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Intervista. Patrizio Fariselli dagli Area all’Albero Azzurro

Ascolto gli Area international POPular Group da sempre. Il primo post di questo Blog è dedicato a loro, (è una recensione di Arbeit Macht Frei, il loro disco d’esordio). Gli Area li ho anche visti qualche anno fa in un bellissimo anfiteatro. Era Ferragosto ma l’anno è incerto, forse il 2009. Poi ho deciso che avrei provato a intervistare Patrizio Fariselli e ci sono riuscita; quella che state per leggere è una delle più belle chiacchierate che io abbia mai fatto. Dopo mezzo minuto Patrizio mi ha chiesto di dargli del Tu e la conversazione è diventata semplicissima. Tra una domanda e l’altra c’è stato anche spazio per risate e commenti fuori programma.
 
Quanto è importante
per te l’indipendenza musicale dai generi, dalle strutture, non solo con gli
Area ma in tutta la tua carriera? Ascoltando i tuoi lavori e leggendo la tua
biografia si nota che hai spaziato tanto…
Ci soni molti modi di intendere l’indipendenza: secondo me,
è prima di tutto uno stato mentale, un atteggiamento nei confronti del mondo che
prevede onestà intellettuale e rispetto, anche per se stessi.
Poi si tratta di difendere il proprio lavoro dalla prepotenza del mercato,
cercando nuovi percorsi al di là del cosiddetto trend, che spesso si rivela di
una banalità musicale desolante.
Sono comunque tanti gli artisti che tentano di autodeterminarsi, diffondendo il
proprio lavoro con le proprie forze, ma non è facile.

 

Altrimenti c’è omologazione…
Esatto. Chi invece cerca il successo, e i profitti economici,
va a pescare dove i più gettano l’amo. Ma una delle prerogative dell’arte
dovrebbe essere proprio l’indipendenza.
Per un ragazzo che impara a suonare, è inevitabile essere influenzato da ciò che
fanno i suoi maestri; è naturale che nelle sue prime esibizioni si noti questa
dipendenza. In seguito, però, giunto alla maturità, è giusto che cerchi la via
a lui più congeniale, ed elabori un proprio pensiero musicale.

 

La seconda domanda è
una curiosità sul tuo modo di lavorare e comporre. Il mio ragionamento per
strutturare la domanda è partito dal concetto di musica come linguaggio
universale che si adatta a nascere sia dall’improvvisazione sia dalla
scrittura. Qual è il tuo modo di approcciarti alla composizione?
Io sono sostanzialmente un improvvisatore: mi piace trovarmi
davanti a un pubblico e buttarmi allo sbaraglio (ride) in una pratica musicale
immediata, che nel suo divenire contempla anche l’errore, alla ricerca di
qualcosa che possa definirsi musica. Del resto, dal mio punto di vista,
l’improvvisazione è la chiave stessa del fare musica, nel suo complesso. Ciò
che un compositore tradizionale chiama “estro creativo”, o “ispirazione”, io lo
chiamo semplicemente improvvisazione. Considero la composizione nient’altro che
un’improvvisazione sedimentata, ponderata, ampliata e rifinita.
Hai iniziato a
suonare giovanissimo, figlio d’arte sei cresciuto avvolto da note musicali,
hai suonato nell’orchestra di tuo padre e dopo il conservatorio nel ’72 hai
fondato gli Area International Popular Group. Quali erano le vostre intenzioni
quando avete iniziato a suonare assieme, nella fase embrionale? Cosa vi
aspettavate da questa unione?
È una domanda che richiederebbe una risposta un po’ articolata…
ma, in estrema sintesi, c’era la volontà di creare una musica indipendente,
come dicevamo prima, ma anche l’esigenza di dire qualcosa di significativo. Il
gruppo doveva essere un organismo che ci rappresentasse nell’insieme, al di là
delle singole personalità. Anche se, naturalmente, ci tenevamo a dimostrare il
nostro talento, questo doveva risaltare come contributo al lavoro collettivo. Fu
per rinforzare questo concetto, l’importanza della collaborazione, che
scegliemmo di veicolare contenuti non solo poetici, ma anche sociali.
Avete rispettato
appieno i vostri intenti… Gli Area sono una delle pagine più belle e UNICHE
della musica italiana – e non solo- siete una mosca bianca, portate
l’ascoltatore in una dimensione di attenzione assoluta e poi siete ancora così attuali. 

 

Trapela in voi un interesse per la musica dei Balcani e in
generale per quella popolare, me ne vuoi parlare?
L’origine di questo interesse è nato dal piacere di suonare
tempi dispari, ritmi non usuali, che ci dessero l’opportunità di uscire dagli
schemi in cui la musica occidentale è in gran parte intrappolata.
Demetrio, che fino a quel momento aveva rivolto lo sguardo a ovest, verso gli
Stati Uniti, verso il rock anglosassone, a un certo punto diresse la sua
attenzione ad est, alla riscoperta delle proprie origini. Assieme, cominciammo lo
studio delle musiche balcaniche e mediterranee, e così, giocando, come sempre
quando si fanno le cose serie, scrivemmo e rielaborammo molti brani. Il nostro primo
pezzo, “Luglio, agosto, settembre (nero)” fu così importante per noi che continuo
ad eseguirlo ancora adesso, dopo quarant’anni. Anche perché, purtroppo, la
situazione in Palestina è ancora di drammatica attualità.

