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Intervista. Faris Amine: il Sahara, la chitarra, il Mississippi – Seconda Parte

Ecco la seconda parte dell’intervista a Faris Amine, artista Tuareg che ha collaborato con i Tinariwen e Terakaft, ha inoltre collaborato con David Rhodes per un disco registrato alla NASA e ha recentemente pubblicato il suo ultimo disco, Mississippi to Sahara. Faris Amine in Mississippi to Sahara reinterpreta  a modo suo 10 pezzi classici del Blues americano, riscrivendo i testi e suonandoli nello stile Assouf, un genere che desrcrive un sentimento di perdita e nostalgia tramite uno strumento non tradizionale tra i Tuareg: la chitarra. Nella nostra lunga e interessantissima chiacchierata abbiamo parlato di moltissime cose, ecco la trascrizione della Seconda parte dell’intervista.

Tu come vivi la religione,
essendo un artista..

È una cosa spirituale e non che
riguarda la polizia e cose del genere, riguarda lo spirito umano ed è una forma
di nutrimento, non dovrebbe servire per giudicare gli altri.
Personale ma spesso  inspiegabilmente
motivo di odio..
Io sono musulmano e la mia
cosmogonia è musulmana ma mi confronto apertamente e tranquillamente con gli
altri. Fra i tuareg la donna è forse più libera degli uomini, pensa che gli
strumenti musicali più nobili possono suonarli solo le mani delle donne. Fra i
Tuareg la religione è sempre stata vissuta in maniera tollerante verso gli
altri…
Faris Amine e Leo Bud Welch ©-Giacomo-Lagrasta
Faris Amine e Leo Bud Welch, foto di Giacomo Lagrasta

Quando sei stato conquistato
dal Blues?

Il blues è una cosa che sentivo
già nelle musiche di mia madre e quindi mi è familiare da sempre. Nel Blues c’è
una sensibilità, un qualcosa che mi tocca profondamente ma in realtà spesso non
ne ho chiaro il perché.  Leo Bud Welch,
che ha suonato nel disco, non voleva cantare il testo della canzone uguale
identico all’originale, e chiacchierando una sera mi ha detto “Faris, per me
il Blues è una cosa molto semplice: il blues non è nient’altro che un uomo
buono che sta male”.
Questa frase bellissima, che lui canta anche nel
disco, mi ha fatto capire perché il Blues mi colpisce così tanto e non mi sento
di aggiungere nulla a questo.
A proposito di Leo, nel tuo
book ho letto una frase molto bella in cui dici “ qualsiasi cosa lui faccia,
anche solo battendo le mani, ha qualcosa di Blues”..
Per me il termine Blues e
Bluesman sono termini molto abusati, cioè oggi tutti si sentono bluesman,
invece no, non è così. Leo è un vero Bluesman. Certi concetti sono molto
difficili da spiegare con le parole, anche l’Assouf è un
sentimento che non tutti posseggono e di certo il Blues non è un colore o una
cosa comunitaria ma dipende dal vissuto e dalla sensibilità di ognuno.
Anche nel book si parla di
come a un certo punto la musica Assouf passi dall’essere comunitaria all’essere
individuale.
Questo mi fa stare bene nello
stile Assouf, la musica contemporanea Tuareg non è come tanti altri generi
musicali africani e anche in questo è simile al Blues, nell’Assouf è il
compositore che parla di se stesso, delle sue opinioni e dei suoi problemi.
In Mississippi to Sahara non
si suonano semplici cover e questo tendi a precisarlo anche nel book. Tu hai
preso i pezzi Blues americani a cui sei più legato, hai arrangiato la musica e
riscritto i testi risultando molto diverso eppure uguale agli originali..
Per me quelle son diventate
canzoni mie, non le sento come cover perché fanno parte di me e al contempo le
ho ricreate, in qualche modo. Non so sempre spiegare bene le cose, le parole
sono più pericolose della musica.
Faris Amine, foto di Claudia Bonacini

A me la cosa risulta
chiarissima e apprezzo questo tuo modo di vivere la musica
. Dopo aver
ascoltato il tuo disco mi son riascoltata le versioni originali una dietro
l’altra in sequenza ed è impressionante come il risultato sia da un lato
diversissimo e dall’altro coincida perfettamente..

