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Intervista. Antonio Aiazzi dalle tastiere ai giochi da tavolo, dai Litfiba all’Opera rock

 

Ho iniziato ad ascoltare i Litfiba nel 1989, in terza elementare. La mia prima cassetta originale della band è stata quella meraviglia di 

Aprite i vostri occhi 12-5-87. Li ho anche visti nel tour Pirata a Cagliari, nell’estate del 1990 e ho rischiato d’essere schiacciata da un cancello sfondato dai loro fans. Fortunatamente mio padre si è accorto e mi ha scaraventata a distanza, così me la sono cavata con qualche livido. Il mio secondo concerto è avvenuto il 21 agosto del 1993: Terremoto. Questo è stato il primo vero Live della mia vita perché a quel punto  conoscevo abbastanza bene i Litfiba per provare sia gioia sia consapevolezza. A mio parere le  tastiere di Antonio Aiazzi sono state fondamentali per il sound creato dalla band, ho sempre rimarcato questa mia convinzione, senza di lui sarebbero stati un’altra cosa. Ecco l’intervista:
Quando ha iniziato a suonare?
A circa sette anni, entravo di nascosto in camera di mia sorella per suonare una pianola (una Frontalini accordion elettric) che doveva essere il primo passo per dei suoi studi di piano. Ma è andata in un altro modo…
Nel corso del tempo i Litfiba hanno cambiato stile. Da tastierista, che rapporti ha con la tecnologia -intesa come attrezzatura per fare musica-? Preferisce il vecchio sound o le novità? 
Oggi mi piace mischiare, quindi posso suonare una fisarmonica un po’ scordata e calante e suonare MAIN STAGE dentro un Mac. Sto pensando di trovare anche strumenti elettrici un po’ vintage . Il suono è scoperta, ma tornare indietro a sentire anche suoni dimenticati può esserlo. In questo momento sono di nuovo attratto dal suono anni ’60.
C’è un’occasione particolare in cui avete capito che i Litfiba stavano diventando “grandi”, conosciuti ovunque?
Ci sono stati degli avvenimenti che ci hanno fatto salire ogni volta uno scalino, ma la nostra gavetta ci ha insegnato che dovevamo lavorare molto. Comunque non mi sembra che abbiamo mai avuto l’impressione di avere fatto Bingo. Già essere indipendenti dai genitori era un bel risultato.
Secondo lei è cambiato il pubblico?
Sicuramente si, è cambiato nel senso che è scomparso! Ma comprendo quello che sta succedendo, siamo dentro la generazione della pigrizia tecnologica multitasking. Funzionano solo i grandissimi eventi da stadio.
 
A un certo punto ha messo da parte la musica, almeno ufficialmente, per dedicarsi ai giochi da tavolo. Come è nata l’idea di avventurarsi in questo settore?
L’idea non è mia ma di mia moglie, che un giorno nel 2007 ha pensato di fare un gioco sulla Toscana, un Trivial. Io sono sempre stato un appassionato di giochi (e scherzi) e le ho dato una mano. Poi è diventata una attività con altri prodotti, adesso stiamo preparando dei nuovi giochi sotto il nostro marchio Giochi Briosi.
A parte il tour con Gianni Maroccolo “Nulla è andato perso” ha altri progetti musicali -e non- in cantiere? 
Musicali, un’ Opera Rock con degli amici, ci stiamo lavorando da un anno e adesso siamo alla fase “cerca il produttore.” Poi ho anche iniziato a lavorare ad un’ idea musicale/visiva sperimentale, ma adesso non ho tempo e testa.
Che musica le piace ascoltare? Mi suggerirebbe qualche disco?
Ormai non è più questione di quale musica, ma di cosa ti arriva o no. Suggerisco un’artista che mi ha sbalordito, sentendo una sera la sua voce in radio: Lianne La Havas. Ma questo genere di meraviglie spesso sono molto personali.
Grazie!                  

 

Intervista. Cristiano Godano racconta Lunga Attesa e i primi 25 anni dei Marlene Kuntz

Venerdì scorso ho avuto il piacere di fare quattro chiacchiere con Cristiano Godano in relazione all’ultimo disco dei Marlene Kuntz, “Lunga Attesa” e ai primi 25 anni della band…
 
Questo è un LP estremamente tosto, contemporaneo e dinamico: oltre al tiro pauroso -un vero muro- le tematiche affrontate sono un lucido affresco del momento in cui viviamo. Non capita spesso ma in questo disco c’è davvero un intero periodo storico. Inoltre Lunga Attesa è in movimento: ogni traccia contiene al suo interno una variazione o qualcosa che, quando credevo di aver afferrato il senso, mi ha stupita. Complimenti.
Grazie (sorride)
Mi racconti un po’ della stesura?
La composizione è simile a quella degli altri dischi, di solito noi andiamo in studio e proviamo a fare musica che ci sorprenda, che non ci dia la sensazione di averla già eseguita. Cerchiamo di non avere consapevolezza, cioè non andiamo in studio dicendo “dobbiamo fare quella cosa in quel modo perché poi la produrremo in questo modo e funzionerà per un certo tipo di pubblico e per le radio”. Noi non siamo fatti così. Di solito ci incontriamo per suonare, in questo caso l’unico nostro presupposto è stato “impediamoci di essere soft”. Ogni volta che ci ammorbidivamo un po’, cercavamo poi di fare una roba tosta. Avevamo voglia di questo. Poi le cose
venivano da sé, per esempio, il pezzo che hai sentito nel sound check (città dormitorio), è un brano lento.
Però che muro, secondo me è uno dei più potenti del disco, è un macigno!
Si certo, una cosa voluta è stato avere due o tre pezzi che “tirano indietro”, sempre con questo mood pesante ma più adagio. Città dormitorio è un mostro che avanza con lentezza e mi ricorda un po’ un certo tipo di doom metal. Volevo quel tipo di effetto lì. A un certo punto dicevamo “non facciamo roba molle finché ci riusciamo” ma per noi è impossibile abbandonarla completamente. In effetti il disco contiene due o tre pezzi così, pur cercando nel complesso un piglio più tirato.
Dopo aver fatto le mie riflessioni e stilato le domande ho letto, per curiosità, un po’ di recensioni. Io ti ho già fatto la mia ma ho notato che, spesso, Lunga Attesa è considerato un filo diretto col passato. Cosa pensi di questa affermazione?
Le letture sulle nostre cose molto spesso ci hanno spiazzato, deluso e tante volte non le avevamo messe in conto. Noi non abbiamo un animo provocatore, per esempio, quando abbiamo fatto Uno non volevamo andare controcorrente tipo “voi volete le chitarre distorte e noi facciamo questa cosa qua”. No. Per noi era un disco che poteva andare in quella direzione.
Tu sei un artista non devi farlo per me, principalmente chi deve godere del disco sei tu. No?
(Cristiano annuisce) Un po’, più vai avanti e più sei consapevole di quello che stai facendo e sarebbe veramente falso se io ti dicessi che faccio musica solo per me, la realizzo sperando che piaccia alla gente però mai per ottenere un certo tipo di effetto. Io so solo che cerco di fare buona musica e quindi spesso le reazioni mi, ci hanno dato dispiacere, così alla fine ci siam detti “Vabbè forse non capiscono un cazzo. Loro.” Questo tipo di reazione, su Lunga Attesa dico, era un po’ più prevedibile però (ride), ti pare che una band un minimo intelligente dica “andiamo a fare un disco che sappia di passato”, no? L’unica nostra remora era sul fatto che avremmo usato solo chitarre, quando i dischi così oggi sono pochi e non sono considerati la cosa più cool, anche nell’ambiente più underground eccetera eccetera. Ci siamo quindi preoccupati di farlo risultare moderno anche senza le tastiere che oggi vanno molto. Proprio l’esatto contrario delle cose che hai letto! (sorridiamo)
Io ho sempre inteso le dinamiche relazionali all’interno di un gruppo un po’ come i rapporti di coppia, quindi vorrei chiederti: come riuscite a mantenere la passione accesa dopo oltre 20 anni assieme?
Non c’è il sesso di mezzo. Noi siamo eterosessuali quindi tra di noi non c’è mai stato nessun interesse in questo senso. Il sesso spesso crea danni all’interno dei gruppi. Secondo me la maggior parte delle coppie scoppiano per problemi legati ad esso, la passione è difficile da mantenere quindi non avendo dinamiche di questo tipo è più facile portare avanti la band. Sorrido ma credo di non dire una stronzata. Poi i Marlene Kuntz stanno assieme
ormai da 25 anni e per me questo è miracoloso e sicuramente rimarchevole: noi siamo realmente amici, realmente solidali e realmente stimolati a vicenda. Tutt’ora non ci siamo stufati l’uno dell’altro: ogni volta che andiamo in sala prove sappiamo cosa l’altro può dare ma siamo anche certi che proverà e riuscirà a sorprenderci. Non è da tutti questa cosa.
Torniamo al disco, i testi sono nati in contemporanea alla musica o in un secondo momento?
Io penso sempre i testi dopo che la musica mi ha dato un po’ di supporto anche perché cercano sempre di stare dietro al suo mood. L’80% della musica qui dentro è cattiva, sostenuta, acida, così i testi avevano bisogno di una chiave di lettura che fosse coerente.  Alcuni mi hanno detto “Cristiano i testi stavolta son proprio incazzati”, io non credo che fosse quello il mio spirito ma ho senz’altro cercato una resa efficace trovando argomenti di discussione che mi prendessero, ovviamente. Non voglio certo scrivere di qualcosa che non sento! (sorride) In questo caso bisogna avere la calma per aspettare la cosa giusta che ti faccia sentire a casa in quel momento.
Mi è venuto in mente il testo di Niente di nuovo. Ricordo che nei primissimi ascolti è stato uno dei brani che mi ha maggiormente commosso. È particolarmente toccante, ho avuto il bisogno di riascoltarlo subito più volte.
Capisco, credo che sia il mio pezzo preferito del disco. (sorridiamo)
Un evento bellissimo legato a Lunga Attesa è il contest che avete creato lanciando questo testo nell’etere (i Marlene Kuntz hanno pubblicato il testo di Lunga Attesa prima dell’uscita del disco, invitando i fans a utilizzarlo per creare un proprio brano) ricevendo in cambio ben 200 versioni!
Sono 320 non 200! La cosa ultima che il pubblico ha ricevuto è arrivata in maniera sequenziale, molto lentamente. Preciso che noi non l’abbiamo pensata come contest perché non ci piacciono.
Però la ricompensa è stata molto bella (i video dei primi 30 pezzi finalisti sono stati postati sui canali social della band).
Si per carità, era un atto dovuto trovare un premio perché abbiamo chiesto alla gente di fare una cosa anche se non esattamente per noi ma più per la creatività. La cosa è nata in un certo modo: coi Marlene cerchiamo di rendere la nostra pagina facebook un po’ interessante e pubblichiamo ogni giorno la canzone del mattino e quella della sera.
A me è capitato spessissimo di imbattermi nell’una o nell’altra, è una buona idea!
Pubblichiamo alle 11 e alle 21 come se fosse un po’ una radio e a un certo punto abbiamo pensato di fare “il testo della settimana” a disposizione della gente dal punto di vista della sola lettura, così abbiamo iniziato a postare quelli vecchi sganciandoli dalla musica. In prossimità della chiusura del disco ho avuto il guizzo di postare un testo nuovo, di una canzone non ancora pubblicata, Lunga Attesa. Addirittura inizialmente, preso dall’entusiasmo, ho pensato di pubblicarli tutti, uno a settimana. Però poteva diventare una cosa un po’ pesante e forse sgradita al pubblico che avrebbe potuto dirci “preferisco leggermi i testi quando esce il disco.” Così ci siamo limitati a uno, da lì a farlo musicare il passo è stato molto breve, il risultato è stato sorprendente e davvero inaspettato. Pensavamo “la gente sentirà che il testo funziona” ma in tutta onestà nessuno di noi avrebbe mai immaginato di ricevere oltre 300 versioni. Le abbiamo ascoltate tutte eh!
Per correttezza e per curiosità immagino…
Si esatto, proprio per questo.
Oltre i primi 30 avete fatto altre piacevoli scoperte?
Si assolutamente, ci siamo posti un limite di 30 brani scegliendone 10 a testa. C’è un sacco di roba che mi ha davvero incantato. Realmente. Abbiamo tenuto fuori qualcosa che ci piaceva moltissimo. Figo.
Questa iniziativa è molto umana, nel senso che spezza un sacco di
barriere
Si ma in maniera concreta, facendo cose! (sorride)
Esatto, mannaggia, se vi avessi mandato la mia… mi avreste cestinata!
(Rido) Non abbiamo cestinato nulla, tu l’hai fatta?
No, per fortuna vostra!
Magari saresti finita tra le prime 30, chissà! (ridiamo)
Ho poi chiesto a Cristiano di scattarsi una foto per supportare il mio sogno, #martinameetstones e ci siamo messi a chiacchierare di Mick Jagger.
Hey Cristiano, gli Stones stanno assieme 52 anni, vi hanno superati!
Martina, son molto più grandi di me, dacci il tempo di raggiungerli!
Bhe si in effetti! (risata generale)
Ci siamo infine salutati con un sorriso! Di Cristiano mi hanno colpita la semplicità come la sua simpatia e l’affabilità. Credo che da questa intervista traspaiano candidamente. Mi son anche avvicinata a Riccardo e ai due Luca per farmi autografare il vinile, con loro s’è parlato del disco e di quando li ho visti Live nel 1996. Andando via ho pensato “E se avessi avuto il coraggio di chiedergli un’intervista quando avevo 15 anni?” “Perché non ci ho pensato?” Chissà perché ho iniziato a fare ciò che amo, scrivere di musica, solo tanto tempo dopo…