 

Eravate molto giovani
ma con le idee chiarissime… Indubbiamente avevate già un percorso artistico
alle spalle, maturi per spaziare con la mente e creare cose
così nuove e importanti.
Ti ringrazio. Tieni presente che io, lì in mezzo, ero il più
giovane; gli altri avevano quattro o cinque anni più di me (ride).
La prossima domanda è
una riflessione sul periodo in cui avete iniziato a suonare, ovvero sulla fine
degli anni ’60 e soprattutto sugli anni ’70. Io son molto appassionata di
questo periodo però mi provoca una sensazione contrastante. Sembra sia stato
utopico, tutta la sua energia e la potenza intellettuale si è come
volatilizzata…
Ogni tanto le società vivono delle ondate di innovazione e di
civiltà, ma queste sono sempre il frutto di una diffusa coscienza politica e dell’impegno
di molte persone. Quando invece si danno le cose per scontate e ci si rilassa,
presto si assiste al ritorno dello status reazionario perché il potere ha una
lunga esperienza e impara dai suoi errori, facendosi sempre più insidioso.
Musicalmente, gli anni ’70 sono stati di una fertilità estrema. Erano ancora in
attività i grandi maestri del novecento, musicisti straordinari, di generi
completamente diversi, Stravinskij, Duke Ellington, Cage, Miles Davis, oltre ai
grandi gruppi rock…
Ma furono anni importantissimi soprattutto dal punto di vista sociale: qui in
Italia c’era una spinta incredibile verso l’aggregazione e si usava la musica
come pretesto per stare assieme. Sembrava che una nuova società fosse ormai
imminente: metà del paese stava a sinistra e agli scioperi si vedeva una
partecipazione altissima. Pareva che di lì a poco l’Italia avrebbe finalmente applicato
la Costituzione, guadagnata con tanta fatica. Invece i vertici del partito
comunista e dei sindacati avevano già abbandonato quel sogno e si erano
spostati sempre più al centro, condividendo con i democristiani le politiche di
austerity e le leggi repressive contro i giovani della sinistra
extraparlamentare che, giustamente, non accettavano questo tradimento. Purtroppo
erano troppo divisi per formare un’alternativa.
I fatti dell’ultimo festival del parco Lambro mostrarono tutte le
contraddizioni interne al movimento. Poi ci fu la svolta autoritaria del
“gladiatore” Cossiga e la feroce repressione del settantasette, con centinaia di
arresti, che segnò la fine del movimento. A quel decennio di lotte, si pose letteralmente
una pietra sopra con la bomba alla stazione di Bologna, nell’80.
Poi, dopo il bastone, arrivò la carota, e con l’avvento delle tv e delle radio
commerciali in pochissimo tempo l’interesse per il sociale svanì completamente,
lasciando tutti basiti, in primis il sottoscritto.
Con gli Area eravamo rimasti fuori dal giro per diversi mesi, impegnati in tour
teatrali, e quando tornammo trovammo una società completamente cambiata, in cui
dilagava il narcisismo più idiota e un individualismo suicida.

 

Gli anni ’80 sono
quelli di MTV, in cui il concetto di musica diventa massificato e televisivo
Una fase tutt’ora in atto. Esiste una precisa volontà di colonizzare
l’immaginario dei ragazzi, e non solo, con una visione del mondo falsamente
ludica e liberatoria, ma che in realtà è solo consumistica e reifica ogni
aspetto della realtà, riducendola a mero spettacolo, secondo le più
pessimistiche previsioni di Débord.
Dal punto di vista politico, la situazione è quanto di peggio: il neoliberismo
nato in quegli anni è riuscito ad imporsi anche nei paesi europei con la
trappola del debito, provocato appositamente con la moneta unica. In nome di
un’ipotetica “Europa” stanno smantellando, una ad una, tutte le conquiste
sociali degli anni 70. Le privatizzazioni dei beni pubblici, perseguite sia
dalla destra che dalla sinistra, divenute indistinguibili, puntano alla
completa americanizzazione della società, dove prevalgono gli interessi delle
lobbies e il capitalismo più spietato. Sono molto, molto preoccupato, specie
per le nuove generazioni, ma confido nella saggezza di culture molto più
antiche di quella statunitense, che costituiscono la maggioranza dell’umanità e
fortunatamente hanno un’idea diversa e più profonda della vita su questo
pianeta.

 

Io non ho abilità
artistiche, non posso dare un contributo in questo senso, però mi piacerebbe sentire artisti culturalmente impegnati, come eravate e ancora siete
voi, e non mi riferisco solo al pensiero scritto e ai concetti verbali ma anche
alla musica che, in linea di massima, oggi è davvero banale
Il contributo culturale non è solo quello dell’artista che
compone ed esegue, ma avviene anche da parte
dell’ascoltatore. Questa cosa non va trascurata, è davvero importante
perché la musica non ha senso se non viene ascoltata. Il rito sociale del fare
musica si compie nella condivisione. Bisogna completare il cerchio. Quindi
anche tu, ascoltatrice, sei fondamentale in questo processo.
Nel dire questo
Patrizio non solo mi ha reso parte integrante della macchina musicale ma mi ha
fatto sentire necessaria. Non avevo mai pensato alla musica in questo senso; se
fossimo in quinto potere direi “anche le mie orecchie hanno un valore!”. Grazie
Maestro.
 
