempo, la primavera dopo ricevo la famosa chiamata di Jovanotti e il giorno dopo  siamo andati noi a consegnargli il basso in Sicilia, mi pare. Io mi immaginavo Ben Harper un signore, non so perché, invece era un ragazzino. So che questo basso regalatogli da Lorenzo e Saturnino è poi diventato il suo basso di studio. In seguito ci ha commissionato una lapsteel in alluminio, consegnata a Verona un anno dopo, che non abbiamo mai pubblicato perchè se l’è portata via! Non abbiamo neanche una foto.. Di lui mi ha impressionato che quando siamo arrivati era in giro in skate per la città, mentre la volta del nostro primo incontro era fuori tra la gente e curiosava tra le bancarelle..
Impossibile sacrificare una sola parola di questa interessante conversazione, ho deciso così di pubblicarla a puntate. Nel prossimo episodio vedremo questi Artigiani 2.0 andare direttamente a casa di Lou Reed..