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Borchie + Briciole racconta la sua Ballata per piccole Iene

Stereorama Borchie + Briciole AfterhoursQualche mese fa, tipo a inizio anno, son capitata su un Blog Borchie + Briciole mentre cercavo qualcosa sugli Afterhours e mi sono appassionata alla scrittura-monologo della blogger. Quel suo parlare solo per sé, che in fondo il Blog è un diario non segreto in cui quell’intimità irrazionale, noi blogger, vogliamo condividerla col mondo. Senza volerlo sto’ blog l’ho trovato spesso  sul mio percorso di ricerca informazioni così ho scritto alla sua autrice, Valentina Sedda, che poi manco a farlo apposta è nata a 40 km da casa mia. Valentina scrive, scrive da Dio, senza curarsi del Seo e tutte quelle robe social media bla bla. Così se ti imbatti sul suo Blog ci arrivi perché stai cercando qualcosa di non convenzionale. Lei è così. I suoi racconti e recensioni non sono mai formali o tecnici ma partono dall’intangibile emozione che prova quando si scontra con qualcosa o qualcuno. Valentina inoltre disegna e fa una marea di cose, andate a curiosare… Ci siam trovate bene, io e lei, naturali come se ci conoscessimo dal 1999. Un anno a caso. Insomma abbiam deciso di regalarci un guestpost, come atto di reciproca stima in cui i nostri spazi per un attimo si fanno intercambiabili; lei coi suoi meravigliosi monologhi io con la mia estrema sintesi. A breve comparirò sul suo Blog e la cosa mi emoziona perché ci tengo a questa sconosciuta adorabile conosciuta. Bene, lascio la parola a Borchie + Briciole che ci racconterà il suo Ballate per piccole Iene degli Afterhours.
 
E poi c’è l’album della relazione fissa e del male.
E della scoperta in tempo reale degli After.
Era inverno, la prima volta che ho sentito Ballate per
piccole iene
.
Era inverno e pioveva, davanti al capolinea del tram a
Milano Nord.

 

E ricordo di aver toccato il metallo freddo del portone, per tirarlo a me,
aprire e poi chiudere. Uscire di casa. E mettere play.

 

Pioveva e mi stringevo sotto l’ombrello, i capelli
schiacciati nel basco in lana.
Era la prima volta nella mia vita che uscivo con gli
auricolari ficcati nelle orecchie.
Avevo un vecchio lettore cd regalatomi da un’amica e il
cd masterizzato male del nuovo disco degli Aftehours.
Era buio, di un buio illuminato male dai fari delle auto.
Un buio sfuocato che mi faceva cenni di libertà e solitudine.
E ho messo play.
E son partite le prime note de La sottile linea bianca.
E io camminavo, attraversavo la strada per arrivare a
quella stazione di periferia – che già ora non esiste più.
Camminavo con lo stupore di chi entra in un sogno
meraviglioso. Un sogno bagnato e meraviglioso.
È stata la prima volta che ho visto la città con gli
occhi di quella poesia in musica.
Bianco calore sfondami il cuore.
La vibrazione e le carezze, di quei versi respirati con
tutto il diaframma. Le note, le note che mi afferravano i polsi e la testa.
E mi sono vista da fuori. Nella mia gioventù e nello
spaesamento. Nelle linee basse della mia persona, nelle parole di uno
sconosciuto.
Niente mai, era stato paragonabile all’intimità di quelle
parole bagnate dalla pioggia.
Sarai sempre sola, ora che mi hai.
È che il pianto tuo mi incendia.
Cazzo.
E ogni volta che ripasso per quelle vie – che son passati
10 anni – ogni volta che ripasso per quelle vie rivedo i neon e i fari a
illuminare la mia figura in una trance bianca e pura sporcata dal traffico –
sporcata da una Milano livida d’inverno.
Le parole che ti affondano giù, inghiottite come la
pillola più liscia.
Bianco calore scalda il mio amore.
E le chitarre distorte e graffiate che ti trascinano nel
loro fango di verità.
Sfondami il cuore.

 

E gli occhi dello
stupore.

 

E l’autista che ti guida ha una sola mano.
E parli di quel mondo di piccole iene, del mondo
opportunista di un amore che ti rende innocuo.

 

Che forse non sei più il predatore che eri abituato ad essere.

 