Avrei tante, troppe domande su Demetrio Stratos però mi limito a chiederti: che persona era nel quotidiano?
Era un ragazzo fantastico, allegro, colto, con un sacco di
interessi… che amava la vita. Eravamo molto legati ed esercitava su di me un
fascino notevole anche perché, quand’ero ragazzino, suonicchiavo con il mio
gruppo, i Telstar, i suoi pezzi dei Ribelli. Quando l’ho conosciuto, lui aveva già
alle spalle una carriera importante e per me era una star assoluta. Era anche
un grande narratore, ma la cosa che mi piaceva di più di Demetrio era la sua
curiosità. Riguardo al suo strumento, la voce, voleva conoscere tutto quello
che esisteva al mondo e trasformò la sua curiosità in ricerca. Quel percorso
l’ha portato lontanissimo dalle platee commerciali, e il suo rigore
intellettuale lo fece inoltrare per strade davvero impervie.
Ho seguito molte sue
interviste, letto vari articoli e lo studio sulla voce di Demetrio è davvero
molto interessante e affascinante
Oggi, a livello internazionale, ci sono molti artisti che
hanno affrontato la vocalità in modo non convenzionale, portando avanti la sua
ricerca di 40 anni fa. Se fosse ancora tra noi sarebbe andato davvero lontano.
Poi abbiamo esitato entrambi
un attimo, zitti per qualche secondo perché quando si nomina Demetrio a un certo punto piomba sempre il silenzio…
 
Un altro tuo amico artista era Gianni Sassi, mi racconti qualcosa di lui?
Era una persona dal carattere complesso, non sempre facile, ma
incredibilmente stimolante. Abbiamo sempre considerato Gianni un membro degli
Area, anche se non appariva nelle foto e si firmava con uno pseudonimo,
Frankenstein. Divenne il nostro paroliere e si inventò discografico per
pubblicare il nostro primo disco, Arbeit macht frei. Introdusse il metodo nel modo
di lavorare del gruppo: il piacere di fermarsi un momento, posare gli strumenti
e ragionare attorno a un tavolo su dei concept. A quel punto, durante una
riunione, proposi di schierarci politicamente, e lui ne fu entusiasta. Gli
brillarono gli occhi e cominciò la festa.
Parliamo di carriera
solista, non si può certo dire che il tuo sia stato un percorso a senso unico, tra gli appunti ho scritto solo “da
antropofagia all’albero azzurro
Anch’io ho molteplici interessi che mi hanno portato a fare
musica non solo d’arte, ma anche d’uso: colonne sonore per il cinema, il
teatro, i cartoni animati e la danza. Negli anni ‘80 lavorai quasi
esclusivamente come compositore e per quasi 10 anni abbandonai il palcoscenico.
Negli anni ’90 ebbi l’occasione di lavorare alla RAI per l’Albero Azzurro, una
bellissima trasmissione per bambini in età prescolare; per me una vera sfida.
Io ero già grande ma
mio fratello più piccolo lo guardava quotidianamente e talvolta mi incantavo
anche io, era un ottimo programma
Diciamo che era un programma rispettoso dell’intelligenza e
della dignità dei più piccoli. Ci ha dato grosse soddisfazioni. Da lì, non ho
più smesso di lavorare per i bambini. Ho pubblicato una piccola collana di
libri, illustrati da mia figlia Cleo, che ha più o meno la tua età, con allegate
musiche strumentali, “La musica delle cose e degli animali”, e recentemente ho musicato
due serie di cartoni animati per bambini ancora più piccoli, “Taratabong”, con
protagonisti degli strumenti musicali che comunicano suonando. Assieme a mia
moglie Cristina abbiamo scritto anche buona parte delle sceneggiature.
Bella questa
dimensione familiare della creazione artistica. Complimenti, il lavoro assume
così un significato ancora più prezioso
Mi sembra naturale lavorare coi familiari. Una volta, quando
uno nasceva in una famiglia d’artisti, veniva buttato dentro e facilmente anche
lui lo diventava.
Che progetti porti
avanti in questo momento?
Ho appena finito di registrare la colonna sonora di un film
a cartoni animati, “Bambini senza paura”, con la regia di Michel Fuzellier,
dedicato a Iqbal, il ragazzo pachistano che si ribellò alla schiavitù del
lavoro minorile. Dovrebbe uscire nei prossimi mesi.
Poi sto cercando di promuovere dei concerti/conferenza molto interessanti. Sono
di due tipi, uno con l’antropologa Michela Zucca, dedicato al pensiero mitico,
in cui io sviluppo un repertorio di musica arcaica, e l’altro con il professor Piergiorgio
Odifreddi
, con musiche legate a tematiche scientifiche.
Ultimo ma non ultimo, insieme ai due nuovi componenti degli Area, Marco Micheli
e Walter Paoli, con i quali abbiamo formato l’Area Open Project Trio, una formazione
molto combattiva, stiamo lavorando a un nuovo disco.

 

Verrete anche in
Sardegna?

Me lo auguro! Sono molto affezionato alla tua terra, dove ho
carissimi amici come Simone Sassu e i Nasodoble. Se si riuscisse ad organizzare qualcosa in Sardegna ne sarei molto
felice!

Io e Patrizio abbiamo parlato ancora un po’ della Sardegna, di un video che ha girato con i Nasodoble, mi ha anche detto che si è divertito a rispondere a queste domande, gli sono piaciute. È stato un confronto molto interessante, utile, da condividere e rileggere. Ogni finale che scrivo non mi convince mai abbastanza  quindi non aggiungo altro, le cose importanti d’altronde son già state dette!

