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Lettera a Red Ronnie

Finalmente sento la necessità di scrivere sul Blog qualcosa di importante e urgente, per questo devo ringraziare Red Ronnie che, come sempre, ha rilasciato un’interessante intervista. Stavolta però non condivido il suo punto  di vista e, stimolata dalle sue riflessioni, ho necessità di dire la mia.

Caro Red,

le scrivo “caro” non per una circostanza formale ma perché lei mi è sinceramente caro: ho sempre seguito i suoi progetti con entusiasmo e ascolto con attenzione il suo punto di vista sulle questioni musicali. Ho anche cercato di intervistarla qualche tempo fa ma a causa dei suoi svariati impegni non è stato possibile, anche se mi ha  risposto con cordialità dimostrando come sempre la sua umiltà e professionalità. 

Stavolta mi trovo in disaccordo con lei riguardo alla sua recente intervista sull’Huffingtonpost in relazione a X Factor, Manuel Agnelli, i concorrenti dei Talent e purtroppo la chiusura del Roxy Bar. 

Lei ha detto “Il monopolio dei Talent Show è disumano. I ragazzi che escono fuori da questi programmi sono drogati dal falso successo. Prima si ritrovano a duettare con star della musica internazionale, poi a suonare e cantare nei centri commerciali. Sono come delle Cenerentole che salgono su una carrozza e allo scoccare della mezzanotte si ritrovano solamente con una zucca”. 

Io le rispondo: X Factor è un gioco in cui si vince un contratto mentre da Mike Bongiorno si vincevano 10 milioni di lire perché si conosceva il dizionario a memoria o all’Eredità si vincono, se va bene, 120 mila euro. X Factor è niente più di un gioco in cui presunti artisti possono farsi notare -e di brutto, come si dice in gergo-.

Inoltre X Factor è un programma TV.

Un format.

Uno standard.  

Non ci si può aspettare di aver fatto tutta la gavetta dopo essere stati 3 mesi in TV. Però, dico la verità, se avessi o ritenessi di avere un talento musicale parteciperei. Perché no? Anziché postare un video su YouTube e avere 2000 visualizzazioni potrei tranquillamente farmi conoscere da milioni di persone in un colpo solo, accelerando la mia fama, ma non il mio successo. Le persone tendono a confondere l’Arte con i fenomeni mediatici e la fama con il successo. Nulla di più sbagliato. La maggior parte dei ragazzi che non riescono a farsi un nome dopo il programma, sicuramente, la vivono male ma anche da parte loro ci vuole onestà. Non si può pensare di poter duettare con Giorgia o Robbie Williams ogni giorno. Soprattutto agli esordi. Per il bar di “Zia Maria”*, il classico baretto di paese, ci sono passati tutti da Morandi ai Beatles da Patty Pravo a Patti Smith da Laura Pausini a Madonna. Perché loro, i concorrenti dei talent dovrebbero esimersi da questo? In pochi la spuntano fuori dal programma e questo mi riporta alla mente tante stelle comete degli anni ’60 che incidevano un pezzo e poi cadevano nel dimenticatoio. Quanti, quanti nomi possiamo elencare? Infiniti. Capisco che lei Red parta da un punto di vista privilegiato, il suo Roxy Bar, vetrina in cui i tempi televisivi, oggi del web, sono labili e la passione per la musica rende ogni puntata completamente diversa l’una dall’altra non si può proprio paragonare a un Talent Show. 

Lei ha detto: Chi è Manuel Agnelli? Prima di X-Factor chi era questo Manuel Agnelli che ora finisce sulle home page di tutti i quotidiani online? Era uno che per avere un po’ di visibilità ha dovuto mostrare il pelo del pube sulla copertina di un giornale (Il mucchio selvaggio, ndr). Alla fine ci ritroviamo in programmi dove vincono i coach che sfruttano l’onda per far decollare o consolidare le proprie carriere. Come può Alvaro Soler giudicare gli altri?

Io le rispondo: Manuel Agnelli ha scritto canzoni di notevole spessore, il cui successo non è andato di pari passo con la fama. Il fatto che oggi lui abbia deciso di uscire dalla sua nicchia non credo interferirà con l’integrità dei suoi lavori futuri e se lo farà dobbiamo attendere il prossimo disco. Per il momento la sua band, gli Afterhours, è uscita con Folfiri o Folfox, un album molto personale, ma non sto qui a dirle cose che lei saprà più di me. Però, e qui mi vorrei soffermare, gli Afterhours sono stati apprezzati dal più temuto critico musicale italiano, MINA.

Mina ha inciso una cover di un loro pezzo, Tre volte dentro me e li ha voluti al suo fianco in Adesso è facile. Penso che, in quanto ad autorità sul campo, un riconoscimento della Signora Mazzini valga più, a livello di risonanza, del mio modesto parere di blogger. 

Per quanto riguarda la mercificazione della musica, credo che il problema derivi dalla mancata competenza del pubblico che non sa riconoscere il talento e compra dischi a caso; la colpa non è né dei concorrenti, né della TV ma del pubblico stesso che, per qualche motivo, ha smesso di cercare l’ago nel pagliaio, l’unicità.

Seguo il programma X Factor da anni, dopo un periodo di circa 5 anni di stop totale alla Tv. Ho cominciato perché Davide, il mio fidanzato, mi disse “Azz, Morgan parla come te!” e dentro questo format ho visto davvero pochi talenti. Uno è a mio avviso Loomy, un rapper che ha partecipato quest’anno e che mi arriva dritto come un pugno in faccia (e io non ascolto per nulla il Rap italiano).  Mi ha definitivamente conquistata con una stravolta -nel testo- ma rispettosa cover di Vasco Rossi. Detto questo, quando avrò un figlio e mi dirà “mamma ascolta questo pezzo, mi piace questo quadro” o qualsiasi altra cosa, gli chiederò il perché, vorrò una sua recensione, una presentazione che mi faccia capire le sue emozioni. Solo così possiamo salvare la Musica, imparando ad ascoltare con le nostre orecchie! L’Arte deve essere motivo di dialogo e confronto. Non deve esistere il “mi piace questo perché adesso passa in radio e quindi Bho”. L’ascoltatore, anche e soprattutto in tenera età, deve essere attivo.

https://youtu.be/gvpPuFUUoIU

Red-ronnie-david-bowieHo anche letto del Roxy Bar e mi dispiace sinceramente per la sua chiusura ma con lei non si sa mai, potrebbe rinascere sotto qualche altra forma, lei Red è pieno di sorprese!  

Infine la ringrazio perché, dopo tempo, mi ha fatto venire il desiderio di scrivere qualcosa di getto. 

Un caro saluto

Martina Saiu

https://youtu.be/2YomN4mJfv8

*tipico baretto di paese, il “Roxy Bar” come lo definisce lei, in cui puoi trovare l’avvocato e il disoccupato che commentano il Derby e i signori in pensione la mattina presto leggono il giornale.

Registratore multitraccia. Chi l’ha inventato?

Oggi mi sono svegliata con un quesito in testa. Vi capita mai? Il mio dubbio è: come e quando è nato il registratore multitraccia? Chi l’ha inventato?
Mentre facevo colazione ho così iniziato la mia ricerca e ho scoperto qualcosa di molto interessante.
L’uomo che ha inventato questo strumento è Les Paul, al secolo Lester William Polfuss. Les Paul è un genio chitarrista e inventore molto famoso per aver dato i natali a una delle chitarre più famose della storia: la Gibson Les Paul ma non solo…
Spetta a lui l’invenzione del registratore a 8 piste (registratore multitraccia) e la creazione di alcuni “storici” effetti come il Delay.
Ma veniamo all’oggetto che stanotte, in chissà quale sogno, ha destato la mia curiosità; il registratore multitraccia è uno strumento nato negli anni ’40 per mano del chitarrista inventore che con l’ausilio di un nastro magnetico dava la possibilità di registrare 8 tracce. Cosa significa? Significa che tutti gli strumenti, sino a 8, potevano e possono essere registrati separatamente. Non solo le classiche chitarra, basso e batteria ma anche cori, voci e sovra incisioni. Negli anni ’60 ci fu un vero boom dei multi traccia in sala d’incisione e gli artisti cominciarono a registrare non più in presa diretta ma separatamente.
Il progetto del registratore multitraccia è stato reso possibile grazie al patrocinio di Bing Crosby e della Ampex Corporation.
Il primo multitraccia a 8 piste della Ampex modello 5258 era molto grande, pensate che era alto 2 metri e pesava 110 kg.
Lo studio della macchina si è evoluto rapidamente aumentando la qualità del suono registrato attraverso questa meravigliosa invenzione!

Intervista. Kate Stone, tecnologia e strumenti musicali in carta

Ho scoperto Kate Stone guardando un documentario su Sky Arte. La sua Missione è trasformare l’esperienza che si ha con gli oggetti, permettendo a tutti di suonare musica senza nessuna formazione accademica. Kate ha fondato Novalia, in cui il suo team utilizza stampanti ordinarie per fabbricare elettronica interattiva e circuiti stampati a basso costo anche se di buona qualità. Sono rimasta così colpita  dalla sua idea che dopo aver terminato il documentario le ho mandato una mail per fissare un’intervista.

