Tutti gli articoli di Stereorama

Mi chiamo Martina Saiu e sono appassionata di musica sin dall’infanzia. Nel 2011 ho iniziato a collaborare come speaker nella web radio “Pigre.co” dove ho ideato e condotto Stereorama, un programma di approfondimenti musicali andato in onda sino alla fine del 2013. Quando la radio è andata Off Line per mancanza di fondi ho sentito il bisogno di continuare il progetto convertendo il mio programma in un Blog.

Vinylmania quando la vita corre a 33 giri al minuto, Intervista al regista Paolo Campana.

Qualche tempo fa, prima che radio pigre.co andasse offline, ho intervistato il regista Paolo Campana, un ragazzo che ha fatto un documentario in giro per il mondo mentre era alla ricerca di vinili e di storie o meglio persone le cui vite girano come vinili. Il documentario l’ho scoperto per caso, quando il mio amico Davide, con il quale condivido la passione per i 33″, mi ha parlato di questo DVD che s’era comprato e che dovevo assolutamente vedere: “Vinylmania quando la vita corre a 33 giri al minuto”, ecco il Trailer . Inutile dire che dopo averlo visto ho subito contattato il regista per un’intervista, così due giorni dopo l’ho raggiunto via skype e ci siamo fatti una lunga chiacchierata. 
Ma di cosa parla esattamente il documentario?

Questo è un viaggio molto appassionante in cui il regista s’è letteralmente fatto il giro del mondo saltando da Los Angeles a Praga, passando per Parigi, Londra e New York sino ad arrivare nella Terra del Sol Levante. Il senso rotatorio della sua esperienza, come ha sottolineato Paolo nell’intervista, è un incontro di persone, di storie che si intrecciano attorno a un minimo comune denominatore: il vinile; dj, collezionisti, fabbriche di dischi, musicisti e artisti, le persone intervistate sono tutte, in maniera personalissima e originale, legate dal groove del vinile. Questo documentario è un viaggio emozionante che entra nelle loro vite, qui si incontrano collezionisti famosi e non, affrontando anche un tema spesso in secondo piano, l’artwork: per farlo Paolo Campana è arrivato a casa di Peter Saville, il genio minimal che ha creato le copertine dei Joy DivisionNew Order e ha anche incontrato il “Re del collage” -come mi piace chiamarlo- Winston Smith, tanto per intenderci il creatore delle copertine -tra gli altri-, dei Dead Kennedys, Green Day e Ben Harper.

Questo documentario è davvero interessante, ogni storia è un microcosmo eppure tutti i personaggi sono legati dall’affascinante suono dei microsolchi del vinile, insomma per farla breve Vinylmania, come sottolinea Guido Andruetto  “è un viaggio ipnotico ai limiti dell’ossessione”.


Vi allego uno stralcio dell’intervista con intermezzi musicali, mi tengo una parte nel cassetto, sperando di poterla trasmettere in radio un giorno di questi.

Per maggiori informazioni andate su:  Vinylmania il film

Le 10 cover più brutte di sempre

Le 10 cover più brutte di sempre che non avreste MAI voluto conoscereSabato scorso mi è stato chiesto di fare un dj set in un locale con tema “musica trash, ovvero canzoni brutte, di quelle che fai finta ti piacciano solo il giorno della pentolaccia, mentre ti anneghi nell’alcool mangiando frittelle e chiacchere”; Io ho accettato al volo e ho iniziato a riportare alla mente quelle canzoni che MAI avrei voluto sentire, ho coinvolto amici e parenti ai quali facevo ascoltare la compilation in corso d’opera improvvisando balli improbabili nel mio salotto. Alla fine son venute fuori oltre 15 ore di musica da dimenticare, ballare, e poi archiviare definitivamente.Tra tutte queste canzoni ho voluto riportare alla luce SOLO per voi 10 cover da sentire almeno una volta nella vita, di quelle che non avreste MAI voluto canticchiare ma che purtroppo, complici gli anni 80′ i 90′ e tutti i Talent Show tutti conosciamo.
Al posto n° 10 una “raggiante” Jo Squillo che interpreta niente di meno che Whole Lotta Love dei Led Zeppelin!! L’avreste mai immaginato? Deliziatevi con questa versione tipo rap, ma non ne sono sicura, è indecifrabile. La sua voce, sguaiata come sempre l’ ha fatta entrare appieno diritto in questa Top Ten. Brividi?
Al n°9  si classifica un imbarazzantissimo Fiorello con la sua Si o no. Il nostro “”Fiore” nazionale ha ben pensato di fare una cover di una cover di un originale traducendola in italiano. Ogni volta che la sento mi vergogno terribilmente, forse era lui a meritarsi il 1° posto? 

Un meritatissimo n°8 per le Banarama che si sono cimentate in una agghiacciante cover di Help! dei Beatles. Dire che non fa ridere per niente è sufficiente?  ma dico io non bastava aver storpiato irreparabilmente Venus degli Shoking Blue.. A questo gruppo tutto al femminile propongo di andare in prigione senza passare dal via e… buttare via la chiave.
Al posto n°7 un altro artista italiano: Scialpi, che con la sua cover della bellissima Can’t get out of my head di Kylie Minogue, lascia di stucco, di sasso. Ma perché? Una canzone così spompata e svogliata non s’era mai sentita. Veramente pessimo. Non si merita neanche la foto!