25 numeri 1: i dischi italiani di cui non posso fare a meno

Questi giorni ho letto un paio d’articoli e post in cui si diceva “i 10 migliori dischi della storia del Blues”, i “10 migliori dischi della storia del raggae” e cose così, allora anche io ho voluto partecipare alla cosa. Ho così deciso di stilare la lista dei miei 10 dischi italiani poi diventati 25, con grande  fatica ad arginare il listone. Moltissimi artisti che stimo e ascolto in loop son rimasti fuori ma la classifica, che non è una classifica è solo un “the best of” più o meno.
Padania – Afterhours, 2012
Il primo disco che mi è venuto in mente è stato Padania, degli Afterhours,  a mio parere il loro lavoro migliore, un condensato del loro percorso il cui risultato è un gesto di liberazione. Padania sembra proprio un album anarchico dove le note son l’unico collante tra le menti libere di spaziare. Un lavoro eccellente che pone Padania nella mia personale classifica dei dischi italiani più interessanti di sempre.
Omonimo – Napoli Centrale, 1975
Sentire i suoni del bronx contestualizzati nei vicoletti napoletani è davvero una cosa esaltante. Questo disco di James Senese & Co. è uno dei migliori lavori italiani di respiro internazionale, il successivo, Mattanza, sarà altrettanto meraviglioso ma meno partenopeo.
Canzoni dell’Appartamento –Morgan, 2003
Canzoni dell’appartamento è uno dei migliori lavori di Morgan, racchiude pezzi come Altrove, che diciamocelo non sarebbe potuta nascere altrove o dovunque. Morgan, per dirla a modo suo è davvero una “bella storia” e questo album, UNICO, è un ottima perla della discografia italiana.
 
Amore e non Amore – Lucio Battisti, 1971
Lucio non è mai stato un cantautore, Lucio è stato un interprete è un superbo compositore/arrangiatore. Questo disco dimostra quanto fosse avanti e il suo percorso sia stato unico nel panorama italiano dell’epoca.
 
Colpa d’alfredo – Vasco rossi, 1980
A me piace sempre paragonare Vasco a Battisti perchè entrambi hanno cantato se stessi. Lucio nel momento in cui andavano i cantautori impegnati e Vasco invece, che di cantautori s’è cibato, ha spostato l’argomento di conversazione sulla leisure, sul tempo libero, sull’amore non troppo innocente. Questo disco contiene alcuni dei pezzi italiani più belli di sempre. Colpa d’Alfredo in primis, è un albero mestro.
 
Aprite i vostri occhi – Litfiba 1987
Chi ha ascoltatao i Litfiba conoscerà senz’altro questo Live. Un vero gioiello. Canzoni come Dio e Apapaia sono qui nella loro miglior versione. Stupendo Live.
Mediamente isterica – Carmen Consoli 1999
Se si vuole fare un salto nel cantautorato italiano non si può non passare per Mediamente Isterica. Pezzi come Geisha e Besame Giuda rimarranno nella storia. E la cantantessa siciliana è un’ottima musicista. L’ho vista Live nel tour sucessivo e quella Jaguar l’ha fatta suonare per bene. Detto questo sto disco spacca e ha formato un po’ di gente e tanti emuli.
 
Rats and Rolls – Nino Ferrer 1970
Nino Ferrer è uno dei miei cantautori preferiti in ASSOLUTO. Tutti i suoi dischi sono una variazione continua, una ricerca e una sperimentazione d’altissimo livello. Rats and Rolls è il disco italiano più anarchico che io abbia mai sentito. Ottimo bassista e contrabbassista Nino s’è sempre accompagnato a grandi musicisti e ascoltando questo gioiello introvabile scoprirete un mondo ingiustamente sommerso. Nino Ferrer è la nostra Atlantide.
 
Il dado –Daniele Silvestri 1996
Dei 25 dischi importanti questo è quello che ho ascoltato meno, ero indecisa con Lorenzo 1997 ma ho preferito metter Silvestri anche se il mio cuore appartiene al Jova. Il dado è un disco interessante di quelli fuori dal tempo, ha vinto su Lorenzo, perchè forse è meno conosciuto, quindi ho voluto dargli un po’ del mio spazio. Ascoltatelo, spacca!
Arbeith Mach Frei –Area international Popular group, 1973
Gli Area, con il loro cantante greco, Eustrazio Demetriou (Demetrio era il cognome ed Eustrazio il nome), sono una delle cose più belle successe in italia. Sperimentazione e ricerca, attitudine, studio e intelligenza. Personalità interessanti quelle di Patrizio Fariselli e compagnia. Canzoni come Luglio, Agosto, Settembre, e Abeit Macht Frei sono esempi meravigliosi della piega che qualcuno ha dato alla canzone italiana. IMMENSI. GRAZIE.
 
Reset – Negrita 1999
Questo disco è adrenalina, l’ho consumato e mi ha fatto saltare ininterrottamente ogni volta che l’ho messo su. Anche in macchina. Io infatti non l’ascolto mai se son alla guida, non perde mai il suo fascino, è davvero energico. Di quelle energie pulite però, che in Italia i brani rock hanno sempre un qualcosa di negativo. No, Reset è energia pulita.
Marlene Kuntz – Il Vile 1996
Ho ascoltato un po’ più Catartica ai tempi in cui sono usciti, ma se devo esser sincera il Vile è più completo e poi c’è 3di3 e anche retrattile. Che bel disco, che suono, che testi. Questo album è perfetto. Veramente; è talmente marcio che alla fine si purifica. Bellissimo.
 
Linea gotica – Consorzio Suonatori indipendenti  1996
Questo album è in rappresentanza dell’intera discografia dei CCCP e CSI. Realmente avrei potuto mettere un album qualsiasi. Son particolarmente legata a questo disco perchè ritengo che sia di fattura sopraffina. Il suono, i bassi, l’atmosfera. Linea Gotica merita davvero.
 