Il concerto

La sera al Biggest di Samassi, una discoteca bellissima e assai vintage, ho assistito al concerto. Io stavo un po’ defilata accanto a Riccardo Tesio dove, inspiegabilmente si sentiva benissimo! Da quella posizione mi sono concentrata per
parecchio tempo sulle chitarre e sui ping pong armonici tra lui e Cristiano, spettacolari, come la loro intesa fatta di gestualità rituali. Dall’altra parte c’era Luca Saporiti che -diciamocelo pure- ha un tiro pauroso. Il pezzo in cui mi ha emozionata di più è senz’altro Leda, esattamente nell’improvviso cambio in cui a ogni nota corrisponde un terremoto. Al centro Cristiano Godano, carismatico e passionale in tutta la sua esplosiva pacatezza. Ho osservato anche Luca Bergia che ha pompato il sangue alla band per tutto il concerto come un cuore in corsa: alla grande! Mi ero ripromessa di andare a salutare i Marlene dopo lo spettacolo poi ho pensato a quante persone sarebbero state lì a dire la loro, scattando foto tra baci e abbracci e sono andata via senza aggiungermi al carico umano ed emotivo che li avrà avvinghiati a sé nel post concerto.  Lunga Attesa è una bella storia che spazia e sorprende sia su disco sia dal vivo. Andate a vedere i Marlene Kuntz, spaccano!
Ringrazio mio fratello Guido per le foto.

Intervista. Massimiliano Casu, musica e urbanistica partecipativa

Qualche tempo fa mi è capitato di venire a conoscenza di uno dei tanti progetti di Massimiliano Casu che, partendo dallo studio dell’architettura, ha esteso le sue ricerche alle dinamiche dell’incontro e della collaborazione
attraverso le pratiche musicali.  Dietro gli eventi e le performance che lui e il grupal crew collective organizzano, c’è una ricerca dedita allo studio dell’urbanistica partecipativa in cui la musica è lo strumento che stimola l’incontro, il dialogo e la collaborazione nello spazio pubblico. Bell’idea, vero? Ho avuto il piacere di scambiare due chiacchiere con Massimiliano, ecco la trascrizione!
Massimo, leggendo il tuo blog ho notato che ti occupi di moltissime cose, partiamo dal pricipio, qual è il percorso che ti ha portato in Spagna?
Io ho studiato Architettura a Cagliari e mi sono annoiato parecchio, credo sia una cosa comune a tanti studenti perché, almeno quando frequentavo io, non era la facoltà più stimolante del mondo. A un certo punto mi sono interessato di comunicazione e mi son traferito a Madrid per frequentare un master in comunicazione e architettura appassionandomi di urbanistica partecipativa, inizialmente in una direzione molto pratica e manuale. Ho poi voluto approfondire questa disciplina che non ha mai trovato cittadinanza nei dibattiti sull’architettura e per dirla tutta è stato più semplice organizzare alcuni progetti classificandoli come artistici. Tieni presente che gli interventi che facciamo negli spazi pubblici, come ristrutturare una piazza cercando di coinvolgere gli abitanti del quartiere, sono sempre stati finanziati da Centri d’Arte e affini.  Mi sono poi interessato d’Arte pubblica e da lì è stato un
cammino di estrazione degli elementi che mi interessavano: in tutte le pratiche partecipative di costruzione urbana la cosa più importante è come si genera il dialogo tra i partecipanti e tra tutti i linguaggi possibili per la comunicazione, uno dei più potenti è senz’altro la musica.
Il più immediato senza ombra di dubbio…
Si per varie questioni, la musica è un linguaggio non è verbale e coinvolge molte cose come il corpo e le emozioni ed è senz’altro molto efficace.  Da profano, autodidatta e un po’ da impostore ho iniziato a usare questo strumento per cercare di raggiungere lo stesso obiettivo che si persegue con la costruzione urbana.
Sei in un limbo tra pratica artistica, musica e architettura pubblica, ho capito bene?
Esatto, la musica è lo strumento che utilizzo per costruire un ambiente urbano più partecipativo, collettivo.
Il tuo percorso è passato dalla realizzazione architettonica materiale, quella del “mattone” (uso questa parola con cognizione di causa) a un’idea di costruzione immateriale, intangibile; è come se tu costruissi una piazza e poi la animassi di persone
Si, però il cambio di prospettiva non è radicale. Quando studiavo architettura mi interessavo di semiotica e il mattone non è mai solamente un mattone…
Ovviamente, avendo studiato Storia dell’Arte mi sono approcciata all’architettura da un punto di
vista storico, artistico e umano, sia chiaro!
L’elemento simbolico della musica è presente anche nella costruzione urbana per cui questo è solo un cambio di prospettiva. Per me la musica, in particolare la pratica della festa, sono un laboratorio architettonico dove la gente sperimenta nuovi modi di relazionarsi e usare il corpo; attorno a queste dinamiche si può costruire una città migliore.
È un ottimo punto di partenza e al contempo obiettivo per costruire una città diversa, partecipativa. Essendo molto appassionata di musica sono stata spesso a grandi concerti, penso a Paul McCartney ai fori imperiali nel 2003 con 500.000 persone o a Roger Waters con The Wall al Mediolanum e tanti altri. In quelle occasioni è assolutamente normale entrare in confidenza con perfetti sconosciuti magari mentre si fa la fila al botteghino o prima dell’inizio del concerto. In queste situazioni ci si sente avvolti da un senso comunitario familiare, si indossa una divisa e si innesca una comunicazione naturale di cameratismo. La pratica della festa è in una dimensione simile ma meno organizzata, penso al palco, alle strutture fisse che dividono la band dal pubblico o le zone all’interno di uno stadio. La festa abolisce queste sovrastrutture.
Ci sono due aspetti che mi interessano molto uno è l’universo del bass drop, momento più carico del pezzo che viene dopo una salita graduale. Ci sono degli studi sociologici su come la gente si comporta in situazioni collettive e proprio in quel momento si è individuata una totale pienezza individuale accompagnata a una identità di gruppo diffusa e diluita.
Il momento in cui si
raggiunge il top sia come individui sia come collettività
Esatto. La tua pienezza individuale e al contempo la totale
fusione con la collettività è ciò che cerco con le mie pratiche musicali.
Parliamo delle tue
attività, spulciando sul tuo sito ho visto alcuni video molto interessanti il
primo era all’interno di un bar. Tu eri in consolle e nei tavoli c’erano dei sensori che le persone potevano utilizzare per contribuire alla creazione del pezzo
Questo progetto cerca ancora la sua identità. I sensori rilevano le variazioni di capacità quando la gente mette la mano sopra, creando un suono mentre io organizzo l’architettura del set. A volte. Penso, per esempio, ai set di batteria riflettendo su come influenzino la partecipazione, poi controllo le dinamiche tra le persone e i volumi. Il video che hai visto è stato girato a Cagliari, al Bar Florio.  Uso anche altri strumenti come il video tracking in cui una telecamera rileva i movimenti e da lì si attivano le note. Questo è fondamentale quando lavori con bambini perché sono un pericolo per i sensori fragili! Questa ricerca permette di osservare come le persone usano il corpo, lo spazio e gli oggetti per comunicare.  E poi mi diverto molto. La cosa bella è l’aver trovato il modo per fare ricerca e lavorare su temi delicati in una maniera molto semplice.
Sicuramente è una struttura semplice ma non mi pare che il tuo approccio lo sia, anzi…
Ti ringrazio, ci sono molti punti di vista al riguardo a me piace riflettere bene, altri preferiscono l’improvvisazione, l’accesso immediato. Annualmente facciamo una festa al Matadero di Madrid in un centro d’Arte molto interessante, in cui ci sono dj set collettivi: la gente si scrive e può mettere su la sua playlist con 3 dischi e ha il suo momento di gloria con tanto di video proiettato sui maxi schermi. Gli facciamo vivere l’esperienza come quella dei grandi dj. La festa in sé è molto semplice e molti dei partecipanti la vivono come una serata divertente mentre per noi è una performance collettiva in cui si sperimentano le gerarchie liquide e come possiamo rendere compatibile l’essere il leader del gruppo mentre si è in consolle per poi tornare tra il pubblico. È un esperimento anche su come teatralizziamo le nostre azioni.
Devo aver letto qualcosa sul tuo sito e benché io non abbia scritto domande, tra gli appunti ho segnato “strade possibili”
Le cose di cui abbiamo parlato sono il cuore delle mie ricerche e al momento non so definirne il futuro ma ci sto lavorando (ride), però in termini di prospettive metterei l’accento sulle dinamiche dell’incontro e della collaborazione. Un’altra questione che mi appassiona molto è quella del laboratorio di idee, il laboratorio creativo. Per esempio qui a Madrid c’è un gruppo che balla Salsa, i Salsodromo, in spazi abbandonati o recuperando piazze, sempre negli spazi pubblici. Vorrei precisare che quando parlo di collaborazione e partecipazione la cosa non ha sempre una valenza positiva, non necessariamente l’incontro dev’essere una rimpatriata tra amici, può anche scaturirne un conflitto. La musica è una delle prime questioni di conflitto. Anche questa è una cosa molto interessante. Il dialogo non necessariamente deve mettere d’accordo ma è molto importante per riconoscere le posizioni dell’altro.
Un’altra delle tante cose che mi hanno incuriosito è il progetto Demos, mi spieghi cos’è?
Demos nasce dal concetto di identità narrative, in pratica è come se l’individuo non esistesse se non c’è un interlocutore. In questo senso la musica è molto importante, quando la ascolti o la crei ti colloca, mettendoti in relazione con gli altri.
Registrazione Demos, Cagliari

Se io avessi un pezzo nel cassetto, come potrei partecipare?