Questo è un disco che mi è stato
cucito addosso davvero. Il fatto che io sia meticcio e poter riunire due cose
che sono già unite…
River of Gennargentu vorrebbe
chiederti come è stato suonare con Leo Bud Welch..
Avevamo un appuntamento in studio
proprio per le prime sessioni di registrazione del disco e non ci eravamo mai
visti prima. Io mi aspettavo di incontrare un americano, invece ho trovato un
africano e sul momento la cosa mi ha sorpreso perché con lui era come essere in
Mali ai festival nel deserto, le cose che mi aspettavo non coincidevano quindi
bisognava usare un codice diverso, mi ha davvero piacevolmente sorpreso. Questo
disco per me sono un sacco di cerchi che si chiudono perché il Blues arriva
dall’Africa e loro (gli americani) non so come ma son riusciti a tenere vivo lo
spirito originario. Non so come, perché gli Stati Uniti sono uno dei Paesi più
moderni in assoluto.
La prefazione di Andy Morgan..
Grande giornalista musicale
inglese, fotografo e manager dei Tinariwen, la sua prefazione è stata per me
una bella soddisfazione perché con i Tinariwen ho un rapporto particolare, soprattutto
con Ibrahim. Ibrahim rappresenta l’Assouf, quel modo particolare d’essere
sensibili. Morgan ha voluto scriverla e mi ha fatto molto piacere.
A proposito dei Tinariwen se
non ho letto male vi siete conosciuti durante una Jam Session..
Tendenzialmente noi musicisti
Tuareg ci conosciamo tutti e i Terakaft (gruppo in cui Faris ha suonato) sono
una costola dei Tinariwen. Loro erano i pionieri, la prima generazione Assouf e
i Tinariwen mi hanno subito “adottato” quindi ho passato tanto tempo con loro.
I ricordi più belli in loro compagnia sono questi piccoli concerti, le jam
sessions con le chitarre acustiche in mezzo al deserto cui c’era una semplicità
che io non voglio perdere e che non ho trovato sempre nei grandi palchi.
River of Gennargentu chiede,
quali sono i tuoi Bluesman americani preferiti?
Skip James moltissimo, fammi
pensare son domande difficili, Robert Johnson, Muddy Waters, Ray Charles, Vera
Hall. Ecco forse Skip è il mio preferito dei Pionieri, e mi fermerei qua.
La prossima domanda l’ho
pensata dopo aver sentito Mississippi to Sahara la prima volta. Ho poi letto in
un secondo momento il Booklet e ho visto, con estremo piacere, che ne parli
anche tu.. In che rapporti sei con Jimi Hendrix?
Lo
ascolto quasi quotidianamente, ho imparato a suonare la chitarra grazie a lui e
ho un rapporto quasi familiare. Era un grandissimo compositore, era un poeta,
un cantante e indubbiamente anche un grande chitarrista. Era il suo ritmo che
mi trasportava, pezzi come Hey Joe hanno un groove che fa paura.
Io
dopo aver concluso il disco ho pensato subito a lui a che rapporto Faris Amine,
musicista Assouf, potesse avere con Hendrix. La domanda era inconsapevole ma
probabilmente inconsciamente ho colto qualche piccolo riferimento..
Credo
che verrà fuori sempre di più. Prima di incidere questo disco ho avuto bisogno
di tornare nel Sahara e stare lì per un po’ e in pratica è come se avessi fatto
pari con tutte le mie radici. Il mio modo di fare musica è cambiato.
Recentemente ho suonato per la Nasa con David Rhodes..
Hai
suonato per la NASA?
Ho
suonato per un album che uscirà principalmente a nome di David Rhodes,
che è dall’80 il chitarrista di Peter Gabriel, e va in tour con Kate Bush, Paul
McCartney e tanti altri. Il disco si chiama The Fermi Paradox ed è finanziato
dal Jet Propulsion Laboratory della NASA. In pratica cercavano musicisti per
divulgare le ultime conoscenze acquisite sullo spazio e io ho scritto due
canzoni che gli son piaciute e mi hanno chiamato in studio con loro. Insomma un
bel giro, Sahara, Sardegna, Reggio Emilia e poi lo Spazio! All’interno del
disco ci saranno nuovi pezzi in inglese perché ormai sto scrivendo anche in
questa lingua. In pratica ho una parte di repertorio in tamasheq e un’altra in
inglese. Non vedo l’ora di registrare il prossimo disco, anche se molti mi
dicono come faccio a pensarci mentre ancora sto in tour per questo..
In
realtà credo sia una cosa molto comune tra voi artisti, essendo appassionata
leggo mole biografie e per esempio… non so gli Stones, che hanno 52 anni di
carriera alle spalle, hanno scritto i loro dischi mentre erano in Tour per
quello precedente e forse è anche giusto, insomma perché bloccare la
creatività?
Esatto,
io scrivo quasi ogni giorno anche se solo qualche nota o un appunto, in tanti
posti e luoghi diversi e adesso ho il desiderio di scrivere qualcosa che
riguardi me e che allarghi gli orizzonti. Non so come spiegare, non voglio
rappresentare niente o nessuno se non me stesso.
Faris Amine foto di Pierre David
Faris Amine foto di Pierre David
Qual
è l’ultimo album che hai ascoltato? Mi consiglieresti un disco?
L’ultimo
in ordine di tempo è Giant Steps di John Coltrane, e anche White Lies For Dark
Times di Ben Harper. Quello che ti consiglio invece è Abacabok dei Tartit,
un gruppo molto femminile Tuareg, gli unici a suonare la musica tradizionale
con strumenti tradizionali.  Son stato
con loro tanto tempo e nella loro musica si sentono chiaramente le origini del
Blues americano. È impressionante la similitudine, più di altre musiche
tradizionali dell’Africa. Questo discorso mi affascina molto, anche Scorsese
nei suoi documentari si è limitato geograficamente, non è andato a esplorare
sino al Nord invece nella pentatonica, nel modo in cui le canzoni vengo
strutturate ecc.. c’è una corrispondenza totale. Lì nel nord vi sono due etnie
principali i Songhai e i Tuareg, ma non so perché i Tuareg non siano mai stati
considerati nella ricerca delle origini del blues americano, forse perché sono
troppo chiari di pelle per l’immaginario della gente che pensa che Africa sia
solo qualcosa di molto scuro.