La tecnologia di Novalia aggiunge tocco, connettività e dati negli oggetti comuni. Noi giochiamo in uno spazio a metà tra fisico e digitale utilizzando meravigliosi sensori tattili stampati per collegare tra loro persone, luoghi e oggetti. Dalla cartolina ai grandi poster, la nostra stampa interattiva è spesso sottile come un foglio di carta. Fondiamo scienza e design per creare esperienze indistinguibili dalla magia.

Prima di scoprire il tuo progetto vorrei chiederti di parlarmi un po’di te. Qual è il tuo background e che  percorso ti ha portato verso la nascita di Novalia?

Nella mia vita ho attraversato numerosi cambiamenti ma non ho mai desiderato essere diversa. A scuola per esempio non mi sentivo capita, così sono stata bocciata.

In realtà anche io per molto tempo non ho saputo chi fossi.

Sono così partita  in Australia per 4 anni, in quel periodo ho conosciuto me stessa e sono diventata quello che sono.

Per fare ciò ho dovuto lasciare andare qualcosa: le aspettative.

Per essere se stessi si devono lasciare tutte le aspettative.

Non so perché ma le persone sentono sempre il bisogno di riflettersi nell’immagine che gli altri hanno di loro…

Ognuno deve affrontare il processo di costruzione della propria personalità  e per esprimersi è necessario essere svincolati da queste convenzioni.

Quando non hai nulla da perdere, in quel momento, puoi cambiare.

In 10 anni ho perso tutto quello che avevo così mi sono lanciata in una sfida emotiva e fisica.

  • Ho lasciato il mio lavoro, perché avevo bisogno di avere di più, così mi sono rinchiusa nel mio garage e ho cominciato a lavorare al mio progetto: il piano era non avere piani. Avevo bisogno di libertà espressiva che ho concretizzato attraverso le mie competenze scientifiche. Volevo essere un’esploratrice, in particolare nella “user experience” ma senza nessuna idea precisa, nessun piano. Ero così spaventata, così insicura ma ho dovuto farlo. Le persone si svegliano e vanno a lavoro vestite tutte uguali, ma chi sono? Quando si lavora in proprio non si hanno vincoli, si è più liberi ma è anche vero che lanciarsi in un progetto innovativo è abbastanza spaventoso. È stato difficile ma necessario.
  • Ho cambiato genere, da uomo sono diventata donna ma non voglio parlarne, anche se so che la cosa è stata parte del viaggio.
  • Sono stata in Coma: ho avuto un brutto incidente che mi ha mandata in coma.

Wow, tutte esperienze forti ma adesso sei qui, hai un bel sorriso, le tue idee finalmente hanno preso forma…

Si, una cosa che ho sempre saputo è che desideravo creare cose che facessero sorridere le persone. Quando le persone toccano e scoprono gli oggetti tornano bambine.

Bhe di certo quando ho visto il documentario su Sky ho sorriso pensando “questa donna indossa un cappello che funziona come la consolle di un dj!” (Kate sorride e indossa il cappellino). Tu usi questo berretto e tanti altri oggetti comuni per creare qualcosa di diverso dal loro utilizzo standard. Qual è stato l’input per trasformare tutte queste cose in esperienze inaspettate?

Se dovessi utilizzare una parola direi curosità. Mi incuriosiscono sia il funzionamento delle cose sia come le persone interagiscono con gli oggetti.

Anche come le persone suonano.

Sono curiosa anche di scoprire il futuro e il passato.

Le cose per me sono come puzzle. Conosci le palline natalizie con la neve dentro? Immagina ogni batuffolo di neve come il pezzo di un puzzle. Non importa se io sia sveglia o no, talvolta vedo quei fiocchi di neve andare avanti e indietro e cadere per comporre un disegno.

Come il Tetris?

Si qualcosa di simile solo che per avere il disegno devi agitare la pallina e devi rilassarti in modo che le tue idee inizino a comporsi. Ero anche molto affascinata dal mondo delle stampanti: mi sono quindi domandata “come posso usare le stampanti per produrre circuiti elettronici?” Quando ho lasciato il mio vecchio lavoro, nel quale mi occupavo di stampare oggetti in plastica, ho utilizzato lo stesso metodo per produrre nuovi materiali. Per capirci meglio, una delle domande che mi sono posta è: Come posso guardare gli oggetti esistenti ed essere con questi creativa? Il centro dell’idea non era come posso stampare circuiti elettronici ma come posso aggiungere elementi elettronici alla stampa? Mi sono quindi inventata una stampante elettronica che aggiunge elementi elettronici a libri, poster, giornali, come una cosa aggiuntiva alle cose!

Kate mi ha quindi mostrato il suo quaderno musicale e le ho detto ” è il mio preferito, con un oggetto simile le mie interviste sarebbero davvero musicali!”

Le cose di tutti i giorni, gli oggetti, sono i più interessanti. Una delle mie prime idee al riguardo è stata quella di aggiungere l’orologio digitale ai quotidiani. Poteva essere utile per chi sta aspettando un treno in stazione o per chi ha un appuntamento. Ma quello era solo il principio. Sarebbe stato troppo costoso ma da quel momento la mia mente ha trovato la direzione.

Penso agli ebook, questi sono la trasformazione di un oggetto in un emule digitale. Tu invece hai cambiato la normalità modificando l’interazione con le cose comuni!

Esatto, così l’idea del giornale in quel periodo è stata molto importante perché ha spostato le mie idee su un altro canale. Prima di quell’avvenimento ho dovuto  esplorare per 10 anni.

Nonostante l’ ambito scientifico, all’interno del tuo progetto non trascuri la creatività: arte, tecnologia, musica, user experience. Hai un approccio artistico alla tecnologia. 

Il mio approccio alle cose è strano.

Le persone fanno le cose come sono sempre state fatte mentre io le faccio a modo mio.

Ho incontrato anche persone davvero poco gentili. Soprattutto dopo aver avuto l’incidente.

La mia risposta è sempre stata la gentilezza. Io non sono una persona rancorosa. I miei amici mi hanno sempre detto “come puoi essere gentile con chi ti tratta male?” La mia attitudine mi ha permesso di ribaltare le cose e sono riuscita ad avere un dialogo con i colleghi di settore.

Come posso sviluppare idee senza un approccio artistico? Per me è l’unico modo di far funzionare le cose.

Tu stai portando la musica alla gente in un modo nuovo. Come vivi la tua idea ora che è reale?

La tecnologia, come gli strumenti musicali, ha un suo linguaggio che dice alle persone come essere usata. Mi piace quando le cose sono così intuitive che le persone si sentono invitate a usarle, giocare con loro e iniziano ad avere una sorta di approccio musicale, molto emotivo senza bisogno di conoscenze pregresse. Sai quando hai un violino in mano devi studiare per farlo suonare!

Exhibitionism. Recensione della mostra dei Rolling Stones

Exhibitionism!

Exhibitionism!

Exhibitionism!

Non potevo certo farmi scappare la mostra dei Rolling Stones, ho seguito sul web tutti i preparativi di questo grande evento ancor prima che lo scorso anno fosse dato l’annuncio ufficiale.

La settimana scorsa sono così partita a Londra e ci son rimasta qualche giorno. Ho diversi amici in città ma uno in particolare, Marcello, è come me un grande appassionato di musica e degli Stones. Ho quindi pazientato due giorni prima che lui avesse un intero giorno libero per addentrasi con me all’interno di Exhibitionism.

Infine il giorno è arrivato.

Exhibitionism, la mostra

Exhibitionism è un viaggio di oltre 50 anni in cui, attraverso oggetti, musica e suggestioni viene ricreata l’atmosfera magica e camaleontica dei Rolling Stones. In pratica non ci si trova solo davanti a una esposizione di oggetti ma si ha la sensazione di camminare lungo un percorso dinamico e interattivo, oltreché divertente.

L’esposizione è articolata in 9 sale tematiche con oltre 500 oggetti che spaziano dai diari personali, agli strumenti, dai costumi di scena agli appunti in sala di registrazione sino ad arrivare ai modellini per i palcoscenici e gli studi per le copertine.

Exhibitionism exposition 1-4

Sale 1 e 2 Ladies & Gentlemen + Chitarre

L’ingresso alla mostra è caratterizzato da una prima sala con un’enorme scritta al neon “Ladies and gentlemen” ai cui due lati sono rispettivamente indicati in maniera dinamica Video/sonora gli album ufficiali da una parte e dall’altra mappa con Tour e chilometri percorsi in 54 anni di carriera. Un momento emozionante, un’introduzione potente  e suggestiva anche per chi li conosce molto bene. Dopo essersi ripresi si viene immediatamente catapultati in una seconda sala con interi muri ricoperti di chitarre più una divertente sorpresa.