Lanciamo un bando nelle varie città quando abbiamo le
risorse e le persone si iscrivono. In una sessione di tre ore si compone,
produce e registra il pezzo. C’è chi ha una canzone, un sogno e chi non ha
nessuna idea ma vuole partecipare.
Produciamo i dischi in cicli compatti per cui ogni città ha il suo. Ci
piace pensare che l’album sia un modo di raccontare i luoghi, le città in cui sono fatti. Il progetto va molto bene, l’anno scorso l’abbiamo portato in 4 Paesi del centro e Sud America. Al momento dovremmo avere all’attivo circa 10 dischi. Li trovi su www.demos.international.

Se passerete a Cagliari, vorrei partecipare!

L’abbiamo già fatto! Io vivo la mia dimensione da espatriato un po’ frustrato, quindi cerco sempre di portare lì i progetti che realizzo altrove. A Cagliari il progetto Demos è stato realizzato a Sa Domu, una scuola occupata appoggiandoci al laboratorio musicale di Danilo Casti, quel disco è venuto un po’ più rumoroso degli altri ma è molto bello e convive accanto ad altre 8 città del mondo tra cui Montevideo, San Salvador, Madrid, Bogotà…

Massimiliano ha in ballo molti altri progetti che vi stupiranno, a questo proposito vi consiglio vivamente di fare un salto
sui suoi canali:

Todo Modo. Intervista a Giorgio Prette e Paolo Saporiti

Due settimane fa ho avuto il piacere e la fortuna di intervistare Giorgio Prette e Paolo Saporiti dei Todo Modo. Dopo aver visto 9 volte gli Afterhours posso affermare con certezza che adoro il piglio di Giorgio Prette alla batteria: con estrema naturalezza passa dalla suonata super tosta a quella elegante tipo Ringo in Something, avete presente? Altro artista a me noto e Xabier

Iriondo, talentuosissimo chitarrista che oltre alla 6 corde, sul palco e in studio, si diletta con loop station e altre diavolerie per creare suggestioni incredibili!   Il trio dei Todo Modo si completa con Paolo Saporiti, un cantautore che non conoscevo e che mi ha conquistato immediatamente… Ecco l’intervista:
Partiamo subito con il tasto dolente (Giorgio e Paolo fanno due facce perplesse), Giorgio in tanti continuano a chiederti perché sei andato via dagli Afterhours. Secondo me sei stato più che esaustivo nel comunicato stampa ufficiale quindi voglio avvertirti che non ti chiederò nulla.
(Paolo e Giorgio Scoppiano a ridere) Meno male, anche perché siamo qui con i Todo Modo…
Esatto! Ho però una domanda per entrambi (facce nuovamente serie e perplesse), come state, come è andato il viaggio? Paolo mi ha accennato al mare burrascoso… (risata generale)
Giorgio: C’è chi è navigato…
Paolo: e chi meno
Giorgio: Io ho dormito benissimo, in cuccetta si stava molto meglio
che nel tragitto dal bar alla stanza, il mare era così agitato che quando stavamo in piedi sembrava avessimo bevuto assenzio…
Prima domanda per Giorgio, con Xabi vi lega una forte amicizia, c’è un momento particolare in cui sono nati i Todo Modo?
Si, nell’estate del 2013 in concomitanza con la mia decisione di lasciare gli Afterhours che è avvenuta un
anno e mezzo prima che diventasse di dominio pubblico. All’epoca stavamo lavorando su Hai paura del Buio? che abbiamo fatto in tre io Manuel e Xabier e non si poteva realizzare senza me o Xabier e ovviamente nemmeno senza Manuel. Abbiamo perpetuato la cosa sino all’assolvimento degli impegni e siccome all’interno del gruppo la cosa già si sapeva io e Xabier abbiamo manifestato l’intenzione di continuare a suonare assieme. Le prime cose utilizzate coi Todo Modo le abbiamo buttate giù proprio in quel periodo senza ancora avere un progetto chiaro. A fine 2014 abbiamo deciso di fare sta’ cosa e avevamo bisogno di un capro espiatorio (ride), cioè qualcuno che scrivesse i testi e cantasse. Xabier collaborava già con Paolo e mi ha proposto il suo nome. Io non lo conoscevo, però se Xabier mi propone una nome gli do un certo peso, ecco. Poi detto questo, dalla settimana prossima me ne pentirò! (Risata generale) A parte gli scherzi lui ha risposto con entusiasmo, perché era inconsapevole e da lì è partito tutto.
Paolo, dove ti sei andato a cacciare?
In una cosa bellissima, perché, partendo dalle cose che loro avevano già fatto a tutto quello creato a partire da… subito, il progetto è partito davvero molto bene. Senza nessun freno, senza nessun retro pensiero, è stato tutto molto fresco e veloce. Tempi di registrazione: rapidissimi. Ogni cosa è stata masticata alla velocità della luce. Ho quasi la sensazione che sia già passata un’epoca. Per me anche essere qui in Sardegna a suonare non è una cosa piccola, nel senso che loro sono molto più “navigati” io molto meno e venir qua con un progetto così nuovo mi sembra un risultato enorme.
La foto più sfocata della storia: Giorgio Prette io e Paolo Saporiti
Parliamo del pubblico, quant’è cambiato nel corso degli anni? Secondo me parecchio e non in meglio…
Giorgio: Dipende molto dal contesto, inoltre il pubblico cambia geograficamente. Questo è innegabile.  È una domanda molto difficile perché negli Afterhours, con 25 anni di storia alle spalle è più arduo valutare questo aspetto. Comunque si, il pubblico è stato più curioso negli anni ’90 e il discorso vale per tutta la scena italiana, non solo per gli Afterhours. Quando abbiamo cominciato, noi stavamo in un contesto sotterraneo e mancava un circuito di locali live nazionale, per cui era impensabile fare un tour italiano. I primi accenni organizzativi sono stati nel ’92. Per tornare alla tua domanda, in sintesi, quando il pubblico era quantitativamente più esiguo era molto più curioso. La gente ti veniva a vedere indipendentemente dal fatto di conoscerti e voleva scoprire cose nuove. Nel corso degli anni, crescendo l’audience, questa cosa è quasi totalmente scomparsa. I ragazzi oggi vanno a vedere i concerti solo di chi conoscono già. Quando si è tentato di fare delle proposte per cercare di promuovere degli artisti, non dico che siamo miseramente falliti ma quasi. Anche nei festival internazionali la gente va a vedere l’headliner e non gli frega niente di quello che c’è prima, questa è un’attitudine culturalmente sbagliata. Inoltre, nei festival europei, il cast è estremamente variegato, c’è di tutto e il pubblico
vuole più l’evento che la musica. Soprattutto se fatto in un bel posto. Gli italiani vanno allo Sziget di Budapest, dove abbiamo suonato anche noi 3 anni fa e poi commentano “Ah che belli i festival all’estero!” In realtà si possono fare anche qua quel tipo di festival ma se si propongono in Italia le cose vengono sminuite. Stiamo entrando nell’antropologia dell’italiano che dà poco peso a tutto quello che ha ed esalta ciò che viene da fuori indipendentemente dalla qualità…
Le uniche eccezioni sono forse i festival tematici, penso a quelli Blues, che frequento o al Gods of Metal in cui il genere comune stimola il pubblico a conoscere nuovi artisti.
Va benissimo, hai ragione. Nel mio discorso specifico pensavo al Tora Tora.
Sono stata a tutte le edizioni ed era stupendo…
La gente non entrava sino a quando suonavano gli headliners. Il paradosso è che quando eravamo noi gli il gruppo di punta facevamo meno pubblico di un nostro concerto da soli. Si è provato con Arezzo Wave e altri festival a mischiare le carte, facendo suonare i gruppi più
grossi per primi ma niente.  Speriamo che cambi. È anche una questione geografica: per la Sardegna chi organizza ha una maggiorazione dei costi legati ai trasporti ma c’è una fame di concerti come in tutto il meridione. In Puglia per esempio d’estate fanno all’opposto, c’è troppa roba in giro e il pubblico è troppo sparpagliato.
Una cosa positiva di questi tempi, anche se un po’ ambigua e troppo
spesso usata male, sono i social network. Parlo per me che sono blogger e li trovo funzionali a ciò che voglio fare, senza sarebbe stato difficilissimo contattare voi come Fariselli, Finardi, Maroccolo e tutti gli altri artisti che ho avuto il piacere di conoscere… Negli anni ’90 questo era impensabile
Giorgio: se non avevi il telefono fisso… (ridiamo tutti) Indubbiamente ha eliminato dei filtri e si, il discorso è relativo al come si usano le cose…
Voi che rapporto avete con questi mezzi di comunicazione?
Paolo: Non fantastico, non siamo molto capaci, è come se venissimo da generazioni oni oni (ride) lontane
Giorgio: C’è un gap generazionale, con tutto il mio impegno non potrò mai avere la dimestichezza e l’automatismo di quelli che hanno anche solo 20 anni in meno di me.
Paolo: c’è anche una forma di sfiducia, almeno in noi non credo sia così spontaneo. È verissimo che a te permette di entrare in contatto diretto con alcuni artisti che altrimenti non avresti mai avvicinato ma è altrettanto vero che questo toglie ogni forma di scrematura e analisi qualitativa e meritocratica delle cose. Non parlo di te, ovviamente. Questo è il difetto più grosso di internet e non solo con gli artisti ma tra persone in generale. Non si è capito ancora dove andrà a finire e che cosa ha portato di reale nelle nostre vite. Credo i risultati si vedranno tra poco, come per tutte le innovazioni tecnologiche. Il discorso internet verrà scremato e tagliato a un certo punto. Come un’implosione naturale. Le innovazioni non è che poi devono rimanere, servono per fare passi avanti, creare delle ipotesi e le risposte arrivano da sole.
Paolo tu come scrivi, hai un metodo particolare?
C’è in me una sorta di disciplina legata al lavoro, nel senso che io tutte le mattine regolarmente ho delle ore dedicate alla musica. La scrittura è per me un gesto spontaneo che nasce quando mi metto in una determinata situazione. La cosa più semplice per me è imbracciare una chitarra perché tutto prende forma da una melodia. La bellezza di questo progetto con Giorgio e Xabier è stato spostare l’asse d questo mio metodo. Con loro ho potuto e dovuto scrivere in una situazione nuova. Per il gruppo ho preparato due o tre brani chitarra e voce, il resto sono state improvvisazioni loro sulle quali ho improvvisato testi e melodie. Altre cose sono nate dalla frequentazione in studio e dalle prove. Quindi i tre meccanismi sono questi. Mi sono abituato ad avere una sorta di riflesso naturale: quando mi metto in condizione di accettare quello che mi esce, esce. È una cosa che ho imparato a fare nel corso di 20 anni di lavoro.
Ultima domanda, una curiosità: qual è l’ultimo disco che avete ascoltato?
Giorgio: l’ultimo che ho comprato è Lunga Attesa dei Marlene Kuntz che mi è piaciuto moltissimo. Coi Marlene siamo amici da tanti anni ma musicalmente non sono mai stato un grande fan, pur apprezzandoli. Crescendo come persone e musicisti si impara ad andare al di là dei propri gusti quindi a riconoscere la qualità anche in contesti che non sono proprio i tuoi. È innegabile che i Marlene abbiano fatto dischi importanti, soprattutto i primi, e canzoni bellissime. Negli ultimi 10 anni, secondo me, si erano un po’ persi invece questo disco mi piace molto, ho mandato loro un sacco di messaggi. Sono uno stalker! (scoppiamo tutti a ridere) In realtà se c’è da fare dei complimenti a tutti ma soprattutto agli amici lo faccio stra-volentieri. Devo dire che è un bel disco.
Paolo: gli ultimi me li ha consigliati Xabier che mi ha dato un’infarinata generale su una scena post-punk che non conoscevo. Quindi ti dico subito Pere Ubu che hanno una concezione della musica più che moderna, spaventosi! Mi mancavano. Io arrivo dal cantautorato di stampo anglofono degli anni ’60 e ’70 e lì mi son fermato, parlo di Nick Drake, Tim Buckley, John Martin, Leonard Cohen, ecc… Questi artisti mi spostano il cuore. Poi per dovere e per coscienza a un certo punto bisogna allargare lo spettro. Razionalmente riesco ora a emozionarmi applicando l’intelletto e a star dietro all’emozione della conoscenza. Altra band nuova per me sono i Death Grips che hanno fatto un disco della madonna con un hip hop misto a noise e industrial. Una roba molto efficace e stimolante.
Grazie della chiacchierata, ci vediamo dopo sotto il palco!
Grazie, a dopo!
Parlare con Giorgio e Paolo è stato molto interessante, la nostra chiacchierata è volata via fluida e naturale lasciando spazio anche a qualche risata, poi ho visto il concerto. Fantastico. Sul palco c’era un’alchimia pazzesca, i tre sono andati dritti come un treno. Dopo aver visto Giorgio Prette live per la decima volta confermo quanto detto nell’intrudiozione, la varietà di registro con cui suona è incredibile! Xabier sta dentro il pezzo con ogni cellula del suo corpo: le espressioni del viso sono in perfetta sincronia con le note che sta o non sta suonando, se non fa nulla anche il corpo va in stand by diventando inespressivo per poi lanciarsi un attimo dopo nei suoi treni sonori. Grande performer!
Paolo Saporiti s’è perfettamente integrato nel datato sodalizio artistico che lega Giorgio e Xabi mettendoci del suo. Belli i testi, le melodie e i giochi vocali. Ho ascoltato anche il suo disco omonimo del 2014 e credo che andrò più a fondo nella scoperta di questo cantautore. I Todo Modo sono una nuova band italiana che merita
attenzione. Ascoltateli e soprattutto andate a vederli live, SPACCANO!
PS: anche i Todo Modo sponsorizzano #martinameetstones!