Omonimo – Alberto Fortis, 1979
L’omonimo di Fortis è un meraviglioso disco che gli ha spezzettato la carriera a causa di alcuni diverbi con discografici (A voi Romani, Milano e Vincenzo). Tutt’oggi l’album è fresco e interessante, è rimasto intatto in tutta la sua ironia e finta leggerezza. I suoni son quelli di transizione che hanno caratterizzato il sound della fine dei 70. Poi un giorno scriverò un post sull’età d’oro del sound -secondo me ovviamente-.
 
I buoni e i cattivi – Edoardo Bennato, 1974
Edoardo Bennato è un maestro. Bennato è il sogno americano contestualizzato a Napoli. Un po’ come James Senese and Co. Edo è riuscito a sintetizzare un sogno in una discografia meravigliosa. I Buoni e i cattivi si apre con Ma che bella città, un bel pezzo davvero. E poi ci son gioielli come Tira a Campare, primo pezzo del lato B del vinile se non ricordo male e finisce con Salviamo il Salvabile. La fattura è sopraffina, è un Bennato 100%
La pulce d’acqua – Angelo Branduardi 1977
Branduardi è in cima alla lista dei miei cantautori italiani assieme a Ferrer, Finardi, Gaber e pochissimi altri. Questo disco è un viaggio come tutti i dischi di Branduardi. A questo vinile son particolarmente legata e pezzi come la bella dama senza pietà, giustificano in pieno la mia devozione per il maestro. Quel sitar all’inizio e la poesia di Keats. La cultura medievalista di Branduardi qui si veste di un sogno Hippie, un Trip, un condensato d’Arte oriente-occidente-italia-inghilterra. Inoltre il disco si apre con Ballo in Fa diesis minore. Devo aggiunger altro? Non credo. Una volta gli ho stretto la mano a Branduardi.
 
Zero,ovvero la famosa nevicata dell’85 – Bluvertigo 1999
I Bluvertigo non sono uno scherzo, nel 1998 hanno anche vinto gli European Music Awards. Giusto per dire. Zero è un gran bel disco di una band che si è sempre definita “indefinibile”. Brani  quali Sono=Sono, La crisi, Sovvrappensiero, sono alcuni di quelli contenuti in questo disco che, detto tra noi, ha un sound da paura. Ecco un altro suono che apprezzo è quello corposo degli Anni 90, tipo questo. I bluvertigo sono una mosca bianca nel panorama musicale italiano. E questo disco è una bomba!
 
Sugo – Eugenio Finardi, 1976
Finardi è un artista italo americano FONDAMENTALE in Italia, come l’acqua santa in chiesa. Avete sentito Fibrillante, il suo ultimo disco? Merita davvero. Torniamo a Sugo, il disco si apre con musica ribelle e contiene bei pezzi come Quasar, La radio e Oggi ho imparato a Volare. Insomma se io avessi scritto solo una di queste canzoni sarei una persona realizzata. Sugo è un ottimo punto di partenza per fare un bel giro in Italia.
La morte dei miracoli – Franie Hi-NRG, 1997
Ascoltato poco ma amato molto, questo disco contiene un’intro meravigliosa e po c’è dentro anche Quelli che benpensano. è un lavoro intelligente che ha conquistato, rockers, poppers, dancers e non solo. Il Rolling Stone l’ha giustamente inserito tra i 100 migliori dischi italiani. Son d’accordo.
 
Ingresso libero – Rino Gaetano, 1974
Primo e miglior disco di Rino Gaetano. Quest’album l’ho lettralmente macinato. La prima volta che ho sentito Tu, forse non essenzialmente tu, ero grande, avevo tipo 23 anni. Ero a una festa di laurea come imbucata. Parlavo con alcuni amici e mi son sentita male. Mi son seduta e un mio amico s’è avvicinato preoccupato: “Marty stai Bene?” e io glio ho risposto “Ma è Gaetano? Che è sta Roba?” Avevo le lacrime agli occhi. Mi ha riportata indietro di qualche anno  a quando tenevo la mano al mio primo fidanzatino e quelle robe ultra pink da signorina romantica. Poi mi son comprata il disco e ho scoperto che Oltre Gianna Gianna c’era altro. E mi sono innamorata. Gli altri pezzi spaccano. Insomma la vecchia che salta con l’asta è un delirio psichedelico e poi c’è Agapito Malteni… No, no, questo disco è una perla assoluta. 100% gold.
 
Kinotto – Skiantos, 1979
Siamo sinceri di Kinotto ce n’è uno e quell’uno si apre con “Mi piacion le sbarbine”, come si può lasciarlo fuori classifica? Gli Skiantos hanno rappresentato il modo scanzonato finto stronzo di esser stronzi, perchè poi son proprio forti. Vabbè poi qui c’è Ti rullo di cartoni e i Gelati. Gran bel disco. Unici gli Skiantos.
 
Oro incenso e birra – Zucchero 1989
Dischi belli Zucchero ne ha fatti tanti. Zucchero è stato l’unico italiano a partecipare a Woodstock 1999. da qualche parte dovrei avere un sacco di ritagli di giornale sull evento. Ricordate i red Hot Chili Peppers vestiti da lampadine nudi con calzino? Comunque, Oro incenso e birra che già dal titolo ha vinto tutto si apre con Overdose d’amore e coro ultragospel, uno spettacolo funk-italian-blues. Poi dietro ci sono giusto un paio di Hit tipo Nice, il Mare, Madre dolcissima. Ma che roba è? Un greatest Hits? No, no è proprio l’album. Vabbè c’è anche Diamante. Ciao proprio. Grande Adelmo Zucchero Sugar Fornaciari.
 