E tu continui a pensare pensieri oscuri che ti sovrastano
e ti senti sporco e scuro e nero e uccidi ma non vuoi morire.
Solo se conviene.
E di labbra in posti sbagliati e identità perdute e
respiri interrotti.
E peccati per ritrovarti.
Mi uccidi ma non vuoi morire.
Mia piccola iena.
Che me lo immagino come un viaggio in auto nella nebbia
umida – questo disco.
Forse per l’autista a inizio canzone.
Ma il viaggio si interrompe brusco – perché devi essere perfetto
quando precipiti.
Che È la fine quella più importante.
E di eroi decaduti che non si arrendono più e niente
può minare me e te
.
Fattosfattodisperatoquanto bello sei.
E io che mi ricordavo sempre solo della stessa storia –
che cazzo com’era bello fattosfattodisperato. Perfetto mentre moriva
nell’autodistruzione.
Sii perfetto se precipiti.
E cazzo – poi Ci sono molti modi.
E la mano che ti invade le viscere e le rivolta.
È quello che sai che ti uccide o e quello che non sai?
E i presagi violenti spinti via dal cuore e spenti in
testa – il tentato omicidio dei presagi.
Torneremo a scorrere.
Scorrere di male o scorrere di vita.
Lasciandoti fottere forte.
E le patologie senza virus, le patologie eterne di cuori
mezzo distrutti.
E nel buio, eroe del mio inferno privato.
Che come sempre infettarsi e uccidersi di questa
patologia è l’unico sopravvivere.
Una scelta inevitabile.
Torneremo a scorrere.
E tutto il vuoto che si è fatto strada perché sopportare
il dolore era way too much.
E per sentirmi vivo ti uccideró.
La vacuità di un corpo senza speranze e forze.
Lo so che il mio amore è una patologia, vorrei che mi
uccidesse ora.
E la voce strappata e la sua schiena ai concerti mentre
la suona al piano.

 

Che ero laterale al palco, qualche volta. E vedevo solo capelli e schiena.

 

Vorrei che mi uccidesse ora.
E arrivano mani battute di battute incalzanti e La
vedova bianca
e di tutto ciò che è sbagliato senza limiti.
Che siamo uguali in questo sentimento marcio e corrotto.
Ma la violenza della stabilità è un modo di morire a
metà.
Che lo pensiamo entrambi, tra baci sporchi e fuochi che
tentano di non spegnersi.
Un bacio sporco sa spogliare il cuore dai demoni.
Ma non si puó fare a meno di stare insieme in questa
malata stabilità.
Vieni a fare un giro dentro di me.
ManiManiMani.
E anche tu hai qualcosa dentro di te – che è sbagliato e
ci rende simili.
Accettarlo è la prima cosa da fare per sopravvivere a
questo tentativo di equilibrio.
È sbagliato ma ci rende simili.
Carne fresca.
Lieve e tranquilla cantilena in cerca di quiete.
Se c’è un senso sei tu.
E niente si muove e io non mi muovo.
Sei carne fresca.
Con tutte le novità disorientanti che porti – e lo
stupore.
Tutto è calmo intorno a te.
E tutta la calma inquietante – la calma che dovrebbe
stenderti e placarti invece sembra solo un tappeto di nuvole pronte ad
esplodere.
E cerchi di assaporare la calma temporanea – che non mi
pare avrà lunga durata.
Male in polvere.
Sta polvere bianca di merda mi uccide pensare che la si
trovi affascinante.
Cento demoni giocano con te.
E non ti mollano e non ti abbandonano.
E uomo orribile hai cibo in polvere.
Un cibo che ti trascina giù.
Non mentire su te.
Ma c’era un male in lei che non si cura mai.
L’oscurità di una vita che chissà che avrai mai vissuto.
Di oscurità senza lacrime e senza regole – che la conosco bene, l’oscurità.
L’oscurità della consapevolezza del mondo.
L’oscurità della paura e dell’apatia.
Cento demoni viaggiano con te, in quell’oscurità.
E cerchi metodi di compensazione e ognuno ha il suo.
Siano baci siano cocaina – niente puó salvarti da te stesso. Sei tu la tua
condanna.
La mente sa che ci sei solo tu.
Chissà com’è.
Che sempre di male si parla.
Male da zittire e sopraffare – l’album del male.
Capita di non farcela e di essere il coltello ed insieme
la ferita.
Che è sempre l’album del male interiorizzato, nutrito e
cresciuto con cura dentro di noi.
Chissà com’è – se è come me è quasi amore.
Che se anche tutto va bene, il tormento – il tormento ti sovrasta.
Chissà com’è se come me non ha cuore.
O ha un cuore che sa di condanne autoinflitte.
E il sangue di Giuda.
E l’inizio come di vetri rotti e sussurri.
Imparare a barare e sembrare piú vero.
Due miserie in un corpo solo.
Scoppia il sangue dentro e scorre veloce.
C’è solo sangue quando sai che sei fedele a quello in cui
non credi più.
E cercare di proteggersi da te e da se stessi – come
non morire
.
E di cazzi inutili e cosce in rovina.
Di tempo passato e segni sulla pelle. E di sangue che
troppo pulsa e troppo confonde.
E quel ronzio nelle orecchie, che lo senti sfondarti le
vene e ogni capillare.
E annebbiarti i pensieri.
Far male un po’
Pentirsi un po’.
Tornare a sfamarsi un po’.
Solo sangue dentro me.
Che il sangue è istinto e violenza.
Solo sangue e non magia.
Solo sangue e non va via.
E lieve, Il compleanno di Andrea.
Uscire in punta di piedi.
E una voce consapevole che ti dice sopravviverai.
Che nel male puoi viverci e continuare ad andare avanti.
Sopravviverai.
Solo un altro che ha perso e tu sei mia.
Sopravviverai per me.
E la caduta elettrica e lenta e lunga, la caduta in un
mare viscoso e scuro.
Forse fango, più che mare.

 

Sopravviverai.