Siamo già arrivati al n°6, bene, qui c’è da stare male, anzi malissimo. Avete presente i Cure? Ecco, il nostro italianissimo Gatto Panceri ha deciso di tradurre in italiano Lullaby. Lo so non siete riusciti ad andare oltre la terza parola. Mi dispiace.
Al  posto c’è uno sconosciuto, cioè io non so chi sia ma ormai l’ho scoperto e si piazza dritto dritto in Top Five. L’italiano Simone Tomassini ha ben pensato di TRADURRE in italiano Don’t cry dei Guns and Roses. Per la serie “lo stai facendo male”. Terrificante.

Come vi ho accennato ho riesumato certe canzoni per un dj set un po’ particolare, si trattava di una festa in maschera, sapete la pentolaccia? Bene io mi son mascherata ispirandomi a Joan Jett quella che fa piazzare al posto Britney Spears con la sua pessima cover di I love Rock and Roll. Smettila non ci crede nessuno!
Siamo arrivati alle prime 3 canzoni della classifica. 
Al posto si piazza una band di cui non so il nome ma che ogni tanto mi guardo su youtube, tipo quando ho il morale a pezzi, il mondo mi crolla addosso e ho bisogno di adrenalina. Bene ecco a voi “Gli Sconosciuti” in The final countdown degli Europe! Fantastici..

Al  numero 2 si piazza Nino d’Angelo con la sua splendida cover in napoletanto (Gesu cri) di Let it be dei Beatles. Spero sempre che non sia vero, che questo pezzo sia una bufala, e vi dirò di più, ho ancora il dubbio che Gesu Crì non sia mai realmente esistita. In ogni caso è fantastica, originale e soprattutto un po’ neomelodica come piace a noi. Bravo Nino!
Siamo giunti al 1° posto. Non è stato difficile assegnarlo, in primis per la complessità del testo, molto criptico, enigmatico e profondo, in secondo luogo per il coraggio. Tutto il mondo dell’ Heavy Metal ora può finalmente cantare Nothing Else matters dei Metallica in italiano grazie a Marco Masini. Sembra paradossale ma sto’pezzo è talmente brutto che lo so a memoria e ogni tanto mi chiudo nelle mie segrete e lo canto facendo finta di crederci!
NB: Sul web ho trovato un interessante post  Disintossicarsi dalle cover brutte? È possibile! 
Ma in fondo “Chi se ne frega…” 

Jeff Buckley e Nusrat Fateh Ali Khan: “He’s my Elvis!”

Nusrat fateh Ali Khan is one of the greatest singers of our time. When his singing takes off, 
his voice embodies soulfulness and sprituality like no other.
Jeff Buckley
Nusrat Fateh Ali Khan Quand’ero all’Università c’erano i famosi “crediti liberi” che si potevano colmare con attività extra, così ne approfittai e mi iscrissi ad alcuni seminari di musica, tra i quali uno su Nusrat Fateh Ali Khan. Nusrat era un cantante pachistano che portò in giro per il mondo il canto tradizionale del suo Paese, il Qawwali, fondendolo con la musica contemporanea occidentale. Inutile dire che fu  amore al primo ascolto.
Cos’è il Qawwali? è un canto sufi tradizionale del Pakistan e della zona indiana, ha origini antichissime e risale al VII secolo; fino a qualche decennio fa potevano cantarlo solo gli uomini. Caratteristica di questi canti è la dimensione di trance,  detta wajad, in cui musicisti e pubblico cadono durante i concerti rituali; questa  dimensione di estasi è considerata il momento in cui ci si congiunge con Dio. Il gruppo è composto di circa 10 musicisti, solitamente tutti membri della stessa famiglia e tra gli strumenti utilizzati vi sono la tabla, l’harmonium e percussioni di ogni tipo.
Dopo questa parentesi vorrei tornare a Nusrat. Quella sera, mentre lo sentivo cantare mi portò altrove, in mondi lontanissimi, sconosciuti e non stereotipati da allucinazioni collettive, rimasi sorpresa e indifesa davanti a questo spettacolo per la mente che mi entrò dentro e poi ne uscì come uno spirito invisibile. Figlio di un suonatore Qawwali, Nusrat iniziò a suonare la tabla giovanissimo per poi passare al canto, rivelandosi da subito in tutta la sua potenza vocale di ben sei ottave. Il suo primo successo fu Haq Ali Ali una composizione in stile tradizionale ma presto il suo enorme carisma lo portò in tour in Inghilterra e poi a una prima collaborazione con Peter Gabriel con il quale scrisse la struggente colonna sonora de l’ultima tentazione di Cristo film di Martin Scorsese. Dieci anni dopo collaborò con Eddie Vedder in due brani del film Dead Man Walking Ascolta The long Road e con Oliver Stone per la colonna sonora di Natural Born Killers.
Nusrat pubblicò 5 album con la Real World Records di Peter Gabriel, un’etichetta discografica che promosse la fusione tra il suono contemporaneo e le tradizioni musicali di tutto il mondo, in cui uscendo dagli schemi alternò ai brani tradizionali alcune sperimentazioni come l’album Musst Musst. Suo Grande fan Jeff Buckey lo metteva sempre in cima agli artisti che l’avevano più influenzato nel modo di cantare, dichiarando:
“Nusrat canta come se ogni nota fosse l’ultimo suono da ascoltare prima di morire 
e  ascoltandolo pare di fluttuare verso il paradiso o cadere all’inferno. 
Quella melodia gutturale, passionale e piena di estasi si sprigiona dalla gola di un uomo che è talmente immerso nella musica da non esistere più”.  
Potete ascoltare uno stralcio di un concerto in cui Jeff Buckley improvvisa Nusrat, il primo della Playlist.
Nel 1997 ormai molto malato, Nusrat Fateh Ali Khan morì in Inghilterra a soli 48 anni, pare per problemi cardiaci dovuti, a quanto risulta da fonti indiscrete, al suo massiccio consumo di alcool.
Universalmente riconosciuto come “l’imperatore del Qawwali” Fateh fu il primo ad aprirsi con il suo canto tradizionale verso collaborazioni con musicisti occidentali fondendo la tradizione con melodie contemporanee, il che gli causò oltre agli universali apprezzamenti anche molti nemici tra gli integralisti del canto qawwali; certo è che la voce di Nusrat attraversa i corpi, arriva agli spiriti e li innalza verso l’alto. Qui  trovate un’antologia delle sue più importanti collaborazioni.