Io non mi sento italiano – Giorgio Gaber 2003
Pensavate davvero che mi sarei dimenticata di Mister G. Dai, no! La discografia e il teatro di gaber son immensi. In sua rappresentanza ho scelto il suo ultimo disco, uscito poco dopo la sua prematura scomparsa. Ai Gaber quanto manchi!  la capacità di quest’artista è sempre quella di affrescare la società italiana in ogni sua lacuna e debolezza, esaltandone i punti di forza e smontando i clichè. Insomma in questo meraviglioso disco c’è anche Io non mi sento Italiano, un testamento spirituale di altissimo livello che Giorgio spedì al Presidente della Repubblica Ciampi in qualità di lettera. Ricordo benissimo, ero a casa c’era il Tg e fuori c’era un sole che spaccava le pietre. Intervistarono Ciampi, l’unico presidente che mi sia mai stato simpatico, a pelle, tra quelli che ho conosciuto. Comunque Gaber è un dono importante che è stato fatto all’Italia. Dobbiamo ritenerci fortunati.
Svalutation – Adriano Celentano, 1979
Celentano sa essere colto anche vestito di stracci. Celentano ha assorbito come un buco nero tutto quello che gli roteava attorno. Ha attirato nella sua orbita qualsiasi cosa e poi se l’è mangiata. Tra i pezzacci da paura di Adriano c’è anche Svalutation che è stata scritta nel… 2015? No 1979. Riflettiamoci su.
Mondi Lontanissimi –
Franco Battiato 1985
Se non avessi incluso Mondi Lontanissimi sarei stata una stolta anche se il Battiato che amo di più è quello delle sperimentazioni dei primi anni 70 ma questo disco è troppo GRANDE per lasciarlo fuori. Come il suo autore. Mondi lontanissimi contiene il mio suo pezzo preferito No time, No space, poi c’è un po’ di roba ultra morbida, l”animale e altri pezzacci interessanti. Battiato è sui generis, conoscete qualcosa di simile? Io No.
Bene la mia lista dei 25 dischi italiani fondamentali è terminata. Quando ricorderò qualcos’altro che ho lasciato fuori mi mangerò le mani. Di certo Ognuno di questi Artisti ha un suo modo di esprimersi che ha notevolmente influenzato il mio gusto e la mia persona. Questi album son tutti numeri Uno. 
Quali sono i vostri?

Yoko senza Lennon

Yoko Ono

In questi giorni girava in rete una (già vecchia) performance di Yoko Ono“Voice Piece for soprano & Wish Tree”*, che  è stata messa in piedi al MOMA di New York. Durante l’esibizione l’artista giapponese ha urlato e ansimato al microfono per 3 minuti. Gli occhi curiosi dei presenti sono stati rapiti dalla sua esibizione, che si è conclusa tra sorrisi e applausi. Il video ha fatto il giro del mondo, riaprendo il dibattito sulle sue performance sempre molto discusse.

Una ribelle ragazza giapponese, Yoko Ono,  nata nel 1933 e figlia di un importante banchiere e di una pianista, a un certo punto si trasferì a New York per questioni di studio, dedicandosi inizialmente alla composizione musicale ad Harvard, per poi iscriversi al Sarah Lawrence College.

In terra americana Yoko Ono si sposò nei primi anni 50′ con con il compositore e pianista giapponese Toshi Ichianagy che la mise in contatto con alcuni artisti d’avanguardia, tra cui John Cage.  Il suo iniziale interesse per la musica si spostò gradualmente verso l’arte performativa e nei primi anni ’60 iniziò a farsi un nome nell’ambiente. Il suo matrimonio, decisamente burrascoso, la fece sprofondare in una forte depressione e a un certo punto tentò il suicidio e fu ricoverata in una clinica psichiatrica in Giappone. Intanto, il regista americano Antony Cox, suo grande estimatore, volò nella terra del Sol Levante per incontrarla.

Pochi mesi dopo si sposarono ed ebbero nel 1963 la figlia Kyoko.

Vorrei sottolineare che Yoko è stata tra i primissimi esponenti della corrente artistica Fluxus, assieme ad altri importanti nomi quali  Joseph Beuys,

Yoko Ono Lennon fluxus

John Cage e l’italiano Gianni Sassi (che ha creato alcune famose copertine per Franco Battiato e gli Area). Nel corso degli anni Yoko si è ampiamente dedicata all’arte performativa, come in Cut Piece (1965) in cui il pubblico ha tagliato con delle forbici i suoi vestiti sino a denudarla, e concettuale, come nel libro Grapefruit (1964)approdando alla video arte con alcuni film sperimentali tra cui il celebre Bottoms (1967).  

Fu nel 1966 che anche John Lennon si interessò all’artista giapponese dopo aver visto una sua installazione a Londra, innamorandosi di lei e sposandola nel 1969. Dalla loro relazione nacque nel 1975 il figlio Sean. Pare opportuno mettere l’accento sul fatto che Lennon la conobbe all’ Indica Gallery di Londra dove si recò per vedere una mostra della giovane giapponese, che all’epoca era considerata un’artista raffinata e complessa.
yoko ono yesTutto ciò che la coppia ha fatto sino all’8 Dicembre 1980 si conosce per bene; fu in questo periodo che il lavoro dell’artista fu oscurato dalla sua vita privata, mettendo in risalto la sua eccentricità e abolendo, agli occhi del pubblico e dei media, il suo talento creativo. In musica il suo primo lavoro, Two virgins,  risale al 1968 in compagnia di Lennon. Tra i dischi solisti consiglio l’ascolto di Feeling the spacedel 1973 e Yes I’m a Witch del 2007.

