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Io so chi sono, lettera a Manuel Agnelli

Villacidro,  17 maggio 2016

Colonna sonora mentre scrivo: Watching the wheels

Ciao Manuel,
ti scrivo perché in questi giorni ho letto la notizia che sarai il nuovo giudice di X Factor e sono sconvolta dai commenti che ho sentito in giro. 
Ho letto tante di quelle cose vuotissime pro e contro di te da lasciarmi a bocca aperta, l’ultima diceva che sei l’erede di Malcolm McClaren e che stai letteralmente “raccogliendo i frutti del tuo culo” (articolo del Fatto quotidiano).

Ho visto gli Afterhours 9 volte, in tutte queste occasioni hai dimostrato chiaramente che non hai tempo da perdere e che le cose che fai, difficilmente, sono lasciate al caso (in particolare mi riferisco al Tora Tora a Cagliari -forse nel 2004- quando hanno abbassato senza senso il volume e hai spaccato la chitarra a terra prendendotela -giustamente- con l’amministrazione comunale). Un’altra cosa interessante sul tuo percorso artistico e non secondaria è che hai sempre cercato di portare avanti progetti di promozione culturale, cercando di fare emergere situazioni sonore ai più sconosciute, passando dal Tora Tora al Paese è Reale, dal Jack Daniels on Tour alle esperienze in teatro sino a X Factor. Ho avuto il piacere di intervistare Giorgio Prette due mesi fa e abbiamo parlato proprio dell’esperienza del Tora Tora, ti allego il link. 

Da ascoltatrice credo che la tua carriera sia stata fin ora in crescendo e Padania a mio avviso sia uno dei migliori dischi italiani di sempre (assieme a Arbeith Macht Frei  e
Crack degli Area, Ut dei New Trolls, Amore non amore di Battisti e
qualche altra perla): suona alle mie orecchie proprio come un atto di liberazione,
è un’opera quasi dada in cui l’armonia si disintegra per riassemblarsi
in qualcosa di stupefacente e incredibilmente mio: Io so chi sono, so
qual è il mio nome.

Tra qualche giorno uscirà Folfiri o Folfox, il nuovo disco degli Afterhours che attendo con curiosità, l’ho pre-ordinato, chissà come sarà e se mi conquisterete ancora! Il singolo mi è piaciuto parecchio, là in mezzo ho colto un po’ di diavolerie di Xabier e una genuina dose -massiccia- di veleno!

Veniamo al dunque…

Perché ti scrivo? Voglio difenderti o attaccarti? -forse ti domanderai-
La verità è che sono qui per dire a te e a pochi altri: “Io Sto con gli Artisti”.

Io credo che in musica e in Arte vincano sempre gli Artisti, non quelli retorici e ripetitivi che accontentano sterilmente il pubblico (che non sono Artisti), ma coloro che, come diceva Battisti, lo “guidano”. In Arte vincono quelli che osano dove il loro seguito non avrebbe mai immaginato perché hanno semplicemente curiosità di farlo, sperimentando nuove forme di comunicazione o rimanendo uguali se è ciò che ciò che realmente desiderano.
Sento di difendere la tua libertà di essere uguale o contraddirti, di spingerti avanti o da un’altra parte. Seguire il proprio istinto è l’unica cosa importante in questo momento complesso della nostra Storia.
Le persone in questi giorni giocano con te, la tua partecipazione a X Factor è stata per tanti troppo scioccante. Sei in una situazione di sovraesposizione con un disco in uscita, che a quanto pare sarà molto tosto, e alle porte una nuova avventura in un sistema mediatico tradizionale. I giudizi nei tuoi confronti non sono certo galanti e io, davvero, non capisco perché: nessuno ha sentito il disco o visto il programma! I giorni scorsi ho anche dibattuto amichevolmente con un’altra blogger sulla questione XFactor.  Sai, mi viene in mente quella volta in cui a “Speciale per voi” il pubblico si scagliò contro Battisti giudicandolo pesantemente per le sue “canzonette”. Quello stesso Battisti ha (qualche anno dopo), battuto strade artistiche ostiche, innovative e tutt’ora incomprese dal suo pubblico, con coraggio e voglia di sperimentare.
La gente ha sempre da ridire.
In attesa del disco e di vederti in Tv,

ti saluto
Martina
Ps: Potrei mica intervistarti?

Todo Modo. Intervista a Giorgio Prette e Paolo Saporiti

Due settimane fa ho avuto il piacere e la fortuna di intervistare Giorgio Prette e Paolo Saporiti dei Todo Modo. Dopo aver visto 9 volte gli Afterhours posso affermare con certezza che adoro il piglio di Giorgio Prette alla batteria: con estrema naturalezza passa dalla suonata super tosta a quella elegante tipo Ringo in Something, avete presente? Altro artista a me noto e Xabier