 

Intervista. Faris Amine: il Sahara, la chitarra, il Mississippi – Prima Parte

A Faris Amine, artista Tuareg che ha collaborato con i Tinariwen e Terakaft,  sono arrivata per caso, quando, River of Gennargentu, di cui ho recensito il disco, mi ha passato Mississippi to Sahara. Il titolo chiarisce subito che questo è un album di viaggio e connessione, un po’ come andare da una parte all’altra del pianeta senza nessun biglietto aereo. Faris Amine in Mississippi to Sahara reinterpreta  a modo suo 10 pezzi classici del Blues americano, riscrivendo i testi e suonandoli nello stile Assouf, un genere che desrcrive un sentimento di perdita e nostalgia tramite uno strumento non tradizionale tra i Tuareg: la chitarra. Parlando con Faris ho scoperto un ragazzo molto semplice, con le idee chiare che a soli 32 anni ha vissuto 3 vite almeno, adattandosi con naturalezza senza perdere la sua identità di figlio del deserto. La nostra chiacchierata è stata molto naturale e ben più lunga del previsto, abbiamo parlato di casa, deserto, religione, musica e progetti. Dividerò l’intervista in più parti.

 
Faris Amine by Claudia Bonacini

Quanti anni hai? Dal tuo
vissuto potresti averne tantissimi ma sembri giovanissimo!

Ho 32 anni, grazie per il
giovanissimo.
La prima domanda che vorrei
farti riguarda le tue origini, visto che tua madre era una Tuareg, popolo
nomade dell’Africa, e tuo padre italiano. Grazie al popolo itinerante hai
viaggiato parecchio sin da piccolo e parli diverse lingue. Sei una persona che
si è misurata con molti stili di vita e culture.  Cosa significa essere nomadi e cos’è per te la libertà?
La gente non ha un’idea molto
chiara su cosa significhi essere nomadi, perché lo lega molto al viaggio, allo
spostarsi mentre non è per forza quello che definisce il nomade. C’era una
bellissima frase, non ricordo più di chi sia ma non è mia, che diceva “un
nomade non è per forza un viaggiatore e un viaggiatore non è per forza un
nomade”.
Essere nomadi è un modo di vivere, altrimenti sarebbero più nomadi
una Hostess o un rappresentante di un Tuareg. Il nomadismo è un modo di
pensare, vedere le cose come se fossero tutte in movimento, le cose bisogna
sempre camminarle e inseguirle perché si spostano continuamente. I tuareg poi
sono un popolo nomade si, ma sulla propria terra, secondo logiche ben precise
che esistono da millenni, legate alle tribù, non esistono “zingari
d’africa” come si sente dire in giro.
Abbiamo una forte tradizione. Per molte persone la parola tradizione è
una parola pesante vero?
Si in effetti può avere
diverse chiavi di lettura, sia negative che positive, dipende dal contesto..
L’idea di tradizione viene spesso
legata a un obbligo, un peso, qualcuno o qualcosa da seguire, invece quella dei
Tuareg è una tradizione leggera perché essere indipendente e uno spirito libero
fa già parte della tradizione stessa. Spesso anche nelle storie tradizionali o
il protagonista non è proprio un Tuareg oppure è qualcuno che sfida qualche
regola prestabilita.
E poi mi hai chiesto che cos’è la
libertà! è un domandone! Fammi pensare un attimo… Libertà per me è non essere
lo schiavo e neppure il padrone.
E la casa invece?
La casa devi essere in grado di
portartela dietro, non è un luogo preciso, quindi è dovunque io sia libero
e  in pace, il problema nasce quando io
non sto bene in un posto, a quel punto la cosa è un problema.  Dovunque io mi sento libero io mi sento a
casa.
A questo punto, una domanda
ovvia, quanto influisce l’ambiente nella tua creazione artistica? In moltissimi
casi, tantissimi artisti tirano fuori i loro dipinti o musiche migliori nei
momenti in cui non stanno bene e non si sentono a casa..
Influisce moltissimo, per certe
canzoni l’ambiente ti parla, che siano gli altri esseri umani o le rocce, il
mare, il deserto o la sabbia. Alcuni brani son stati scritti nel deserto del
Sahara e non sarebbero potuti nascere altrove. Altri li ho creati in città,
ultimamente ho scritto qualcosa anche vicino al mare, in Sardegna.  Si, l’ambiente conta molto.
Sei quindi stato anche in
Sardegna?
Ho imparato molto dalla Sardegna,
oltre il deserto è il luogo in cui son stato più fermo.
La Sardegna è una terra molto
particolare, arida e ci son tanti posti vuoti quindi è indubbiamente
stimolante..
Dopo il deserto è il luogo in cui
mi sento più in comunione con la natura. Lì c’è un’energia particolare e poi ci
sono molte connessioni con l’Africa, oltre al fatto che sono davvero
vicinissime. Verrò a suonare presto in Sardegna tra fine Luglio e metà Agosto,
farò diverse date.
Mi fa piacere, spesso la
Sardegna vien screditata, perché magari non si entra in empatia con i luoghi in
realtà talvolta le cose come il vento e le rocce se li ascolti ti parlano.
Bisognerebbe replicare la frase
inglese “Only a fool doesn’t love Paris” per la Sardegna. Non so chi
screditi la Sardegna se non quelli della frase di prima… È vero che le cose
trasmettono energia, anche se non è scientificamente provato. E la Sardegna è
decisamente un posto speciale, uno dei più bei posti al mondo per me!