Tutte le fotografie, tranne quella in cui ci sono io, sono state scattate da Emiliano Cocco

Intervista. Gianni Maroccolo e la ricerca degli incontri

Nel 2014 ho cercato di intervistare Maroccolo ma preso da mille impegni non è mai riuscito a trovare il tempo. La
vita però a volte offre nuove opportunità, così l’ho contattato per una chiacchierata al Fabrik, un club di Cagliari, in cui giovedì scorso ha suonato “Niente è andato perso”.  Maroccolo è un uomo che ha vissuto tante esperienze musicali intense e importanti nel panorama musicale italiano degli ultimi 30 anni ma nonostante ciò la sua naturalezza, i suoi modi pacati e la sua gentilezza dimostrano che lui è davvero uno che bada alla sostanza e ben poco alla confezione delle cose. Ecco la trascrizione dell’intervista
Gianni sei un artista che ha fatto parte di molti progetti incredibili: Litfiba, CSI, CCCP, Marlene Kuntz senza contare le innumerevoli collaborazioni.
Sei un artista in continua evoluzione…
Io credo che questa vita terrena sia fatta di cicli dove in qualche modo nascono delle cose che poi muoiono e ci fanno rinascere per andare altrove. Mi sento un po’ come un cagnaccio che girovaga da solo e ogni tanto ama unirsi a un branco o crearne uno per camminare assieme e condividere un pezzo di vita sia umanamente che artisticamente. È giusto che le cose
finiscano portando sempre a una rinascita. Siccome mi piace suonare sono costantemente alla ricerca non tanto di nuovi progetti ma di nuovi incontri: nella vita mi piace viaggiare e incontrare persone. Viaggiare con loro.
Come è nato “Nulla è andato perso”?
Questo progetto è solista fra virgolette perché in realtà sono in compagnia di cari amici come Antonio Aiazzi, Andrea Chimenti, Beppe Brotto che suona una serie di strumenti indiani e nepalesi bellissimi e Simone che ha collaborato con me nei CSI. Questo concerto l’ho pensato da tanto e desideravo farlo.
Sembra che quella di oggi sul palco sia una serata tra amici
Bhe a un certo punto tutto torna anche se apparteniamo a generazioni diverse. Proprio per il discorso della ricerca degli incontri ho sempre cercato persone con cui condividere le cose importanti della vita prima di affrontare il problema o la gioia di fare musica assieme. Le alchimie devono funzionare poi la musica viene da sé. I progetti a tavolino secondo me non portano da nessuna parte.
Il flusso di energia tra persone è molto importante
È una vita che mi sento in dovere di suonare per smuovere qualcosa, non mi piace fare il Juke-box. Non mi è mai importato riempire i palazzetti, anche se mi è capitato. Ho vissuto anni della mia vita in cui i contesti erano quelli ma ogni progetto, anche i più grandi, li ho vissuti con serenità; quando è venuta a mancare me ne sono andato o i progetti son finiti naturalmente.
A casa ho un vecchio disco di mio padre che si chiama “Essenza” di Claudio Rocchi che ho amato molto. E in genere apprezzo i suoi lavori, decisamente unici. Mi parli un po’ del vostro rapporto e di come è nato il disco VDB23? L’ho trovato molto interessante, sotto molti aspetti, ricco di citazioni eppure “altro” rispetto ai vostri lavori precedenti.
Il presente è conseguenza naturale del nostro passato quindi le citazioni all’interno del disco sono molto probabili. Sai è accaduto per magia, frutto di uno di quegli incontri che cambiano la vita, speciali… L’intesa con Claudio va al di là dell’album. In VDB23 parole e musica sono in gran parte composte in Sardegna dove abitava lui, vicino a Oristano. Anche io ho vissuto in Sardegna quand’ero ragazzino per circa 12 o 13 anni. L’album è davvero frutto della magia di un incontro.
Adoro la struttura del disco, ha pezzi “fuori forma” che non rispettano lo standard dei 3 minuti…
Credo allora che il concerto di stasera ti piacerà parecchio… (ride) anche perché di cose da 3 minuti non c’è nemmeno una!
Abbiamo parlato del presente, com’eri invece ai tuoi esordi?
Quand’ero adolescente non ho mai sognato di fare il musicista. Le uniche scelte che avevo fatto poi la vita me le ha sconvolte: volevo fare il marinaio, studiavo al nautico di Cagliari e non vedevo l’ora di finire la scuola per imbarcarmi e girare il mondo. Per una serie di vicissitudini i miei son poi tornati in Toscana così il mio sogno è svanito e la mia seconda passione dopo il mare, la musica, ha preso il sopravvento. Casualmente o forse no, nulla avviene mai per caso. Però, vedi Martina, io non
ho mai rincorso i sogni, mi è successo qualche volta di correrci dietro in maniera ossessiva e ho capito che più ti accanisci più i tuoi desideri si allontanano da te.  Invece se vivi le cose mentre accadono, senza aspettative, la vita ti sorprende. Anche quando sembra che tutto per te vada male, alla fine la vita ti stupisce, o almeno a me è successo così. C’è anche da dire che tanti miei compagni di viaggio a un certo punto hanno cercato il successo, la popolarità e una certa sicurezza economica, giustamente, io però me ne sono sempre fregato.
Mi è venuta in mente una citazione di William Burroghs che disse a Patti Smith quando non era famosa “fatti un nome e mantienilo pulito, non scendere a compromessi e lui ti ripagherà”. Credo molto in questa attitudine alla vita, le aspettative sono spesso zavorre.
(Sorride) Non conoscevo questa citazione ma è esattamente ciò che stavo dicendo: forzare il karma o il destino (o ciò che si vuole in base alle proprie credenze) non serve a nulla. Ovviamente devi agevolare i tuoi desideri cioè se ti piace suonare devi far di tutto per farlo ma non perché questo abbia una finalità precisa se non quella che a te piaccia suonare ed esprimerti attraverso la musica.
Ti migliora la vita…
A me certamente ma anche a tutti quelli che la ascoltano. La funzione della musica è quella di arricchire le persone. Tutti i generi da quella leggera, alla classica, nessuno escluso. Fa compagnia, aiuta a staccare dalla quotidianità, rilassa!
In questo momento hai altri progetti in cantiere anche se il tour è appena iniziato?

Al momento no. Con la banda vogliamo dedicarci a questi concerti e sicuramente non ho più l’idea o il desiderio di ricreare un gruppo come i miei precedenti. A 55 anni farei fatica a ritrovarmi in un progetto di gruppo stabile ripartendo da zero. Tutti i gruppi passati dai Litfiba ai CSI ai Marlene Kuntz e via dicendo hanno in un certo senso, e lo dico con la massima modestia, lasciato un piccolo segno nel nostro cammino su questa vita. Ho anche il timore di non riuscire a costruire una storia altrettanto importante per me. Preferisco quindi ripartire da questi concerti per capire cosa farò in futuro. A breve ci sarà una collaborazione abbastanza tosta a Firenze con Io sono un Cane. Grazie per il tempo che mi hai dedicato. Buon concerto

(sorride) anche a te Martina.
Ho infine accennato a Gianni Maroccolo del mio hashtag #martinameetstones e mi ha detto con un gran sorriso “certo che ti aiuto però fai la foto con me e aiutami a reggere il foglio”.
 Che altro aggiungere?

Intervista. Teresa de Sio e l’Arte che surfa i secoli

Intervista Teresa de SioNel mio paese si è appena concluso il XXX premio letterario Giuseppe Dessì in cui una serie di scrittori e musicisti hanno abbellito la vita cittadina con i loro versi, musiche e racconti. Tra gli ospiti c’era anche Teresa de Sio che ha presentato il suo ultimo romanzo, l’attentissima e con la quale son riuscita a scambiare quattro chiacchiere. Ricordo quando da bambina la vedevo in Tv con quel tamburello e i capelli ricci, lunghissimi e quella voce con un timbro così particolare, mi affascinava sempre. 
 
Devo assolutamente fumarmi una sigaretta!
Io non fumo
e fai bene! -sorride-Così abbiamo iniziato a chiacchierare io e la brigantessa, mentre terminava di scrivere una dedica su un libro; accanto a lei c’era il vinile di Diamanda Galas, You must be certain to the devil, a quel punto mi sono emozionata “anch’io ho questo disco in vinile”, “è di Giacomo Serreli!” -dice lei- poi ci siam sedute l’una accanto all’altra e…

Lei ha iniziato la sua carriera agganciandosi alla musica folk per poi sperimentare avvalendosi di varie collaborazioni tra cui Brian Eno, Fabrizio de André, Paul Buckmaster. Secondo lei è importante conoscere le tradizioni?