Dopo la morte del marito, Yoko ha ripreso la sua carriera esponendo nei più prestigiosi musei del mondo, creando opere ispirate agli ideali di pace e tolleranza e criticando in maniera irriverente le credenze e i costumi della nostra società. Ancora oggi eccentrica e provocatoria, poliedrica e sempre interessante offre, a chi riesce andare oltre la parola Beatles, numerosi spunti di riflessione.
yoko-ono-fluxus“Yoko Ono é la più famosa artista sconosciuta: tutti sanno il suo nome, ma nessuno sa veramente quello che fa.” 
 
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* L’esibizione ha scatenato lunghi e infiniti dibattiti sui social media e nel mio salotto. Mi ha colpita in particolare un’osservazione dell’artista Patrizio Fariselli in relazione a un montaggio dell’esibizione di Yoko Ono su un brano di Katy Perrygli ho così chiesto di poterla pubblicare:


“Vorrei dire due parole riguardo questa potente performance di Yoko Ono. […]

Altre volte ho visto un rigetto simile, ma dal vivo. Per esempio alla performance Empty Words di John Cage (amico ed estimatore di Yoko Ono) al Lirico di Milano; oppure ai primi concerti degli Area (in particolar modo quello del 1973 al Palazzo dello sport di Roma) quando, appena Demetrio iniziava a cantare, pareva venisse dato il segnale di massacrare quegli impudenti che osavano profanare il consueto rito esterofilo del rock.Se dal punto di vista dell’estetica musicale spicciola, questo brano di Yoko Ono è effettivamente indifendibile, da una prospettiva squisitamente performativa è delizioso.Le sue strida si sovrappongono a contrasto (e che contrasto) a un melenso pezzo di Katy Perry, e se, con un radicale spostamento di prospettiva, focalizziamo la nostra attenzione sulla voce, scopriremo facilmente che il corpo estraneo è… proprio il pezzo pop. […]
Provate ad ascoltarla NON come si trattasse della cover di un qualsiasi cantante che si confronta con questioni musicali ortodosse, ma per quel che è: l’opera di un’artista che ribalta i parametri e il senso di un prodotto popolare. Forse, così, questa inascoltabile canzone aprirà la vostra mente a nuove, interessanti prospettive”. Patrizio fariselli

Quando la cover é più famosa dell’originale

Vi é mai capitato di ascoltare un pezzo convinti che fosse di un determinato artista per poi scoprire che in realtà non è suo? A me é successo spesso, ecco la mia Top 10 delle cover più famose delle originali.. 

Premi PLAY
cover più famose delle originali aretha franklin
1. Hey Joe non appartiene, come molti credono, a Jimi Hendrix ma a Billy Roberts. Il pezzo dall’origine controversa, pare sia stato creato da Roberts traendo spunto da alcuni brani tradizionali per registrarlo nel 1961. La cover di Hendrix rimane tra tutte, la versione più famosa; uscita come singolo nel 1966 fu inclusa nell’album Are you experienced? pubblicato l’anno successivo.
2. Tainted Love é un bellissimo pezzo portato al successo dai Soft Cell nel 1981 ma la versione originale era di Gloria Jones, compagna di Marc Bolan, che la incise per la prima volta nel 1964. La canzone ultra pop dei Soft Cell é rimasta nella memoria collettiva, possiamo dire lo stesso dell’originale? Gloria purtroppo guidava l’auto del targico incidente stradale in cui il leader dei T-REX perse la vita.
3. Respect portata al massimo successo da Aretha Franklin nel 1967 è stata incisa da Otis Redding nel 1965. La versione femminile divenne simbolo del movimento femminista e delle minoranze,come nella lotta contro l’apartheid in Sud Africa.
Quando la cover é più famosa tainted love4. Halleluja non è un pezzo di Jeff Buckley ma di Leonard Cohen. L’originale fu pubblicata per la prima volta nel 1984 e da quel momento è stata incisa da moltissimi artisti: si contano oltre 200 versioni. La cover di Buckley, il cui arrangiamento si ispira alla versione di John Cale, rimane tutt’ora la versione più famosa in assoluto.
5. Time is on my Side conosciuto dai più come un pezzo dei Rolling Stones é invece di Jerry Ragovoy e fu inciso nel 1963 dal trombettista jazz Kai Winding in compagnia di un’orchestra. Gli Stones incisero il pezzo l’anno successivo subito dopo Irma Thomas. Esistono numerose cover tra cui quella di Patti Smith, Blondie, Cat Power..
Quando la cover é più famosa dell'originale blondie6. Hanging on the telephone é un super pezzo di Blondie; eppure, signori e signore, anche se non lo sapevate anche questa é una cover. L’originale é un brano dei Nerves inciso nel 1976.
7. I’m so glad  è spesso considerato un brano dei Cream, invece è stato inciso per la prima volta da Skyp James nel 1931; la cover risale invece al 1966.
8. Knokin’ on a Heaven’s door  è un pezzo inciso da moltissimi artisti, in tanti però pensano che il brano sia stato scritto dai Guns ‘n’ Roses: nulla di più falso, è di Bob Dylan e fu scritto nel 1973 per la colonna sonora del film western Pat Garrett e Billy Kid.
9. Chains non é un pezzo dei Beatles ma delle Cookies. Inciso

cover nothing compares 2 u

nel 1962 era molto famoso nel Merseyside  e i Beatles lo inserirono nel loro repertorio e nel disco Please, Please me del 1963 consacrandolo alla storia.
10. Nothing compares 2 U  è un pezzo bellissimo che in tanti, me compresa, attribuiscono erroneamente a Sinead O’Connor: è stato scritto da Prince che lo ha inciso con i “The family”!!!
11. Avevo detto top Ten ma aggiungo un altro pezzo: I will always love you  é uno dei pezzi più famosi e struggenti di Whitney Houston, peccato che non sia suo ma di Dolly Parton. Leggi anche Le 10 cover più brutte di sempre