Iriondo, talentuosissimo chitarrista che oltre alla 6 corde, sul palco e in studio, si diletta con loop station e altre diavolerie per creare suggestioni incredibili!   Il trio dei Todo Modo si completa con Paolo Saporiti, un cantautore che non conoscevo e che mi ha conquistato immediatamente… Ecco l’intervista:
Partiamo subito con il tasto dolente (Giorgio e Paolo fanno due facce perplesse), Giorgio in tanti continuano a chiederti perché sei andato via dagli Afterhours. Secondo me sei stato più che esaustivo nel comunicato stampa ufficiale quindi voglio avvertirti che non ti chiederò nulla.
(Paolo e Giorgio Scoppiano a ridere) Meno male, anche perché siamo qui con i Todo Modo…
Esatto! Ho però una domanda per entrambi (facce nuovamente serie e perplesse), come state, come è andato il viaggio? Paolo mi ha accennato al mare burrascoso… (risata generale)
Giorgio: C’è chi è navigato…
Paolo: e chi meno
Giorgio: Io ho dormito benissimo, in cuccetta si stava molto meglio
che nel tragitto dal bar alla stanza, il mare era così agitato che quando stavamo in piedi sembrava avessimo bevuto assenzio…
Prima domanda per Giorgio, con Xabi vi lega una forte amicizia, c’è un momento particolare in cui sono nati i Todo Modo?
Si, nell’estate del 2013 in concomitanza con la mia decisione di lasciare gli Afterhours che è avvenuta un
anno e mezzo prima che diventasse di dominio pubblico. All’epoca stavamo lavorando su Hai paura del Buio? che abbiamo fatto in tre io Manuel e Xabier e non si poteva realizzare senza me o Xabier e ovviamente nemmeno senza Manuel. Abbiamo perpetuato la cosa sino all’assolvimento degli impegni e siccome all’interno del gruppo la cosa già si sapeva io e Xabier abbiamo manifestato l’intenzione di continuare a suonare assieme. Le prime cose utilizzate coi Todo Modo le abbiamo buttate giù proprio in quel periodo senza ancora avere un progetto chiaro. A fine 2014 abbiamo deciso di fare sta’ cosa e avevamo bisogno di un capro espiatorio (ride), cioè qualcuno che scrivesse i testi e cantasse. Xabier collaborava già con Paolo e mi ha proposto il suo nome. Io non lo conoscevo, però se Xabier mi propone una nome gli do un certo peso, ecco. Poi detto questo, dalla settimana prossima me ne pentirò! (Risata generale) A parte gli scherzi lui ha risposto con entusiasmo, perché era inconsapevole e da lì è partito tutto.
Paolo, dove ti sei andato a cacciare?
In una cosa bellissima, perché, partendo dalle cose che loro avevano già fatto a tutto quello creato a partire da… subito, il progetto è partito davvero molto bene. Senza nessun freno, senza nessun retro pensiero, è stato tutto molto fresco e veloce. Tempi di registrazione: rapidissimi. Ogni cosa è stata masticata alla velocità della luce. Ho quasi la sensazione che sia già passata un’epoca. Per me anche essere qui in Sardegna a suonare non è una cosa piccola, nel senso che loro sono molto più “navigati” io molto meno e venir qua con un progetto così nuovo mi sembra un risultato enorme.
La foto più sfocata della storia: Giorgio Prette io e Paolo Saporiti
Parliamo del pubblico, quant’è cambiato nel corso degli anni? Secondo me parecchio e non in meglio…
Giorgio: Dipende molto dal contesto, inoltre il pubblico cambia geograficamente. Questo è innegabile.  È una domanda molto difficile perché negli Afterhours, con 25 anni di storia alle spalle è più arduo valutare questo aspetto. Comunque si, il pubblico è stato più curioso negli anni ’90 e il discorso vale per tutta la scena italiana, non solo per gli Afterhours. Quando abbiamo cominciato, noi stavamo in un contesto sotterraneo e mancava un circuito di locali live nazionale, per cui era impensabile fare un tour italiano. I primi accenni organizzativi sono stati nel ’92. Per tornare alla tua domanda, in sintesi, quando il pubblico era quantitativamente più esiguo era molto più curioso. La gente ti veniva a vedere indipendentemente dal fatto di conoscerti e voleva scoprire cose nuove. Nel corso degli anni, crescendo l’audience, questa cosa è quasi totalmente scomparsa. I ragazzi oggi vanno a vedere i concerti solo di chi conoscono già. Quando si è tentato di fare delle proposte per cercare di promuovere degli artisti, non dico che siamo miseramente falliti ma quasi. Anche nei festival internazionali la gente va a vedere l’headliner e non gli frega niente di quello che c’è prima, questa è un’attitudine culturalmente sbagliata. Inoltre, nei festival europei, il cast è estremamente variegato, c’è di tutto e il pubblico
vuole più l’evento che la musica. Soprattutto se fatto in un bel posto. Gli italiani vanno allo Sziget di Budapest, dove abbiamo suonato anche noi 3 anni fa e poi commentano “Ah che belli i festival all’estero!” In realtà si possono fare anche qua quel tipo di festival ma se si propongono in Italia le cose vengono sminuite. Stiamo entrando nell’antropologia dell’italiano che dà poco peso a tutto quello che ha ed esalta ciò che viene da fuori indipendentemente dalla qualità…
Le uniche eccezioni sono forse i festival tematici, penso a quelli Blues, che frequento o al Gods of Metal in cui il genere comune stimola il pubblico a conoscere nuovi artisti.
Va benissimo, hai ragione. Nel mio discorso specifico pensavo al Tora Tora.
Sono stata a tutte le edizioni ed era stupendo…
La gente non entrava sino a quando suonavano gli headliners. Il paradosso è che quando eravamo noi gli il gruppo di punta facevamo meno pubblico di un nostro concerto da soli. Si è provato con Arezzo Wave e altri festival a mischiare le carte, facendo suonare i gruppi più
grossi per primi ma niente.  Speriamo che cambi. È anche una questione geografica: per la Sardegna chi organizza ha una maggiorazione dei costi legati ai trasporti ma c’è una fame di concerti come in tutto il meridione. In Puglia per esempio d’estate fanno all’opposto, c’è troppa roba in giro e il pubblico è troppo sparpagliato.
Una cosa positiva di questi tempi, anche se un po’ ambigua e troppo
spesso usata male, sono i social network. Parlo per me che sono blogger e li trovo funzionali a ciò che voglio fare, senza sarebbe stato difficilissimo contattare voi come Fariselli, Finardi, Maroccolo e tutti gli altri artisti che ho avuto il piacere di conoscere… Negli anni ’90 questo era impensabile
Giorgio: se non avevi il telefono fisso… (ridiamo tutti) Indubbiamente ha eliminato dei filtri e si, il discorso è relativo al come si usano le cose…
Voi che rapporto avete con questi mezzi di comunicazione?
Paolo: Non fantastico, non siamo molto capaci, è come se venissimo da generazioni oni oni (ride) lontane
Giorgio: C’è un gap generazionale, con tutto il mio impegno non potrò mai avere la dimestichezza e l’automatismo di quelli che hanno anche solo 20 anni in meno di me.
Paolo: c’è anche una forma di sfiducia, almeno in noi non credo sia così spontaneo. È verissimo che a te permette di entrare in contatto diretto con alcuni artisti che altrimenti non avresti mai avvicinato ma è altrettanto vero che questo toglie ogni forma di scrematura e analisi qualitativa e meritocratica delle cose. Non parlo di te, ovviamente. Questo è il difetto più grosso di internet e non solo con gli artisti ma tra persone in generale. Non si è capito ancora dove andrà a finire e che cosa ha portato di reale nelle nostre vite. Credo i risultati si vedranno tra poco, come per tutte le innovazioni tecnologiche. Il discorso internet verrà scremato e tagliato a un certo punto. Come un’implosione naturale. Le innovazioni non è che poi devono rimanere, servono per fare passi avanti, creare delle ipotesi e le risposte arrivano da sole.
Paolo tu come scrivi, hai un metodo particolare?
C’è in me una sorta di disciplina legata al lavoro, nel senso che io tutte le mattine regolarmente ho delle ore dedicate alla musica. La scrittura è per me un gesto spontaneo che nasce quando mi metto in una determinata situazione. La cosa più semplice per me è imbracciare una chitarra perché tutto prende forma da una melodia. La bellezza di questo progetto con Giorgio e Xabier è stato spostare l’asse d questo mio metodo. Con loro ho potuto e dovuto scrivere in una situazione nuova. Per il gruppo ho preparato due o tre brani chitarra e voce, il resto sono state improvvisazioni loro sulle quali ho improvvisato testi e melodie. Altre cose sono nate dalla frequentazione in studio e dalle prove. Quindi i tre meccanismi sono questi. Mi sono abituato ad avere una sorta di riflesso naturale: quando mi metto in condizione di accettare quello che mi esce, esce. È una cosa che ho imparato a fare nel corso di 20 anni di lavoro.
Ultima domanda, una curiosità: qual è l’ultimo disco che avete ascoltato?
Giorgio: l’ultimo che ho comprato è Lunga Attesa dei Marlene Kuntz che mi è piaciuto moltissimo. Coi Marlene siamo amici da tanti anni ma musicalmente non sono mai stato un grande fan, pur apprezzandoli. Crescendo come persone e musicisti si impara ad andare al di là dei propri gusti quindi a riconoscere la qualità anche in contesti che non sono proprio i tuoi. È innegabile che i Marlene abbiano fatto dischi importanti, soprattutto i primi, e canzoni bellissime. Negli ultimi 10 anni, secondo me, si erano un po’ persi invece questo disco mi piace molto, ho mandato loro un sacco di messaggi. Sono uno stalker! (scoppiamo tutti a ridere) In realtà se c’è da fare dei complimenti a tutti ma soprattutto agli amici lo faccio stra-volentieri. Devo dire che è un bel disco.
Paolo: gli ultimi me li ha consigliati Xabier che mi ha dato un’infarinata generale su una scena post-punk che non conoscevo. Quindi ti dico subito Pere Ubu che hanno una concezione della musica più che moderna, spaventosi! Mi mancavano. Io arrivo dal cantautorato di stampo anglofono degli anni ’60 e ’70 e lì mi son fermato, parlo di Nick Drake, Tim Buckley, John Martin, Leonard Cohen, ecc… Questi artisti mi spostano il cuore. Poi per dovere e per coscienza a un certo punto bisogna allargare lo spettro. Razionalmente riesco ora a emozionarmi applicando l’intelletto e a star dietro all’emozione della conoscenza. Altra band nuova per me sono i Death Grips che hanno fatto un disco della madonna con un hip hop misto a noise e industrial. Una roba molto efficace e stimolante.
Grazie della chiacchierata, ci vediamo dopo sotto il palco!
Grazie, a dopo!
Parlare con Giorgio e Paolo è stato molto interessante, la nostra chiacchierata è volata via fluida e naturale lasciando spazio anche a qualche risata, poi ho visto il concerto. Fantastico. Sul palco c’era un’alchimia pazzesca, i tre sono andati dritti come un treno. Dopo aver visto Giorgio Prette live per la decima volta confermo quanto detto nell’intrudiozione, la varietà di registro con cui suona è incredibile! Xabier sta dentro il pezzo con ogni cellula del suo corpo: le espressioni del viso sono in perfetta sincronia con le note che sta o non sta suonando, se non fa nulla anche il corpo va in stand by diventando inespressivo per poi lanciarsi un attimo dopo nei suoi treni sonori. Grande performer!
Paolo Saporiti s’è perfettamente integrato nel datato sodalizio artistico che lega Giorgio e Xabi mettendoci del suo. Belli i testi, le melodie e i giochi vocali. Ho ascoltato anche il suo disco omonimo del 2014 e credo che andrò più a fondo nella scoperta di questo cantautore. I Todo Modo sono una nuova band italiana che merita
attenzione. Ascoltateli e soprattutto andate a vederli live, SPACCANO!
PS: anche i Todo Modo sponsorizzano #martinameetstones!


Tutte le fotografie, tranne quella in cui ci sono io, sono state scattate da Emiliano Cocco

Quello che non c’è negli Afterhours

Stamattina, in convalescenza post influenzale, ho lavorato da casa. Mi è venuta in mente Quello che non c’è, la canzone degli Afterhours e ho pensato di mettere su il loro disco. 
L’album è stato colonna sonora del mio secondo anno di Università e ricordo bene un sabato del giugno 2003 quando, affacciata alla finestra della casa dello studente, ascoltavo proprio questo pezzo. Ero sola, tutti erano tornati a casa ma io no, dovevo prepararmi per un esame e preferii non perder tempo. Quella sera, completamente immersa in questo brano, mentre osservavo il traffico dall’alto del mio undicesimo piano, all’improvviso il cielo si riempì di lanterne cinesi. 
Mi commossi sino alle lacrime. 
Ricordo ancora quella leggera brezza serale, tipica delle giornate estive, i colori tersi e le cose, ognuna perfettamente collocata al suo posto. Stavo bene in quegli strascichi post adolescenziali e in quello che non c’è.
Salutai il giorno alla finestra.
Lo ricorderò per sempre anche se non è per sempre.
Il disco è uscito nel 2002 dopo la diserzione di Xabier Iriondo alla quale seguì l’arruolamento di Giorgio Ciccarelli. Come cambiano le cose.
Quello che non c’è è fortemente ispirato a un viaggio in India fatto da Manuel in compagnia dell’amico Emidio Clementi dei Massimo Volume. Le chitarre, con la ripetizione dei riff quasi ipnotica, sono meravigliose e pezzi come Bye bye bombay ne sono un chiaro esempio. Una forte introspezione rende l’esperienza un viaggio.
La sezione ritmica, con Viti al Basso, va dritta come un treno. Giorgio Prette, uno dei batteristi che ammiro di più, come al solito non ha sbagliato un colpo. Superlativo in Bunjee Jumping.
Il disco sembra creato con un’inedita formula magica che ha vestito la band di abiti nuovi.
Il racconto si presenta come un monologo allo specchio dove l’urgenza sfuma in meditazione.
Il violino di Dario Ciffo completa e intensifica questa esperienza.
Le parole, pericolose come lame, dolci come zucchero raggiungono l’apice in ogni pezzo ma è in Ritorno a casa che esplodono.
Nel ricordo nitido di un sogno.
.
La verità è che quello che c’è negli Afterhours non c’è da nessun’altra parte.