Intervista Faris Amine Prima Parte

Che mi dici dell’Italia e
della situazione in Africa?

L’italia è un Paese strano perché in realtà ha un sacco di connessioni con il nord-africa, ancor più la Sardegna, però nessuno conosce questi link. In Francia conoscono molto di più i Berberi per esempio, così come a loro è piuttosto chiaro come il Nord Africa non sia arabo alla radice. Esistono tutta una serie di etnie autoctone e spesso bianche come i Tuareg che sono originari del Sahara e non c’entrano nulla con gli arabi. I Tuareg stanno lì da 20 mila anni e hanno un alfabeto a sé che è più antico di quello egizio e ancora lo si usa! Sono cose di un valore inestimabile ma che non si conoscono.  In Italia c’è poca curiosità ma c’è una parentela forte. Ero in Mali quando sono scoppiate le ultime ribellioni. L’Africa rimane un continente pericoloso, si scavano km nella terra per il petrolio o l’uranio ma non per l’acqua. Stiamo finendo come gli indiani d’America, i Tuareg vengono assimilati o perseguitati. Diverse canzoni le ho scritte mentre ero ancora lì, dopo il primo attacco, e una in particolare a cui tengo molto, Niliwityan Dagh Tinariwen, mi viene in mente infatti anche la questione dell’estremismo religioso…

FINE Prima Parte

Bottleneck, com’è nato lo slide?

Slide GuitarVenerdì ero a una cena con amici e a un certo punto ho chiesto, senza preavviso, “ragazzi ma quando è nato lo slide?” Ho avanzato ipotesi ignoranti tipo 1800 durante una festa a base di alcool, donne e chitarre, alcuni hanno proposto come ipotetica data le prime incisioni Blues e solo uno sapeva la risposta giusta.. 

Premi PLAY
Il Bottleneck (collo di bottiglia) o Slide (scivolare) è così chiamato perchè in origine era costruito esclusivamente tagliando il collo di una bottiglia in vetro e si usa per fare un effetto strisciato sugli strumenti a corda, in particolare sulla chitarra.
Il Bottleneck è comparso con il diddley bow, uno strumento monocordo di origini africane; una leggenda vuole che il primo slide sia stato creato per caso in una tribù e che durante un rito qualcuno abbia suonato questo strumento con un pezzo di vetro, facendolo in seguito diventare parte integrante del rituale.
Superati monti, mari e distanze siderali questa tecnica arrivò nelle dita dei Bluesman afroamericani all’inizio del secolo XX mentre i Gospel si stavano trasformando in qualcosa di meno religioso ma altrettanto potente: il Blues.   Inizialmente il Bottleneck fu utilizzato dagli “ultimi” essendo un accessorio povero e molto adatto al genere cottonfield anche se non tardò a diventare un must per chitarristi Country e Blues.
Oggi è di solito un cilindro cavo che va inserito nel dito e che passando sulle corde dà un suono caldissimo dando al passaggio tra le note assenza spezzature. Tra i pionieri abbiamo Bukka White e Robert Johnson, e tanti altri nomi come Elmore James. Oltre al vetro, materiale ancora oggi al Top, lo Slide è solitamente costruito in acciaio e plexiglass.
In poche parole questi sono gli albori dell’aggeggetto miracoloso, lo slide, che mi appassiona tanto. Poi ci son slide guitars fatte apposta per accentuare la scivolata in cui son stati tolti i tasti, quindi il manico libero agevola il chitarrista e potenzia l’effetto. E poi ci sono altri tipi di slide, ovviamente.