Le 10 cover più brutte di sempre

Le 10 cover più brutte di sempre che non avreste MAI voluto conoscereSabato scorso mi è stato chiesto di fare un dj set in un locale con tema “musica trash, ovvero canzoni brutte, di quelle che fai finta ti piacciano solo il giorno della pentolaccia, mentre ti anneghi nell’alcool mangiando frittelle e chiacchere”; Io ho accettato al volo e ho iniziato a riportare alla mente quelle canzoni che MAI avrei voluto sentire, ho coinvolto amici e parenti ai quali facevo ascoltare la compilation in corso d’opera improvvisando balli improbabili nel mio salotto. Alla fine son venute fuori oltre 15 ore di musica da dimenticare, ballare, e poi archiviare definitivamente.Tra tutte queste canzoni ho voluto riportare alla luce SOLO per voi 10 cover da sentire almeno una volta nella vita, di quelle che non avreste MAI voluto canticchiare ma che purtroppo, complici gli anni 80′ i 90′ e tutti i Talent Show tutti conosciamo.
Al posto n° 10 una “raggiante” Jo Squillo che interpreta niente di meno che Whole Lotta Love dei Led Zeppelin!! L’avreste mai immaginato? Deliziatevi con questa versione tipo rap, ma non ne sono sicura, è indecifrabile. La sua voce, sguaiata come sempre l’ ha fatta entrare appieno diritto in questa Top Ten. Brividi?
Al n°9  si classifica un imbarazzantissimo Fiorello con la sua Si o no. Il nostro “”Fiore” nazionale ha ben pensato di fare una cover di una cover di un originale traducendola in italiano. Ogni volta che la sento mi vergogno terribilmente, forse era lui a meritarsi il 1° posto? 

Un meritatissimo n°8 per le Banarama che si sono cimentate in una agghiacciante cover di Help! dei Beatles. Dire che non fa ridere per niente è sufficiente?  ma dico io non bastava aver storpiato irreparabilmente Venus degli Shoking Blue.. A questo gruppo tutto al femminile propongo di andare in prigione senza passare dal via e… buttare via la chiave.
Al posto n°7 un altro artista italiano: Scialpi, che con la sua cover della bellissima Can’t get out of my head di Kylie Minogue, lascia di stucco, di sasso. Ma perché? Una canzone così spompata e svogliata non s’era mai sentita. Veramente pessimo. Non si merita neanche la foto!

Siamo già arrivati al n°6, bene, qui c’è da stare male, anzi malissimo. Avete presente i Cure? Ecco, il nostro italianissimo Gatto Panceri ha deciso di tradurre in italiano Lullaby. Lo so non siete riusciti ad andare oltre la terza parola. Mi dispiace.
Al  posto c’è uno sconosciuto, cioè io non so chi sia ma ormai l’ho scoperto e si piazza dritto dritto in Top Five. L’italiano Simone Tomassini ha ben pensato di TRADURRE in italiano Don’t cry dei Guns and Roses. Per la serie “lo stai facendo male”. Terrificante.

Come vi ho accennato ho riesumato certe canzoni per un dj set un po’ particolare, si trattava di una festa in maschera, sapete la pentolaccia? Bene io mi son mascherata ispirandomi a Joan Jett quella che fa piazzare al posto Britney Spears con la sua pessima cover di I love Rock and Roll. Smettila non ci crede nessuno!
Siamo arrivati alle prime 3 canzoni della classifica. 
Al posto si piazza una band di cui non so il nome ma che ogni tanto mi guardo su youtube, tipo quando ho il morale a pezzi, il mondo mi crolla addosso e ho bisogno di adrenalina. Bene ecco a voi “Gli Sconosciuti” in The final countdown degli Europe! Fantastici..

Al  numero 2 si piazza Nino d’Angelo con la sua splendida cover in napoletanto (Gesu cri) di Let it be dei Beatles. Spero sempre che non sia vero, che questo pezzo sia una bufala, e vi dirò di più, ho ancora il dubbio che Gesu Crì non sia mai realmente esistita. In ogni caso è fantastica, originale e soprattutto un po’ neomelodica come piace a noi. Bravo Nino!
Siamo giunti al 1° posto. Non è stato difficile assegnarlo, in primis per la complessità del testo, molto criptico, enigmatico e profondo, in secondo luogo per il coraggio. Tutto il mondo dell’ Heavy Metal ora può finalmente cantare Nothing Else matters dei Metallica in italiano grazie a Marco Masini. Sembra paradossale ma sto’pezzo è talmente brutto che lo so a memoria e ogni tanto mi chiudo nelle mie segrete e lo canto facendo finta di crederci!
NB: Sul web ho trovato un interessante post  Disintossicarsi dalle cover brutte? È possibile! 
Ma in fondo “Chi se ne frega…”