Borchie + Briciole racconta la sua Ballata per piccole Iene

Stereorama Borchie + Briciole AfterhoursQualche mese fa, tipo a inizio anno, son capitata su un Blog Borchie + Briciole mentre cercavo qualcosa sugli Afterhours e mi sono appassionata alla scrittura-monologo della blogger. Quel suo parlare solo per sé, che in fondo il Blog è un diario non segreto in cui quell’intimità irrazionale, noi blogger, vogliamo condividerla col mondo. Senza volerlo sto’ blog l’ho trovato spesso  sul mio percorso di ricerca informazioni così ho scritto alla sua autrice, Valentina Sedda, che poi manco a farlo apposta è nata a 40 km da casa mia. Valentina scrive, scrive da Dio, senza curarsi del Seo e tutte quelle robe social media bla bla. Così se ti imbatti sul suo Blog ci arrivi perché stai cercando qualcosa di non convenzionale. Lei è così. I suoi racconti e recensioni non sono mai formali o tecnici ma partono dall’intangibile emozione che prova quando si scontra con qualcosa o qualcuno. Valentina inoltre disegna e fa una marea di cose, andate a curiosare… Ci siam trovate bene, io e lei, naturali come se ci conoscessimo dal 1999. Un anno a caso. Insomma abbiam deciso di regalarci un guestpost, come atto di reciproca stima in cui i nostri spazi per un attimo si fanno intercambiabili; lei coi suoi meravigliosi monologhi io con la mia estrema sintesi. A breve comparirò sul suo Blog e la cosa mi emoziona perché ci tengo a questa sconosciuta adorabile conosciuta. Bene, lascio la parola a Borchie + Briciole che ci racconterà il suo Ballate per piccole Iene degli Afterhours.
 
E poi c’è l’album della relazione fissa e del male.
E della scoperta in tempo reale degli After.
Era inverno, la prima volta che ho sentito Ballate per
piccole iene
.
Era inverno e pioveva, davanti al capolinea del tram a
Milano Nord.

 

E ricordo di aver toccato il metallo freddo del portone, per tirarlo a me,
aprire e poi chiudere. Uscire di casa. E mettere play.

 

Pioveva e mi stringevo sotto l’ombrello, i capelli
schiacciati nel basco in lana.
Era la prima volta nella mia vita che uscivo con gli
auricolari ficcati nelle orecchie.
Avevo un vecchio lettore cd regalatomi da un’amica e il
cd masterizzato male del nuovo disco degli Aftehours.
Era buio, di un buio illuminato male dai fari delle auto.
Un buio sfuocato che mi faceva cenni di libertà e solitudine.
E ho messo play.
E son partite le prime note de La sottile linea bianca.
E io camminavo, attraversavo la strada per arrivare a
quella stazione di periferia – che già ora non esiste più.
Camminavo con lo stupore di chi entra in un sogno
meraviglioso. Un sogno bagnato e meraviglioso.
È stata la prima volta che ho visto la città con gli
occhi di quella poesia in musica.
Bianco calore sfondami il cuore.
La vibrazione e le carezze, di quei versi respirati con
tutto il diaframma. Le note, le note che mi afferravano i polsi e la testa.
E mi sono vista da fuori. Nella mia gioventù e nello
spaesamento. Nelle linee basse della mia persona, nelle parole di uno
sconosciuto.
Niente mai, era stato paragonabile all’intimità di quelle
parole bagnate dalla pioggia.
Sarai sempre sola, ora che mi hai.
È che il pianto tuo mi incendia.
Cazzo.
E ogni volta che ripasso per quelle vie – che son passati
10 anni – ogni volta che ripasso per quelle vie rivedo i neon e i fari a
illuminare la mia figura in una trance bianca e pura sporcata dal traffico –
sporcata da una Milano livida d’inverno.
Le parole che ti affondano giù, inghiottite come la
pillola più liscia.
Bianco calore scalda il mio amore.
E le chitarre distorte e graffiate che ti trascinano nel
loro fango di verità.
Sfondami il cuore.

 

E gli occhi dello
stupore.

 

E l’autista che ti guida ha una sola mano.
E parli di quel mondo di piccole iene, del mondo
opportunista di un amore che ti rende innocuo.

 

Che forse non sei più il predatore che eri abituato ad essere.

 

E tu continui a pensare pensieri oscuri che ti sovrastano
e ti senti sporco e scuro e nero e uccidi ma non vuoi morire.
Solo se conviene.
E di labbra in posti sbagliati e identità perdute e
respiri interrotti.
E peccati per ritrovarti.
Mi uccidi ma non vuoi morire.
Mia piccola iena.
Che me lo immagino come un viaggio in auto nella nebbia
umida – questo disco.
Forse per l’autista a inizio canzone.
Ma il viaggio si interrompe brusco – perché devi essere perfetto
quando precipiti.
Che È la fine quella più importante.
E di eroi decaduti che non si arrendono più e niente
può minare me e te
.
Fattosfattodisperatoquanto bello sei.
E io che mi ricordavo sempre solo della stessa storia –
che cazzo com’era bello fattosfattodisperato. Perfetto mentre moriva
nell’autodistruzione.
Sii perfetto se precipiti.
E cazzo – poi Ci sono molti modi.
E la mano che ti invade le viscere e le rivolta.
È quello che sai che ti uccide o e quello che non sai?
E i presagi violenti spinti via dal cuore e spenti in
testa – il tentato omicidio dei presagi.
Torneremo a scorrere.
Scorrere di male o scorrere di vita.
Lasciandoti fottere forte.
E le patologie senza virus, le patologie eterne di cuori
mezzo distrutti.
E nel buio, eroe del mio inferno privato.
Che come sempre infettarsi e uccidersi di questa
patologia è l’unico sopravvivere.
Una scelta inevitabile.
Torneremo a scorrere.
E tutto il vuoto che si è fatto strada perché sopportare
il dolore era way too much.
E per sentirmi vivo ti uccideró.
La vacuità di un corpo senza speranze e forze.
Lo so che il mio amore è una patologia, vorrei che mi
uccidesse ora.
E la voce strappata e la sua schiena ai concerti mentre
la suona al piano.

 

Che ero laterale al palco, qualche volta. E vedevo solo capelli e schiena.

 