Le prime chitarre che ho osservato sono quelle di Keith Richards e raccontano l’evoluzione del suo suono alternando le prime Epiphone, Gibson e Fender sino ad arrivare a una fantastica chitarra a cinque corde fatta su misura per lui. In sala è presente anche una stupenda chitarra acustica di Mick Jagger che ritroverete facilmente negli scatti fatti a Nellcôte in periodo Exile on Main Street e una decina di armoniche.  Stupende anche le chitarre di Ronnie Wood.  A questo punto la sala sembra terminare ma al centro sono presenti dei Tablet con cuffie che simulano un multi traccia a 8 piste in cui potere ascoltare 8 pezzi della band tra cui Angie, Sympathy for the Devil e altre, isolando tutti gli strumenti o mixandoli a vostro piacimento. Questo è stato per me uno dei momenti più divertenti, se siete appassionati di missaggio vi divertirete alla grande. Io e Marcello siamo rimasti lì per un bel po’.

exhibitionism ladies and gentlemen

Sala 3 Edith Grove

Dopo aver fatto il pieno di emozioni nelle prime due sale sarete pronti al viaggio nel tempo.  Riavvolgete gli orologi perché in pochi passi arriverete nella prima malconcia casa in cui i Rolling Stones hanno vissuto al’inizio della loro carriera. Meticolosamente ricostruita secondo i racconti della band, Edith Grove, rappresenta l’inizio dei giochi. Troverete taccuini di Keith Richards,  i primi contratti della band, il primo disco inciso con nome Rolling Stones, poster foto e al centro della sala una scintillante batteria di Charlie Watts.

Un’emozione dietro l’altra. Credetemi.

exhibitionism rolling stones

Sala 4 Recording

Vi troverete poi catapultati in uno studio di registrazione in mezzo ad appunti, registratori a bobine e il primo disco (prototipo) di Exile on Main Street. Se come me siete appassionati di tecnologia potrete ascoltare le testimonianze della band e quella di Don Was, attuale produttore dei Rolling Stones, che vi parleranno di come dagli enormi registratori a bobine degli anni sessanta si sia rapidamente passati a tecnologie minuscole e digitali. Interessante la riflessione di Keith Richards sui registratori a 2, 4, 8 e 24 piste. Dedica spazio all’argomento anche all’interno del suo libro Life.  A questo punto penserete che la mostra sia finita invece dovrete salire al secondo piano per continuare il viaggio.

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Sala 5 Film & video

Locandine e spezzoni ripercorrono la storia della band da Shine a light di Scorsese sino a Simpathy for the devil di Jean Luc Godard. Artisti che si interessano di altri artisti. Interessante l’intervista a Martin Scorsese.

Sala 6 Art & Design

Sala dedicata alla contaminazione, punto di forza dei Rolling Stones che sin dagli esordi hanno scelto con cura gli artisti a cui affiancarsi per la realizzazione delle copertine dei dischi. Passerete dall’omonimo del 1964 a Let it Bleed sino alla divertentissima gestazione per la copertina di Some Girls, oltreché per il prototipo di Exile on Main Street opera di Robert Frank. Vedrete inoltre l’emozionante nascita del logo, opera di John Pasche, all’epoca studente del Royal College of Art.

Gli Stones sono sempre stati dei creativi che si sono affiancati ad altri artisti come Andy Wharhol che ha disegnato alcune delle più famose copertine per gli Stones come Sticky Fingers e Love you Live.  Arriverete poi alla sezione dedicata all’evoluzione del palcoscenico con tanto di modellini originali proposti alla band da artisti e architetti.

Il più maestoso è, a mio avviso, quello creato per Bridges to Babylon in cui mi sono soffermata a lungo. Non che gli Stones abbiano bisogno di particolari Stage per risaltare, a me andrebbero bene anche nel pub dietro casa! Tuttavia l’intelligenza con cui sono stati studiati i loro palchi è davvero impressionante. Un punto di vista nuovo sulla loro storia che mi ha appassionata parecchio nel corso della mostra e che adesso desidero approfondire.

Sala 7 Style and Costumes

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Io che frugo nella memoria alla ricerca di foto in cui Mick Jagger indossa questi abiti

Io e Marcello non abbiamo scattato foto all’interno dell’esposizione perché troppo presi dall’esperienza, tuttavia lui mi ha scattato questa mentre ammiravo gli abiti di Mick. Questa parte della mostra presenta una serie di abiti storici della band. Tweed, velluto e merletti hanno presto lasciato spazio agli abiti elasticizzati di Mick Jagger e alle famose giacche maculate di Keith Richards usate nel periodo Vodoo Lounge, il risultato è un tripudio di stoffe e colori, di anni che passano e di stile che cambia. Non solo in musica.

Sala 8 Rare e Unseen

Non potevano mancare oggetti rari o mai visti prima come la valigia guardaroba di Keith Richards che sembra quella di un pirata o la piccola batteria giocattolo di Charlie Watts, la sedia da barbiere e alcuni quadri di Ronnie Wood.

Sala 9 Peformance 3-D

Approderete nel back Stage tra chitarre, amplificatori, monitor, cavetti e camerini e poi… non vi svelo il finale in 3D!

Costi e info

La mostra è decisamente più vasta di quanto mi aspettassi, con 9 sale in cui ho trascorso molto tempo, oltre 4 ore e mezza. Il costo del biglietto  di ingresso è di 23 pound (circa 27 euro) e al momento potete visitare Exhibitionism alla Saatachi Gallery di Londra, ma affrettatevi perché chiuderà il 4 settembre per iniziare il suo Tour alla conquista di New York, dove aprirà in Novembre.

Per maggiori dettagli sulla mostra visitate il sito ufficiale.

Ho appena scoperto una radio dedicata agli Stones!

Intervista. Antonio Aiazzi dalle tastiere ai giochi da tavolo, dai Litfiba all’Opera rock

 

Ho iniziato ad ascoltare i Litfiba nel 1989, in terza elementare. La mia prima cassetta originale della band è stata quella meraviglia di 

Aprite i vostri occhi 12-5-87. Li ho anche visti nel tour Pirata a Cagliari, nell’estate del 1990 e ho rischiato d’essere schiacciata da un cancello sfondato dai loro fans. Fortunatamente mio padre si è accorto e mi ha scaraventata a distanza, così me la sono cavata con qualche livido. Il mio secondo concerto è avvenuto il 21 agosto del 1993: Terremoto. Questo è stato il primo vero Live della mia vita perché a quel punto  conoscevo abbastanza bene i Litfiba per provare sia gioia sia consapevolezza. A mio parere le  tastiere di Antonio Aiazzi sono state fondamentali per il sound creato dalla band, ho sempre rimarcato questa mia convinzione, senza di lui sarebbero stati un’altra cosa. Ecco l’intervista:
Quando ha iniziato a suonare?
A circa sette anni, entravo di nascosto in camera di mia sorella per suonare una pianola (una Frontalini accordion elettric) che doveva essere il primo passo per dei suoi studi di piano. Ma è andata in un altro modo…
Nel corso del tempo i Litfiba hanno cambiato stile. Da tastierista, che rapporti ha con la tecnologia -intesa come attrezzatura per fare musica-? Preferisce il vecchio sound o le novità? 
Oggi mi piace mischiare, quindi posso suonare una fisarmonica un po’ scordata e calante e suonare MAIN STAGE dentro un Mac. Sto pensando di trovare anche strumenti elettrici un po’ vintage . Il suono è scoperta, ma tornare indietro a sentire anche suoni dimenticati può esserlo. In questo momento sono di nuovo attratto dal suono anni ’60.
C’è un’occasione particolare in cui avete capito che i Litfiba stavano diventando “grandi”, conosciuti ovunque?
Ci sono stati degli avvenimenti che ci hanno fatto salire ogni volta uno scalino, ma la nostra gavetta ci ha insegnato che dovevamo lavorare molto. Comunque non mi sembra che abbiamo mai avuto l’impressione di avere fatto Bingo. Già essere indipendenti dai genitori era un bel risultato.
Secondo lei è cambiato il pubblico?
Sicuramente si, è cambiato nel senso che è scomparso! Ma comprendo quello che sta succedendo, siamo dentro la generazione della pigrizia tecnologica multitasking. Funzionano solo i grandissimi eventi da stadio.
 
A un certo punto ha messo da parte la musica, almeno ufficialmente, per dedicarsi ai giochi da tavolo. Come è nata l’idea di avventurarsi in questo settore?
L’idea non è mia ma di mia moglie, che un giorno nel 2007 ha pensato di fare un gioco sulla Toscana, un Trivial. Io sono sempre stato un appassionato di giochi (e scherzi) e le ho dato una mano. Poi è diventata una attività con altri prodotti, adesso stiamo preparando dei nuovi giochi sotto il nostro marchio Giochi Briosi.
A parte il tour con Gianni Maroccolo “Nulla è andato perso” ha altri progetti musicali -e non- in cantiere? 
Musicali, un’ Opera Rock con degli amici, ci stiamo lavorando da un anno e adesso siamo alla fase “cerca il produttore.” Poi ho anche iniziato a lavorare ad un’ idea musicale/visiva sperimentale, ma adesso non ho tempo e testa.
Che musica le piace ascoltare? Mi suggerirebbe qualche disco?
Ormai non è più questione di quale musica, ma di cosa ti arriva o no. Suggerisco un’artista che mi ha sbalordito, sentendo una sera la sua voce in radio: Lianne La Havas. Ma questo genere di meraviglie spesso sono molto personali.
Grazie!                  

