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Spazio Guest. Antonio Caputo racconta il concerto di Bugo

Antonio Caputo mi ha contattata qualche tempo fa per chiedermi uno spazio su Stereorama. Ha scritto per altri Blog ed è appassionato di musica. La settimana scorsa è stato al concerto di Bugo e questo è il suo resoconto!

Quando perdi il gel e trovi la coca-cola. Essersi assentati
dai palcoscenici per ben quattro anni e ripresentarsi con il doppio delle
energie, fisiche ed espressive, ti fa entrare di diritto nell’olimpo dei grandi
artisti. Questa cosa la sta facendo Bugo che con uno dei suoi colpi da maestro
sta mettendo un paio di cose a posto nella scena musicale italiana.
Clamoroso e allo stesso tempo entusiasmante fu il suo
rientro, a fine 2015, con l’Ep Arrivano i
Nostri
che ha anticipato il suo nuovo album Nessuna scala da salire, messo su mercato anche in versione vinile
che, guarda caso, è al primo posto nella classifica delle vendite.
Dati economici a parte è doveroso dire che Bugo il vizio di
fare dei concerti spettacolari non l’ha perso. Nella sua dimensione preferita,
il cosiddetto fantautore da il meglio
di se, circondandosi, poi, di musicisti di primo livello. Vedere lui e la sua
band esibirsi al Monk di Roma è stata davvero una gioia completa. L’inizio è
stato di quelli folgoranti: rock puro, a tratti Me la godo è uno di quegli inni che si scrivono una volta sola
nella vita e sembra essere la giusta canzone contemporanea in grado di
raccogliere quella pesante eredità lasciata da Vado al massimo di un certo Vasco Rossi. Neanche a farlo a posta,
quando arriva il momento di Ggell,
Bugo si inventa un medley che lega il suo pezzo al celebre Bollicine del Vasco nazionale. Decisamente più intimo quando le
versioni di quei due capolavori che rispondono al nome di Che diritti ho su di te e Comunque
io voglio te
, vengono eseguite voce e piano, lì era anche lecito
commuoversi.

si è sentita anche qualche
reminiscenza lo-fi e tanta, tanta energia sprigionata dai brani, vecchi e
nuovi, ben amalgamati in questa soluzione speciale.

Il finale affidato a cavalli di battaglia come C’è crisi e Nel giro giusto, altri inni, a conferma del fatto che Cristian
Bugatti (il suo vero nome) è l’artista italiano che più mantiene viva quella
tradizione (se di tradizionale si può parlare) di cantautori del passato come,
Gaetano, Celentano, anche Battisti e lo stesso Vasco Rossi, che hanno saputo
mettere d’accordo il pubblico mainstream con quello alternativo (ora indie).
E allora, Vincenzo Mollica, cosa aspetti, corri a
intervistare Bugo e portalo nelle tavole delle famiglie italiane!

 

Antonio C.
caputontonio@gmail.com

Umberto Palazzo, Keith Richards e quelli che non sanno le cose

Keith Richards Hip Hop
Foto dal profilo Fb di Richards ” Septemper 11th 2015, London”
Mi domando seriamente perché le persone continuino a gridare all’anatema quando Keith Richards, chitarrista e membro fondatore degli Stones, risponde sinceramente a delle domande o esprime un parere musicale. Di solito risulta un po’ strano quando un artista critica un collega, magari pesantemente, però c’è una cosa importante da non trascurare quando una persona esprime un giudizio: l’autorità. Keef è una personalità autorevole nel suo campo che ha un linguaggio semplice e mira al concetto; ciò significa che ha macinato chilometri e di sicuro non parla a vanvera quando esprime un suo personale gusto (affinato con gli anni). 
Che poi anche noi nella nostra carriera di ascoltatori facciamo il buono e il cattivo tempo con le note che passano dentro le nostre orecchie e quindi? Potrei scrivere moltissime cose su personaggi autorevolissimi del mondo della musica che non mi piacciono, dando le mie motivazioni, giustificando il mio gusto. La cosa importante non è l’incipit ma la fine del discorso. 
Detto questo, ieri ho letto uno status interessante su FB, scritto da Umberto Palazzo, artista, dj, musicista italiano che di sicuro vive nel mondo della musica da molto tempo e alla cui opinione dò sempre peso (anche se talvolta non condivido). In questa riflessione, che quoto al 100%, Umberto si è rivolto a quelli che hanno dimenticato, o non sanno, chi sia Keith Richards. 

Umberto PalazzoA me piacciono i Beatles, i Black Sabbath, i vecchi Metallica, i Grateful Dead e l’hip hop.
Allora…
Abbiamo uno che solo con i diritti di “Bitter Sweet Symphony” ha guadagnato quello che una persona media guadagna in dieci vite e senza muovere un dito, è una personalità che ha segnato la storia della musica, del suo strumento e del costume, è tuttora in una band che è fra le dieci che guadagnano di più, è quello che più di chiunque altro ha contribuito a definire la parola rock ed è quello che meglio di tutti lo ha incarnato. Semplicemente nel suo settore è un dio e uno dei più importanti. Last but not least è un genio. Come lui non ce ne sono stati più che altri quattro o cinque (il suo socio, quelli di Liverpool, Dylan).
Ora questa persona, anziana e più che mai senza peli sulla lingua (se mai li ha avuti), dice senza filtri quello che pensa di certa musica e di certi artisti, cose che per altro, se conoscete la sua musica e la coerenza che lo ha sempre contraddistinto, le cose che ha sempre detto, tutto quello che fa, il suo amore per il blues e la musica delle radici, avreste da tempo dovuto capire da soli.
Avreste dovuto capire che certa musica non può che fargli schifo. Che lo dica esplicitamente è solo la conferma di una cosa che avreste già dovuto sapere.
Ma non potete tollerare che Keith Richards non la pensi come voi, che non gli piaccia musica che a voi piace, non provate a chiedervi perché, quali siano i meccanismi che fanno funzionare la mente e la visione estetica di un artista, che come tutti, anzi più di tutti ha cose che ama e cose detesta e che costruisce la sua musica tanto sul non fare le cose che detesta quanto sul fare le cose che ama e quindi gli date del ROSICONE e dell’OPPORTUNISTA CHE VUOLE SOLO PROMUOVERE IL SUO ULTIMO ALBUM.

Ehi! Davvero basta, finiamola qui.
A parte che non vedo nessuno che prenda le difese dell’hip hop o dell’elettronica, ovviamente perché a voi non piace e su cui probabilmente buttate merda quotidianamente e a cuor leggero e senza dare a voi stessi dei rosiconi.

 

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Borchie + Briciole racconta la sua Ballata per piccole Iene

Stereorama Borchie + Briciole AfterhoursQualche mese fa, tipo a inizio anno, son capitata su un Blog Borchie + Briciole mentre cercavo qualcosa sugli Afterhours e mi sono appassionata alla scrittura-monologo della blogger. Quel suo parlare solo per sé, che in fondo il Blog è un diario non segreto in cui quell’intimità irrazionale, noi blogger, vogliamo condividerla col mondo. Senza volerlo sto’ blog l’ho trovato spesso  sul mio percorso di ricerca informazioni così ho scritto alla sua autrice, Valentina Sedda, che poi manco a farlo apposta è nata a 40 km da casa mia. Valentina scrive, scrive da Dio, senza curarsi del Seo e tutte quelle robe social media bla bla. Così se ti imbatti sul suo Blog ci arrivi perché stai cercando qualcosa di non convenzionale. Lei è così. I suoi racconti e recensioni non sono mai formali o tecnici ma partono dall’intangibile emozione che prova quando si scontra con qualcosa o qualcuno. Valentina inoltre disegna e fa una marea di cose, andate a curiosare… Ci siam trovate bene, io e lei, naturali come se ci conoscessimo dal 1999. Un anno a caso. Insomma abbiam deciso di regalarci un guestpost, come atto di reciproca stima in cui i nostri spazi per un attimo si fanno intercambiabili; lei coi suoi meravigliosi monologhi io con la mia estrema sintesi. A breve comparirò sul suo Blog e la cosa mi emoziona perché ci tengo a questa sconosciuta adorabile conosciuta. Bene, lascio la parola a Borchie + Briciole che ci racconterà il suo Ballate per piccole Iene degli Afterhours.
 