Vorrei che mi uccidesse ora.
E arrivano mani battute di battute incalzanti e La
vedova bianca
e di tutto ciò che è sbagliato senza limiti.
Che siamo uguali in questo sentimento marcio e corrotto.
Ma la violenza della stabilità è un modo di morire a
metà.
Che lo pensiamo entrambi, tra baci sporchi e fuochi che
tentano di non spegnersi.
Un bacio sporco sa spogliare il cuore dai demoni.
Ma non si puó fare a meno di stare insieme in questa
malata stabilità.
Vieni a fare un giro dentro di me.
ManiManiMani.
E anche tu hai qualcosa dentro di te – che è sbagliato e
ci rende simili.
Accettarlo è la prima cosa da fare per sopravvivere a
questo tentativo di equilibrio.
È sbagliato ma ci rende simili.
Carne fresca.
Lieve e tranquilla cantilena in cerca di quiete.
Se c’è un senso sei tu.
E niente si muove e io non mi muovo.
Sei carne fresca.
Con tutte le novità disorientanti che porti – e lo
stupore.
Tutto è calmo intorno a te.
E tutta la calma inquietante – la calma che dovrebbe
stenderti e placarti invece sembra solo un tappeto di nuvole pronte ad
esplodere.
E cerchi di assaporare la calma temporanea – che non mi
pare avrà lunga durata.
Male in polvere.
Sta polvere bianca di merda mi uccide pensare che la si
trovi affascinante.
Cento demoni giocano con te.
E non ti mollano e non ti abbandonano.
E uomo orribile hai cibo in polvere.
Un cibo che ti trascina giù.
Non mentire su te.
Ma c’era un male in lei che non si cura mai.
L’oscurità di una vita che chissà che avrai mai vissuto.
Di oscurità senza lacrime e senza regole – che la conosco bene, l’oscurità.
L’oscurità della consapevolezza del mondo.
L’oscurità della paura e dell’apatia.
Cento demoni viaggiano con te, in quell’oscurità.
E cerchi metodi di compensazione e ognuno ha il suo.
Siano baci siano cocaina – niente puó salvarti da te stesso. Sei tu la tua
condanna.
La mente sa che ci sei solo tu.
Chissà com’è.
Che sempre di male si parla.
Male da zittire e sopraffare – l’album del male.
Capita di non farcela e di essere il coltello ed insieme
la ferita.
Che è sempre l’album del male interiorizzato, nutrito e
cresciuto con cura dentro di noi.
Chissà com’è – se è come me è quasi amore.
Che se anche tutto va bene, il tormento – il tormento ti sovrasta.
Chissà com’è se come me non ha cuore.
O ha un cuore che sa di condanne autoinflitte.
E il sangue di Giuda.
E l’inizio come di vetri rotti e sussurri.
Imparare a barare e sembrare piú vero.
Due miserie in un corpo solo.
Scoppia il sangue dentro e scorre veloce.
C’è solo sangue quando sai che sei fedele a quello in cui
non credi più.
E cercare di proteggersi da te e da se stessi – come
non morire
.
E di cazzi inutili e cosce in rovina.
Di tempo passato e segni sulla pelle. E di sangue che
troppo pulsa e troppo confonde.
E quel ronzio nelle orecchie, che lo senti sfondarti le
vene e ogni capillare.
E annebbiarti i pensieri.
Far male un po’
Pentirsi un po’.
Tornare a sfamarsi un po’.
Solo sangue dentro me.
Che il sangue è istinto e violenza.
Solo sangue e non magia.
Solo sangue e non va via.
E lieve, Il compleanno di Andrea.
Uscire in punta di piedi.
E una voce consapevole che ti dice sopravviverai.
Che nel male puoi viverci e continuare ad andare avanti.
Sopravviverai.
Solo un altro che ha perso e tu sei mia.
Sopravviverai per me.
E la caduta elettrica e lenta e lunga, la caduta in un
mare viscoso e scuro.
Forse fango, più che mare.

 

Sopravviverai.
 

25 numeri 1: i dischi italiani di cui non posso fare a meno

Questi giorni ho letto un paio d’articoli e post in cui si diceva “i 10 migliori dischi della storia del Blues”, i “10 migliori dischi della storia del raggae” e cose così, allora anche io ho voluto partecipare alla cosa. Ho così deciso di stilare la lista dei miei 10 dischi italiani poi diventati 25, con grande  fatica ad arginare il listone. Moltissimi artisti che stimo e ascolto in loop son rimasti fuori ma la classifica, che non è una classifica è solo un “the best of” più o meno.
Padania – Afterhours, 2012
Il primo disco che mi è venuto in mente è stato Padania, degli Afterhours,  a mio parere il loro lavoro migliore, un condensato del loro percorso il cui risultato è un gesto di liberazione. Padania sembra proprio un album anarchico dove le note son l’unico collante tra le menti libere di spaziare. Un lavoro eccellente che pone Padania nella mia personale classifica dei dischi italiani più interessanti di sempre.
Omonimo – Napoli Centrale, 1975
Sentire i suoni del bronx contestualizzati nei vicoletti napoletani è davvero una cosa esaltante. Questo disco di James Senese & Co. è uno dei migliori lavori italiani di respiro internazionale, il successivo, Mattanza, sarà altrettanto meraviglioso ma meno partenopeo.
Canzoni dell’Appartamento –Morgan, 2003
Canzoni dell’appartamento è uno dei migliori lavori di Morgan, racchiude pezzi come Altrove, che diciamocelo non sarebbe potuta nascere altrove o dovunque. Morgan, per dirla a modo suo è davvero una “bella storia” e questo album, UNICO, è un ottima perla della discografia italiana.
 
Amore e non Amore – Lucio Battisti, 1971
Lucio non è mai stato un cantautore, Lucio è stato un interprete è un superbo compositore/arrangiatore. Questo disco dimostra quanto fosse avanti e il suo percorso sia stato unico nel panorama italiano dell’epoca.
 
Colpa d’alfredo – Vasco rossi, 1980
A me piace sempre paragonare Vasco a Battisti perchè entrambi hanno cantato se stessi. Lucio nel momento in cui andavano i cantautori impegnati e Vasco invece, che di cantautori s’è cibato, ha spostato l’argomento di conversazione sulla leisure, sul tempo libero, sull’amore non troppo innocente. Questo disco contiene alcuni dei pezzi italiani più belli di sempre. Colpa d’Alfredo in primis, è un albero mestro.
 
Aprite i vostri occhi – Litfiba 1987
Chi ha ascoltatao i Litfiba conoscerà senz’altro questo Live. Un vero gioiello. Canzoni come Dio e Apapaia sono qui nella loro miglior versione. Stupendo Live.
Mediamente isterica – Carmen Consoli 1999
Se si vuole fare un salto nel cantautorato italiano non si può non passare per Mediamente Isterica. Pezzi come Geisha e Besame Giuda rimarranno nella storia. E la cantantessa siciliana è un’ottima musicista. L’ho vista Live nel tour sucessivo e quella Jaguar l’ha fatta suonare per bene. Detto questo sto disco spacca e ha formato un po’ di gente e tanti emuli.
 
Rats and Rolls – Nino Ferrer 1970
Nino Ferrer è uno dei miei cantautori preferiti in ASSOLUTO. Tutti i suoi dischi sono una variazione continua, una ricerca e una sperimentazione d’altissimo livello. Rats and Rolls è il disco italiano più anarchico che io abbia mai sentito. Ottimo bassista e contrabbassista Nino s’è sempre accompagnato a grandi musicisti e ascoltando questo gioiello introvabile scoprirete un mondo ingiustamente sommerso. Nino Ferrer è la nostra Atlantide.
 
Il dado –Daniele Silvestri 1996
Dei 25 dischi importanti questo è quello che ho ascoltato meno, ero indecisa con Lorenzo 1997 ma ho preferito metter Silvestri anche se il mio cuore appartiene al Jova. Il dado è un disco interessante di quelli fuori dal tempo, ha vinto su Lorenzo, perchè forse è meno conosciuto, quindi ho voluto dargli un po’ del mio spazio. Ascoltatelo, spacca!
Arbeith Mach Frei –Area international Popular group, 1973
Gli Area, con il loro cantante greco, Eustrazio Demetriou (Demetrio era il cognome ed Eustrazio il nome), sono una delle cose più belle successe in italia. Sperimentazione e ricerca, attitudine, studio e intelligenza. Personalità interessanti quelle di Patrizio Fariselli e compagnia. Canzoni come Luglio, Agosto, Settembre, e Abeit Macht Frei sono esempi meravigliosi della piega che qualcuno ha dato alla canzone italiana. IMMENSI. GRAZIE.
 
Reset – Negrita 1999
Questo disco è adrenalina, l’ho consumato e mi ha fatto saltare ininterrottamente ogni volta che l’ho messo su. Anche in macchina. Io infatti non l’ascolto mai se son alla guida, non perde mai il suo fascino, è davvero energico. Di quelle energie pulite però, che in Italia i brani rock hanno sempre un qualcosa di negativo. No, Reset è energia pulita.
Marlene Kuntz – Il Vile 1996
Ho ascoltato un po’ più Catartica ai tempi in cui sono usciti, ma se devo esser sincera il Vile è più completo e poi c’è 3di3 e anche retrattile. Che bel disco, che suono, che testi. Questo album è perfetto. Veramente; è talmente marcio che alla fine si purifica. Bellissimo.
 
Linea gotica – Consorzio Suonatori indipendenti  1996
Questo album è in rappresentanza dell’intera discografia dei CCCP e CSI. Realmente avrei potuto mettere un album qualsiasi. Son particolarmente legata a questo disco perchè ritengo che sia di fattura sopraffina. Il suono, i bassi, l’atmosfera. Linea Gotica merita davvero.
 
Omonimo – Alberto Fortis, 1979
L’omonimo di Fortis è un meraviglioso disco che gli ha spezzettato la carriera a causa di alcuni diverbi con discografici (A voi Romani, Milano e Vincenzo). Tutt’oggi l’album è fresco e interessante, è rimasto intatto in tutta la sua ironia e finta leggerezza. I suoni son quelli di transizione che hanno caratterizzato il sound della fine dei 70. Poi un giorno scriverò un post sull’età d’oro del sound -secondo me ovviamente-.
 