 

Lunga Attesa dei Marlene Kuntz, altro che ritorno al passato!

Ormai è ufficiale, Lunga Attesa è una delle novità più interessanti del momento, l’ascolto a nastro continuo e mi ci perdo.
Questo disco non è un semplice album, no, è una fotografia. Lo accosto idealmente a Guernica in quel lontano 1937, giusto un attimo prima che le bombe arrivassero.
I colori usati sono già quelli di Picasso ma il momento è nostro, con piccole spaccature solari e intensi momenti immobili.  Lunga attesa è stupendo e implacabile in tutta la sua autenticità.
Narrazione racconta pensieri comuni di persone comuni accomunate dall’assenza di un pensiero critico. Una realtà così non può che portare la noia in chi invalida il mucchio non buttandocisi dentro. Se la cosa non vi è chiara probabilmente è perché non c’è niente di nuovo in tutto questo.
Tutto è già stato assorbito e assimilato.
Modificato il DNA.
Questo pezzo mi ha assalita. L’ho riascoltato parecchie volte facendomi del male ma è così crudo, quanta insensibilità abbiamo accumulato?
Perché tutti continuano a dire che Lunga attesa è in linea con i primi dischi dei Marlene Kuntz? Per me è così contemporaneo che non ritrovo alcuna affinità concettuale con gli anni ’90: questi Marlene parlano di altre cose. Mi rendo conto di dissentire da tutte le recensioni che ho letto ma pare queste si moltiplichino a dismisura ripetendo sempre la stessa filastrocca. Io colgo temi e strutture differenti rispetto ai dischi icona della band. Un nuovo logo. Un’attesa lunga in un percorso ostico.
Una strada lunga, attesa e battuta lentamente si divide in due rami: l’universale incomprensibile e il vuoto cosmico sociale. Un po’ di requie è un amore distruttivo e intenso che si spera non finisca mai. Il sole è la libertà di chi estrae sostegno dall’unicità dei rapporti umani. Potrebbe anche essere una dichiarazione d’amore a un figlio. Potrebbe. E poi arriva Leda, l’unico pezzo che non amo o almeno così dovrebbe essere, se non fosse che al minuto 3,07, all’improvviso arriva una rovinosa caduta agli inferi: la batteria accelera il mio ritmo cardiaco accompagnata da quel basso che è un fucile.
Mi stende.
Ogni volta.
Mi stupisco e la riavvolgo.
Questo è talento.
Poi c’è città dormitorio. Un mostro che avanza lento, così l’ha descritta Godano. Concordiamo. Non so perché ma empaticamente mi ricorda Black Sabbath e War Pigs dei Black Sabbath. Non hanno nulla a che vedere se non quell’oscuro immobilismo che cammina deformato, deformante e senza luce. Ma non finisce qui. No. Perché questo disco è intriso di perle, di innovazioni repentine e disarmanti. Al minuto 4,25 c’è un coro incredibile. Sembra Chernobyl e quelle voci paiono bambini. Fa paura da quanto è struggente. Sulla strada dei ricordi il sentiero non è certo migliore, ascolto rimpianti e punti interrogativi, note che dilatano i pensieri. Un attimo divino spezza la catena, umano e arruffato, finalmente il cuore palpita di speranza. Il tempo di un respiro. Fecondità è un treno da prendere al volo, rapido e meraviglioso, una freccia rossa che chiede silenzio. E i toni non sono certo amichevoli.
Formidabile chiude il cerchio.
Ora servirebbe una chiusura ad effetto o forse no.
10 e infiniti +


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Intervista. Cristiano Godano racconta Lunga Attesa e i primi 25 anni dei Marlene Kuntz

Venerdì scorso ho avuto il piacere di fare quattro chiacchiere con Cristiano Godano in relazione all’ultimo disco dei Marlene Kuntz, “Lunga Attesa” e ai primi 25 anni della band…
 
Questo è un LP estremamente tosto, contemporaneo e dinamico: oltre al tiro pauroso -un vero muro- le tematiche affrontate sono un lucido affresco del momento in cui viviamo. Non capita spesso ma in questo disco c’è davvero un intero periodo storico. Inoltre Lunga Attesa è in movimento: ogni traccia contiene al suo interno una variazione o qualcosa che, quando credevo di aver afferrato il senso, mi ha stupita. Complimenti.
Grazie (sorride)
Mi racconti un po’ della stesura?
La composizione è simile a quella degli altri dischi, di solito noi andiamo in studio e proviamo a fare musica che ci sorprenda, che non ci dia la sensazione di averla già eseguita. Cerchiamo di non avere consapevolezza, cioè non andiamo in studio dicendo “dobbiamo fare quella cosa in quel modo perché poi la produrremo in questo modo e funzionerà per un certo tipo di pubblico e per le radio”. Noi non siamo fatti così. Di solito ci incontriamo per suonare, in questo caso l’unico nostro presupposto è stato “impediamoci di essere soft”. Ogni volta che ci ammorbidivamo un po’, cercavamo poi di fare una roba tosta. Avevamo voglia di questo. Poi le cose
venivano da sé, per esempio, il pezzo che hai sentito nel sound check (città dormitorio), è un brano lento.
Però che muro, secondo me è uno dei più potenti del disco, è un macigno!
Si certo, una cosa voluta è stato avere due o tre pezzi che “tirano indietro”, sempre con questo mood pesante ma più adagio. Città dormitorio è un mostro che avanza con lentezza e mi ricorda un po’ un certo tipo di doom metal. Volevo quel tipo di effetto lì. A un certo punto dicevamo “non facciamo roba molle finché ci riusciamo” ma per noi è impossibile abbandonarla completamente. In effetti il disco contiene due o tre pezzi così, pur cercando nel complesso un piglio più tirato.
Dopo aver fatto le mie riflessioni e stilato le domande ho letto, per curiosità, un po’ di recensioni. Io ti ho già fatto la mia ma ho notato che, spesso, Lunga Attesa è considerato un filo diretto col passato. Cosa pensi di questa affermazione?
Le letture sulle nostre cose molto spesso ci hanno spiazzato, deluso e tante volte non le avevamo messe in conto. Noi non abbiamo un animo provocatore, per esempio, quando abbiamo fatto Uno non volevamo andare controcorrente tipo “voi volete le chitarre distorte e noi facciamo questa cosa qua”. No. Per noi era un disco che poteva andare in quella direzione.
Tu sei un artista non devi farlo per me, principalmente chi deve godere del disco sei tu. No?
(Cristiano annuisce) Un po’, più vai avanti e più sei consapevole di quello che stai facendo e sarebbe veramente falso se io ti dicessi che faccio musica solo per me, la realizzo sperando che piaccia alla gente però mai per ottenere un certo tipo di effetto. Io so solo che cerco di fare buona musica e quindi spesso le reazioni mi, ci hanno dato dispiacere, così alla fine ci siam detti “Vabbè forse non capiscono un cazzo. Loro.” Questo tipo di reazione, su Lunga Attesa dico, era un po’ più prevedibile però (ride), ti pare che una band un minimo intelligente dica “andiamo a fare un disco che sappia di passato”, no? L’unica nostra remora era sul fatto che avremmo usato solo chitarre, quando i dischi così oggi sono pochi e non sono considerati la cosa più cool, anche nell’ambiente più underground eccetera eccetera. Ci siamo quindi preoccupati di farlo risultare moderno anche senza le tastiere che oggi vanno molto. Proprio l’esatto contrario delle cose che hai letto! (sorridiamo)
Io ho sempre inteso le dinamiche relazionali all’interno di un gruppo un po’ come i rapporti di coppia, quindi vorrei chiederti: come riuscite a mantenere la passione accesa dopo oltre 20 anni assieme?
Non c’è il sesso di mezzo. Noi siamo eterosessuali quindi tra di noi non c’è mai stato nessun interesse in questo senso. Il sesso spesso crea danni all’interno dei gruppi. Secondo me la maggior parte delle coppie scoppiano per problemi legati ad esso, la passione è difficile da mantenere quindi non avendo dinamiche di questo tipo è più facile portare avanti la band. Sorrido ma credo di non dire una stronzata. Poi i Marlene Kuntz stanno assieme
ormai da 25 anni e per me questo è miracoloso e sicuramente rimarchevole: noi siamo realmente amici, realmente solidali e realmente stimolati a vicenda. Tutt’ora non ci siamo stufati l’uno dell’altro: ogni volta che andiamo in sala prove sappiamo cosa l’altro può dare ma siamo anche certi che proverà e riuscirà a sorprenderci. Non è da tutti questa cosa.
Torniamo al disco, i testi sono nati in contemporanea alla musica o in un secondo momento?
Io penso sempre i testi dopo che la musica mi ha dato un po’ di supporto anche perché cercano sempre di stare dietro al suo mood. L’80% della musica qui dentro è cattiva, sostenuta, acida, così i testi avevano bisogno di una chiave di lettura che fosse coerente.  Alcuni mi hanno detto “Cristiano i testi stavolta son proprio incazzati”, io non credo che fosse quello il mio spirito ma ho senz’altro cercato una resa efficace trovando argomenti di discussione che mi prendessero, ovviamente. Non voglio certo scrivere di qualcosa che non sento! (sorride) In questo caso bisogna avere la calma per aspettare la cosa giusta che ti faccia sentire a casa in quel momento.
Mi è venuto in mente il testo di Niente di nuovo. Ricordo che nei primissimi ascolti è stato uno dei brani che mi ha maggiormente commosso. È particolarmente toccante, ho avuto il bisogno di riascoltarlo subito più volte.
Capisco, credo che sia il mio pezzo preferito del disco. (sorridiamo)
Un evento bellissimo legato a Lunga Attesa è il contest che avete creato lanciando questo testo nell’etere (i Marlene Kuntz hanno pubblicato il testo di Lunga Attesa prima dell’uscita del disco, invitando i fans a utilizzarlo per creare un proprio brano) ricevendo in cambio ben 200 versioni!
Sono 320 non 200! La cosa ultima che il pubblico ha ricevuto è arrivata in maniera sequenziale, molto lentamente. Preciso che noi non l’abbiamo pensata come contest perché non ci piacciono.
Però la ricompensa è stata molto bella (i video dei primi 30 pezzi finalisti sono stati postati sui canali social della band).
Si per carità, era un atto dovuto trovare un premio perché abbiamo chiesto alla gente di fare una cosa anche se non esattamente per noi ma più per la creatività. La cosa è nata in un certo modo: coi Marlene cerchiamo di rendere la nostra pagina facebook un po’ interessante e pubblichiamo ogni giorno la canzone del mattino e quella della sera.
A me è capitato spessissimo di imbattermi nell’una o nell’altra, è una buona idea!
Pubblichiamo alle 11 e alle 21 come se fosse un po’ una radio e a un certo punto abbiamo pensato di fare “il testo della settimana” a disposizione della gente dal punto di vista della sola lettura, così abbiamo iniziato a postare quelli vecchi sganciandoli dalla musica. In prossimità della chiusura del disco ho avuto il guizzo di postare un testo nuovo, di una canzone non ancora pubblicata, Lunga Attesa. Addirittura inizialmente, preso dall’entusiasmo, ho pensato di pubblicarli tutti, uno a settimana. Però poteva diventare una cosa un po’ pesante e forse sgradita al pubblico che avrebbe potuto dirci “preferisco leggermi i testi quando esce il disco.” Così ci siamo limitati a uno, da lì a farlo musicare il passo è stato molto breve, il risultato è stato sorprendente e davvero inaspettato. Pensavamo “la gente sentirà che il testo funziona” ma in tutta onestà nessuno di noi avrebbe mai immaginato di ricevere oltre 300 versioni. Le abbiamo ascoltate tutte eh!
Per correttezza e per curiosità immagino…
Si esatto, proprio per questo.
Oltre i primi 30 avete fatto altre piacevoli scoperte?
Si assolutamente, ci siamo posti un limite di 30 brani scegliendone 10 a testa. C’è un sacco di roba che mi ha davvero incantato. Realmente. Abbiamo tenuto fuori qualcosa che ci piaceva moltissimo. Figo.
Questa iniziativa è molto umana, nel senso che spezza un sacco di
barriere
Si ma in maniera concreta, facendo cose! (sorride)
Esatto, mannaggia, se vi avessi mandato la mia… mi avreste cestinata!
(Rido) Non abbiamo cestinato nulla, tu l’hai fatta?
No, per fortuna vostra!
Magari saresti finita tra le prime 30, chissà! (ridiamo)
Ho poi chiesto a Cristiano di scattarsi una foto per supportare il mio sogno, #martinameetstones e ci siamo messi a chiacchierare di Mick Jagger.
Hey Cristiano, gli Stones stanno assieme 52 anni, vi hanno superati!
Martina, son molto più grandi di me, dacci il tempo di raggiungerli!
Bhe si in effetti! (risata generale)
Ci siamo infine salutati con un sorriso! Di Cristiano mi hanno colpita la semplicità come la sua simpatia e l’affabilità. Credo che da questa intervista traspaiano candidamente. Mi son anche avvicinata a Riccardo e ai due Luca per farmi autografare il vinile, con loro s’è parlato del disco e di quando li ho visti Live nel 1996. Andando via ho pensato “E se avessi avuto il coraggio di chiedergli un’intervista quando avevo 15 anni?” “Perché non ci ho pensato?” Chissà perché ho iniziato a fare ciò che amo, scrivere di musica, solo tanto tempo dopo…