E poi c’è l’album della relazione fissa e del male.
E della scoperta in tempo reale degli After.
Era inverno, la prima volta che ho sentito Ballate per
piccole iene
.
Era inverno e pioveva, davanti al capolinea del tram a
Milano Nord.

 

E ricordo di aver toccato il metallo freddo del portone, per tirarlo a me,
aprire e poi chiudere. Uscire di casa. E mettere play.

 

Pioveva e mi stringevo sotto l’ombrello, i capelli
schiacciati nel basco in lana.
Era la prima volta nella mia vita che uscivo con gli
auricolari ficcati nelle orecchie.
Avevo un vecchio lettore cd regalatomi da un’amica e il
cd masterizzato male del nuovo disco degli Aftehours.
Era buio, di un buio illuminato male dai fari delle auto.
Un buio sfuocato che mi faceva cenni di libertà e solitudine.
E ho messo play.
E son partite le prime note de La sottile linea bianca.
E io camminavo, attraversavo la strada per arrivare a
quella stazione di periferia – che già ora non esiste più.
Camminavo con lo stupore di chi entra in un sogno
meraviglioso. Un sogno bagnato e meraviglioso.
È stata la prima volta che ho visto la città con gli
occhi di quella poesia in musica.
Bianco calore sfondami il cuore.
La vibrazione e le carezze, di quei versi respirati con
tutto il diaframma. Le note, le note che mi afferravano i polsi e la testa.
E mi sono vista da fuori. Nella mia gioventù e nello
spaesamento. Nelle linee basse della mia persona, nelle parole di uno
sconosciuto.
Niente mai, era stato paragonabile all’intimità di quelle
parole bagnate dalla pioggia.
Sarai sempre sola, ora che mi hai.
È che il pianto tuo mi incendia.
Cazzo.
E ogni volta che ripasso per quelle vie – che son passati
10 anni – ogni volta che ripasso per quelle vie rivedo i neon e i fari a
illuminare la mia figura in una trance bianca e pura sporcata dal traffico –
sporcata da una Milano livida d’inverno.
Le parole che ti affondano giù, inghiottite come la
pillola più liscia.
Bianco calore scalda il mio amore.
E le chitarre distorte e graffiate che ti trascinano nel
loro fango di verità.
Sfondami il cuore.

 

E gli occhi dello
stupore.

 

E l’autista che ti guida ha una sola mano.
E parli di quel mondo di piccole iene, del mondo
opportunista di un amore che ti rende innocuo.

 

Che forse non sei più il predatore che eri abituato ad essere.

 

E tu continui a pensare pensieri oscuri che ti sovrastano
e ti senti sporco e scuro e nero e uccidi ma non vuoi morire.
Solo se conviene.
E di labbra in posti sbagliati e identità perdute e
respiri interrotti.
E peccati per ritrovarti.
Mi uccidi ma non vuoi morire.
Mia piccola iena.
Che me lo immagino come un viaggio in auto nella nebbia
umida – questo disco.
Forse per l’autista a inizio canzone.
Ma il viaggio si interrompe brusco – perché devi essere perfetto
quando precipiti.
Che È la fine quella più importante.
E di eroi decaduti che non si arrendono più e niente
può minare me e te
.
Fattosfattodisperatoquanto bello sei.
E io che mi ricordavo sempre solo della stessa storia –
che cazzo com’era bello fattosfattodisperato. Perfetto mentre moriva
nell’autodistruzione.
Sii perfetto se precipiti.
E cazzo – poi Ci sono molti modi.
E la mano che ti invade le viscere e le rivolta.
È quello che sai che ti uccide o e quello che non sai?
E i presagi violenti spinti via dal cuore e spenti in
testa – il tentato omicidio dei presagi.
Torneremo a scorrere.
Scorrere di male o scorrere di vita.
Lasciandoti fottere forte.
E le patologie senza virus, le patologie eterne di cuori
mezzo distrutti.
E nel buio, eroe del mio inferno privato.
Che come sempre infettarsi e uccidersi di questa
patologia è l’unico sopravvivere.
Una scelta inevitabile.
Torneremo a scorrere.
E tutto il vuoto che si è fatto strada perché sopportare
il dolore era way too much.
E per sentirmi vivo ti uccideró.
La vacuità di un corpo senza speranze e forze.
Lo so che il mio amore è una patologia, vorrei che mi
uccidesse ora.
E la voce strappata e la sua schiena ai concerti mentre
la suona al piano.

 

Che ero laterale al palco, qualche volta. E vedevo solo capelli e schiena.

 

Vorrei che mi uccidesse ora.
E arrivano mani battute di battute incalzanti e La
vedova bianca
e di tutto ciò che è sbagliato senza limiti.
Che siamo uguali in questo sentimento marcio e corrotto.
Ma la violenza della stabilità è un modo di morire a
metà.
Che lo pensiamo entrambi, tra baci sporchi e fuochi che
tentano di non spegnersi.
Un bacio sporco sa spogliare il cuore dai demoni.
Ma non si puó fare a meno di stare insieme in questa
malata stabilità.
Vieni a fare un giro dentro di me.
ManiManiMani.
E anche tu hai qualcosa dentro di te – che è sbagliato e
ci rende simili.
Accettarlo è la prima cosa da fare per sopravvivere a
questo tentativo di equilibrio.
È sbagliato ma ci rende simili.
Carne fresca.
Lieve e tranquilla cantilena in cerca di quiete.
Se c’è un senso sei tu.
E niente si muove e io non mi muovo.
Sei carne fresca.
Con tutte le novità disorientanti che porti – e lo
stupore.
Tutto è calmo intorno a te.
E tutta la calma inquietante – la calma che dovrebbe
stenderti e placarti invece sembra solo un tappeto di nuvole pronte ad
esplodere.
E cerchi di assaporare la calma temporanea – che non mi
pare avrà lunga durata.
Male in polvere.
Sta polvere bianca di merda mi uccide pensare che la si
trovi affascinante.
Cento demoni giocano con te.
E non ti mollano e non ti abbandonano.
E uomo orribile hai cibo in polvere.
Un cibo che ti trascina giù.
Non mentire su te.
Ma c’era un male in lei che non si cura mai.
L’oscurità di una vita che chissà che avrai mai vissuto.
Di oscurità senza lacrime e senza regole – che la conosco bene, l’oscurità.
L’oscurità della consapevolezza del mondo.
L’oscurità della paura e dell’apatia.
Cento demoni viaggiano con te, in quell’oscurità.
E cerchi metodi di compensazione e ognuno ha il suo.
Siano baci siano cocaina – niente puó salvarti da te stesso. Sei tu la tua
condanna.
La mente sa che ci sei solo tu.
Chissà com’è.
Che sempre di male si parla.
Male da zittire e sopraffare – l’album del male.
Capita di non farcela e di essere il coltello ed insieme
la ferita.
Che è sempre l’album del male interiorizzato, nutrito e
cresciuto con cura dentro di noi.
Chissà com’è – se è come me è quasi amore.
Che se anche tutto va bene, il tormento – il tormento ti sovrasta.
Chissà com’è se come me non ha cuore.
O ha un cuore che sa di condanne autoinflitte.
E il sangue di Giuda.
E l’inizio come di vetri rotti e sussurri.
Imparare a barare e sembrare piú vero.
Due miserie in un corpo solo.
Scoppia il sangue dentro e scorre veloce.
C’è solo sangue quando sai che sei fedele a quello in cui
non credi più.
E cercare di proteggersi da te e da se stessi – come
non morire
.
E di cazzi inutili e cosce in rovina.
Di tempo passato e segni sulla pelle. E di sangue che
troppo pulsa e troppo confonde.
E quel ronzio nelle orecchie, che lo senti sfondarti le
vene e ogni capillare.
E annebbiarti i pensieri.
Far male un po’
Pentirsi un po’.
Tornare a sfamarsi un po’.
Solo sangue dentro me.
Che il sangue è istinto e violenza.
Solo sangue e non magia.
Solo sangue e non va via.
E lieve, Il compleanno di Andrea.
Uscire in punta di piedi.
E una voce consapevole che ti dice sopravviverai.
Che nel male puoi viverci e continuare ad andare avanti.
Sopravviverai.
Solo un altro che ha perso e tu sei mia.
Sopravviverai per me.
E la caduta elettrica e lenta e lunga, la caduta in un
mare viscoso e scuro.
Forse fango, più che mare.