 

 

River of Gennargentu, Taloro

Trovo interessante chiedere agli artisti che intervisto di propormi qualche nuovo ascolto, lo sto facendo ormai sempre, così nella fresca chiacchierata con i Pussy Stomp ho scoperto River of Gennargentu, ovvero Lorenzo, un ragazzo sardo che suona il Blues come se il fiume che passa sotto la sua finestra fosse il Mississipi o forse no.
Ascolta QUI
Blues river of Gennargentu
L’ep “Taloro“, pubblicato dalla Talk about Records è composto da 6 pezzi di cui 5 originali  e una cover. Il disco contiene una musica asciutta, essenziale, principalmente suonata con la chitarra e una voce calda e assolata come un pomeriggio estivo.
L’album è talmente “basic” che le registrazioni sono state realizzate in casa con una chitarra, un microfono, una sedia e un tavolino su cui poggiare il computer. River of Gennargentu possiede tante qualità e fra queste una è rarissima: la semplicità; Taloro è  infatti la dimostrazione che non è necessario avere alle spalle grandi budget o chissà cosa per creare qualcosa di buono e i ragazzi della Talk About Records l’hanno capito.
River of Gennargentu ha preso la tradizione folk Blues americana e l’ha portata nel centro della Sardegna regalando all’ascoltatore un tafferuglio emozionale che percorre tempo e spazio arrivando dritto all’anima.  Consiglio l’ascolto!
 

Intervista Pussy Stomp: tour, progetti e Capitol TV

I Pussy Stomp sono un super duo composto da Mauro e Roberta. Dopo aver stampato il loro primo ep Superslut, hanno recentemente pubblicato il loro disco d’esordio “Guide for shy guys” e come promesso nella prima intervista gli ho fatto nuovamente qualche domanda!

Guide for shy guys

Parlatemi del disco,  chi non l’ha ancora sentito cosa deve aspettarsi?

“Guide for shy guys” è il
nostro album d’esordio ed è uscito in cd e download lo scorso 16 Gennaio,
coprodotto da due etichette: la cagliaritana Hopetone records (Undisco Kidd,
Hola la Poyana, Takoma
) e la Riff records di Bolzano. Contiene 11 brani, tre
dei quali in veste di bonus tracks già edite su cassetta in quello che era l’ep
“Superslut” uscito a Luglio 2014. E’ il sunto della prima fase di vita dei
Pussy Stomp. Lo abbiamo registrato nell’estate 2014. Tutto il lavoro è stato
svolto da Gabriele Boi nel suo Sleepwalkers studio. Volevamo tracciare un
ritratto del gruppo il più fedele possibile a quello che è dal vivo e ad
eccezione di qualche overdub vocale e di un featuring di Andrea Pilleri (Thee
Oops, Rippers, Loveboat
) fortemente voluto su B-loose, i brani mantengono l’immediatezza
e (speriamo) l’efficacia che sentiamo nei live. Lo stile è il nostro mix di
wave, blues e pop, una formula che non ci viene automatico racchiudere in un
vocabolo: l’hanno chiamata punk wave e alternative blues e ci stiamo dentro.
L’artwork di “Guide for shy guys” vede la collaborazione con due artisti
villacidresi: Fabio Costantino Macis e Danilo Meloni. Il primo, dopo aver
girato il video di The Slow One (con protagonisti Noemi Medas e noi) ha
catturato gli scatti che il secondo ha sapientemente plasmato nel lavoro
grafico che accompagna il disco. Danilo è anche l’autore dell’immagine di
copertina. L’artwork ed il packaging vogliono essere un tributo alle riviste
americane anni 50 e 60 quali “Eyeful” e “Titter” che celebravano la bellezza
delle pin ups in un mix di ironico ammiccamento ed erotismo light che a
tutt’oggi (in tempi in cui potresti vedere pure le colonscopie online dei divi)
mantiene un fascino intatto.
Pussy stomp partiremo per un mini tourCome sta andando la promozione?
Abbiamo fatto alcuni
release parties e i riscontri sono stati buoni su più livelli; è stato
piacevole notare la presenza di un pubblico giovane e attento e al contempo di
trovare qualche nostalgico di certe sonorità anni 80 ancora in vena di muovere
le gambette. Abbiamo anche ricevuto diverse recensioni da riviste cartacee e
webzines che ci hanno fatto piacere e invogliato a fare di più e meglio. Poi la
vendita dei cd procede dignitosamente e riceviamo i complimenti anche per
quello che molti chiamano “impacchettamento”! Ora non ci resta che fare ciò che
a una band da senso: suonare.
 Ho visto che a breve inizierete un tour in giro per l’Italia
A metà Marzo partiremo
per un mini tour nel centro-nord Italia con prima tappa a Roma il 19. Da lì
proseguiremo verso il settentrione fino alla data finale di Bolzano, il 28.
Avremo anche modo di confrontarci con altre realtà musicali: a Torino
divideremo il palco coi Lame (sideproject di Stefano Isaia, frontman dei Movie
Star Junkies), a Novara avremo come ospiti i Tide Predictors, duo electro di
Milano e a Bolzano ci saranno i viennesi TAH.
Sarà una bella avventura,
e non vediamo l’ora di affrontarla!
State già lavorando a qualcosa di nuovo?
Abbiamo diversi brani
nuovi che già da qualche mese stiamo rodando on stage e che esplorano generi a
noi cari in cerca di un ipotetico crocevia tra traditional e new. Si va dal
blues scomposto a quello che ci piace chiamare affettuosamente “naufragio
surf”. Potrebbero far parte di un ep di transizione col secondo album, oppure
costituire di esso già un’ossatura: al rientro dal tour scioglieremo il nodo! A
noi sicuramente piacerebbe pubblicare un bel vinile, sia esso 7, 10 o 12
pollici!
A parte il vostro disco, mi consigliereste qualcosa? Che ascoltate in
questo periodo?
Consigliamo vivamente
“Nikki Nack” di TuNeYaRdS, artista statunitense tra le più coraggiose e
imprevedibili dell’attuale panorama musicale e poi vi invitiamo a scoprire
River of Gennargentu e il suo “Taloro”, blues del delta made in Gavoi da un
ragazzo che ha delle bellissime frecce al suo arco. Per il resto ci sorbiamo
tanti video vintage via Capital Radio Tv con i pro e i contro che ciò comporta:
il passato è ricco di perle da scoprire e riscoprire anche se  a volte fa paura e che sia passato è l’unico
sollievo!Inutile dire che i Pussy Stomp son forti sia in cd che in Live, quindi approffittate del loro Italian Tour per andare a vederli/ascoltarli scegliendo le date più vicine a casa vostra, cliccando sul link trovate tutte le date aggiornate!