I buoni e i cattivi – Edoardo Bennato, 1974
Edoardo Bennato è un maestro. Bennato è il sogno americano contestualizzato a Napoli. Un po’ come James Senese and Co. Edo è riuscito a sintetizzare un sogno in una discografia meravigliosa. I Buoni e i cattivi si apre con Ma che bella città, un bel pezzo davvero. E poi ci son gioielli come Tira a Campare, primo pezzo del lato B del vinile se non ricordo male e finisce con Salviamo il Salvabile. La fattura è sopraffina, è un Bennato 100%
La pulce d’acqua – Angelo Branduardi 1977
Branduardi è in cima alla lista dei miei cantautori italiani assieme a Ferrer, Finardi, Gaber e pochissimi altri. Questo disco è un viaggio come tutti i dischi di Branduardi. A questo vinile son particolarmente legata e pezzi come la bella dama senza pietà, giustificano in pieno la mia devozione per il maestro. Quel sitar all’inizio e la poesia di Keats. La cultura medievalista di Branduardi qui si veste di un sogno Hippie, un Trip, un condensato d’Arte oriente-occidente-italia-inghilterra. Inoltre il disco si apre con Ballo in Fa diesis minore. Devo aggiunger altro? Non credo. Una volta gli ho stretto la mano a Branduardi.
 
Zero,ovvero la famosa nevicata dell’85 – Bluvertigo 1999
I Bluvertigo non sono uno scherzo, nel 1998 hanno anche vinto gli European Music Awards. Giusto per dire. Zero è un gran bel disco di una band che si è sempre definita “indefinibile”. Brani  quali Sono=Sono, La crisi, Sovvrappensiero, sono alcuni di quelli contenuti in questo disco che, detto tra noi, ha un sound da paura. Ecco un altro suono che apprezzo è quello corposo degli Anni 90, tipo questo. I bluvertigo sono una mosca bianca nel panorama musicale italiano. E questo disco è una bomba!
 
Sugo – Eugenio Finardi, 1976
Finardi è un artista italo americano FONDAMENTALE in Italia, come l’acqua santa in chiesa. Avete sentito Fibrillante, il suo ultimo disco? Merita davvero. Torniamo a Sugo, il disco si apre con musica ribelle e contiene bei pezzi come Quasar, La radio e Oggi ho imparato a Volare. Insomma se io avessi scritto solo una di queste canzoni sarei una persona realizzata. Sugo è un ottimo punto di partenza per fare un bel giro in Italia.
La morte dei miracoli – Franie Hi-NRG, 1997
Ascoltato poco ma amato molto, questo disco contiene un’intro meravigliosa e po c’è dentro anche Quelli che benpensano. è un lavoro intelligente che ha conquistato, rockers, poppers, dancers e non solo. Il Rolling Stone l’ha giustamente inserito tra i 100 migliori dischi italiani. Son d’accordo.
 
Ingresso libero – Rino Gaetano, 1974
Primo e miglior disco di Rino Gaetano. Quest’album l’ho lettralmente macinato. La prima volta che ho sentito Tu, forse non essenzialmente tu, ero grande, avevo tipo 23 anni. Ero a una festa di laurea come imbucata. Parlavo con alcuni amici e mi son sentita male. Mi son seduta e un mio amico s’è avvicinato preoccupato: “Marty stai Bene?” e io glio ho risposto “Ma è Gaetano? Che è sta Roba?” Avevo le lacrime agli occhi. Mi ha riportata indietro di qualche anno  a quando tenevo la mano al mio primo fidanzatino e quelle robe ultra pink da signorina romantica. Poi mi son comprata il disco e ho scoperto che Oltre Gianna Gianna c’era altro. E mi sono innamorata. Gli altri pezzi spaccano. Insomma la vecchia che salta con l’asta è un delirio psichedelico e poi c’è Agapito Malteni… No, no, questo disco è una perla assoluta. 100% gold.
 
Kinotto – Skiantos, 1979
Siamo sinceri di Kinotto ce n’è uno e quell’uno si apre con “Mi piacion le sbarbine”, come si può lasciarlo fuori classifica? Gli Skiantos hanno rappresentato il modo scanzonato finto stronzo di esser stronzi, perchè poi son proprio forti. Vabbè poi qui c’è Ti rullo di cartoni e i Gelati. Gran bel disco. Unici gli Skiantos.
 
Oro incenso e birra – Zucchero 1989
Dischi belli Zucchero ne ha fatti tanti. Zucchero è stato l’unico italiano a partecipare a Woodstock 1999. da qualche parte dovrei avere un sacco di ritagli di giornale sull evento. Ricordate i red Hot Chili Peppers vestiti da lampadine nudi con calzino? Comunque, Oro incenso e birra che già dal titolo ha vinto tutto si apre con Overdose d’amore e coro ultragospel, uno spettacolo funk-italian-blues. Poi dietro ci sono giusto un paio di Hit tipo Nice, il Mare, Madre dolcissima. Ma che roba è? Un greatest Hits? No, no è proprio l’album. Vabbè c’è anche Diamante. Ciao proprio. Grande Adelmo Zucchero Sugar Fornaciari.
 
Io non mi sento italiano – Giorgio Gaber 2003
Pensavate davvero che mi sarei dimenticata di Mister G. Dai, no! La discografia e il teatro di gaber son immensi. In sua rappresentanza ho scelto il suo ultimo disco, uscito poco dopo la sua prematura scomparsa. Ai Gaber quanto manchi!  la capacità di quest’artista è sempre quella di affrescare la società italiana in ogni sua lacuna e debolezza, esaltandone i punti di forza e smontando i clichè. Insomma in questo meraviglioso disco c’è anche Io non mi sento Italiano, un testamento spirituale di altissimo livello che Giorgio spedì al Presidente della Repubblica Ciampi in qualità di lettera. Ricordo benissimo, ero a casa c’era il Tg e fuori c’era un sole che spaccava le pietre. Intervistarono Ciampi, l’unico presidente che mi sia mai stato simpatico, a pelle, tra quelli che ho conosciuto. Comunque Gaber è un dono importante che è stato fatto all’Italia. Dobbiamo ritenerci fortunati.
Svalutation – Adriano Celentano, 1979
Celentano sa essere colto anche vestito di stracci. Celentano ha assorbito come un buco nero tutto quello che gli roteava attorno. Ha attirato nella sua orbita qualsiasi cosa e poi se l’è mangiata. Tra i pezzacci da paura di Adriano c’è anche Svalutation che è stata scritta nel… 2015? No 1979. Riflettiamoci su.
Mondi Lontanissimi –
Franco Battiato 1985
Se non avessi incluso Mondi Lontanissimi sarei stata una stolta anche se il Battiato che amo di più è quello delle sperimentazioni dei primi anni 70 ma questo disco è troppo GRANDE per lasciarlo fuori. Come il suo autore. Mondi lontanissimi contiene il mio suo pezzo preferito No time, No space, poi c’è un po’ di roba ultra morbida, l”animale e altri pezzacci interessanti. Battiato è sui generis, conoscete qualcosa di simile? Io No.
Bene la mia lista dei 25 dischi italiani fondamentali è terminata. Quando ricorderò qualcos’altro che ho lasciato fuori mi mangerò le mani. Di certo Ognuno di questi Artisti ha un suo modo di esprimersi che ha notevolmente influenzato il mio gusto e la mia persona. Questi album son tutti numeri Uno. 
Quali sono i vostri?

Intervista. Giorgio Ciccarelli, la musica e i Colour Moves

Giorgio Ciccarelli dopo gli AfterhoursHo contattato Giorgio Ciccarelli qualche tempo fa per un’intervista ma, causa paternità a tempo pieno e uscita del disco dei Colour Moves, la nostra chiacchierata è stata rimandata con alcuni simpatici scambi di email, sino all’altro ieri. 


NB:Prima che iniziate a leggere, vorrei precisare che mi è dispiaciuta la rottura tra gli Afterhours, Ciccarelli e Prette ma non mi interessa continuare a parlarne, quindi non aspettatevi piccanti rivelazioni sulla questione in questa intervista. 
 