 

Sopravviverai.
 

El Chino, i numeri, la Playlist

Due settimane fa ho scritto un post sulla pagina Fb di Stereorama:“Ciao, siamo un sacco di persone, esattamente 719 ma potreste suggerire la pagina agli amici musicofili così il 750° iscritto avrà un riconoscimento, un premio, ancora da definire?”  
Bene, Il caso ha voluto che l’iscritto numero 750 fosse l’utente El Chino, un musicista che ovviamente non conosco di persona. Gli ho ho così scritto una mail offrendogli uno spazio nei miei Guest Post per presentarsi  e scrivere ciò che vuole, magari condividendo con noi una sua playlist.
Elepharmers StereoramaLascio la penna a lui.

 

Mi chiamo Guido, ho 40 anni appena compiuti (mi fa un po’ impressione dirlo) amo la musica, vivo per la musica. Suono il basso, la chitarra, scrivo canzoni e canto, ho un gruppo che si chiama Elepharmers e suoniamo stoner rock, stiamo preparando il nostro secondo disco. Ho suonato per oltre 10 anni in un gruppo post-hardcore, gli Inkarakua, e in tanti altri progetti. Faccio parte dell’associazione culturale Monolithix con cui portiamo in Sardegna gruppi stoner, psych, doom e di generi affini a questi. Gestisco insieme a mio fratello un locale a Cagliari nel rione Marina, il Covo Art Cafe. Un piccolo ritrovo nelle notti cagliaritane, accogliente e dove la musica è sempre protagonista. Questa è la mia playlist, premi PLAY
A presto, grazie per questa possibilità
Guido
Ringrazio el Chino per la sua disponibilità e per questa super playlist, insomma ci è andata bene no? Possiamo tranquillamente alzare il volume dello stereo e metterci a ballare in salotto!
Rilancio la sfida all’utente numero 1000. A propostito, siete iscritti alla pagina Fb di Stereorama?

 

 

La Factory, il Fluxus e i Velvet Underground

Per questo special guest ho chiesto alla mia amica Valeria Pecora, storica d’arte e scrittrice appassionata dei Velvet Underground di regalarmi una riflessione con tema Lou Reed e John Cale visto che a Marzo entrambi compiono gli anni. Ne è venuto fuori un articolone in cui Andy è il Re mida e i Velvet Underground una Bibbia musicale moderna ma la memoria lascia spazio anche al Fluxus e a John Cage restituendo un affresco del fermento che ha visto nascere una delle più grandi band del 900′.
 
Factory e Velvet Underground: un matrimonio strabiliante nella
poligamia artistica e culturale voluta da Andy Warhol che cambierà radicalmente
la concezione dell’arte, della musica, del business. Della storia.
La Factory è identificata, incarnata, osannata grazie alla
figura del controverso profeta/imperatore Andy Warhol.
I Velvet Underground hanno
il loro guru e leader, il loro sacerdote in Lou Reed.
Il miracolo avviene nel
tempio della Factory (un tempo al quinto piano del 231 East 47th Street, a
Midtown Manhattan); in questa casa, laboratorio, cenacolo, si incontrano e
fondono l’ arte e gli artisti tra cui Bob Dylan, Mick Jagger e
un elenco lunghissimo di nomi. Lì si produce arte e si organizzano
feste in un osmosi totale tra arte e vita. Tornando a Factory e Velvet
Underground sarebbe uno sgarbo imperdonabile non ricordare la teutonica vestale
(soprannominata anche Sacerdotessa delle tenebre) Nico (modella, attrice e chanteuse), che unirà il suo nome a
quello del gruppo per intitolare uno degli album più potenti della storia
musicale.
E’ il 12 marzo del 1967 quando viene pubblicato l’album The Velvet Underground & Nico
,
registrato l’anno prima e prodotto (non a caso) da Andy Warhol che disegnerà
anche la celeberrima copertina con la banana “sbucciabile” (Peel slowly and see!).
Quell’album non fu solo un album. Questo album non è solo un album. E’ l’incarnazione
vivente di un’epoca, di un modo di vivere, sentire, drogarsi, scopare, fare
musica, sperimentare, morire. E’ un’opera d’arte, è musica ma non solo.
E’ grafica, rock, pop art, vita, marketing, immortalità, eros e thanatos.

 

L’epoca è quella giusta. Gli anni sono quelli che restano
indelebili nelle coscienze di tutti per le rivoluzioni e il cambiamento. Le
lotte per i diritti civili, contro le guerre, per la liberazione sessuale. Ci
troviamo negli Stati Uniti d’America ed esattamente a New York. Sono i gloriosi
anni Sessanta. Le radici spirituali Andy e Lou le ereditano dal
movimento artistico Fluxus, guidato
da George Maciunas che fonda un movimento e una rivista con questo nome proprio
nella Grande Mela, anticipando e soddisfando le esigenze di un tempo che vuole
abbattere le separazioni e fondersi. Si professa l’abolizione di ogni
distinzione tra tutte le categorie artistiche come arti visive, musica, teatro
e letteratura. Il flusso porta però anche alla fusione tra queste stesse arti.
Andy rispecchia a pieno questa filosofia diventando l’artista che “sa fare
tutto”. Re Mida dell’arte, trasforma in oro tutte le discipline nelle quali si
cimenta. E’ pittore, scultore, attore, sceneggiatore, montatore, grafico, produttore
musicale, direttore della fotografia e regista. Un Leonardo da Vinci di un Rinascimento
contemporaneo, rivisitato in salsa yankee. L’America è ancora una volta debitrice
all’Europa per le sue innovazioni culturali ma va riconosciuto agli Stati Uniti
il merito di aver saputo usare al meglio le intuizioni del Vecchio Continente. Infatti
Fluxus nasce esattamente nella
Germania del 1961, nell’anno della costruzione del Muro di Berlino e deve a sua
volta le sue radici al dadaismo di Marcel Duchamp. Fluxus ha tra i suoi adepti più celebri John Cage, straordinario
compositore americano e teorico musicale, pioniere degli Happening negli anni
Cinquanta. Arrivato a New York, John Cage conoscerà un altro John con cui ha
molto in comune. Anche lui è un eccellente compositore, musicista, di origine
gallese. Si tratta di John Cale. Una bizzarria linguistica li rende quasi
gemelli, con nomi identici e cognomi molto simili. I due si conoscono e
collaborano. Nel 1965 John Cale conosce Lou Reed con cui forma i Velvet
Underground insieme a Sterling Morrison e Angus MacLise (sostituito poco dopo
da Maureen Ann “Moe” Tucker). E’ nel regno di Andy Warhol che viene alla luce
l’album The Velvet Underground and Nico, quasi come eredità da tramandare ai
posteri.
L’esperienza della Factory muore infatti (forse non a caso) un anno
dopo la fusione del talento musicale e di quello pop artistico tra Andy e Lou.
A Warhol va il merito di aver fiutato con genio anticipatore le dinamiche di
globalizzazione e commercializzazione della società contemporanea. Business e
marketing non risparmiano neanche l’arte. Anzi trasformano essa stessa in una
succulenta macchina per fare soldi. Non a caso Andy Warhol irrora nelle sue
opere d’arte, l’immortalità, figlia della bellezza assoluta, dell’universale
che scavalca l’incedere del tempo insieme all’icona. L’icona è l’immagine che
diventa tutto nella società odierna. L’immagine si può riprodurre con il
procedimento della serigrafia e moltiplicare in centinaia, migliaia, milioni di
copie. L’icona della banana disegnata nella copertina/capolavoro di The Velvet
Underground and Nico, diventa la traccia indelebile, opera d’arte a se stante
che si fonde con la musica sublime di Lou e della sua band. Un album che
diventa una Bibbia nel panorama musicale mondiale, e che ha costretto
moralmente la Biblioteca del Congresso degli Stati Uniti d’America ad inserirlo
nel National Recording Registry come opera da tramandare per evangelizzare (e
vaccinare musicalmente) i nostri figli.