Il concerto

La sera al Biggest di Samassi, una discoteca bellissima e assai vintage, ho assistito al concerto. Io stavo un po’ defilata accanto a Riccardo Tesio dove, inspiegabilmente si sentiva benissimo! Da quella posizione mi sono concentrata per
parecchio tempo sulle chitarre e sui ping pong armonici tra lui e Cristiano, spettacolari, come la loro intesa fatta di gestualità rituali. Dall’altra parte c’era Luca Saporiti che -diciamocelo pure- ha un tiro pauroso. Il pezzo in cui mi ha emozionata di più è senz’altro Leda, esattamente nell’improvviso cambio in cui a ogni nota corrisponde un terremoto. Al centro Cristiano Godano, carismatico e passionale in tutta la sua esplosiva pacatezza. Ho osservato anche Luca Bergia che ha pompato il sangue alla band per tutto il concerto come un cuore in corsa: alla grande! Mi ero ripromessa di andare a salutare i Marlene dopo lo spettacolo poi ho pensato a quante persone sarebbero state lì a dire la loro, scattando foto tra baci e abbracci e sono andata via senza aggiungermi al carico umano ed emotivo che li avrà avvinghiati a sé nel post concerto.  Lunga Attesa è una bella storia che spazia e sorprende sia su disco sia dal vivo. Andate a vedere i Marlene Kuntz, spaccano!
Ringrazio mio fratello Guido per le foto.