Salve Giorgio,
ho buttato giù qualche domanda sulla tua carriera, l’idea è
di non concentrare l’intervista  solo sugli Afterhours, per dare un quadro di ampio respiro sul tuo lavoro.
Hai iniziato a suonare giovanissimo in varie band tra cui i
Colour Moves, i SUX! i Maciunas, gli Echidna e negli ultimi 15 anni con gli
Afterhours. Come vedi te stesso agli esordi e come invece oggi?
Credo di aver mantenuto quell’approccio istintivo che era
caratteristico del mio suonare di allora, nel senso che, quando prendo in mano
la chitarra per buttare giù una parte o un arrangiamento, di solito, la prima
cosa che mi viene è quella che alla fine tengo. Per farti un esempio, quando ho
registrato la chitarra per il pezzo degli After fatto con Mina, al momento del
“solo” (lo chiamo così giusto per capirci, anche se di solo non si tratta), ho
registrato una cosa con lo slide per “riempire”, dopodiché ci
sono tornato su almeno un milione di volte per svilupparlo, per trovare
qualcosa di più adatto, ma alla fine ho tenuto la take originale, quella fatta
“per riempire”, l’ho proposta ed è andata sul disco…
In linea generale, la differenza sostanziale col “me stesso”
di allora è che oggi sono più consapevole di quello che sto suonando e in più
ho una certa capacità di capire e leggere la potenzialità e la direzione dei
pezzi.
Ho letto la tua dichiarazione sulla fine della collaborazione
con gli Afterhours (e quella del gruppo) e non vorrei tornare sulla questione.
Mi piacerebbe però sapere, se la cosa non ti crea noie, com’è stato suonare in
questa band e quali sono i ricordi migliori (o i peggiori) della tua lunga
permanenza nel gruppo. 
Suonare negli After è stato artisticamente esaltante,
soprattutto da quando sono entrato completamente in maniera attiva nel
progetto, vale a dire dal gennaio del 2006 e proprio a quel periodo che
risalgono i ricordi migliori, anche se ce ne sono stati tanti altri
successivamente, ma il primo tour negli U.S.A., quello del 2006 appunto, è
stato per me indimenticabile. I ricordi peggiori attengono sempre e solo alla
sfera umana e personale, per cui, li tengo per me.
Colour Moves
Il 2015 si è aperto con l’uscita del disco A Loose End dei
Colour Moves, registrato oltre 20 anni fa e rimasto “parcheggiato”.  Come vi è venuta l’idea di stampare un lavoro
chiuso per tanti anni in un cassetto?
Tutto è nato per gioco, un regalo di compleanno fatto al
nostro batterista che comprendeva un paio d’ore in sala prove con i suoi ex
compagni di avventura, i Colour Moves, da lì è nato e si è sviluppato tutto il
progetto che, in verità, è partito piuttosto in sordina, nel senso che avevamo
pensato all’inizio di pubblicare un cd contenente una raccolta dei pezzi già
usciti nel biennio 1986/87, poi, continuando a suonare in sala prove, ci è
venuta la voglia di riprendere in mano le canzoni che avevamo fatte allora e di
registrarle. Dopodiché, sono successe un sacco di cose che hanno portato il
progetto a svilupparsi  in maniera
esponenziale; abbiamo coinvolto Matteo B. Bianchi, allegando il suo libro
“Sotto anestesia (furibonde avventure new wave di provincia)” ad alcune copie
del vinile,  Tito Faraci, uno dei più
stimati autori italiani di fumetti e fondatore con Matteo negli anni ’80 della
Fanzine “Anestesia Totale”, che, sempre insieme a Matteo, ha redatto un numero
speciale della fanzine (anch’essa allegata al vinile), insomma, c’erano un
sacco di cose che bollivano in pentola e le abbiamo cotte a puntino…
Ciccarelli Colour MovesAvete in programma un Tour o hai qualche altro progetto in
cantiere?
Di tour veri e propri non se ne parla, perché il tutto è
sempre e comunque vissuto in maniera rilassata e giocosa, certo, se capitano
dei concerti interessanti da fare, li facciamo, ma siamo fuori dal classico
concetto di band per cui vale la regola: registrazione, disco, tour,
registrazione, disco, tour, ecc..
Personalmente ho poi il mio progetto solista da seguire, un
disco che dovrebbe veder la luce a novembre di quest’anno e a cui sto lavorando.
Mi piace molto conoscere il mondo della musica tramite gli addetti ai lavori, perchè dietro i dischi c’è un mondo ignoto: vista la tua lunga carriera mi piacerebbe chiederti com’era
il mondo del “business” musicale nei decenni passati. Ritieni che oggi sia
migliorato (o peggiorato)?
Senza entrare specificatamente a parlare del mondo del
business musicale che è  indubbiamente
cambiato in maniera radicale negli ultimi trent’anni, mi limito a dire che,
questo “mondo” è fatto da persone e le persone, sono più o meno valide, più o
meno stimabili. Come sempre capita anche nella vita, devi aver la fortuna di
incontrare persone “speciali”, certo è che nel mondo musicale, di queste
persone “speciali”, ce ne sono pochine…
Che musica ti piace ascoltare ultimamente? Hai qualche disco
da consigliarmi?
Uhm, ti posso dire che il disco di Edda mi è piaciuto
veramente molto, come anche un disco che uscirà a breve, di
un cantautore che si chiama Vincenzo Fasano, “Quintale” dei Bachi da pietra è
per me un must degli ultimi tempi, questo giusto per far dei nomi… In generale,
i miei ascolti variano davvero tanto, la musica che ascolto dipende molto da
come mi sento e varia dal surf dei Barracudas allo pseudo folk di Matteo
Salvatore
, passando per Nina Simone fino ad arrivare a Will I Am + Britney Spears
(ho un figlio quasi adolescente…), la cosa che ti posso dire è che c’è sempre
musica nella mia vita.
Come
occupi il tuo tempo libero?
Ho tre figli, oltre a suonare non ho tempo libero.
Ringrazio Giorgio per la simpatia e per questa interessante chiacchierata, in attesa del suo disco solista, consiglio l’ascolto dei Colour Moves.
Leggi anche Intervista a Edda

Intervista Diego Mancino. La fama, il successo e.. Sanremo

Diego Mancino, Sanremo 2015Qualche mese fa mi sono imbattuta in un cantautore italiano che non conoscevo, Diego Mancino. La sua musica m’ha subito colpita per vari motivi: il primo è l’imprevedibilità dei suoi pezzi che sono spesso arricchiti da un inaspettato balzo o nota che li stravolge rendendoli ancor più eccezionali. Il secondo punto in suo favore è la narrazione dei testi, molto intima e visionaria. Facendo una ricerca su internet ho poi scoperto che ha scritto pezzi per artisti italiani come Nina Zilli, Cristiano De Andrè, Fabri Fibra, NoemiMi son domandata come mai non lo conoscessi e  gli ho chiesto un’intervista che ho realizzato ieri sera.
Nel corso della tua carriera ti sei cimentato in vari generi e in più di un’ occasione ti sei definito “un animo Punk”. Come sei arrivato a una scrittura più intima e raccolta?
Quando avevo 15 anni ho iniziato con il Punk ma pian piano ho buttato fuori le tossine e ho studiato il pianoforte, lo strumento di mio padre che per mestiere era un pianista nei casinò e nei night. Lui incentrava il suo repertorio nella musica tradizionale italiana che durante l’adolescenza era la mia antitesi: mentre ascoltavo i Bauhaus lui si dedicava a Tenco! Con gli anni ho poi scoperto che in fondo le mie radici erano nella musica melodica che oggi amo molto e che mi rappresenta; mi piace dedicarmi a sonorità italiane contaminate dai miei ascolti precedenti.
Cosa significa essere un cantautore nel 2015? I metri di paragone solitamente sono i grandi nomi da Dalla a Endrigo, passando per De Andrè e Tenco. Secondo te che ruolo ha nella nostra società il cantautorato?
Oggi si fanno chiamare cantautori un po’ tutti, anche quelli che non scrivono le canzoni, detto questo credo che il cantautorato sia molto importante nella nostra società perchè mantiene vive l’estetica e la ricerca sulla lingua italiana. Nel nostro Paese in questi ultimi anni ha però perso brillantezza, tant’è che le nuove leve si rifanno a dei clichè vecchi; anche io mi appoggio alle cose già esistenti ma sia nei testi sia nel sonoro cerco di percorrere territori alternativi. Nel senso stretto del termine i cantautori hanno anche un ruolo importante nella conservazione della melodia però negli ultimi 10 anni vi sono diversi nomi che con un’analisi più concreta non avrebbero in realtà una voce in capitolo.
Com’è cambiato negli ultimi tempi il modo di “comunicare” nel mondo della musica e dell’Arte?
Oggi, rispetto al passato, non è più necessario essere vocalmente preparati il che rende il cantautore meno esplosivo ed efficace, inoltre molto spesso manca la “necessità di scrivere” e ci si dedica più all’ apparire mentre il Cantautore dovrebbe essere più legato ai concetti e alla sostanza. Inoltre esistono nuovi generi, con i quali amo molto confrontarmi, pensiamo all Hip-Hop, che hanno trasportato il modo di scrivere la canzone in un nuovo ambiente vocale rendendo lo stile più asciutto.
Nel corso della tua carriera hai avuto moltissime collaborazioni: Roberto Dellera, Nina Zilli, Daniele Silvestri, Cristiano De Andrè, Fabri Firbra, Noemi.. non sei certo una persona chiusa nel suo mondo..
Diego Mancino 2015Quando dò un brano a un artista mi pagano per farlo, il gratis viene poche volte. Tieni presente che nel mondo in cui viviamo i miei dischi non vendono tantissimo, quindi scrivere per gli altri mi paga l’affitto. Con l’aiuto del mio editore cerco artisti che possano dare valore ai pezzi, anche se non succede sempre, però la sfida è interessante. Sentire Noemi che canta Odio tutti i cantanti è una cosa molto bella e mi aiuta a far circolare idee e visioni all’interno di dischi diversi dai miei. Anche sentire Nina Zilli che canta “la felicità è il mio stipendio” mi gratifica.
In un’intervista hai detto “non mi piace cantare i pezzi che dò agli altri, mi pare una caduta di stile”..
Di solito per un annetto gliela lascio. Credo sia importante anche se non ti nascondo che a volte è difficile però credo sia una cosa apprezzata da chi lavora con me.
Musica come lavoro..
Ci ho messo tanti anni per farla diventare tale. Ogni forma d’arte implica un certo impegno mentale, spirituale e fisico. Inoltre la musica in realtà è un lavoro di squadra, da solo non si può fare nulla, quindi oltre a te che scrivi ci sono una serie di figure, dall’arrangiatore all’editore, il che rende il lavoro più onesto.
Lavoro spesso sottovalutato..
Fare musica per mestiere è un lavoro duro che ti fa confrontare con la vita e il lavoro degli altri. Se uno vuole intraprendere questo percorso seriamente deve semplicemente FARLO.
Discograficamente parlando hai scritto degli album che sono a parer mio eccezionali ma per qualche motivo non sono mai arrivati al grande pubblico. Vorrei chiederti cos’è per te la fama? E il successo?
Il successo è fare bene il proprio lavoro, la fama invece ha a che fare con un lavoro di Team. Diffido
Diego Mancino 2015

molto della fama perchè se non sei una persona solida, quando la musica finisce, la fama ti riempie e diventi un bellissimo pupazzo. Invece il successo vede te come soggetto che si pone in comunicazione con gli altri. Quando De andrè è andato a Sanremo con la mia canzone io mi son sentito appagato per aver portato al grande pubblico quel concetto. Era una vittoria.