Tra Jazz e melodia, lo stile italiano delle colonne sonore

Il prossimo Guest Post è stato scritto da Gianmarco Diana, classe 1973 che oltre a essere conduttore del programma Cinematica in onda su Radio X è musicista nei Sikitikis e nei Dancefloor Stompers. Appassionato musicologo e collezionista di colonne sonore collabora con il portale colonnesonore.net; ha scritto per Stereorama un interessante post dedicato allo stile italiano delle colonne sonore.

Che
cosa ha reso lo stile italiano nel comporre musica da film così particolare da
rendere oggi spasmodica la ricerca di quei vecchi vinili? Perché i nostri
“cugini” americani o giapponesi stravedono per l’italian soundtrack style,
tanto da riconoscerlo alla prima nota? Che cosa, ancora, fa si che personaggi
da noi quasi completamente ignorati rivestano all’estero lo status di
eroi musicali?
Da
appassionato del genere, non ho alcun problema a riconoscere agli Italiani uno
stile. È
vero, infatti, che una colonna sonora italiana suona diversamente dalle altre e
che, negli anni a cavallo tra la fine dei ’50 ed i ’70, i compositori italiani
si sono emancipati da quello che era lo standard codificato del commento
sonoro all’americana, rimpiazzando gli ormai sterili epici sinfonismi,  caratteristici di certe produzioni
Hollywoodiane, con i più sinceri e tradizionali riferimenti alla melodia
italiana.
Alberto Sordi stile italiano colonne sonoreMa
andiamo per ordine e cerchiamo di individuare il momento preciso nel quale si
incomincia a costruire questo stile; dopo la stagione del Neo-realismo, ancora
musicalmente dominata da certo drammatico sinfonismo ad opera di autori come
Renzo Rossellini e Sandro Cicognini, con gli anni ’50 si arriva ad una nuova
idea di fusione di generi, alti e bassi, nelle composizioni della musica da
film. Emblema del nuovo corso potrebbe essere Nino Rota, un musicista
che ha attraversato gli anni ’40 ed ha prodotto musica fino al 1979, anno della
sua prematura scomparsa, fedele alleato e complice di Federico Fellini nel
creare quelle atmosfere sospese tra sogno e realtà, capace di far convivere
nella stessa composizione elementi di musica classica e napoletana, andamenti
tipici del jazz di New Orleans ed aperture sinfoniche, boogie woogie
e marcette popolane, musica barocca e dissonanze da musica contemporanea. Altro
che crossover! E questo è proprio uno dei punti di forza ed un elemento
caratteristico della produzione italiana: la commistione di generi musicali
diversi, la capacità di metabolizzare le musiche degli altri e farle apparire
come qualcosa di nuovo, autoctono ed imprevedibile! Consideriamo il jazz,
genere sbarcato in Italia all’indomani della Seconda Guerra Mondiale e, da
allora, sposato da tantissimi musicisti, gli stessi che sarebbero diventati i
grandi
i soliti ignoti colonne sonorecompositori della musica da film in Italia. Non è un caso. Il jazz
rappresentò per loro la possibilità di comporre in maniera libera,
affrancandosi dai tanto vituperati schemi della musica classica, sfogando
finalmente quello che avevano dentro e rivitalizzando, al tempo stesso, la
tradizione. Pianisti come Piero Umiliani, Piero Piccioni e Armando
Trovajoli
, trombettisti come Ennio Morricone e Franco Micalizzi,
sassofonisti come Giancarlo Barigozzi, trombonisti come Dino Piana
e contrabbassisti come Berto Pisano, per non citare che i più noti,
cominciarono la loro carriera di musicisti con il jazz. Fu poi un passo
naturale quello di inserirlo nei film a commento, il che rappresentò uno
spartiacque non indifferente poiché i registi si resero conto che funzionava;
non solo nei film noir o a sfondo poliziesco, ma persino nelle commedie.
Si pensi a I soliti ignoti, cult soundtrack composta dal
grandissimo Pierino Umiliani (R.I.P.) per l’omonimo film di Mario Monicelli:
per la prima volta una commedia italiana utilizzava il jazz come colonna
sonora per le imprese di un branco di ladri iellati e disorganizzati, riuscendo
a caratterizzare tutte le situazioni topiche del film (il tema portante che
individua la banda, quello più dolce per la splendida Claudia Cardinale, quello
solo spazzole e contrabbasso per rendere i passi furtivi, quello con sola
chitarra per le rocambolesche cadute, e via dicendo…). Monicelli ne fu
entusiasta- raccontò Umiliani, soddisfatto ed orgoglioso di un primato. Sulla
scia del clamoroso successo del film e della colonna sonora di Umiliani,
tantissimi registi decisero di affidare il commento sonoro dei loro lavori a
musicisti appassionati di jazz; fu così che nacquero capolavori dell’italian
soundtrack style
come Sette uomini d’oro, strepitoso jazz da big
band composto da Armando Trovajoli con la partecipazione vocale dei
Cantori Moderni di Alessandro Alessandroni, Smog e La legge dei gangsters,
entrambe di Piero Umiliani, Il boom, La decima vittima e Tre notti d’amore di Piero Piccioni, Il sorpasso e Una sull’altra
di Riz Ortolani, Svegliati e uccidi di Ennio Morricone, per non citare
che i più ricercati lavori d’impronta strettamente jazzistica che hanno
caratterizzato lo stile italiano anche all’estero. Il punto è che, nonostante
fosse

palese il modello jazz americano (in particolare il riferimento
cinematografico più diretto era l’Henry Mancini della serie TV Peter Gunn
o l’Elmer Bernstein di L’uomo dal braccio d’oro, due soundtracks
che ebbero notevole diffusione tra i musicisti italiani, che rappresentarono,
però, un punto di partenza e non d’arrivo..a detta dei protagonisti stessi),
altrettanto lodevole fu il tentativo di andare oltre il modello stesso, coi
continui rimandi ad una musicalità e melodia tutta italiana, evidente nell’uso
del coro come vero e proprio funambolico strumento dell’orchestra,
nell’utilizzo

atipico degli strumenti più tradizionali, così come nella ricerca
timbrica attraverso arditi esperimenti sonori a base di clavicembali, viole,
mandole, ottoni e percussioni. Dicevamo della capacità tutta italiana di
riuscire a metabolizzare le culture altrui per riplasmarle a modo proprio:
fenomeno evidente nella composizione per il cinema dove creazione e citazione
si fondevano in un prodotto unico ed – ecco il paradosso – tipicamente italiano!
Pensiamo al caso più emblematico: il suono dello spaghetti western creato da Ennio Morricone per la c.d. trilogia del dollaro di Sergio Leone caratterizzò, da lì in poi, il suono tipico, addirittura il mood per
antonomasia del western anche americano, polverizzando in un colpo solo
ciò che, fino ad allora, avevano fatto Dimitri Tiomkin o lo

stesso Bernstein. E
non dimentichiamoci che Morricone riuscì a creare il suono di un villaggio

Ennio Morricone colonne sonore

western,
delle sparatorie e delle bevute al saloon, utilizzando il fischio e la
chitarra di Alessandroni, la tromba di Lacerenza ed il marranzanu!
Sembra quasi di poter pensare che tra le lande siciliane ed il deserto del
selvaggio West non esista soluzione di continuità! Questo perché la potenza
immaginifica del suono creato andava al di là della realtà. Col tempo altri
furono gli elementi musicali inglobati nello stile italiano: un grande amore
per le musiche sudamericane- mambo, cha cha cha e soprattutto bossanova
il movimento ritmico del twist e del boogie woogie, le sinuosità
del valzer o, al contrario, le spigolature più acide della psichedelica e del funk,
fino ai primi duri esperimenti di musica concreta e utilizzo del free jazz
in ardite colonne sonore per thriller, horror o documentari Tv.
Ognuna di queste derive meriterebbe un approfondimento, così come ognuno degli
autori citati, ed è quello che cerchiamo di fare, ogni settimana, su
CinematiCA. State
sintonizzati….
Gianmarco Diana