È importante come conoscere la storia. La tradizione musicale va mantenuta perché racchiude gran parte dello spirito di un popolo però oltre ai musicisti  a lei fedeli devono esistere anche quelli, tra i quali cerco di posizionarmi, che cercano di diventare loro stessi tradizione portando innovazione al suo interno. Se ci pensi in musica il folclore non è altro che una serie di sperimentazioni che si sono affermate nel tempo.
In effetti la tradizione nasce come innovazione, come una rivoluzione all’interno di uno status quo per poi diventare anch’essa parte della storia
Esatto, non penso mai al folclore come a un qualcosa di statico e di fermo che sta alle mie spalle, dietro di me; lo sento presente e mi piace esserne interprete aggiungendo qualcosa di nuovo, di mio.
In che modo la tecnologia può, in musica, contribuire a questa fusione e tendersi in questo senso anche al futuro?
La tecnologia è sempre esistita, oggi la intendiamo in senso informatico ma se pensi agli scalpelli di Michelangelo erano all’epoca molto tecnologici, all’avanguardia. Pensa alla potenza innovativa della ruota o alla quantità infinita di strumenti musicali che nei vari popoli e culture sono stati creati adoperando materiali tipici di quella zona ed epoca. Per esempio, una volta ho fatto una serie di concerti con l’orchestra nazionale della mongolia e tra i loro strumenti c’è il Morincur, un violino interamente creato utilizzando solo esclusivamente parti del cavallo, animale da loro considerato sacro e molto importante all’interno della loro società.
Secondo lei perché, soprattutto tra i giovanissimi, si sta perdendo l’interesse per il passato? Le spiego meglio, credo che voi artisti viviate in una posizione privilegiata perché esprimendo voi stessi raccontate un epoca, siete quasi chiaroveggenti; al contempo credo che oggi dilaghi (più tra i giovani) un forte disinteresse per la tradizione/storia/arte, palesemente veicolato con lo scopo di allontanare dalla bellezza e dalla verità. 
Ci sono due risposte una positiva e una meno. La prima risposta è: si possono avvicinare i più giovani all’Arte solo continuando il proprio cammino, facendo ciò in cui si crede senza lasciarsi condizionare. Questo è importantissimo. Altra cosa fondamentale è trasmettere loro il nostro sapere che è ciò che noi siamo, come musicisti e persone. È importante trasferire contenuti attraverso la nostra musica, canzoni, libri o qualsiasi cosa facciamo. Spesso tra generazioni c’è una lotta ma in particolare oggi c’è un aspetto negativo: tutta la macchina produttiva in questo momento fa in modo che avvenga un taglio con il passato. A dominare il mondo non sono più la bellezza, l’arte, la cultura o la politica ma il mercato; l’antagonista più acerrimo al mantenimento della bellezza e della cultura è il mercantilismo. In tutti i campi. I giovani nascono già dentro questo sistema. La battaglia va affrontata su più fronti non solo con l’arma della musica o dell’arte.
In fondo il buon esempio è l’unica cosa che permette di trasmettere il sapere
Esatto, la cultura non è qualcosa di scolastico, noioso e pedante, è anzi divertente. I modelli imposti dai media, anche quelli su internet che spesso vengono ammantati di un senso di libertà, sono veicolati dal mercato. Solo con le relazioni umane di qualità  può nascere l’arte che fa il surf sulle onde dei secoli. Scegliendo i rapporti umani reali e non veicolati dal denaro si fa non solo un lavoro su se stessi ma sulla realtà oggettiva, visto che il mondo mercantile produce scorie. Se ci pensi siamo nel momento storico in cui gli oggetti vengono consumati di meno, un vestito che indossi oggi domani è obsoleto, diventando parte di un enorme cumulo di cose che ci seppelliranno. Toro seduto diceva già nell’800 “l’uomo bianco morirà sepolto dai suoi rifiuti” e guarda quant’è vero.
Di Teresa de Sio mi colpisce sempre l’attaccamento alla sua terra e la volontà di fare cose slegate e legatissime alle sue origini. Ha fatto un sacco di meraviglie artistiche la De Sio. Ora m’attende l’attentissima, suo romanzo, lì, sul comodino. 

Intervista. Eugenio Finardi in musica e parole

Eugenio Finardi è uno degli artisti italiani più interessanti in assoluto. Aspettavo di incontrarlo da tempo e il fato ha voluto che sia stato lui a venire da me, ha infatti suonato Musica e Parole nel mio paese, Villacidro, in occasione del XXX Premio letterario Giuseppe Dessì
 
Eugenio Finardi Musica e Parole Premio DessìLei è figlio d’arte, quando ha pensato che la musica potesse diventare
il suo lavoro, la sua strada?
Ho pensato che la musica potesse essere il mio lavoro quando mi si è formata la prima sinapsi nella pancia di mia madre che era una cantante lirica, mio padre invece era tecnico del suono nel cinema e produceva nastri magnetici. In realtà mia madre mi ha concepito con lo specifico scopo di produrre un cantante, la musica è sempre stata la mia vita, non ho mai avuto un’altra fantasia se non quella di essere un cantante. Per fortuna ci son riuscito, ho inciso il mio primo disco a 9 anni, a 10 e 11 anni ne ho fatti altri due.
Quindi non c’è stato un rito di passaggio
Si, esatto, il grande cambiamento è stata la scoperta della musica rock blues a 13 anni. Quello è stato un momento di svolta. A quel punto la scelta consapevole è stata che non sarei diventato un cantante lirico ma rock. A 20 anni avevo già firmato il mio primo contratto con la Numero 1, avevo già fatto il corista…
Insomma la gavetta l’ha fatta letteralmente quand’era in fasce
Si anche a scuola, ero quello che cantava alle feste  e pensavo già  “sono un cantante!”
Una delle sue principali caratteristiche è che lei è un artista fra la gente. La seguo sulla sua pagina Facebook e ho notato che interagisce sempre con
i luoghi e le persone che incontra e con chi ha una storia da raccontare; a parer mio questa sua qualità è molto rara, credo che molti artisti del suo calibro abbiano perso la capacità di vivere la semplice  quotidianità
In realtà in 40 anni di carriera ho tenuto questo lungo, lungo diario della mia vita cosa che più o meno fanno
molti solo che io nel mio non ho scritto solo le mie cose personali, i miei amori, i miei figli e le mie passioni. In realtà proprio una delle mie passioni è l’osservazione delle persone, della società, del cambiare della politica, dei
movimenti civili e quindi ho testimoniato anche ciò che vedo e vedevo attorno a me, la gente che incontro, le situazioni che loro vivono talvolta finiscono nelle mie canzoni.
Queste storie si sedimentano..
Si c’è proprio uno scambio, un’osmosi. Tanti trovano normale che uno venga influenzato dai libri che legge,
dai film e questo succede ovviamente, è però anche normale che in metro guardi una persona davanti a te. Canzoni come La storia di Franco sono un esempio. Da poco sono andato al cinema a vedere i Minions e davanti a me in coda c’era un padre con un figlio ed era ovvio che quello era il fine settimana in cui toccava a lui tenerlo, con questa voglia di compiacerlo ma con un po’ di goffaggine.  Poi magari sono cose che immagino, che proietto però non puoi non sentire la gente che hai intorno. Tante canzoni che ho scritto sono al femminile, Le donne piangono in macchina, nel disco nuovo è nata al semaforo guardando nell’auto accanto. Se fossi uno che cammina nei boschi parlerei di quello ma vivo a Milano…
Lo scorso anno lei è stato ospite di Morgan a X factor come giudice esterno in una bellissima villa che non ricordo dove sia…
Si trova in Austria a Vienna

 

Eugenio Finardi
Secondo lei i talent show e i mass media incoraggiano i giovani verso scelte standard? Se la sua risposta è si come mai non viene ricercata l’unicità?
I giovani durante l’adolescenza hanno questa tendenza a omologarsi, c’è stato un concerto degli One Direction a San Siro -io vivo molto vicino allo stadio- e, a parte mia figlia che aveva 15 anni che era come impazzita, è stato buffissimo vedere come sono arrivate decine di migliaia di ragazze ed erano tutte vestite uguali. Erano veramente tutte uguali!  Poi il problema dei talent show, sai ho avuto anche un amico che ha partecipato a The VoicePiero Dread, un cantante raggae quindi se gli danno un pezzo di Mina o lo fa raggae o non lo suona però non permettono di fare sempre queste cose, quindi si tende a premiare voci standardizzate. Quando sento la radio faccio fatica a capire se la cantante è Chiara o Noemi e anche i ragazzi sono molto standardizzati, giovani carini come i compagni di scuola che possono piacere a una ragazza molto giovane che poi è quella che vota e compra i dischi. La straordinarietà non viene premiata e purtroppo in Italia questo succede anche dopo.  Mi regalano spesso cd, ai miei concerti o via mail, su facebook ed è incredibile quanto siano tutti estremamente simili uno all’altro, no? Ci sono i filoni, i cloni di De Gregori, tantissimi cloni di Capossela, proprio una roba incredibile. Io ho smesso di ascoltarli perché non c’è una volta che me sia arrivato uno diverso. Abbiamo trovato una ragazza di Bologna che collabora con Giuvazza ed è l’unica che abbia dimostrato una certa originalità, le altre voci femminili sono tutte uguali. Urlano alla stessa maniera, c’è Mina c’è Giorgia, serve qualcos’altro. E nessuna ti dice che il suo modello e che sò Mercedes Sosa, Maria Carta, no son tutte su quel binario e i Talent show nutrono questo tipo di atteggiamento.
Mi è venuta in mente una frase di Battisti in cui diceva “l’artista non deve seguire il suo pubblico, deve anticiparlo”.
C’è anche questo televoto, insomma si inizia ad essere famosi e poi è come quel mio amico che si immaginava una storia d’amore tra due attori porno che iniziano facendone di ogni colore e poi man mano che va avanti la loro storia iniziano a prendersi per mano e arriva il primo bacio. I talent show son così hai una botta incredibile di fama e la sostanza se c’è arriva dopo. Anche il meccanismo dell’industria non permette di fare due album prima di raggiungere il successo se non funziona il primo sei fuori.
 Le vorrei chiedere di Gianni Sassi
Gianni Sassi era un genio della comunicazione, un grandissimo intellettuale e di straordinaria cultura e visione perché ha saputo intervenire sulla canzone Italia con una lucidità e precisione in relazione anche ai suoi tempi, sfruttandoli. Ce ne fossero di persone come Sassi, anche perché non era un musicista. Sapeva cosa stava facendo ma lasciava liberi gli artisti. Era un grande creatore di immagini.
Parole e musica..
Sono due opposti perché la parola è soggettiva mentre la musica è assoluta, matematica, i suoi rapporti sono
geometrici. La musica è un collegamento con l’assoluto cosmico, la parola invece è relativa e cambia ad ogni generazione.
(con me c’era una ragazza, Michela, che si occupa di libri sul sito mangialibri.com visitatelo per approfondimenti su questa parte dell’intervista dedicata alle parole!)
 
Eugenio, la saluto con un’autocitazione. Recentemente ho scritto un articolo sui miei 25 dischi italiani fondamentali. Tra i suoi ho scelto Sugo e ho definito lei “importante per la musica italiana come l’acqua santa in chiesa”
Eh addirittura! Approvo la scelta del disco, anche io l’ho riscoperto ultimamente. Conosco pochi colleghi che si riascoltano però di recente mi è capitato random Voglio, un pezzo di Sugo e ho messo su tutto l’album; devo dire che è un’ottimo lavoro, ormai son passati 40 anni ed è come se non l’avessi fatto io, sai mi son cambiate tutte le cellule..
Grazie Eugenio!

Grazie a te!