A proposito di Sanremo. Hai visto il Festival quest’anno?
Come tutti gli italiani. Sanremo quest’anno è stato una “Domenica In” con la musica, il che non mi stupisce perchè è il contenitore di musica nazional-popolare per eccellenza. Tutti sappiamo che è quella cosa lì. Però al suo interno c’è un po’ di tutto in cui trovi qualcosa sia per te sia per tua madre. Non mi arrabbio se vince “Il volo” ma son contento perchè Malika ha avuto un buon appeal..
In effetti su 30 canzoni magari c’è qualcosa di nuovo, ai suoi tempi Zucchero, Elio e le storie Tese..
Gli Afterhours, i Subsonica, Vasco Rossi, ecc.. che hanno portato nel Festival qualcosa a metà tra Sanremo e la musica contemporanea.
In questo momento stai lavorando a qualche progetto?
Scrivo per alcuni artisti e lavoro al mio prossimo album di cui ho già scritto molte cose. Sto anche per andare a Berlino per 2 concerti in cui di sicuro incontrerò molti italiani.
Che ascolti ultimamente. Mi consiglieresti un disco?
Ascolto molto Manupuma, una ragazza di Milano molto brava, tanta musica classica, Jazz, colonne sonore e 7 Dardast di Dario Faini, davvero eccezionale. Poi poco altro perchè son molto concentrato sulle cose che sto scrivendo quindi sono un po’ ego riferito, dopotutto mi chiamo DiEGO, anche se non ascolto molto i miei dischi.  sono inoltre completamente assorbito dal nuovo libro di Isabella Santacroce, Supernova.
Diego Mancino progetti 2015Su skype, durante la nostra video chat si intravedevano un microfono, un gatto, una sorta di casa-bottega piena di libri e altre cose curiose, un luogo in cui Diego Mancino vive e lavora. Confrontandomi con lui e altri artisti mi sto rendendo conto che ciò che manca nel mondo dell’Arte e del lavoro è l’amore per il proprio mestiere; per questo quando qualcuno, come Mancino, si dedica con passione a ciò in cui crede, il risultato fà la differenza.

Nuovi sconvolgimenti in casa Afterhours

Con un comunicato stampa gli Afterhours continuano a far parlare di sé, oltre Giorgio Prette, lascia la band anche Giorgio Ciccarelli. Entreranno nel gruppo Fabio Rondanini e Stefano Pilia. 

Giorgio Prette Afterhours, Manuel Agnelli
Di seguito il comunicato della band:
Quello che è successo quest’anno nelle nostre vite è di ben altra grandezza e importanza rispetto a quello che abbiamo appena annunciato e a quello che stiamo per annunciare, ma ci ha reso più determinati nel prendere delle decisioni che era giusto prendere da tempo.
Per essere quello che vogliamo essere davvero, come uomini, non come musicisti e, in qualche caso, per ritrovarci.

 

Termina, dopo 15 anni, anche la collaborazione fra Giorgio Ciccarelli e gli Afterhours.

 

Per motivi molto diversi da quelli che hanno portato Giorgio Prette a lasciare questo progetto ma, anche in questo caso, sempre e comunque frutto di un lunghissimo periodo di tentativi, discussioni laceranti, ripensamenti e contraddizioni.

 

Tutto, bello o brutto, eroico o squallido, semplicemente vero. Semplicemente nostro. Semplicemente vita.

 

Per questo chiediamo rispetto per quello che sta succedendo.

 

Sono tempi bui. Il complottismo da sbarco, il gossip morboso, la malafede, la superficialità e, nel migliore dei casi, il nichilismo, sono segnali della disperazione che ne deriva.
Per questo vi chiediamo di fidarvi.
Non è facile per chi va e non sarà facile per chi resta ma le cose GRAVI, nella vita, sono altre.
Gli Afterhours sono sempre stati un gruppo di persone inquiete e in movimento.
Non sarà mai diverso da così perché è quello che siamo nel profondo e di questo siamo fatti.
Questo ci causa da sempre un sacco di problemi. Ma abbiamo imparato a essere orgogliosi della nostra natura.
Ci sono, fra di noi, anni di comunione totale che ci legano comunque e che vanno anche oltre quello che sono i nostri rapporti e i nostri desideri di vita oggi.
È possibile quindi che, in un futuro vicino o lontano, si torni a suonare insieme. Oppure è possibile che non accada mai.
Ma le nostre vite adesso sono più importanti di questo.
Ogni volta che abbiamo affrontato uno sconvolgimento, ed è successo più di una volta, è stata anche una grande occasione di rinnovamento.
Quest’ultimo gruppo di persone ha espresso una coesione artistica che mai si era realizzata prima negli Afterhours, eppure non si trattava certo della formazione originale.
Per noi che restiamo, questa è una prova da affrontare con grande energia e, sì, con grande euforia, perché l’instabilità ci appartiene e non ci spaventa.
Ancora una volta per noi è un’occasione.
Per questo vi chiediamo di fidarvi.
Si uniscono a noi, per questo tour teatrale, due grandissimi musicisti: Fabio Rondanini e Stefano Pilia.
Con loro non vogliamo tamponare un’assenza o replicare quello che abbiamo già fatto ancora e ancora in passato, ma provare ad esplorare di nuovo.
Sono due fra i migliori talenti che questa generazione ha espresso, abbiamo la fortuna di conoscerli. Abbiamo la fortuna di essere amici.
Comincia un nuovo percorso.
Chi vuole essere con noi sa che non troverà quello che già conosce, ma è per questo che esistiamo.
Sapete che l’unico modo che abbiamo per rispettarvi veramente, per non comprarvi, per non ipnotizzarvi è ESSERE SEMPRE NOI STESSI. Come uomini non come musicisti. Anche quando è doloroso. Anche quando non vi piace.
Chi vuole essere con noi sa che l’aspettiamo. Perché abbiamo voglia di voi. Perché abbiamo bisogno di voi. Perché noi siamo se voi ci siete.
Per questo vi chiediamo di fidarvi.
Chi non vuole essere con noi, lo diciamo molto chiaramente, sia coerente e ci abbandoni.
Siamo solo un gruppo. La vita, la nostra e la vostra, è più importante di questa cosa.
Con infinito amore,
AFTERHOURS
Manuel Agnelli
Xabier Iriondo
Rodrigo D’Erasmo
Roberto Dell’Era

 

Per approfondimenti:

Giorgio Prette lascia gli Afterhours

Notizia fresca e triste stamane: Giorgio Prette, storico batterista degli Afterhours, lascia la band dopo 25 anni per dedicarsi ad altre avventure sonore, così come riportato nel sito
“Giorgio Prette, storico batterista degli Afterhours, dopo 23 anni lascia la band per dedicarsi ad altri progetti musicali, ringraziando il pubblico per il seguito e l’affetto ricevuto”.
Afterhours, addio Giorgio Prette
Gli Afterhours hanno iniziato il loro percorso musicale verso la fine degli anni ’80 per volontà di Manuel Agnelli; Prette, assieme a Xabier Iriondo, entrò nella band nel 1991 nell’album Cocaine Head. La formazione é cambiata parecchio nel corso degli anni, quella attuale vede Agnelli alla voce, Giorgio Ciccarelli alle chitarre, Roberto dell’Era al basso, Rodrigo d’Erasmo al violino. Rimane da sperare che l’uscita di Prette sia solo momentanea come quella di Xabier che aveva lasciato il gruppo nel 2001 per poi rientrare nel 2012. Gli Afterhours saranno in giro per l’Italia con un Tour teatrale a partire dal 29 Gennaio 2015.  