 

Storia breve e incompleta del Progressive Rock in Sardegna- Quarta parte

Siamo arrivati all’ultima tappa del nostro viaggio nella musica Progressive che dagli anni ’70 ci ha portati sino a Oggi. Ringrazio Nicola Sulas per il suo illuminante contributo. Buona lettura
storia breve e incompleta del progressive in SardegnaL’etichetta italiana Mellow Records, specializzata nel progressive e nelle sue ramificazioni, si accorge degli Eclisse e li mette sotto contratto, pubblicando il secondo album nel 2003. È il primo di una serie di quattro lavori pubblicati a qualche anno di distanza l’uno dall’altro, tutti realizzati però con il nome Yleclipse, modifica e aggiornamento del precedente Eclisse. “Prime substance” rende giustizia con una registrazione di buona qualità al suono della band ma perde leggermente in spontaneità. I progressi sono però evidenti e continueranno nel corso degli anni attraverso “Opus” nel 2006 (che insieme ai precedenti due album fa parte di una trilogia definita “alchemica”), “Trails of ambergris” nel 2008 e “Songs from the crackling atanor” nel 2012. Ascoltando gli album in successione è possibile avvertire la maturazione nel sound nella composizione e nell’esecuzione. Si avverte inoltre un progressivo distacco dai modelli di riferimento, e si passa da atmosfere sfacciatamente New Prog ad un Rock Progressivo più personale e complesso, che tende a privilegiare maggiormente la chitarra elettrica e l’intreccio strumentale. Durante la propria esistenza il gruppo ha un’attività dal vivo abbastanza rarefatta, culminata con l’esibizione nel 2009 al festival InProgress…One, durante la quale le capacità come live band emergono in maniera evidente. Attualmente, gli Yleclipse si trovano in una sorta di limbo di inattività e non sono in programma nuove pubblicazioni. Negli oltre dieci anni di vita, la band cagliaritana è riuscita a ritagliarsi uno spazio nel panorama del Progressivo italiano, superando i limiti imposti dall’insularità per quanto riguarda gli apprezzamenti (arrivati da varie parti nel mondo) ma non per quanto riguarda la possibilità di suonare dal vivo nel resto d’Italia e tanto meno all’estero. Rimane quindi un progetto musicale ben definito e duraturo, caratterizzato da uno stile di Progressive “ruspante”, non innovativo e non certo privo di difetti ma coerente, anche nei testi, ricercati e non banali, e persino in quello visivo (ogni album è accompagnato da una veste grafica ben realizzata e dallo stile facilmente riconoscibile).
Il 2012 è anche l’anno di un clamoroso ritorno, quello di Pierpaolo Bibbò. Trasferitosi nel nord della Sardegna, il musicista cagliaritano, nel suo studio di registrazione di Arzachena (chiamato Diapasonstudio,) produce artisti di diversa estrazione musicale, accumulando e mettendo a punto nel frattempo il materiale per un nuovo album, la cui registrazione inizia nel 2009. Il lavoro viene completato in totale autoproduzione, con l’aiuto di alcuni musicisti, e proposto alle etichette specializzate, tra cui la MP Records, che ne decide la pubblicazione. “Genemesi” è un album dal suono molto attuale nel suo miscuglio di Rock, Hard Rock, Progressive, Elettronica e Pop. Profondamente diverso da “Diapason” nei contenuti, in realtà ne recupera la struttura fatta di brani concatenati tra loro, costruiti ancora una volta su impalcature semplici arricchite da passaggi strumentali e arrangiamenti elaborati. Si tratta ancora una volta di un concept, e tra le tracce spicca “L’osservatore indifferente” ma è tutto l’album, nella sua omogeneità, a testimoniare la voglia di fare musica in maniera non banale e con passione immutata nel tempo.
La “scena” attuale non si esaurisce ovviamente con gli Yleclipse. Negli anni 2000 altri musicisti hanno portato avanti una propria idea di Progressive senza riuscire a pubblicare  dischi e rimanendo quindi ad un livello da “sala prove”. Questo sino al periodo più recente, quando è toccato agli Entity raggiungere il traguardo del primo album. Con alle spalle una formazione musicale accademica, professionista conosciuto per numerosi progetti musicali toccanti diversi generi, il pianista e tastierista Mauro Mulas è sempre stato un appassionato di Progressive. Questa passione è culminata nel progetto Entity, band in realtà nata nei primi anni ’90 e messa in pausa dai componenti sino alla fine del decennio successivo, quando è diventata nuovamente un'”entità” dedita alla composizione di materiale e ad una sporadica attività live. Qualche anno addietro è nata anche l’idea del primo e unico (al momento) album pubblicato, dal titolo “Il falso centro”, interamente composto da Mauro Mulas. Si tratta di un lavoro notevole che dimostra professionalità, maturità e, finalmente, un’originalità evidente. La musica è un Rock progressivo a base sinfonica arricchito da influenze jazzate. La base di partenza, in apparenza tradizionale nell’interpretare il genere, viene rielaborata in maniera personale dai musicisti, in modo da creare un amalgama omogeneo e dalle atmosfere cariche di emozioni. Il tutto principalmente attraverso lunghe composizioni, intricate ma coerenti nel preservare un senso unitario al tutto. L’album, un concept avente per tema le riflessioni e le decisioni sulla propria esistenza del protagonista, viene pubblicato agli inizi del 2014 da una sussidiaria della Lizard Records, etichetta sempre attenta a scoprire e pubblicare lavori di qualità nel genere. “Il falso centro” ottiene riscontri e recensioni positive su tutti i siti internet specializzati, italiani e stranieri, e rappresenta un ulteriore punto di partenza per la sopravvivenza del Rock Progressivo in Sardegna. Resta solo da vedere se si tratterà di un episodio unico o se i componenti della band troveranno il tempo, tra i numerosi progetti in cui sono coinvolti, per portare avanti l’attività attraverso gli anni. L’attività di Mauro Mulas nel campo del Rock Progressivo non si limita però agli Entity. Come solista, partecipa ad alcuni degli album concept prodotti dall’associazione finlandese dedita alla diffusione del rock progressivo Colossus e fa inoltre parte dei M’Organ Quartet, ensemble dedito ad un Jazz-Rock in cui è possibile avvertire blande influenze progressive.
“Il falso centro” al momento rappresenta l’ultima pubblicazione di un album interamente inquadrabile nel genere in Sardegna. Nel corso degli anni passati e più recentemente, però, altri artisti hanno fatto musica orbitando attorno al Prog o facendosi influenzare da esso in maniera più o meno evidente. Da ricordare senz’altro gli Andhira, validissimo gruppo che fa della commistione tra la componente vocale (costituita da tre voci femminili) e quella strumentale la propria forza, in una sintesi tra le radici musicali della Sardegna, il Jazz, la Classica e l’indefinibile coacervo noto come World Music. L’ascolto dell’album “Nakitirando” dimostra come sia ancora possibile fare musica originale mediando tra modernità e tradizione. Gli Andhira hanno inoltre collaborato con gli ormai disciolti D.F.A., grandioso gruppo italiano dedito al Jazz-Rock progressivo, in una traccia  del loro ultimo album, “4th”. Differente nei risultati ma con basi di partenza simili è il progetto Akroasis, il cui intento è mescolare componenti jazzate con il Progressive, la melodia, la New Age e le atmosfere mediterranee, come è evidente nell’album “I racconti del mare”, a cui fa capo un più ampio programma di rappresentazione (già avvenuto anche all’estero) comprendente immagini, poesia e danza. Fulcro e cuore degli Akroasis è Pierpaolo Meloni, conosciuto per essere organizzatore e direttore artistico del festival InProgress…One, straordinaria e coraggiosa manifestazione musicale che ha permesso per alcuni anni di portare in Sardegna alcuni nomi storici del Progressive italiano (Banco, New Trolls, Arti & Mestieri) e straniero (Van Der Graaf Generator, Fish), di dare spazio a importanti realtà italiane più o meno contemporanee (La maschera di cera, Mangala Vallis, Il castello di Atlante, VIII Strada), nonché di permettere alle giovani band sarde, tra cui i già trattati Yleclipse, Entity ed Akroasis, di farsi conoscere nella loro dimensione live. Il festival non si tiene più ormai da un paio d’anni, a testimonianza della difficoltà di promuovere simili proposte musicali prescindendo da qualsiasi intento lucrativo, considerando che tutti i concerti sono sempre stati organizzati ad ingresso gratuito.
Oltre agli artisti e alle band trattate, esistono sono altre realtà che per vari motivi non sono riusciti ad arrivare alla pubblicazione di un album. Esse rappresentano, anche se spesso in maniera non continuativa, il tentativo di tenere vivo il genere grazie alla passione per la musica. Da ricordare le band che si sono esibite al festival di Sestu: Straitkurv e KTL (che vedeva tra le proprie file anche Mauro Mulas) di Cagliari, Le Dimensioni di Olbia, e i Double Reflect di San Gavino. Notevoli anche i White Sunset, gruppo sassarese vincitore nel 2009 del premio Federazione Arezzo Wave Italia come migliore band emergente.
Viene spontaneo chiedersi, al termine di questo breve riassunto storico, quale siano le prospettive per il futuro. Il Progressive Rock si trova in una situazione per certi versi sconfortante, per altri tutto sommato incoraggiante. Il genere è ormai considerabile totalmente di nicchia, riservato ad una cerchia di appassionati più o meno ampia, alcune volte sovrapponibili con i puri collezionisti. Eppure la produzione a livello internazionale si mantiene notevole, sia dal punto di vista quantitativo che, con le dovute differenziazioni, da quello qualitativo. A questo ha contribuito senza dubbio il miglioramento tecnologico e la semplificazione delle tecniche di registrazione e produzione musicale, il cui costo si è gradualmente ridotto sino a diventare alla portata di chi ha almeno la possibilità di coltivare la musica come un hobby impegnativo. Questo ha favorito la possibilità di autoprodursi da parte dei gruppi, con ovvi vantaggi per le etichette discografiche specializzate, le quali si trovano nella maggior parte dei casi a pubblicare lavori già finiti o che necessitano solamente del mastering, dato che le band realizzano in proprio nella maggior parte dei casi anche le grafiche. I costi iniziali ricadono quindi interamente sulle band, costrette spesso ad autofinanziare parte della promozione. Questa situazione è la conseguenza dei cambiamenti che il mercato discografico ha dovuto fronteggiare negli ultimi anni, culminati in un crollo drastico delle vendite dei supporti fisici con conseguente crisi delle etichette. E per un genere fortemente legato al desiderio dell’ascoltatore di possedere il vinile o il CD comprensivi spesso di grafiche e confezioni elaborate, questo è stato deleterio. Il Progressive mal si presta, infatti, al formato digitale cosiddetto “liquido”, ma è innegabile che la diffusione e la promozione sulla rete, con la nascita dei siti, delle webzine,  dei forum specializzati e dei negozi online, abbia contribuito a mantenere vivo l’interesse verso questo tipo di musica.
All’interno di questo scenario, appare chiaro che è impossibile fare previsioni su quale sarà il futuro del Progressive Rock in Sardegna. È certo che dipenderà unicamente dalle band e dai musicisti, e dalla loro voglia di portare avanti un progetto musicale investendo risorse e soldi per un genere che avrà probabilmente riscontri sempre limitati. In definitiva, quello che resterà e che permetterà di andare avanti sarà solo la passione e la voglia di fare musica a prescindere dalle mode del momento.
Discografia
Salis
                Sa vida ita est. 1971, Produttori Associati – Rist. CD 1997, Off
                Seduto sull’alba a guardare. 1974, Cipiti/La strega – Rist. CD 2010 AMS/BTF
                Dopo il buio la luce. 1979, IAF – Rist. CD Giallo Records 1998
Gruppo 2001
                L’alba di domani. 1972, King – Rist. CD 2012 AMS/BTF
Cadmo
                Boomerang. 1977, Vedette. Rist. CD 2008 AMS/BTF
Pierpaolo Bibbò
                Diapason. 1980, La Strega – Rist CD 1994, Mellow Records
                Genemesi. 2012, M.P. Records
Yleclipse
                Mercury and Sulfurus (a nome Eclisse). 2000, Arcontes
                Prime substance. 2002, Mellow Records
                Opus. 2005, Mellow Records
                Trails of ambergris. 2008, Mellow Records
                Songs from the crackling atanor. 2012, Mellow Records
Entity
                Il falso centro. 2014, Locanda del vento/Lizard Records
M’Organ Quartet
                M’Organ Quartet. 2012, Ultra Sound Records
Akroasis
                I racconti del mare. 2010, Electromantic Music
Andhira