Deep Elem Blues, storia di una canzone

Questi giorni ho scritto un post su Rory Gallagher  e stamane mi girava ancora in testa così l’ho messo sottofondo mentre facevo colazione. A un certo punto è arrivato il momento di Deep elem Blues e mi è venuta voglia di ascoltare la versione dei Grateful DeadA quel punto è scattata la curosità: chi ha scritto il pezzo?
Deep elem Blues
Deep Elm (scritto anche Elem e Ellum) Blues è ormai a tutti gli effetti un brano tradizionale del Blues americano di cui si è ormai persa traccia dell’ autore; è dedicato a un quartiere a luci rosse della città di Dallas conosciuto come “Deep Ellum” e il testo é un’esortazione che dice più o meno “uomo stai attento ai tuoi soldi quando vai a Deep Elem, mettili dentro le tue scarpe perchè le donne lì te li prenderanno tutti”
storia di una canzone
La zona Deep Ellum è diventata leggendaria grazie alla musica in quanto frequentata da grandi bluesman quali Blind Lemon Jefferson, Blind Willie Johnson, Lead Belly, and Bill Neely. A questo proposito consiglio di vedere il cortometraggio del 1985 a cura di Alan Govenar: “Living in the Texas Blues” che esplora la scena Blues degli anni 20′ e 30′  attraverso musiche e testi di Bill Neely che raccontano la vita notturna in quel di Dallas. Torniamo al pezzo, purtroppo non esitono incisioni che facciano presupporre il nome di un autore tuttavia la prima risale al lontano 1927, quando il brano era già un classico, ed è dei The Georgia Crackers, con il titolo Georgia Black Bottomfacevano parte della band i Cofer Brothers poi diventati famosi per aver inventato i bicchieri per il Brandy. Il nome Deep Elm (o Elem) è arrivato nel 1933 coon la registrazione degli Shelton Brothers. Il titolo Black Bottom si riferisce al ghetto della città di Nashville poi rimpiazzato dal più specifico “Deep Elem” riferito al già citato distretto di Dallas.  Il testo originale è stato spesso stravolto ma la versione più o meno “fissa” è questa, anche se i versi sono sempre cantati in ordine sparso:
If you go down in Black Bottom,
Put your money in your shoes,
The women in Black Bottom
Got them Black Bottom Blues.
Oh, good mama, Your daddy’s got them black bottom blues.
If you go down in Black Bottom

Just to have a little fun,


Have your sixteen dollars ready



When that police wagon comes.



Well, I had a good little woman

And I taken her to the fair,


She would have won the premium



But she had bad hair.



Well, I went down to Black Bottom

Just to get a little booze,


And now I’m on the chain gang



Wearing them brogan shoes.



If you’ve got a good little woman,

Better keep her by your side,


That old (band member name)



Take your baby and ride.



If you go down to Deep Elem,
Take your money in your pants;
The women in Deep Elem
Never give the men a chance.
Oh, sweet mama, daddy’s got the Deep Elem Blues.
Now I once knew a preacher,
Preached the Bible through and through,
He went down into Deep Elem,
Now his preaching days are through.
Now I once had a sweet gal,
Lord, she meant the world to me;
She went down into Deep Elem;
She ain’t what she used to be.
Her papa’s a policeman
And her mama walks the street;
Her papa met her mama
When they both were on the beat.