Giorgio Prette, Manuel Agnelli, Afterhours

Hai paura del Buio? Ed. 2014

Ieri ho ascoltato Hai paura del buio? degli Afterhours, fin qui tutto ok, l’album uscito nel lontano 1997 ha fatto epoca ed è stata un’importante colonna sonora dei miei anni ’90; dopo oltre 15 anni gli Afterhours hanno deciso di riprenderlo in mano e rinnovarlo alla loro maniera, così qualche giorno fa è uscita un’edizione speciale (un doppio disco) in cui si trovano sia la versione originale rimasterizzata sia una reinterpretazione dell’album eseguita dalla band con la collaborazione di artisti italiani e internazionali.  


Veniamo ora al disco, questa è la scaletta: 

Hai paura del buio? – Afterhours + Damo Suzuki:  L’intro al disco originale durava circa 30 secondi, questa dura 3 minuti. Si presenta come un lungo groviglio di suoni che non dispiace affatto.


1.9.9.6. – Afterhours + Edoardo Bennato: Ho aspettato con ansia questa canzone perché adoro Edoardo, l’ho visto Live 3 o 4 volte e devo dire che con questa collaborazione mi ha stupito. Soprattutto all’inizio. Questa versione di 1.9.9.6  è giustamente interpretata a modo suo e  mi piace, molto, moltissimo, belli anche i cori degli After che impreziosiscono il pezzo e poi c’è l’armonica, gran marchio firmato Bennato, certo è che non ha senso fare una cover uguale all’originale, soprattutto in un disco come questo e se a suonare è il Rinnegato. Più l’ascolto e più mi piace. BRAVI! 


Male di miele –  Afterhours + The Afghan Whigs: Questa è una collaborazione oltreoceanica, gli Afghan Whings sono infatti una band di Cincinnati che tra vari tira e molla si è fatta un tour con gli Afterhours. Veniamo al pezzo, che spolpato suona letteralmente pelle e ossa, svuotato della sua parte acida che si riprende, grazie a un improvvisa accentuazione degli Afterhours, solo nel ritornello. Mi piace la voce, ricorda vagamente Finardi.


Rapace – Afterhours + Negramaro: Le due visioni del pezzo sono nettamente divise, iniziano gli Afterhours con qualche innesto dei Negramaro che si prendono il primo ritornello e lo fanno loro. Certo è che non amo molto la voce di Sangiorgi, ma è questione di gusti, personali, personalissimi. I Negramaro di certo sanno quello che fanno e lo fanno a modo loro, questa versione di Rapace è davvero bella. Due mondi che collidono e creano pianeti. Bravi! 


Elymania – Afterhours + Luminal: Se fare un disco come questo coinvolgendo  altri artisti significa stravolgerlo e crearne una versione alternativa, bhe, i Luminal, gruppo romano, Elymania l’hanno proprio distrutta e ricomposta! Mi piace? Non proprio, ma anche sto pezzo ha un suo perché, forse grazie al lavoro sotterraneo degli Afterhorus. Certo è che questa versione è molto più marcia dell’originale, mi ricorda inoltre il bellissimo pezzo Correre dei La Crus. 


Pelle – Afterhours + Mark Lanegan: Mark Lanegan non ha bisogno di presentazioni ma citerò gli Screeming Trees e i Queen of Stone Age giusto per introdurlo. Ma questo pezzo? A parte la sua voce e una parte di piano molto bella, si presenta troppo simile all’originale. Avrei osato di più.


Dea – Afterhours + Il Teatro degli Orrori: premetto che i Teatro non sono tra le mie band preferite ma questo pezzo è fatto davvero bene, vicino all’originale sembra sia tuttavia stato scritto per loro. Il testo è urlato, gridato sino allo stremo e poi recitato cantando. Veramente fantastico. 10+


Senza finestra – Afterhours + Joan as Policewoman: artista internazionale che vanta una serie infinita di collaborazioni illustri Joan as a Policewoman si è cimentata nel delirio di Senza finestra e l’ha fatto molto bene, dandole quell’armonia e luce che volutamente mancano al pezzo originale, inoltre è splendido il connubio di voci Agnelli-Joan. Mi piace moltissimo. 10+


Simbiosi – Afterhours + Der Maurer & Le luci della centrale elettrica: Tripla collaborazione in questo pezzo, amavo i discorsi dell’originale e anche qui c’è un parlato di fondo, risate, e il cantato. Ha senso. 


Voglio una pelle splendida – Afterhours + Samuel dei Subsonica:  non c’è nessuna variazione importante rispetto all’originale. 


Terrorswing – Afterhours + John Parish: Qualche anno fa sono stata a Yeovil per una settimana e prima di partire ero esaltatissima perché questo piccolo paesello ha dato i natali a Pj Harvey e John Parish, così appena sono arrivata mi son girata tutti i pub in cerca di informazioni su di loro ma nessuno mi ha dato dritte importanti da poter raccontare e io che mi aspettavo un: “Pj era in classe con la mia sorella maggiore” e storie cosi..comunque John Parish s’è lanciato in questa bella versione di Terrorswing. Mi piace.


Lasciami leccare l’adrenalina – Afterhours + Eugenio Finardi: FInalmente è il turno del mio amato Eugenio, l’ho aspettato per 11 canzoni. Qui c’è un grande artista che prende un pezzo e lo impregna di una sofferenza personale  illuminandolo di una speranza parsimoniosa e tutta sua. Lasciami leccare l’adrenalina sembra quasi il cantato di un personaggio dell’Antico Testamento le cui parole piene di saggezza vengono dall’alto, esistono e sono perfette così. Il brano è interamente suonato da Finardi e la sua band con cori di Agnelli. Bellissima, bellissima versione questa del Sig. Finardi. 10+


Punto G – Afterhours + Bachi da pietra: Un’ingresso medievale caratterizza questo pezzo e una voce profonda, coinvolgente. Se parliamo di interpretazioni personali questa lo è di sicuro. Via via aumenta la parte elettrica su cui si innesta questo “canto gregoriano” che ci sta a pennello. Mi piace. Pezzo stravolto e ricomposto, fondendo la sapienza convulsa degli Afterhours  con il modus operandi dei Bachi di pietra.


Veleno – Afterhours + Nic Cester: Questa versione con il frontman dei Jet Nic Cester, è un pezzo dal taglio ancora più duro della versione originale ma meno “velenoso”. 


Come vorrei – Afterhours + Piers Faccini: Questo è uno dei pezzi degli After a cui son maggiormente legata, mi emoziona particolarmente. Dedicato a Stefano “Edda” Rampoldi, ex frontman dei Ritmo Tribale, in un momento del suo vissuto in cui s’era perso davvero dietro il veleno, il pezzo è carico d’amore e preoccupazione sincera; questa versione acustica con i violini e suggestioni folk lo veste bene, mi piace, è un canzone rigenerata. 


Questo pazzo pazzo mondo di tasse – Afterhours + Fuzz Orchestra & Vincenzo Vasi: Bellissima versione, degna dell’originale, questa è stata una collaborazione produttiva, ho l’impressione che a suonare questo vaneggio sonoro si siano divertiti parecchio. 


Musicista contabile – Afterhours + Marta sui tubi: Meno paranoica e più elettrica questa canzone è quella giusta per urlare a squarciagola. Rispetto all’originale questa versione ha un cantato più nitido e arrangiamenti nuovi che ricordano, giustamente i lavori dei Marta sui Tubi. Non male.


Sui giovani d’oggi ci scatarro su – Afterhours + Ministri: Qui manca qualcosa.


Mi trovo nuovo – Afterhours + Rachele dei Baustelle: Una voce sensuale quella dei Baustelle che si adatta benissimo a questo brano. Mi piace la “mescolanza” che certe collaborazioni creano, adoro quando un’artista prende un pezzo di Storia e se lo canta come se l’avesse scritto lui/lei, anche se alla fine non convince tanto, almeno non c’è il vuoto.  


Televisione (2014) – Afterhours + Cristina Donà & The Friendly Ghost of Robert Wyatt: Amicizia ventennale tra Cristina e gli After, non poteva quindi mancare un suo cammeo all’interno di questo disco di “buon compleanno hai paura del Buio?” 


Male di miele (special track) – Afterhours + Piero Pelù: Lascio la parola a Manuel Agnelli, “Quando ho sentito Piero Pelù lui mi ha detto che ad ogni costo voleva cantare Male di Miele. Io gli ho detto che non si poteva perché il pezzo l’avevamo già registrato con gli Afghan Whigs. Ma lui ha insistito, e allora abbiamo deciso di assecondarlo, così ci sono due versioni del pezzo. Con Piero è venuta ancora più dura dell’originale, ci ha messo una carica mostruosa. Quando l’abbiamo registrata avevamo tutti il sorriso sulle labbra. Puro godimento”.

Tirando le somme l’album è fatto di alti e bassi, l’idea è bella, sicuramente è stato divertente per Giorgio Prette and Co. riprendere in mano un lavoro che è stato così decisivo nella loro carriera, e dev’essere stato bello coinvolgere artisti che ci hanno messo la loro impronta per renderlo “altro” rispetto all’originale, è un disco piacevole da ascoltare e avere nella propria collezione.