 

                Nakitirando. 2011, Ala Bianca RecordsLeggi Storia breve e incompleta del Progressive in Sardegna- Prima parte

Quando la vigna ascolta Mozart

L’altro ieri ho ricevuto una mail di un ragazzo, Marco Solforetti che scrive un Blog musicale, Soundguru; dopo esser capitato su Stereorama Marco ha Trascritto l’ articolo Musica e Cervello scritto dalla Dott. Loredana Frau. Incuriosita mi son letta alcuni suoi articoli e ho così proposto a Marco di pubblicare a mia volta un suo articolo nella sezione Guests. 



Facevo l’avvocato, però mi piaceva capire che cosa sarebbe potuto succedere con le onde sonore e la vigna di Brunello che mi apprestavo a fare.
La vendemmia è giunta al termine. L’estate pazza e mite non ha aiutato i viticoltori. Al contrario, ha messo in serio rischio la fatica e l’investimento di un anno intero e quello del 2014 rischia di essere il raccolto d’uva più scarso dal 1950. Proprio in questi giorni, mentre leggevo alcuni resoconti, statistiche e previsioni, ho piacevolmente ripreso in mano un libro letto 3 anni fa. Piacevole, scorrevole, frutto di un’ intuizione geniale. L’autore  è Carlo Cignozzi, un avvocato affermato che ad un certo punto della sua esistenza, rimane colpito da un’esperienza mistica con uno sciamano brasiliano. Abbandona il foro e si trasferisce a Montalcino, dove inizia una nuova vita partendo da un’idea: gli orientali, che sono i migliori osservatori della natura, hanno detto che la musica e le frequenze sonore possono aiutare la natura a crescere meglio. Ed anche i monaci francesi, con le loro ricerche e osservazioni, già nel medioevo avevano notato che mettendo la stalla vicino al coro dove si esibivano i canti gregoriani, le mucche di quelle stalle producevano più latte e di una qualità migliore….
Inizialmente, ho notato da solo che con le prime casse musicali, messe negli angoli dei filari, c’era una vita migliore; il metabolismo era accelerato e c’erano dei processi fisiologici migliorativi. Successivamente ho iniziato a collaborare con il grande professore Mancuso dell’Università di Firenze e con il professor Luchi, dell’Università di Pisa. Nel giro di pochi anni abbiamo capito che le frequenze sonore, così come la luce, riescono a dare una vita ed un metabolismo migliorativo a tutta la pianta.

 

Il mio progetto si chiama “biosonorità” e studia sia gli effetti delle onde sonore sulla vite che  gli effetti del suono sugli insetti che volano in vigna.