La lista degli artisti che hanno inciso il pezzo è pressochè infinita, una delle versioni più famose è quella dei Grateful Dead ma l’hanno cantato anche il mitico Jerry Lee Lewis, Bill Neely, Hank Thomson, Gerry Garcia (solista), Hot Tuna e tantissimi altri. Per approfondimenti Leggi Deep Ellum Blues, di Kevin Pask

In Blues: intervista a Max Lazzarin

Max Lazzarin è un bravissimo pianista e cantante italiano che ha collaborato e collabora tutt’ora con alcuni dei più importanti nomi del Blues italiano e internazionale. Ho avuto il piacere di scambiarci due chiacchiere..  Premi PLAY

Quando hai
iniziato a suonare il pianoforte?

All’età di sette anni circa ho chiesto ai miei di farmelo
studiare, ma giuro non so perché, loro ne sono stati entusiasti e mi hanno
preso un vecchio pianetto tedesco sgangherato con il quale ho studiato fino a
quindici anni con una maestra “old style” del conservatorio di Padova (bacchettate
sulle mani.. tre ore di esercizi al giorno.. etc etc ) a quindici anni ho detto
ai miei che avrei dato fuoco al piano piuttosto che fare un’altra lezione così.
Mio padre mi ha proposto di cambiare maestro e solo dopo avrei potuto prendere
una decisione. Ha scelto un pianista moderno decisamente sopra le righe ma che
mi ha dato la passione che la musica classica, o meglio il metodo classico, mi stavano
togliendo. A sedici anni ho iniziato ad esibirmi live e da allora non mi sono
più fermato.
Ti sei
innamorato subito di queste sonorità o ci sei arrivato in un secondo momento?
Come ti dicevo ho iniziato con la musica classica, ho sempre
amato i “romantici”, ho ancora un busto di Beethoven sul mio piano a casa ma da
quando ho iniziato a pensare ad esibirmi le sonorità che mi si confacevano
naturalmente erano quelle di Paolo Conte, Buscaglione, Carosone.. la prima
“musicassetta” blues che ho ascoltato era la discografia di Robert Johnson..
non lo sopportavo.. non so, quelle note mezze stonate, “cercate” qua e là tra i
limiti della sua chitarra mi infastidivano. Non capivo che mi avevano lasciato
dentro un virus che mi avrebbe modificato e calzato a pennello con la mia
sensibilità, e non solo quella musicale. A circa vent’anni non riuscivo più a
smettere di ascoltare Blues, e più mi addentravo dentro quello strano mondo più
capivo che era il mio.
Come definiresti  te stesso e il tuo stile?
All’età di 44 anni penso di potermi definire lucidamente
come un disadattato.. Lo sono davvero, mi sento sempre un po’ fuori contesto,
ovviamente anche qui non parlo solo di musica. La vita e la musica per me
coincidono perfettamente. Per cui ecco che definirei il mio stile nello stesso
modo.. disadattato. Ascolto moltissimo da moltissimi anni, però non ho mai
cercato di copiare, semplicemente mi metto al pianoforte e butto fuori quello
che in quel momento ho dentro. Ovvio che ascoltando Blues, specie quello della
Louisiana mi rifaccio a quel sound, ma in realtà ci metto dentro ragtime,
musica classica, cantautorale.. tutto quello che ho dentro insomma.

Ascolta l’album
Com’è
l’ambiente della musica “Blues”? 
Dall’esterno sembra che siate un po’una grande famiglia, disposti a
collaborare amichevolmente sfidandovi sul palco, é davvero come sembra?
Ti posso parlare solo della mia esperienza personale: ci
sono molti tipi di persone che suonano blues in Italia, alcuni fanno
semplicemente finta di essere dei bluesman, altri invece, lo sono. Quando
condivido un palco con qualcuno, è perché davvero lo stimo e lo considero un
fratello. Solo così posso condividere la mia musica con l’altro. Considera
sempre che quando suono io mi sto spogliando (e qualche volta tolgo anche la
pelle), mi sarebbe davvero impossibile farlo con qualcuno di cui non ho stima.
Il Blues è una musica molto solitaria, quasi mai triste, ma molto solitaria.. per
cui essere su un palco ad improvvisare con altri è esattamente come conoscere
una persona al bar, bere insieme qualcosa e raccontargli tutti i tuoi segreti
più profondi.. E’ una bella sfida.