Dopo l’intervista Eugenio Finardi ha fatto la seconda parte del Sound check. Un po’ più tardi è cominciata la sua esibizione, potente e magnetica. Un elegante riassunto di quarant’anni di carriera in cui, alternando canzoni e narrazione ci ha regalato un’interessante ritaglio di Sé. 
Ringrazio Emiliano Billai per queste meravigliose fotografie.

Intervista. Patrizio Fariselli dagli Area all’Albero Azzurro

Ascolto gli Area international POPular Group da sempre. Il primo post di questo Blog è dedicato a loro, (è una recensione di Arbeit Macht Frei, il loro disco d’esordio). Gli Area li ho anche visti qualche anno fa in un bellissimo anfiteatro. Era Ferragosto ma l’anno è incerto, forse il 2009. Poi ho deciso che avrei provato a intervistare Patrizio Fariselli e ci sono riuscita; quella che state per leggere è una delle più belle chiacchierate che io abbia mai fatto. Dopo mezzo minuto Patrizio mi ha chiesto di dargli del Tu e la conversazione è diventata semplicissima. Tra una domanda e l’altra c’è stato anche spazio per risate e commenti fuori programma.
 
Quanto è importante
per te l’indipendenza musicale dai generi, dalle strutture, non solo con gli
Area ma in tutta la tua carriera? Ascoltando i tuoi lavori e leggendo la tua
biografia si nota che hai spaziato tanto…
Ci soni molti modi di intendere l’indipendenza: secondo me,
è prima di tutto uno stato mentale, un atteggiamento nei confronti del mondo che
prevede onestà intellettuale e rispetto, anche per se stessi.
Poi si tratta di difendere il proprio lavoro dalla prepotenza del mercato,
cercando nuovi percorsi al di là del cosiddetto trend, che spesso si rivela di
una banalità musicale desolante.
Sono comunque tanti gli artisti che tentano di autodeterminarsi, diffondendo il
proprio lavoro con le proprie forze, ma non è facile.

 

Altrimenti c’è omologazione…
Esatto. Chi invece cerca il successo, e i profitti economici,
va a pescare dove i più gettano l’amo. Ma una delle prerogative dell’arte
dovrebbe essere proprio l’indipendenza.
Per un ragazzo che impara a suonare, è inevitabile essere influenzato da ciò che
fanno i suoi maestri; è naturale che nelle sue prime esibizioni si noti questa
dipendenza. In seguito, però, giunto alla maturità, è giusto che cerchi la via
a lui più congeniale, ed elabori un proprio pensiero musicale.

 

La seconda domanda è
una curiosità sul tuo modo di lavorare e comporre. Il mio ragionamento per
strutturare la domanda è partito dal concetto di musica come linguaggio
universale che si adatta a nascere sia dall’improvvisazione sia dalla
scrittura. Qual è il tuo modo di approcciarti alla composizione?
Io sono sostanzialmente un improvvisatore: mi piace trovarmi
davanti a un pubblico e buttarmi allo sbaraglio (ride) in una pratica musicale
immediata, che nel suo divenire contempla anche l’errore, alla ricerca di
qualcosa che possa definirsi musica. Del resto, dal mio punto di vista,
l’improvvisazione è la chiave stessa del fare musica, nel suo complesso. Ciò
che un compositore tradizionale chiama “estro creativo”, o “ispirazione”, io lo
chiamo semplicemente improvvisazione. Considero la composizione nient’altro che
un’improvvisazione sedimentata, ponderata, ampliata e rifinita.
Hai iniziato a
suonare giovanissimo, figlio d’arte sei cresciuto avvolto da note musicali,
hai suonato nell’orchestra di tuo padre e dopo il conservatorio nel ’72 hai
fondato gli Area International Popular Group. Quali erano le vostre intenzioni
quando avete iniziato a suonare assieme, nella fase embrionale? Cosa vi
aspettavate da questa unione?
È una domanda che richiederebbe una risposta un po’ articolata…
ma, in estrema sintesi, c’era la volontà di creare una musica indipendente,
come dicevamo prima, ma anche l’esigenza di dire qualcosa di significativo. Il
gruppo doveva essere un organismo che ci rappresentasse nell’insieme, al di là
delle singole personalità. Anche se, naturalmente, ci tenevamo a dimostrare il
nostro talento, questo doveva risaltare come contributo al lavoro collettivo. Fu
per rinforzare questo concetto, l’importanza della collaborazione, che
scegliemmo di veicolare contenuti non solo poetici, ma anche sociali.
Avete rispettato
appieno i vostri intenti… Gli Area sono una delle pagine più belle e UNICHE
della musica italiana – e non solo- siete una mosca bianca, portate
l’ascoltatore in una dimensione di attenzione assoluta e poi siete ancora così attuali. 

 

Trapela in voi un interesse per la musica dei Balcani e in
generale per quella popolare, me ne vuoi parlare?
L’origine di questo interesse è nato dal piacere di suonare
tempi dispari, ritmi non usuali, che ci dessero l’opportunità di uscire dagli
schemi in cui la musica occidentale è in gran parte intrappolata.
Demetrio, che fino a quel momento aveva rivolto lo sguardo a ovest, verso gli
Stati Uniti, verso il rock anglosassone, a un certo punto diresse la sua
attenzione ad est, alla riscoperta delle proprie origini. Assieme, cominciammo lo
studio delle musiche balcaniche e mediterranee, e così, giocando, come sempre
quando si fanno le cose serie, scrivemmo e rielaborammo molti brani. Il nostro primo
pezzo, “Luglio, agosto, settembre (nero)” fu così importante per noi che continuo
ad eseguirlo ancora adesso, dopo quarant’anni. Anche perché, purtroppo, la
situazione in Palestina è ancora di drammatica attualità.

 

Eravate molto giovani
ma con le idee chiarissime… Indubbiamente avevate già un percorso artistico
alle spalle, maturi per spaziare con la mente e creare cose
così nuove e importanti.
Ti ringrazio. Tieni presente che io, lì in mezzo, ero il più
giovane; gli altri avevano quattro o cinque anni più di me (ride).
La prossima domanda è
una riflessione sul periodo in cui avete iniziato a suonare, ovvero sulla fine
degli anni ’60 e soprattutto sugli anni ’70. Io son molto appassionata di
questo periodo però mi provoca una sensazione contrastante. Sembra sia stato
utopico, tutta la sua energia e la potenza intellettuale si è come
volatilizzata…
Ogni tanto le società vivono delle ondate di innovazione e di
civiltà, ma queste sono sempre il frutto di una diffusa coscienza politica e dell’impegno
di molte persone. Quando invece si danno le cose per scontate e ci si rilassa,
presto si assiste al ritorno dello status reazionario perché il potere ha una
lunga esperienza e impara dai suoi errori, facendosi sempre più insidioso.
Musicalmente, gli anni ’70 sono stati di una fertilità estrema. Erano ancora in
attività i grandi maestri del novecento, musicisti straordinari, di generi
completamente diversi, Stravinskij, Duke Ellington, Cage, Miles Davis, oltre ai
grandi gruppi rock…
Ma furono anni importantissimi soprattutto dal punto di vista sociale: qui in
Italia c’era una spinta incredibile verso l’aggregazione e si usava la musica
come pretesto per stare assieme. Sembrava che una nuova società fosse ormai
imminente: metà del paese stava a sinistra e agli scioperi si vedeva una
partecipazione altissima. Pareva che di lì a poco l’Italia avrebbe finalmente applicato
la Costituzione, guadagnata con tanta fatica. Invece i vertici del partito
comunista e dei sindacati avevano già abbandonato quel sogno e si erano
spostati sempre più al centro, condividendo con i democristiani le politiche di
austerity e le leggi repressive contro i giovani della sinistra
extraparlamentare che, giustamente, non accettavano questo tradimento. Purtroppo
erano troppo divisi per formare un’alternativa.
I fatti dell’ultimo festival del parco Lambro mostrarono tutte le
contraddizioni interne al movimento. Poi ci fu la svolta autoritaria del
“gladiatore” Cossiga e la feroce repressione del settantasette, con centinaia di
arresti, che segnò la fine del movimento. A quel decennio di lotte, si pose letteralmente
una pietra sopra con la bomba alla stazione di Bologna, nell’80.
Poi, dopo il bastone, arrivò la carota, e con l’avvento delle tv e delle radio
commerciali in pochissimo tempo l’interesse per il sociale svanì completamente,
lasciando tutti basiti, in primis il sottoscritto.
Con gli Area eravamo rimasti fuori dal giro per diversi mesi, impegnati in tour
teatrali, e quando tornammo trovammo una società completamente cambiata, in cui
dilagava il narcisismo più idiota e un individualismo suicida.

 

Gli anni ’80 sono
quelli di MTV, in cui il concetto di musica diventa massificato e televisivo
Una fase tutt’ora in atto. Esiste una precisa volontà di colonizzare
l’immaginario dei ragazzi, e non solo, con una visione del mondo falsamente
ludica e liberatoria, ma che in realtà è solo consumistica e reifica ogni
aspetto della realtà, riducendola a mero spettacolo, secondo le più
pessimistiche previsioni di Débord.
Dal punto di vista politico, la situazione è quanto di peggio: il neoliberismo
nato in quegli anni è riuscito ad imporsi anche nei paesi europei con la
trappola del debito, provocato appositamente con la moneta unica. In nome di
un’ipotetica “Europa” stanno smantellando, una ad una, tutte le conquiste
sociali degli anni 70. Le privatizzazioni dei beni pubblici, perseguite sia
dalla destra che dalla sinistra, divenute indistinguibili, puntano alla
completa americanizzazione della società, dove prevalgono gli interessi delle
lobbies e il capitalismo più spietato. Sono molto, molto preoccupato, specie
per le nuove generazioni, ma confido nella saggezza di culture molto più
antiche di quella statunitense, che costituiscono la maggioranza dell’umanità e
fortunatamente hanno un’idea diversa e più profonda della vita su questo
pianeta.

 

Io non ho abilità
artistiche, non posso dare un contributo in questo senso, però mi piacerebbe sentire artisti culturalmente impegnati, come eravate e ancora siete
voi, e non mi riferisco solo al pensiero scritto e ai concetti verbali ma anche
alla musica che, in linea di massima, oggi è davvero banale
Il contributo culturale non è solo quello dell’artista che
compone ed esegue, ma avviene anche da parte
dell’ascoltatore. Questa cosa non va trascurata, è davvero importante
perché la musica non ha senso se non viene ascoltata. Il rito sociale del fare
musica si compie nella condivisione. Bisogna completare il cerchio. Quindi
anche tu, ascoltatrice, sei fondamentale in questo processo.
Nel dire questo
Patrizio non solo mi ha reso parte integrante della macchina musicale ma mi ha
fatto sentire necessaria. Non avevo mai pensato alla musica in questo senso; se
fossimo in quinto potere direi “anche le mie orecchie hanno un valore!”. Grazie
Maestro.
 