 

Il primo aspetto, seguito dall’Università di Firenze, cura gli aspetti fisiologici e chimici della vite sotto stress sonoro. Come nella medicina il suono può contribuire a curare oalleviare le sofferenze di una persona aumentando la sua gioia di vivere, così anche nel mondo vegetale il suono può accrescere vitalità e vigore, in special modo sulla vite, pianta tra le più complesse e misteriose. L’uva viene coccolata dalle sinfonie di Mozartche risuonano ininterrottamente giorno e notte, tramite una cinquantina di diffusori, fra i filari. Nelle vigne trattate con la musica si registra una crescita più vigorosa e sana della pianta, con un aumento dell’apparato fogliare e dei frutti, nonché una maturazione precoce dei grappoli.
I risultati sono fenomenali, in quanto per ciò che riguarda la pianta ci siamo resi conto che le onde sonore, la musica classica, le basse frequenze e le vibrazioni, stimolano dentro la pianta un maggiore scambio di ioni di potassio e calcio tra le cellule.
Il secondo, curato dall’Università di Pisa, si focalizza sulla protezione che il suono dà alla vite e all’uva nei confronti dell’attacco degli insetti e dei predatori. Si è osservata una protezione dagli attacchi dei parassiti, cosa che consente di ridurre al minimo i consueti trattamenti antiparassitari. Mettendo diverse trappole nei vigneti sia nelle piante, nei punti dove c’è il suono e dove non c’è il suono,  gli insetti utili restano in vigna (sono quelli importanti per l’impollinazione di tutte le piante). Gli insetti dannosi, invece, se ne vanno via, in particolare modo le cicaline, che sono quelle che causano una malattia molto importante, cioè la flavescenza dorata.
Il vino che ascolta Mozart
Abbiamo la possibilità di non trattare la pianta contro questa malattia e quindi anche in questo caso si hanno grappoli più sani e un vino sicuramente più sano e naturale. Noi che siamo una azienda biologica possiamo ridurre di più del 50% le dosi di rame e di zolfo che diamo in vigna per i trattamenti, e la pianta comunque è stimolata anche a lavorare di più e quindi a produrre di più, e ad anticipare l’epoca di maturazione, che è molto importante, perché così andiamo a vendemmiare in periodi più tranquilli, senza il rischio di piogge, di muffe, di umidità. Ridurre la quantità di Rame e di Zolfo in Vigna vuole dire anche avere un terreno più sano, falde acquifere più sane, ma anche poi un grappolo e un vino più sano.
Come mai la musica allontana questi insetti? Perché questi comunicano tra maschio e femmina con vibrazioni del proprio corpo sulla pianta. Le onde sonore emesse dalle nostre casse fanno sì che mandino in confusione questi insetti, non si riconoscono più, il maschio non trova più la femmina, quindi se ne vanno in posti più tranquilli per comunicare.
Io non sono uno scienziato, però credo che la musica sia una componente talmente importante per la nostra vita che coinvolgere anche le piante e gli animali non sia una cosa sbagliata. Anzi. è una cosa utile.
Mi auguro solo che questa metodologia – che è stata premiata anche dalle Nazioni Unite nel 2011 e ci ha inserito nei 100 progetti più eco-sostenibili del mondo – possa partire orgogliosamente dalla Toscana, da Montalcino, per investire anche tutti gli altri posti dove c’è agricoltura e viticoltura, per arrivare a uno scopo: uccidere OGM e chimica! Se le frequenze possono fare quello che fa la chimica con i suoi effetti devastanti e gli OGM, saremo tutti felici.
Marco Solforetti

Fonte Soundguru

Storia breve e incompleta del Progressive Rock in Sardegna- Terza parte

Epoca moderna
storia breve del prog in Sardegna

Il ritorno del Progressive nei primi anni ’80 nel Regno
Unito è in qualche modo sorprendente. In fondo non è passato molto tempo da
quando altri generi musicali ne hanno imposto il rifiuto al grande pubblico.
Eppure, il successo dei Marillion è emblematico del bisogno di tornare a certe
sonorità e di portarle nuovamente in testa alle classifiche di vendita. È la
cosiddetta New Progressive Wave, il cui fine è riprendere le atmosfere del Rock
sinfonico per dotarle di una certa modernità. Il successo è in realtà limitato
solamente ai Marillion. Le altre band protagoniste, tra cui ricordiamo
Pendragon, Iq e Pallas, non raggiungeranno mai il riscontro da loro
conquistato, che tra l’altro rimarrà limitato principalmente ai quattro album
realizzati con il frontman Fish.
Negli anni successivi il Progressive inizia a consolidarsi
come genere per appassionati, e tale rimane sino ad oggi. Paradossalmente, la
produzione si mantiene di rilievo dal punto di vista quantitativo e qualitativo.
Numerose band continuano a formarsi praticamente in ogni paese, per creare
scene vitali ma destinate a rimanere nell’underground, nonostante l’elevata
qualità delle produzioni realizzate grazie alle etichette specializzate che
nascono ugualmente come funghi. In Italia, la rinascita del genere avviene
prevedibilmente in ritardo rispetto al Regno Unito. Alcune band riescono a
farsi notare con i loro lavori alla fine degli anni ’80: Ezra Winston, Nuova
Era, Leviathan e Sithonia
, ed è come spalancare il vaso di Pandora. Da qui in
poi il numero di album pubblicati aumenta notevolmente insieme ai gruppi, con
realtà ormai entrate nella storia moderna del Progressive, e si mantiene
costante durante tutti gli anni ’90. In parallelo, si verifica un notevole
movimento di riscoperta verso il Progressive italiano degli anni storici,
grazie alle ristampe su CD di praticamente tutti gli album dell’epoca e
addirittura di parecchi che non ebbero la possibilità di essere pubblicati.

La Sardegna resta momentaneamente alla finestra, almeno
per quanto riguarda le produzioni discografiche. Nell’isola la scena musicale è
comunque attiva, nascono festival e rassegne specifiche per genere, soprattutto
l’onnipresente Jazz, e negli anni ’90 dominano ancora Metal, Punk, Hardcore, il
Rock ed il Pop, con alcuni esempi di contaminazione tra i generi e la
tradizione musicale sarda (i già citati Tazenda). Qualcosa però inizia a
muoversi alla fine degli anni ’90, quando nasce la band che negli anni
successivi riporterà il Rock Progressivo in Sardegna.

Gli Eclisse vengono da Cagliari, e la loro prima
formazione risale al 1998, quando avviene l’incontro tra il
chitarrista-cantante (e principale compositore) Alessio Guerriero, il
tastierista Andrea Picciau ed il batterista Roberto Diomedi. Con alle spalle
diverse esperienze in band locali, i tre mettono in piedi un progetto con
l’intenzione di abbinare al Progressive altre forme musicali, tra cui il Pop ed
il Folk. Il risultato è assimilabile al New Progressive, come si può ascoltare
nell’autoprodotto “Mercury and Sulfurus”, pubblicato nel 2000 e importante
perché rappresenta di fatto la rinascita del Prog sardo a vent’anni di distanza
da “Diapason”. Musicalmente mostra idee interessanti ed un sound che
si ispira ai Marillion ed ai Genesis del periodo sinfonico, il tutto condito da
alcuni richiami al Folk celtico. Non ci sono novità particolari quindi, ma
l’album mostra fantasia ed un buon gusto per le melodie e per gli
arrangiamenti, caratterizzati da continui dialoghi tra chitarre e tastiere. Ci
sono parti ancora acerbe e altre che soffrono di un’eccessiva adesione ai
modelli ispiratori, e si nota ancora una certa indecisione verso la strada da
percorrere. La produzione, inoltre, non si può dire certo di elevata qualità,
fatto che limita ulteriormente le capacità espressive del gruppo. Si tratta
comunque di un esordio incoraggiante, premonitore di futuri sviluppi che
effettivamente avvengono.

La quarta e ultima parte sarà pubblicata giovedì 3 Dicembre alle ore 23:59
Leggi anche Storia del Progressive in Sardegna Seconda Parte

Storia breve e incompleta del Progressive Rock in Sardegna – Seconda parte

banco del mutuo soccorso storia del progressiveUn guest post sul progressive in Sardegna potrebbe sembrare fantascienza, invece no. Nicola Sulas, appassionato di musica Progessive e redattore della webzine Arlequins con un’interessante lente di ingrandimento ci porterà alla scoperta del progressive in Sardegna. La seconda parte del viaggio ci porta nel 1975 e termina nel 1980.