Io dico
Blues, blues, blues, ma come definiresti il giro in cui suoni?
Ho avuto la fortuna di girare moltissimo in questi anni e
conoscere un fottio di bluesmen. Tolte poche persone devo dire che ho trovato
ospitalità quando non avevo un tetto. Sempre da mangiare su un piatto da condividere.
Sempre aiuti e scambi nel trovare serate e occasioni quando non ero conosciuto
come oggi. L’ambiente in cui suono è la mia famiglia. In ogni famiglia c’è
qualcuno con cui stai meglio, qualcuno peggio, qualcuno con cui non parli.. ma
è sempre una famiglia.
La musica
ti permette di vivere serenamente o hai altri progetti collaterali?
La musica in Italia non permette di vivere serenamente, la
situazione politico-culturale italiana in genere è imbarazzante. Da due anni
circa è nata Blue Sofia, mia figlia, da quel giorno ho iniziato ad organizzarmi
in ogni modo possibile per poterla sorreggere nel suo cammino. Ma la mia è una
situazione comune.. c’è chi insegna, chi lavora negli studi di registrazione..
chi in qualsiasi altro modo. Tutto lecito, l’importante è portare avanti il
proprio progetto a qualsiasi costo.
Cosa
pensi della musica di oggi?
Ho cancellato già un paio di volte la risposta.. per cui
cerco di essere conciso. Lo Star system che dagli anni 80 in poi ha rifocillato
un mercato discografico industriale semplicemente ingordo ha letteralmente
distrutto la possibilità di far nascere nuova musica. Non voglio dire che non
ci siano stati musicisti o compositori di rilievo ma che l’ascolto della musica
degli ultimi quarant’anni mi rimanda sempre al “già sentito” “già sperimentato”. Per me, negli ultimi quarant’anni, non c’è stato niente che mi abbia
sbalordito.. fosse anche in negativo.. ma .. niente.
Hai
girato il mondo, qual è il musicista che ricordi con più affetto?
Birbante.. è come se mi chiedessi i cinque dischi da portare
nell’isola sperduta.. impossibile rispondere.. ho conosciuto davvero tanta
gente.. alcuni dei quali quando compravo i dischi per imparare il Blues
venticinque anni fa.. ma non solo loro.. ognuno mi ha lasciato qualcosa
di importante. Un motivo, un aiuto, una parola.. tutto volto a farmi proseguire
la mia strada e non abbattermi mai.
Hai
qualcosa in cantiere al momento?

Finalmente si.. era da parecchio che non avevo cose da dire
in senso discografico. Ora finalmente sto componendo e vorrei entrare in studio
quest’inverno.. Ho un progetto che mi porta indietro agli albori del Blues,
quando i canti e le ritmiche africane a New Orleans si confondevano e
contaminavano con le melodie europee. Il nuovo progetto si chiama “Max Lazzarin
Rag&Dirty” un trio con Giacomo Scanavini (Fe) che suona Sousaphone e
Trombone e Ale Musella (Bz) alla batteria. Sto togliendo sempre più note alle
mie mani e cerco di arrivare, magari sporco e stracciato.. ma diretto dentro la
pancia della gente.

Potete ascoltare max Lazzarin Su spotify.

Aglientu Summer Blues Festival

Si è appena conclusa la 7° edizione dell’Aglientu Summer Blues festival, importante tappa per il popolo del Blues. Come le scorse edizioni, anche quest’anno il Festival è stato articolato in 3 concerti al giorno per 3 giorni consecutivi dal 18 al 20 Agosto: nella piazza principale si sono alternate 3 band per “l’aperitivo in piazza”, che hanno regalato al pubblico interessanti momenti in musica, in particolare l’ultima sera. I due concerti principali si sono poi svolti, come d’abitudine, il primo sul palco dell’anfiteatro e il secondo, in conclusione della serata, nella piazza principale. Gli artisti che si sono alternati On stage sono nomi rinomati tra i discepoli del Blues:  ad aprire le danze è stato invitato il celebre armonicista Charlie Musselwhite, che nella sua longeva carriera ha collaborato con moltissimi artisti del calibro di Ben Harper e Robben Ford e che ha deliziato il pubblico di Aglientu con una rivisitazione di alcuni classici del Blues e alcuni pezzi originali. La prima serata  si è poi conclusa con la magistrale entrata in scena della Sax Gordon Band, che ha fatto scatenare il pubblico, moltissimi giovani hanno infatti ballato i ritmi convulsi che questa band gli ha regalato. La seconda serata si è aperta con i tedeschi B.B & The Blues Shaks, che hanno suonato due ore di musica swing, blues e rock and roll, il secondo concerto è stato suonato dagli Italy Blues Stars in cui si sono distinti l’armonicista Marco Pandolfi,  che ha suonato come special guest  in tutte le serate, il chitarrista Roberto Luti, e il geniale pianista Max Lazzarin, che ha movimentato la serata stravolgendo la scaletta con improvvisi fuori programma. La terza serata si è aperta in grande stile con i The Mannish Boys, che hanno incendiato la platea con i loro ritmi caldi e coinvolgenti, regalando al pubblico dell’Aglientu Summer Festival momenti di vero delirio. La tre giorni si è conclusa con il concerto di Todd Sharpville, che vanta collaborazioni con Ronnie Wood degli Stones e tanti altri celebri artisti. L’Aglientu Summer Blues Festival si riconferma come una tappa obbligata per tutti gli amanti del genere che, con un  pubblico in costante crescita,  si posiziona tra gli appuntamenti Blues più attesi in tutta l’isola. 

(L’ articolo originale si trova sul sito  Sardegna reporter.it)