Avrei tante, troppe domande su Demetrio Stratos però mi limito a chiederti: che persona era nel quotidiano?
Era un ragazzo fantastico, allegro, colto, con un sacco di
interessi… che amava la vita. Eravamo molto legati ed esercitava su di me un
fascino notevole anche perché, quand’ero ragazzino, suonicchiavo con il mio
gruppo, i Telstar, i suoi pezzi dei Ribelli. Quando l’ho conosciuto, lui aveva già
alle spalle una carriera importante e per me era una star assoluta. Era anche
un grande narratore, ma la cosa che mi piaceva di più di Demetrio era la sua
curiosità. Riguardo al suo strumento, la voce, voleva conoscere tutto quello
che esisteva al mondo e trasformò la sua curiosità in ricerca. Quel percorso
l’ha portato lontanissimo dalle platee commerciali, e il suo rigore
intellettuale lo fece inoltrare per strade davvero impervie.
Ho seguito molte sue
interviste, letto vari articoli e lo studio sulla voce di Demetrio è davvero
molto interessante e affascinante
Oggi, a livello internazionale, ci sono molti artisti che
hanno affrontato la vocalità in modo non convenzionale, portando avanti la sua
ricerca di 40 anni fa. Se fosse ancora tra noi sarebbe andato davvero lontano.
Poi abbiamo esitato entrambi
un attimo, zitti per qualche secondo perché quando si nomina Demetrio a un certo punto piomba sempre il silenzio…
 
Un altro tuo amico artista era Gianni Sassi, mi racconti qualcosa di lui?
Era una persona dal carattere complesso, non sempre facile, ma
incredibilmente stimolante. Abbiamo sempre considerato Gianni un membro degli
Area, anche se non appariva nelle foto e si firmava con uno pseudonimo,
Frankenstein. Divenne il nostro paroliere e si inventò discografico per
pubblicare il nostro primo disco, Arbeit macht frei. Introdusse il metodo nel modo
di lavorare del gruppo: il piacere di fermarsi un momento, posare gli strumenti
e ragionare attorno a un tavolo su dei concept. A quel punto, durante una
riunione, proposi di schierarci politicamente, e lui ne fu entusiasta. Gli
brillarono gli occhi e cominciò la festa.
Parliamo di carriera
solista, non si può certo dire che il tuo sia stato un percorso a senso unico, tra gli appunti ho scritto solo “da
antropofagia all’albero azzurro
Anch’io ho molteplici interessi che mi hanno portato a fare
musica non solo d’arte, ma anche d’uso: colonne sonore per il cinema, il
teatro, i cartoni animati e la danza. Negli anni ‘80 lavorai quasi
esclusivamente come compositore e per quasi 10 anni abbandonai il palcoscenico.
Negli anni ’90 ebbi l’occasione di lavorare alla RAI per l’Albero Azzurro, una
bellissima trasmissione per bambini in età prescolare; per me una vera sfida.
Io ero già grande ma
mio fratello più piccolo lo guardava quotidianamente e talvolta mi incantavo
anche io, era un ottimo programma
Diciamo che era un programma rispettoso dell’intelligenza e
della dignità dei più piccoli. Ci ha dato grosse soddisfazioni. Da lì, non ho
più smesso di lavorare per i bambini. Ho pubblicato una piccola collana di
libri, illustrati da mia figlia Cleo, che ha più o meno la tua età, con allegate
musiche strumentali, “La musica delle cose e degli animali”, e recentemente ho musicato
due serie di cartoni animati per bambini ancora più piccoli, “Taratabong”, con
protagonisti degli strumenti musicali che comunicano suonando. Assieme a mia
moglie Cristina abbiamo scritto anche buona parte delle sceneggiature.
Bella questa
dimensione familiare della creazione artistica. Complimenti, il lavoro assume
così un significato ancora più prezioso
Mi sembra naturale lavorare coi familiari. Una volta, quando
uno nasceva in una famiglia d’artisti, veniva buttato dentro e facilmente anche
lui lo diventava.
Che progetti porti
avanti in questo momento?
Ho appena finito di registrare la colonna sonora di un film
a cartoni animati, “Bambini senza paura”, con la regia di Michel Fuzellier,
dedicato a Iqbal, il ragazzo pachistano che si ribellò alla schiavitù del
lavoro minorile. Dovrebbe uscire nei prossimi mesi.
Poi sto cercando di promuovere dei concerti/conferenza molto interessanti. Sono
di due tipi, uno con l’antropologa Michela Zucca, dedicato al pensiero mitico,
in cui io sviluppo un repertorio di musica arcaica, e l’altro con il professor Piergiorgio
Odifreddi
, con musiche legate a tematiche scientifiche.
Ultimo ma non ultimo, insieme ai due nuovi componenti degli Area, Marco Micheli
e Walter Paoli, con i quali abbiamo formato l’Area Open Project Trio, una formazione
molto combattiva, stiamo lavorando a un nuovo disco.

 

Verrete anche in
Sardegna?

Me lo auguro! Sono molto affezionato alla tua terra, dove ho
carissimi amici come Simone Sassu e i Nasodoble. Se si riuscisse ad organizzare qualcosa in Sardegna ne sarei molto
felice!

Io e Patrizio abbiamo parlato ancora un po’ della Sardegna, di un video che ha girato con i Nasodoble, mi ha anche detto che si è divertito a rispondere a queste domande, gli sono piaciute. È stato un confronto molto interessante, utile, da condividere e rileggere. Ogni finale che scrivo non mi convince mai abbastanza  quindi non aggiungo altro, le cose importanti d’altronde son già state dette!

Intervista Xavi Lozano Palay, musica con gli oggetti

foto di Ana Antoñanzas

Una settimana fa girava su Facebook un video in cui un ragazzo suona una transenna come fosse un flauto, ricordate? Guardate QUI
Ho subito scritto a Xavier, artista e aggiungo filosofo di Badalona, un paese vicino a Barcellona; così questi giorni ci siamo visti su skype. La nostra conversazione, principalmente in spagnolo, è stata molto fluida, ho anche chiesto a Xavi di suonarmi qualcosa e.. non avete idea.. 

 

Hola Xavi que tal?
Ciao Martina Buongiorno, parlo un poco d’italiano.. come estas?
Una semplice presentazione due parole sul caldo afoso che investe la Spagna e l’Italia; sin da subito scopro che abbiamo conoscenze in comune, per la serie quant’è piccolo il mondo e poi via a parlar di musica.. 

Bueno Xavi come ho visto il tuo video in cui suoni la transenna, tempo 30 secondi e ti avevo già chiesto un’intervista, non ho mai visto nulla così..
Muchas Gracias, ciò che faccio già da qualche anno è questo: suono oggetti a fiato. Il video in cui sto suonando la transenna è nato così, tre settimane fa suonavo a Barcellona e, vedi io non pubblico quasi mai i miei video su facebook, però stavolta ho detto ma si dai e la risposta è stata incredibile perché in meno di due settimane aveva oltre 700.000 visualizzazioni e oggi sono oltre 950.000. Nessuno dei miei video ha mai avuto una risposta simile, tranne quelli pubblicati da un’emittente televisiva che ha registrato oltre cinque milioni di visualizzazioni.
Fb è uno strumento molto potente, immagina che 5 tra i tuoi contatti condividano un tuo video e che ognuno di loro abbia 800 amici e moltiplica all’infinito..
Exacto es exponecial..
Xavi Lozano Palay
foto di Ana Antoñanzas

Come hai iniziato a creare strumenti musicali, da cosa è nata quest’idea?

Io ho iniziato a studiare musica quando avevo 8 anni, ho fatto il conservatorio e suono il piano, sax e tutte queste cose oltre a uno strumento tipico catalano che è una specie di flauto ad ancia doppia, una sorta di oboe tradizionale. Ho sempre fatto il musicista, vivo di questo da sempre. Ora ho 45 anni, quando ne avevo 18 circa mi interessai alla musica indiana del nord e iniziai a suonare del flauto di bambù di quella zona e a collezionare flauti appassionandomi anche a quelli arabi che sono obliqui e.. guarda..Xavi scompare per qualche secondo e và a prendere alcuni strumenti, così mentre parliamo, suona e mi spiega che il flauto indiano si suona esattamente con lo stesso meccanismo della transenna.. ovvero come un flauto traverso. Quello arabo è invece un semplice tubo cilindrico che può essere anche la gamba di una sedia o un tubo per l’irrigazione. 

Quando iniziai a suonare il flauto arabo, mio nonno si era rotto la gamba e girava con le stampelle e gli ho chiesto di sedersi un attimo, ho smontato la sua stampella e mi sono messo a suonarla.
E tuo nonno?
Mio nonno era sopreso, gli è piaciuto. Quello è stato un momento molto importante nella mia vita, perchè ho capito che potevo suonare gli oggetti che non son pensati per la musica ma sono perfetti e talvolta son migliori di uno strumento standard. Così iniziai a lavorare con le scuole, mostravo gli strumenti di tutto il mondo e tra questi suonavo la stampella ma i bambini mi dicevano “questo non è un faluto!”Così ho iniziato a incorporare oggetti ai flauti e nel frattempo facevo anche musica fusion e cose sperimetali soprattutto.. Circa 8 anni fa un amico mi ha detto che stavano cercando persone per un programma tv e mi son presentato perché volevano un attore che sapesse suonare, bueno, io non sono attore però, vamos a ver.. un’avventura e alla fine ho vinto! Mi hanno fatto condurre un programma anche se la mia immagine non è molto elegante per la tele, alla fine ho fatto una serie di 28 puntate che andavano in onda ogni giovedì tra il tg e la prima serata quindi era visto da milioni di persone. Dopo son stato chiamato in altri programmi e la gente mi saluta per strada e cose così, mi fermano e mi chiedono come mi è venuto in mente di suonare le carote e cose del genere..
E adesso?
Adesso suono sia solo sia con un trio. Da poco son stato ospite in una Tv Coreana e Cinese e questo e ciò che faccio ora.
Sicuramente è una cosa unica al mondo..
Questa è una cosa che piace ai media anche se io non amo moltissimo la televisione ma capisco che le mie performance son qualcosa di curioso e culturale.
Penso che i bambini siano uno dei pubblici più incuriositi da ciò che fai… la sensazione che ho mentre parliamo è che tu sia un surrealista, un po’ come Dalì che rendeva possibili situazioni impossibili nella realtà..
Bueno (ride mentre menziono Dalì), grazie per il complimento. La reazione và di pari passo con l’età, quelli più curiosi in realtà sono gli adolescenti perché capiscono, più son grandi più si incuriosiscono..Inoltre quella è un’età di cambiamenti e credono di sapere tutto.. Io non voglio insegnare nulla, sono solo una persona che ha scoperto una cosa. Mi piace anche con gli adulti e moltissimo con gli anziani.
E loro che reazioni hanno?
I bambini spesso mi dicono che è magia musicale e io sono un mago senza cappello e senza coniglio! Altrimenti mi chiedono quali sono le cose che invece non sono riuscito a suonare. Io rispondo sempre che le verdure son difficili e che la cosa che non sono ancora riuscito a suonare è il peperone, troppo irregolare, l’idea è di suonarlo come un’ocarina..
Quanti flauti possiedi?
Sono circa 400 da tutto i mondo più altri strumenti ma non ne conosco il totale. Ho inoltre moltissimi fischietti.
Ci sono altri musicisti nella tua famiglia?
No..
A questo punto seguono una serie dì dimostrazioni in cui Xavi suona un mattone, una bottiglia d’acqua, una stampella, un tortiglione con  uno spaghetto, un manubrio e altre cose.. poi mi fa qualche domanda su di me, sul mio lavoro, sul blog.. e poi proseguiamo nella nostra chiacchierata.