Intervista. Massimiliano Casu, musica e urbanistica partecipativa

Qualche tempo fa mi è capitato di venire a conoscenza di uno dei tanti progetti di Massimiliano Casu che, partendo dallo studio dell’architettura, ha esteso le sue ricerche alle dinamiche dell’incontro e della collaborazione
attraverso le pratiche musicali.  Dietro gli eventi e le performance che lui e il grupal crew collective organizzano, c’è una ricerca dedita allo studio dell’urbanistica partecipativa in cui la musica è lo strumento che stimola l’incontro, il dialogo e la collaborazione nello spazio pubblico. Bell’idea, vero? Ho avuto il piacere di scambiare due chiacchiere con Massimiliano, ecco la trascrizione!
Massimo, leggendo il tuo blog ho notato che ti occupi di moltissime cose, partiamo dal pricipio, qual è il percorso che ti ha portato in Spagna?
Io ho studiato Architettura a Cagliari e mi sono annoiato parecchio, credo sia una cosa comune a tanti studenti perché, almeno quando frequentavo io, non era la facoltà più stimolante del mondo. A un certo punto mi sono interessato di comunicazione e mi son traferito a Madrid per frequentare un master in comunicazione e architettura appassionandomi di urbanistica partecipativa, inizialmente in una direzione molto pratica e manuale. Ho poi voluto approfondire questa disciplina che non ha mai trovato cittadinanza nei dibattiti sull’architettura e per dirla tutta è stato più semplice organizzare alcuni progetti classificandoli come artistici. Tieni presente che gli interventi che facciamo negli spazi pubblici, come ristrutturare una piazza cercando di coinvolgere gli abitanti del quartiere, sono sempre stati finanziati da Centri d’Arte e affini.  Mi sono poi interessato d’Arte pubblica e da lì è stato un
cammino di estrazione degli elementi che mi interessavano: in tutte le pratiche partecipative di costruzione urbana la cosa più importante è come si genera il dialogo tra i partecipanti e tra tutti i linguaggi possibili per la comunicazione, uno dei più potenti è senz’altro la musica.
Il più immediato senza ombra di dubbio…
Si per varie questioni, la musica è un linguaggio non è verbale e coinvolge molte cose come il corpo e le emozioni ed è senz’altro molto efficace.  Da profano, autodidatta e un po’ da impostore ho iniziato a usare questo strumento per cercare di raggiungere lo stesso obiettivo che si persegue con la costruzione urbana.
Sei in un limbo tra pratica artistica, musica e architettura pubblica, ho capito bene?
Esatto, la musica è lo strumento che utilizzo per costruire un ambiente urbano più partecipativo, collettivo.
Il tuo percorso è passato dalla realizzazione architettonica materiale, quella del “mattone” (uso questa parola con cognizione di causa) a un’idea di costruzione immateriale, intangibile; è come se tu costruissi una piazza e poi la animassi di persone
Si, però il cambio di prospettiva non è radicale. Quando studiavo architettura mi interessavo di semiotica e il mattone non è mai solamente un mattone…
Ovviamente, avendo studiato Storia dell’Arte mi sono approcciata all’architettura da un punto di
vista storico, artistico e umano, sia chiaro!
L’elemento simbolico della musica è presente anche nella costruzione urbana per cui questo è solo un cambio di prospettiva. Per me la musica, in particolare la pratica della festa, sono un laboratorio architettonico dove la gente sperimenta nuovi modi di relazionarsi e usare il corpo; attorno a queste dinamiche si può costruire una città migliore.
È un ottimo punto di partenza e al contempo obiettivo per costruire una città diversa, partecipativa. Essendo molto appassionata di musica sono stata spesso a grandi concerti, penso a Paul McCartney ai fori imperiali nel 2003 con 500.000 persone o a Roger Waters con The Wall al Mediolanum e tanti altri. In quelle occasioni è assolutamente normale entrare in confidenza con perfetti sconosciuti magari mentre si fa la fila al botteghino o prima dell’inizio del concerto. In queste situazioni ci si sente avvolti da un senso comunitario familiare, si indossa una divisa e si innesca una comunicazione naturale di cameratismo. La pratica della festa è in una dimensione simile ma meno organizzata, penso al palco, alle strutture fisse che dividono la band dal pubblico o le zone all’interno di uno stadio. La festa abolisce queste sovrastrutture.
Ci sono due aspetti che mi interessano molto uno è l’universo del bass drop, momento più carico del pezzo che viene dopo una salita graduale. Ci sono degli studi sociologici su come la gente si comporta in situazioni collettive e proprio in quel momento si è individuata una totale pienezza individuale accompagnata a una identità di gruppo diffusa e diluita.
Il momento in cui si
raggiunge il top sia come individui sia come collettività
Esatto. La tua pienezza individuale e al contempo la totale
fusione con la collettività è ciò che cerco con le mie pratiche musicali.
Parliamo delle tue
attività, spulciando sul tuo sito ho visto alcuni video molto interessanti il
primo era all’interno di un bar. Tu eri in consolle e nei tavoli c’erano dei sensori che le persone potevano utilizzare per contribuire alla creazione del pezzo
Questo progetto cerca ancora la sua identità. I sensori rilevano le variazioni di capacità quando la gente mette la mano sopra, creando un suono mentre io organizzo l’architettura del set. A volte. Penso, per esempio, ai set di batteria riflettendo su come influenzino la partecipazione, poi controllo le dinamiche tra le persone e i volumi. Il video che hai visto è stato girato a Cagliari, al Bar Florio.  Uso anche altri strumenti come il video tracking in cui una telecamera rileva i movimenti e da lì si attivano le note. Questo è fondamentale quando lavori con bambini perché sono un pericolo per i sensori fragili! Questa ricerca permette di osservare come le persone usano il corpo, lo spazio e gli oggetti per comunicare.  E poi mi diverto molto. La cosa bella è l’aver trovato il modo per fare ricerca e lavorare su temi delicati in una maniera molto semplice.
Sicuramente è una struttura semplice ma non mi pare che il tuo approccio lo sia, anzi…
Ti ringrazio, ci sono molti punti di vista al riguardo a me piace riflettere bene, altri preferiscono l’improvvisazione, l’accesso immediato. Annualmente facciamo una festa al Matadero di Madrid in un centro d’Arte molto interessante, in cui ci sono dj set collettivi: la gente si scrive e può mettere su la sua playlist con 3 dischi e ha il suo momento di gloria con tanto di video proiettato sui maxi schermi. Gli facciamo vivere l’esperienza come quella dei grandi dj. La festa in sé è molto semplice e molti dei partecipanti la vivono come una serata divertente mentre per noi è una performance collettiva in cui si sperimentano le gerarchie liquide e come possiamo rendere compatibile l’essere il leader del gruppo mentre si è in consolle per poi tornare tra il pubblico. È un esperimento anche su come teatralizziamo le nostre azioni.
Devo aver letto qualcosa sul tuo sito e benché io non abbia scritto domande, tra gli appunti ho segnato “strade possibili”
Le cose di cui abbiamo parlato sono il cuore delle mie ricerche e al momento non so definirne il futuro ma ci sto lavorando (ride), però in termini di prospettive metterei l’accento sulle dinamiche dell’incontro e della collaborazione. Un’altra questione che mi appassiona molto è quella del laboratorio di idee, il laboratorio creativo. Per esempio qui a Madrid c’è un gruppo che balla Salsa, i Salsodromo, in spazi abbandonati o recuperando piazze, sempre negli spazi pubblici. Vorrei precisare che quando parlo di collaborazione e partecipazione la cosa non ha sempre una valenza positiva, non necessariamente l’incontro dev’essere una rimpatriata tra amici, può anche scaturirne un conflitto. La musica è una delle prime questioni di conflitto. Anche questa è una cosa molto interessante. Il dialogo non necessariamente deve mettere d’accordo ma è molto importante per riconoscere le posizioni dell’altro.
Un’altra delle tante cose che mi hanno incuriosito è il progetto Demos, mi spieghi cos’è?
Demos nasce dal concetto di identità narrative, in pratica è come se l’individuo non esistesse se non c’è un interlocutore. In questo senso la musica è molto importante, quando la ascolti o la crei ti colloca, mettendoti in relazione con gli altri.
Registrazione Demos, Cagliari

Se io avessi un pezzo nel cassetto, come potrei partecipare?

Lanciamo un bando nelle varie città quando abbiamo le
risorse e le persone si iscrivono. In una sessione di tre ore si compone,
produce e registra il pezzo. C’è chi ha una canzone, un sogno e chi non ha
nessuna idea ma vuole partecipare.
Produciamo i dischi in cicli compatti per cui ogni città ha il suo. Ci
piace pensare che l’album sia un modo di raccontare i luoghi, le città in cui sono fatti. Il progetto va molto bene, l’anno scorso l’abbiamo portato in 4 Paesi del centro e Sud America. Al momento dovremmo avere all’attivo circa 10 dischi. Li trovi su www.demos.international.

Se passerete a Cagliari, vorrei partecipare!

L’abbiamo già fatto! Io vivo la mia dimensione da espatriato un po’ frustrato, quindi cerco sempre di portare lì i progetti che realizzo altrove. A Cagliari il progetto Demos è stato realizzato a Sa Domu, una scuola occupata appoggiandoci al laboratorio musicale di Danilo Casti, quel disco è venuto un po’ più rumoroso degli altri ma è molto bello e convive accanto ad altre 8 città del mondo tra cui Montevideo, San Salvador, Madrid, Bogotà…

Massimiliano ha in ballo molti altri progetti che vi stupiranno, a questo proposito vi consiglio vivamente di fare un salto
sui suoi canali:

Todo Modo. Intervista a Giorgio Prette e Paolo Saporiti

Due settimane fa ho avuto il piacere e la fortuna di intervistare Giorgio Prette e Paolo Saporiti dei Todo Modo. Dopo aver visto 9 volte gli Afterhours posso affermare con certezza che adoro il piglio di Giorgio Prette alla batteria: con estrema naturalezza passa dalla suonata super tosta a quella elegante tipo Ringo in Something, avete presente? Altro artista a me noto e Xabier