Epoca intermedia

Sebbene l’era del Prog italiano non sia ancora finita, nel
1975 si inizia ad avvertire aria di cambiamento. Le band più importanti iniziano
a cercare nuove strade, con Le Orme che si “americanizzano”,
alleggerendo e adeguando il proprio sound in “Smogmagica”, la PFM
che, dopo il tour negli Stati Uniti ed il relativo live, tenta la strada
dell’internazionalizzazione totale con “Chocolate Kings” ed il Banco
che pubblica per la Manticore di Keith Emerson e Greg Lake un album contenente
in prevalenza  vecchi brani riarrangiati
e cantati in inglese. Trip e Osanna non esistono più, i New Trolls sono divisi
tra le loro varie incarnazioni in attesa di riunirsi per dare un seguito a
“Concerto Grosso” e resiste “Il volo“, che da alle stampe il
secondo e ultimo album. Riescono ancora a farsi notare le band il cui sound è
maggiormente orientato verso territori Jazz-Rock: Area, Perigeo, Napoli
Centrale, Arti & Mestieri.

In Sardegna, per qualche anno, non vengono
pubblicati dischi, ma i Salis continuano imperterriti a girare per le piazze con
una formazione orfana di Francesco che comprende anche Pino Martini e Salvatore
Garau, successivamente entrambi negli Stormy Six. Del periodo rimangono alcune
registrazioni inedite (ascoltabili in parte nei post del gruppo Facebook
dedicato ai Salis), sorprendenti per qualità e tipologia, essendo costituite da
composizioni prevalentemente strumentali pesantemente orientate ad un Jazz-Rock
progressivo intriso di elementi riconducibili al Folk sardo e improntate ad una
ricerca verso nuove forme espressive, con alcune anticipazioni di quello che
verrà creato pochi anni dopo nel movimento artistico-musicale del Rock In
Opposition (RIO). Di queste registrazioni effettuate in sala prove non verrà
mai realizzata una versione destinata alla pubblicazione. Gli appassionati più
interessati alle forme musicali di ricerca dell’epoca non verranno quindi mai a
conoscenza della finalmente acquisita maturità progressiva dei Salis e di
Tonietto, la cui storia è comunque ancora lontana dell’essere conclusa.

I cadmo progressiveIl Progressive nel 1977 è sottoposto agli attacchi portati
dal disimpegno musicale, tanto che secondo molti è già morto, abbattuto dai giri
di tre accordi del Punk e dalla faciloneria della Dance Music. In Italia, il
numero di dischi pubblicati diminuisce drasticamente e le band storiche cercano
definitivamente di adeguare il proprio stile al passare del tempo. “Storia
o leggenda” delle Orme prosegue il graduale abbandono delle forme
progressive, mentre la PFM si dedica spudoratamente al Jazz-Rock in “Jet
lag”. Tra i titoli minori che vengono pubblicati svetta su tutti
“Forse le lucciole non si amano più” della Locanda delle fate, tanto
splendido quanto fuori tempo per stile e musicalità.
Nel fermento sociale, politico e musicale, arriva dalla
Sardegna un altro gruppo a farsi strada attraverso il caos creativo. I Cadmo
sono un trio costituito da Antonello Salis (anche in questo caso, nessuna
parentela con i fratelli di Santa Giusta), Riccardo Lai e Mario Paliano, impegnato
nei territori impervi del Jazz-Rock, con enfasi pronunciata nel lato Jazz del
genere. La strumentazione indicata nelle note dell’album “Boomerang“,
pianoforte, contrabbasso e batteria, non lascia dubbi a riguardo. Niente
sintetizzatori, quindi, né chitarre e basso elettrici. Eppure la proposta va
oltre quella del classico trio Jazz, dato che la componente di ricerca è molto
presente nei quattro lunghi brani del disco (soprattutto in “Terra dimezzo“). Questo non può definirsi certamente prog, se non considerando un
significato più ampio del termine, ma viene di norma considerato correlato al
genere, insieme al successivo “Flying over Ortobene Mount on julyseventy-seven“, che accentua l’aspetto jazzato della musica del trio.
Antonello Salis avrà in seguito una brillante carriera a livello
internazionale, fatta anche di collaborazioni con altri importanti artisti.

Salis & Salis ProgressiveIl Progressive puro torna
a farsi sentire dalla Sardegna in un periodo in cui è ormai dimenticatofuori Dopo il buio la luce
taglia i ponti con i lavori precedenti dei Salis, rifiutando la forma canzone
per proporre in prevalenza fantasiose composizioni strumentali. Si tratta di un
album totalmente fuori da ogni logica commerciale e abbastanza lontano dall’idea
di Progressive come musica pomposa e autoreferenziale che aleggia come uno
spettro nel mondo del Rock. Francesco Salis si fa notare per una maggiore
presenza compositiva (suoi la maggior parte dei brani, i restanti ad opera di
Tonietto e del tastierista Lotta), la sua chitarra solista acquisisce spazi
notevoli, finendo per caratterizzare i brani con linee melodiche e assoli di
raro gusto. L’album spazia dal progressive tradizionale in stile Banco ad un rock
intriso di sapori mediterranei e jazzati, con una ricchezza strumentale ed una
cura per gli arrangiamenti che dimostrano la notevole professionalità dei musicisti. Solo la bellissima “Yankee go
home”, con la voce di Tonietto, sembra ricordare il tempo dei Salis autori di canzoni. “Dopo il
buio la luce” passa inosservato, principalmente per il suo essere fuori
contesto storico, e chiude in maniera definitiva l’avventura progressiva del
gruppo. I Salis manterranno in seguito una dimensione regionale, pubblicando
alcune musicassette negli anni ottanta e un ultimo album nel 2003. Il 2007 è l’anno tragico
della scomparsa di Francesco, e con lui la Sardegna perde una persona, un
artista e un chitarrista formidabile. Il comune di Santa Giusta, paese di
provenienza dei due Salis, organizza da allora in poi a cadenza annuale un
tributo al suo concittadino a cui partecipano vari protagonisti storici della
musica sarda.
moda, e lo fa grazie ai soliti fratelli Salis e allo sconosciuto Pierpaolo
Bibbò. Nel giro di due anni, tra il 1979 e il 1980, vengono pubblicati due
album tra i più belli prodotti nell’isola. ”

Bibbò progressive

A chiudere definitivamente quest’epoca è però il
cagliaritano Pierpaolo Bibbò, con un album che si distacca abbastanza dal
manierismo legato alla tradizione progressiva. Bibbò lavora per La Strega
Records,
occupandosi di produzioni musicali di band locali, e nel frattempo
elabora il materiale destinato a far parte di “Diapason“. L’album
viene realizzato in buona parte in maniera naif ed artigianale, con l’aiuto di
alcuni collaboratori, sopperendo con l’inventiva alla scarsità di  mezzi. Questo permette a Bibbò di  sperimentare in tutta libertà soluzioni
originali, col risultato che suoni e arrangiamenti appaiono inusuali, come gli
pseudo-synth, in realtà assenti, e le parti di chitarra solista registrate
rallentate e poi accelerate. “Diapason”, un concept avente come tema
la ricerca interiore, dimostra la capacità di Bibbò di partire da strutture di
base semplici composte da pochi accordi, e di espanderle e rimaneggiarle per
ottenere una forma progressiva personale. Anche in questo caso si tratta di un
lavoro dal successo commerciale limitato, che però troverà una dimensione di
culto inizialmente grazie ai collezionisti e negli anni ’90 per i semplici
appassionati grazie alla ristampa su CD.

L’epoca storica del Rock Progressivo in Sardegna finisce
con “Diapason”. Gli anni ’80 nell’isola vedono un fiorire di band e
di generi: New Wave, Punk, Heavy Metal, Reggae e Pop-Rock. Il Prog sembra
dimenticato, sepolto dalla voglia dei musicisti di sperimentare nuovi suoni e
mode. Bisognerà aspettare il millennio successivo perché si pubblichino nuovi
lavori.

Fine seconda parte
L’ultima puntata sarà pubblicata giovedì  27 novembre alle ore 23:59


Per chi non avesse ancora letto questa è la prima parte 1970-1975