Xavi quanto tempo passa tra l’idea e la realizzazione di uno strumento? 
Tieni presente che secondo me in passato la gente viveva meglio, la musica è sempre esistita ma gli strumenti no. Quanti oggetti buttiamo senza renderci conto che invece potrebbero essere qualcos’altro? Prima se volevi ascoltare musica dovevi suonarla, così una signora con una padella ecc… questo istinto sta dentro ognuno di noi.
Come tornare alle origini, immaginare e creare..
Detto questo bisogna fare diversi esperimenti per ottenere un suono calibrato. Questa è un’operazione matematica sai, su internet puoi trovare molti video che ti illustrano come creare uno strumento..Alla fine Xavi mi dice che verrà in Sardegna a Ottobre, a Bitti per incontrare i suoi amici Tenores, con i quali se non sbaglio è andato in Tour negli Usa e ci diamo appuntamento lì. A Bitti. A Ottobre. Quest’uomo e la sua colta semplicità hanno reso la mia giornata migliore perché è impossibile rimanere indifferenti. Vedere una sua performance ti lascia pensare che non c’è solo una direzione, che la convenzione è tale ma non deve essere universale. 
Abbiamo bisogno di risvegliare i nostri sensi assopiti, dobbiamo aguzzare l’ingegno. Io ragazzi a chiacchierare con tutta sta bella gente mi sento davvero fortunata e persone come Xavi DEVONO essere esempi perché non è tutt’oro quello che luccica ma vale anche il contrario. 


Ecco il video della nostra video Chat diviso in tre parti: nella prima parte Xavi suona flauti tradizionali, nella seconda e terza suona musica con gli  oggetti. 

Ho inserito i video in ordine inverso perchè preferisco guardarli così. 
Buona Visione

 

Intervista. Faris Amine: il Sahara, la chitarra, il Mississippi – Seconda Parte

Ecco la seconda parte dell’intervista a Faris Amine, artista Tuareg che ha collaborato con i Tinariwen e Terakaft, ha inoltre collaborato con David Rhodes per un disco registrato alla NASA e ha recentemente pubblicato il suo ultimo disco, Mississippi to Sahara. Faris Amine in Mississippi to Sahara reinterpreta  a modo suo 10 pezzi classici del Blues americano, riscrivendo i testi e suonandoli nello stile Assouf, un genere che desrcrive un sentimento di perdita e nostalgia tramite uno strumento non tradizionale tra i Tuareg: la chitarra. Nella nostra lunga e interessantissima chiacchierata abbiamo parlato di moltissime cose, ecco la trascrizione della Seconda parte dell’intervista.

Tu come vivi la religione,
essendo un artista..

È una cosa spirituale e non che
riguarda la polizia e cose del genere, riguarda lo spirito umano ed è una forma
di nutrimento, non dovrebbe servire per giudicare gli altri.
Personale ma spesso  inspiegabilmente
motivo di odio..
Io sono musulmano e la mia
cosmogonia è musulmana ma mi confronto apertamente e tranquillamente con gli
altri. Fra i tuareg la donna è forse più libera degli uomini, pensa che gli
strumenti musicali più nobili possono suonarli solo le mani delle donne. Fra i
Tuareg la religione è sempre stata vissuta in maniera tollerante verso gli
altri…
Faris Amine e Leo Bud Welch ©-Giacomo-Lagrasta
Faris Amine e Leo Bud Welch, foto di Giacomo Lagrasta

Quando sei stato conquistato
dal Blues?

Il blues è una cosa che sentivo
già nelle musiche di mia madre e quindi mi è familiare da sempre. Nel Blues c’è
una sensibilità, un qualcosa che mi tocca profondamente ma in realtà spesso non
ne ho chiaro il perché.  Leo Bud Welch,
che ha suonato nel disco, non voleva cantare il testo della canzone uguale
identico all’originale, e chiacchierando una sera mi ha detto “Faris, per me
il Blues è una cosa molto semplice: il blues non è nient’altro che un uomo
buono che sta male”.
Questa frase bellissima, che lui canta anche nel
disco, mi ha fatto capire perché il Blues mi colpisce così tanto e non mi sento
di aggiungere nulla a questo.
A proposito di Leo, nel tuo
book ho letto una frase molto bella in cui dici “ qualsiasi cosa lui faccia,
anche solo battendo le mani, ha qualcosa di Blues”..
Per me il termine Blues e
Bluesman sono termini molto abusati, cioè oggi tutti si sentono bluesman,
invece no, non è così. Leo è un vero Bluesman. Certi concetti sono molto
difficili da spiegare con le parole, anche l’Assouf è un
sentimento che non tutti posseggono e di certo il Blues non è un colore o una
cosa comunitaria ma dipende dal vissuto e dalla sensibilità di ognuno.
Anche nel book si parla di
come a un certo punto la musica Assouf passi dall’essere comunitaria all’essere
individuale.
Questo mi fa stare bene nello
stile Assouf, la musica contemporanea Tuareg non è come tanti altri generi
musicali africani e anche in questo è simile al Blues, nell’Assouf è il
compositore che parla di se stesso, delle sue opinioni e dei suoi problemi.
In Mississippi to Sahara non
si suonano semplici cover e questo tendi a precisarlo anche nel book. Tu hai
preso i pezzi Blues americani a cui sei più legato, hai arrangiato la musica e
riscritto i testi risultando molto diverso eppure uguale agli originali..
Per me quelle son diventate
canzoni mie, non le sento come cover perché fanno parte di me e al contempo le
ho ricreate, in qualche modo. Non so sempre spiegare bene le cose, le parole
sono più pericolose della musica.
Faris Amine, foto di Claudia Bonacini

A me la cosa risulta
chiarissima e apprezzo questo tuo modo di vivere la musica
. Dopo aver
ascoltato il tuo disco mi son riascoltata le versioni originali una dietro
l’altra in sequenza ed è impressionante come il risultato sia da un lato
diversissimo e dall’altro coincida perfettamente..

Questo è un disco che mi è stato
cucito addosso davvero. Il fatto che io sia meticcio e poter riunire due cose
che sono già unite…
River of Gennargentu vorrebbe
chiederti come è stato suonare con Leo Bud Welch..
Avevamo un appuntamento in studio
proprio per le prime sessioni di registrazione del disco e non ci eravamo mai
visti prima. Io mi aspettavo di incontrare un americano, invece ho trovato un
africano e sul momento la cosa mi ha sorpreso perché con lui era come essere in
Mali ai festival nel deserto, le cose che mi aspettavo non coincidevano quindi
bisognava usare un codice diverso, mi ha davvero piacevolmente sorpreso. Questo
disco per me sono un sacco di cerchi che si chiudono perché il Blues arriva
dall’Africa e loro (gli americani) non so come ma son riusciti a tenere vivo lo
spirito originario. Non so come, perché gli Stati Uniti sono uno dei Paesi più
moderni in assoluto.
La prefazione di Andy Morgan..
Grande giornalista musicale
inglese, fotografo e manager dei Tinariwen, la sua prefazione è stata per me
una bella soddisfazione perché con i Tinariwen ho un rapporto particolare, soprattutto
con Ibrahim. Ibrahim rappresenta l’Assouf, quel modo particolare d’essere
sensibili. Morgan ha voluto scriverla e mi ha fatto molto piacere.
A proposito dei Tinariwen se
non ho letto male vi siete conosciuti durante una Jam Session..
Tendenzialmente noi musicisti
Tuareg ci conosciamo tutti e i Terakaft (gruppo in cui Faris ha suonato) sono
una costola dei Tinariwen. Loro erano i pionieri, la prima generazione Assouf e
i Tinariwen mi hanno subito “adottato” quindi ho passato tanto tempo con loro.
I ricordi più belli in loro compagnia sono questi piccoli concerti, le jam
sessions con le chitarre acustiche in mezzo al deserto cui c’era una semplicità
che io non voglio perdere e che non ho trovato sempre nei grandi palchi.
River of Gennargentu chiede,
quali sono i tuoi Bluesman americani preferiti?
Skip James moltissimo, fammi
pensare son domande difficili, Robert Johnson, Muddy Waters, Ray Charles, Vera
Hall. Ecco forse Skip è il mio preferito dei Pionieri, e mi fermerei qua.
La prossima domanda l’ho
pensata dopo aver sentito Mississippi to Sahara la prima volta. Ho poi letto in
un secondo momento il Booklet e ho visto, con estremo piacere, che ne parli
anche tu.. In che rapporti sei con Jimi Hendrix?
Lo
ascolto quasi quotidianamente, ho imparato a suonare la chitarra grazie a lui e
ho un rapporto quasi familiare. Era un grandissimo compositore, era un poeta,
un cantante e indubbiamente anche un grande chitarrista. Era il suo ritmo che
mi trasportava, pezzi come Hey Joe hanno un groove che fa paura.
Io
dopo aver concluso il disco ho pensato subito a lui a che rapporto Faris Amine,
musicista Assouf, potesse avere con Hendrix. La domanda era inconsapevole ma
probabilmente inconsciamente ho colto qualche piccolo riferimento..
Credo
che verrà fuori sempre di più. Prima di incidere questo disco ho avuto bisogno
di tornare nel Sahara e stare lì per un po’ e in pratica è come se avessi fatto
pari con tutte le mie radici. Il mio modo di fare musica è cambiato.
Recentemente ho suonato per la Nasa con David Rhodes..
Hai
suonato per la NASA?
Ho
suonato per un album che uscirà principalmente a nome di David Rhodes,
che è dall’80 il chitarrista di Peter Gabriel, e va in tour con Kate Bush, Paul
McCartney e tanti altri. Il disco si chiama The Fermi Paradox ed è finanziato
dal Jet Propulsion Laboratory della NASA. In pratica cercavano musicisti per
divulgare le ultime conoscenze acquisite sullo spazio e io ho scritto due
canzoni che gli son piaciute e mi hanno chiamato in studio con loro. Insomma un
bel giro, Sahara, Sardegna, Reggio Emilia e poi lo Spazio! All’interno del
disco ci saranno nuovi pezzi in inglese perché ormai sto scrivendo anche in
questa lingua. In pratica ho una parte di repertorio in tamasheq e un’altra in
inglese. Non vedo l’ora di registrare il prossimo disco, anche se molti mi
dicono come faccio a pensarci mentre ancora sto in tour per questo..
In
realtà credo sia una cosa molto comune tra voi artisti, essendo appassionata
leggo mole biografie e per esempio… non so gli Stones, che hanno 52 anni di
carriera alle spalle, hanno scritto i loro dischi mentre erano in Tour per
quello precedente e forse è anche giusto, insomma perché bloccare la
creatività?
Esatto,
io scrivo quasi ogni giorno anche se solo qualche nota o un appunto, in tanti
posti e luoghi diversi e adesso ho il desiderio di scrivere qualcosa che
riguardi me e che allarghi gli orizzonti. Non so come spiegare, non voglio
rappresentare niente o nessuno se non me stesso.
Faris Amine foto di Pierre David
Faris Amine foto di Pierre David
Qual
è l’ultimo album che hai ascoltato? Mi consiglieresti un disco?
L’ultimo
in ordine di tempo è Giant Steps di John Coltrane, e anche White Lies For Dark
Times di Ben Harper. Quello che ti consiglio invece è Abacabok dei Tartit,
un gruppo molto femminile Tuareg, gli unici a suonare la musica tradizionale
con strumenti tradizionali.  Son stato
con loro tanto tempo e nella loro musica si sentono chiaramente le origini del
Blues americano. È impressionante la similitudine, più di altre musiche
tradizionali dell’Africa. Questo discorso mi affascina molto, anche Scorsese
nei suoi documentari si è limitato geograficamente, non è andato a esplorare
sino al Nord invece nella pentatonica, nel modo in cui le canzoni vengo
strutturate ecc.. c’è una corrispondenza totale. Lì nel nord vi sono due etnie
principali i Songhai e i Tuareg, ma non so perché i Tuareg non siano mai stati
considerati nella ricerca delle origini del blues americano, forse perché sono
troppo chiari di pelle per l’immaginario della gente che pensa che Africa sia
solo qualcosa di molto scuro.