Iriondo, talentuosissimo chitarrista che oltre alla 6 corde, sul palco e in studio, si diletta con loop station e altre diavolerie per creare suggestioni incredibili!   Il trio dei Todo Modo si completa con Paolo Saporiti, un cantautore che non conoscevo e che mi ha conquistato immediatamente… Ecco l’intervista:
Partiamo subito con il tasto dolente (Giorgio e Paolo fanno due facce perplesse), Giorgio in tanti continuano a chiederti perché sei andato via dagli Afterhours. Secondo me sei stato più che esaustivo nel comunicato stampa ufficiale quindi voglio avvertirti che non ti chiederò nulla.
(Paolo e Giorgio Scoppiano a ridere) Meno male, anche perché siamo qui con i Todo Modo…
Esatto! Ho però una domanda per entrambi (facce nuovamente serie e perplesse), come state, come è andato il viaggio? Paolo mi ha accennato al mare burrascoso… (risata generale)
Giorgio: C’è chi è navigato…
Paolo: e chi meno
Giorgio: Io ho dormito benissimo, in cuccetta si stava molto meglio
che nel tragitto dal bar alla stanza, il mare era così agitato che quando stavamo in piedi sembrava avessimo bevuto assenzio…
Prima domanda per Giorgio, con Xabi vi lega una forte amicizia, c’è un momento particolare in cui sono nati i Todo Modo?
Si, nell’estate del 2013 in concomitanza con la mia decisione di lasciare gli Afterhours che è avvenuta un
anno e mezzo prima che diventasse di dominio pubblico. All’epoca stavamo lavorando su Hai paura del Buio? che abbiamo fatto in tre io Manuel e Xabier e non si poteva realizzare senza me o Xabier e ovviamente nemmeno senza Manuel. Abbiamo perpetuato la cosa sino all’assolvimento degli impegni e siccome all’interno del gruppo la cosa già si sapeva io e Xabier abbiamo manifestato l’intenzione di continuare a suonare assieme. Le prime cose utilizzate coi Todo Modo le abbiamo buttate giù proprio in quel periodo senza ancora avere un progetto chiaro. A fine 2014 abbiamo deciso di fare sta’ cosa e avevamo bisogno di un capro espiatorio (ride), cioè qualcuno che scrivesse i testi e cantasse. Xabier collaborava già con Paolo e mi ha proposto il suo nome. Io non lo conoscevo, però se Xabier mi propone una nome gli do un certo peso, ecco. Poi detto questo, dalla settimana prossima me ne pentirò! (Risata generale) A parte gli scherzi lui ha risposto con entusiasmo, perché era inconsapevole e da lì è partito tutto.
Paolo, dove ti sei andato a cacciare?
In una cosa bellissima, perché, partendo dalle cose che loro avevano già fatto a tutto quello creato a partire da… subito, il progetto è partito davvero molto bene. Senza nessun freno, senza nessun retro pensiero, è stato tutto molto fresco e veloce. Tempi di registrazione: rapidissimi. Ogni cosa è stata masticata alla velocità della luce. Ho quasi la sensazione che sia già passata un’epoca. Per me anche essere qui in Sardegna a suonare non è una cosa piccola, nel senso che loro sono molto più “navigati” io molto meno e venir qua con un progetto così nuovo mi sembra un risultato enorme.
La foto più sfocata della storia: Giorgio Prette io e Paolo Saporiti
Parliamo del pubblico, quant’è cambiato nel corso degli anni? Secondo me parecchio e non in meglio…
Giorgio: Dipende molto dal contesto, inoltre il pubblico cambia geograficamente. Questo è innegabile.  È una domanda molto difficile perché negli Afterhours, con 25 anni di storia alle spalle è più arduo valutare questo aspetto. Comunque si, il pubblico è stato più curioso negli anni ’90 e il discorso vale per tutta la scena italiana, non solo per gli Afterhours. Quando abbiamo cominciato, noi stavamo in un contesto sotterraneo e mancava un circuito di locali live nazionale, per cui era impensabile fare un tour italiano. I primi accenni organizzativi sono stati nel ’92. Per tornare alla tua domanda, in sintesi, quando il pubblico era quantitativamente più esiguo era molto più curioso. La gente ti veniva a vedere indipendentemente dal fatto di conoscerti e voleva scoprire cose nuove. Nel corso degli anni, crescendo l’audience, questa cosa è quasi totalmente scomparsa. I ragazzi oggi vanno a vedere i concerti solo di chi conoscono già. Quando si è tentato di fare delle proposte per cercare di promuovere degli artisti, non dico che siamo miseramente falliti ma quasi. Anche nei festival internazionali la gente va a vedere l’headliner e non gli frega niente di quello che c’è prima, questa è un’attitudine culturalmente sbagliata. Inoltre, nei festival europei, il cast è estremamente variegato, c’è di tutto e il pubblico
vuole più l’evento che la musica. Soprattutto se fatto in un bel posto. Gli italiani vanno allo Sziget di Budapest, dove abbiamo suonato anche noi 3 anni fa e poi commentano “Ah che belli i festival all’estero!” In realtà si possono fare anche qua quel tipo di festival ma se si propongono in Italia le cose vengono sminuite. Stiamo entrando nell’antropologia dell’italiano che dà poco peso a tutto quello che ha ed esalta ciò che viene da fuori indipendentemente dalla qualità…
Le uniche eccezioni sono forse i festival tematici, penso a quelli Blues, che frequento o al Gods of Metal in cui il genere comune stimola il pubblico a conoscere nuovi artisti.
Va benissimo, hai ragione. Nel mio discorso specifico pensavo al Tora Tora.
Sono stata a tutte le edizioni ed era stupendo…
La gente non entrava sino a quando suonavano gli headliners. Il paradosso è che quando eravamo noi gli il gruppo di punta facevamo meno pubblico di un nostro concerto da soli. Si è provato con Arezzo Wave e altri festival a mischiare le carte, facendo suonare i gruppi più
grossi per primi ma niente.  Speriamo che cambi. È anche una questione geografica: per la Sardegna chi organizza ha una maggiorazione dei costi legati ai trasporti ma c’è una fame di concerti come in tutto il meridione. In Puglia per esempio d’estate fanno all’opposto, c’è troppa roba in giro e il pubblico è troppo sparpagliato.
Una cosa positiva di questi tempi, anche se un po’ ambigua e troppo
spesso usata male, sono i social network. Parlo per me che sono blogger e li trovo funzionali a ciò che voglio fare, senza sarebbe stato difficilissimo contattare voi come Fariselli, Finardi, Maroccolo e tutti gli altri artisti che ho avuto il piacere di conoscere… Negli anni ’90 questo era impensabile
Giorgio: se non avevi il telefono fisso… (ridiamo tutti) Indubbiamente ha eliminato dei filtri e si, il discorso è relativo al come si usano le cose…
Voi che rapporto avete con questi mezzi di comunicazione?
Paolo: Non fantastico, non siamo molto capaci, è come se venissimo da generazioni oni oni (ride) lontane
Giorgio: C’è un gap generazionale, con tutto il mio impegno non potrò mai avere la dimestichezza e l’automatismo di quelli che hanno anche solo 20 anni in meno di me.
Paolo: c’è anche una forma di sfiducia, almeno in noi non credo sia così spontaneo. È verissimo che a te permette di entrare in contatto diretto con alcuni artisti che altrimenti non avresti mai avvicinato ma è altrettanto vero che questo toglie ogni forma di scrematura e analisi qualitativa e meritocratica delle cose. Non parlo di te, ovviamente. Questo è il difetto più grosso di internet e non solo con gli artisti ma tra persone in generale. Non si è capito ancora dove andrà a finire e che cosa ha portato di reale nelle nostre vite. Credo i risultati si vedranno tra poco, come per tutte le innovazioni tecnologiche. Il discorso internet verrà scremato e tagliato a un certo punto. Come un’implosione naturale. Le innovazioni non è che poi devono rimanere, servono per fare passi avanti, creare delle ipotesi e le risposte arrivano da sole.
Paolo tu come scrivi, hai un metodo particolare?
C’è in me una sorta di disciplina legata al lavoro, nel senso che io tutte le mattine regolarmente ho delle ore dedicate alla musica. La scrittura è per me un gesto spontaneo che nasce quando mi metto in una determinata situazione. La cosa più semplice per me è imbracciare una chitarra perché tutto prende forma da una melodia. La bellezza di questo progetto con Giorgio e Xabier è stato spostare l’asse d questo mio metodo. Con loro ho potuto e dovuto scrivere in una situazione nuova. Per il gruppo ho preparato due o tre brani chitarra e voce, il resto sono state improvvisazioni loro sulle quali ho improvvisato testi e melodie. Altre cose sono nate dalla frequentazione in studio e dalle prove. Quindi i tre meccanismi sono questi. Mi sono abituato ad avere una sorta di riflesso naturale: quando mi metto in condizione di accettare quello che mi esce, esce. È una cosa che ho imparato a fare nel corso di 20 anni di lavoro.
Ultima domanda, una curiosità: qual è l’ultimo disco che avete ascoltato?
Giorgio: l’ultimo che ho comprato è Lunga Attesa dei Marlene Kuntz che mi è piaciuto moltissimo. Coi Marlene siamo amici da tanti anni ma musicalmente non sono mai stato un grande fan, pur apprezzandoli. Crescendo come persone e musicisti si impara ad andare al di là dei propri gusti quindi a riconoscere la qualità anche in contesti che non sono proprio i tuoi. È innegabile che i Marlene abbiano fatto dischi importanti, soprattutto i primi, e canzoni bellissime. Negli ultimi 10 anni, secondo me, si erano un po’ persi invece questo disco mi piace molto, ho mandato loro un sacco di messaggi. Sono uno stalker! (scoppiamo tutti a ridere) In realtà se c’è da fare dei complimenti a tutti ma soprattutto agli amici lo faccio stra-volentieri. Devo dire che è un bel disco.
Paolo: gli ultimi me li ha consigliati Xabier che mi ha dato un’infarinata generale su una scena post-punk che non conoscevo. Quindi ti dico subito Pere Ubu che hanno una concezione della musica più che moderna, spaventosi! Mi mancavano. Io arrivo dal cantautorato di stampo anglofono degli anni ’60 e ’70 e lì mi son fermato, parlo di Nick Drake, Tim Buckley, John Martin, Leonard Cohen, ecc… Questi artisti mi spostano il cuore. Poi per dovere e per coscienza a un certo punto bisogna allargare lo spettro. Razionalmente riesco ora a emozionarmi applicando l’intelletto e a star dietro all’emozione della conoscenza. Altra band nuova per me sono i Death Grips che hanno fatto un disco della madonna con un hip hop misto a noise e industrial. Una roba molto efficace e stimolante.
Grazie della chiacchierata, ci vediamo dopo sotto il palco!
Grazie, a dopo!
Parlare con Giorgio e Paolo è stato molto interessante, la nostra chiacchierata è volata via fluida e naturale lasciando spazio anche a qualche risata, poi ho visto il concerto. Fantastico. Sul palco c’era un’alchimia pazzesca, i tre sono andati dritti come un treno. Dopo aver visto Giorgio Prette live per la decima volta confermo quanto detto nell’intrudiozione, la varietà di registro con cui suona è incredibile! Xabier sta dentro il pezzo con ogni cellula del suo corpo: le espressioni del viso sono in perfetta sincronia con le note che sta o non sta suonando, se non fa nulla anche il corpo va in stand by diventando inespressivo per poi lanciarsi un attimo dopo nei suoi treni sonori. Grande performer!
Paolo Saporiti s’è perfettamente integrato nel datato sodalizio artistico che lega Giorgio e Xabi mettendoci del suo. Belli i testi, le melodie e i giochi vocali. Ho ascoltato anche il suo disco omonimo del 2014 e credo che andrò più a fondo nella scoperta di questo cantautore. I Todo Modo sono una nuova band italiana che merita
attenzione. Ascoltateli e soprattutto andate a vederli live, SPACCANO!
PS: anche i Todo Modo sponsorizzano #martinameetstones!


Tutte le fotografie, tranne quella in cui ci sono io, sono state scattate da Emiliano Cocco

Intervista. Eugenio Finardi in musica e parole

Eugenio Finardi è uno degli artisti italiani più interessanti in assoluto. Aspettavo di incontrarlo da tempo e il fato ha voluto che sia stato lui a venire da me, ha infatti suonato Musica e Parole nel mio paese, Villacidro, in occasione del XXX Premio letterario Giuseppe Dessì
 
Eugenio Finardi Musica e Parole Premio DessìLei è figlio d’arte, quando ha pensato che la musica potesse diventare
il suo lavoro, la sua strada?
Ho pensato che la musica potesse essere il mio lavoro quando mi si è formata la prima sinapsi nella pancia di mia madre che era una cantante lirica, mio padre invece era tecnico del suono nel cinema e produceva nastri magnetici. In realtà mia madre mi ha concepito con lo specifico scopo di produrre un cantante, la musica è sempre stata la mia vita, non ho mai avuto un’altra fantasia se non quella di essere un cantante. Per fortuna ci son riuscito, ho inciso il mio primo disco a 9 anni, a 10 e 11 anni ne ho fatti altri due.
Quindi non c’è stato un rito di passaggio
Si, esatto, il grande cambiamento è stata la scoperta della musica rock blues a 13 anni. Quello è stato un momento di svolta. A quel punto la scelta consapevole è stata che non sarei diventato un cantante lirico ma rock. A 20 anni avevo già firmato il mio primo contratto con la Numero 1, avevo già fatto il corista…
Insomma la gavetta l’ha fatta letteralmente quand’era in fasce
Si anche a scuola, ero quello che cantava alle feste  e pensavo già  “sono un cantante!”
Una delle sue principali caratteristiche è che lei è un artista fra la gente. La seguo sulla sua pagina Facebook e ho notato che interagisce sempre con
i luoghi e le persone che incontra e con chi ha una storia da raccontare; a parer mio questa sua qualità è molto rara, credo che molti artisti del suo calibro abbiano perso la capacità di vivere la semplice  quotidianità
In realtà in 40 anni di carriera ho tenuto questo lungo, lungo diario della mia vita cosa che più o meno fanno
molti solo che io nel mio non ho scritto solo le mie cose personali, i miei amori, i miei figli e le mie passioni. In realtà proprio una delle mie passioni è l’osservazione delle persone, della società, del cambiare della politica, dei
movimenti civili e quindi ho testimoniato anche ciò che vedo e vedevo attorno a me, la gente che incontro, le situazioni che loro vivono talvolta finiscono nelle mie canzoni.
Queste storie si sedimentano..
Si c’è proprio uno scambio, un’osmosi. Tanti trovano normale che uno venga influenzato dai libri che legge,
dai film e questo succede ovviamente, è però anche normale che in metro guardi una persona davanti a te. Canzoni come La storia di Franco sono un esempio. Da poco sono andato al cinema a vedere i Minions e davanti a me in coda c’era un padre con un figlio ed era ovvio che quello era il fine settimana in cui toccava a lui tenerlo, con questa voglia di compiacerlo ma con un po’ di goffaggine.  Poi magari sono cose che immagino, che proietto però non puoi non sentire la gente che hai intorno. Tante canzoni che ho scritto sono al femminile, Le donne piangono in macchina, nel disco nuovo è nata al semaforo guardando nell’auto accanto. Se fossi uno che cammina nei boschi parlerei di quello ma vivo a Milano…
Lo scorso anno lei è stato ospite di Morgan a X factor come giudice esterno in una bellissima villa che non ricordo dove sia…
Si trova in Austria a Vienna

 

Eugenio Finardi
Secondo lei i talent show e i mass media incoraggiano i giovani verso scelte standard? Se la sua risposta è si come mai non viene ricercata l’unicità?
I giovani durante l’adolescenza hanno questa tendenza a omologarsi, c’è stato un concerto degli One Direction a San Siro -io vivo molto vicino allo stadio- e, a parte mia figlia che aveva 15 anni che era come impazzita, è stato buffissimo vedere come sono arrivate decine di migliaia di ragazze ed erano tutte vestite uguali. Erano veramente tutte uguali!  Poi il problema dei talent show, sai ho avuto anche un amico che ha partecipato a The VoicePiero Dread, un cantante raggae quindi se gli danno un pezzo di Mina o lo fa raggae o non lo suona però non permettono di fare sempre queste cose, quindi si tende a premiare voci standardizzate. Quando sento la radio faccio fatica a capire se la cantante è Chiara o Noemi e anche i ragazzi sono molto standardizzati, giovani carini come i compagni di scuola che possono piacere a una ragazza molto giovane che poi è quella che vota e compra i dischi. La straordinarietà non viene premiata e purtroppo in Italia questo succede anche dopo.  Mi regalano spesso cd, ai miei concerti o via mail, su facebook ed è incredibile quanto siano tutti estremamente simili uno all’altro, no? Ci sono i filoni, i cloni di De Gregori, tantissimi cloni di Capossela, proprio una roba incredibile. Io ho smesso di ascoltarli perché non c’è una volta che me sia arrivato uno diverso. Abbiamo trovato una ragazza di Bologna che collabora con Giuvazza ed è l’unica che abbia dimostrato una certa originalità, le altre voci femminili sono tutte uguali. Urlano alla stessa maniera, c’è Mina c’è Giorgia, serve qualcos’altro. E nessuna ti dice che il suo modello e che sò Mercedes Sosa, Maria Carta, no son tutte su quel binario e i Talent show nutrono questo tipo di atteggiamento.
Mi è venuta in mente una frase di Battisti in cui diceva “l’artista non deve seguire il suo pubblico, deve anticiparlo”.
C’è anche questo televoto, insomma si inizia ad essere famosi e poi è come quel mio amico che si immaginava una storia d’amore tra due attori porno che iniziano facendone di ogni colore e poi man mano che va avanti la loro storia iniziano a prendersi per mano e arriva il primo bacio. I talent show son così hai una botta incredibile di fama e la sostanza se c’è arriva dopo. Anche il meccanismo dell’industria non permette di fare due album prima di raggiungere il successo se non funziona il primo sei fuori.
 Le vorrei chiedere di Gianni Sassi
Gianni Sassi era un genio della comunicazione, un grandissimo intellettuale e di straordinaria cultura e visione perché ha saputo intervenire sulla canzone Italia con una lucidità e precisione in relazione anche ai suoi tempi, sfruttandoli. Ce ne fossero di persone come Sassi, anche perché non era un musicista. Sapeva cosa stava facendo ma lasciava liberi gli artisti. Era un grande creatore di immagini.
Parole e musica..
Sono due opposti perché la parola è soggettiva mentre la musica è assoluta, matematica, i suoi rapporti sono
geometrici. La musica è un collegamento con l’assoluto cosmico, la parola invece è relativa e cambia ad ogni generazione.
(con me c’era una ragazza, Michela, che si occupa di libri sul sito mangialibri.com visitatelo per approfondimenti su questa parte dell’intervista dedicata alle parole!)
 
Eugenio, la saluto con un’autocitazione. Recentemente ho scritto un articolo sui miei 25 dischi italiani fondamentali. Tra i suoi ho scelto Sugo e ho definito lei “importante per la musica italiana come l’acqua santa in chiesa”
Eh addirittura! Approvo la scelta del disco, anche io l’ho riscoperto ultimamente. Conosco pochi colleghi che si riascoltano però di recente mi è capitato random Voglio, un pezzo di Sugo e ho messo su tutto l’album; devo dire che è un’ottimo lavoro, ormai son passati 40 anni ed è come se non l’avessi fatto io, sai mi son cambiate tutte le cellule..
Grazie Eugenio!

Grazie a te!

Dopo l’intervista Eugenio Finardi ha fatto la seconda parte del Sound check. Un po’ più tardi è cominciata la sua esibizione, potente e magnetica. Un elegante riassunto di quarant’anni di carriera in cui, alternando canzoni e narrazione ci ha regalato un’interessante ritaglio di Sé. 
Ringrazio Emiliano Billai per queste meravigliose fotografie.