When I sing for God, I feel myself in accord with God, and the house of God, Mecca, is right in front of me. And I worship. When I sing for Mohammed, peace be upon him, our prophet, I feel like I am sitting right next to his tomb, Medina, and paying him respect and admitting to myself that I accept his message”.
Nusrat Fateh Ali Khan

Goats head Soup, Rolling Stones -ascolto mattutino-

Sono le 6:00 a.m un terribile
temporale mi ha svegliata più di un’ora fa e non riuscendo a dormire mi sono
alzata e ho messo su Goats head soup con il quale adesso vedo l’alba grigia di
questa giornata fredda e invernale.
Questo è un album del 1973 uscito dopo Exile on main Street  e prima
di It’s only Rock and Roll, è nato in un periodo molto prolifico per Rolling ma molto caotico se andiamo sul personale: mentre
Jagger e la sua bella Bianca se la spassavano per bene Keith affrontava la sua
massiccia dipendenza da eroina, Mick Taylor invece molto preoccupato per il suo
futuro, iniziava a dare segni di cedimento, Charlie fortunatamente era come sempre l’ inossidabile colonna portante degli Stones. L’album nacque on the run partendo da alcune
tracce accantonate di Let it Bleed ed Exile. Lo scheletro del disco è stato
registrato in Giamaica, presso gli Dynamic studios -luogo che ha ispirato il
titolo dell’album che non è altro che un piatto tipico della cucina giamaicana-
in cui gli Stones lontani dallo show business si ritrovarono per suonare; le
tracce furono poi perfezionate tra L.A e Londra. Questo è anche l’ultimo album della
band prodotto da Gimmy Miller e il terzo prodotto dalla Rolling Stones Records.
La bellissima copertina è opera di David Bailey, prestando particolare
attenzione si noterà che Keith è stato aggiunto con “copia incolla”  visto che, causa sballo permanente, non si
presentò sul set fotografico.
For Goats Head Soup, Jamaica was one of the few places that would let
us all in! By that time about the only country that I was allowed to exist in
was Switzerland… Jamaica – oh, the music island! We were hearing intersting
sounds coming out of Jamaica, plus they had cheap studios. Dynamic Sound in
Kingston was an amazing place: the drum kits and the amps were nailed to the
floor. Jamaica’s a wonderful place, kind of free and easy. I’d been there on
and off in the 1960s, but only for a visit. After Goats Head Soup I’ve lived
there whenever I can. I have family there – villages welcome me with open arms.
Keith Richards
Rispetto ad Exile questo lavoro è
più morbido e caldo. La tracklist si apre con Dancing with Mr.D, bellissimo pezzo 100% Stones, che molto elegante
ed ammaliante ipnotizza l’ascoltatore con il suo ritmo circolare mandando il
cervello da un’altra parte. L’arpeggio iniziale è suonato da Mick Taylor e non
da Keith che probabilmente era “altrove”.
100 years ago si propone con un ritmo funkeggiante ma rilassato,
impreziosito dal clavinet che contribuisce a creare un’atmosfera tersa anche
quando il pezzo si colora e l’ascoltatore è costretto a balzare in piedi.
Coming down again è una canzone dalla bellezza struggente, in gran parte
grazie alle parti vocali di Richards -mia voce preferita di sempre- accompagnato ai
cori dai due Mick, in parte per la sua struttura sognante che pare fluttuare
sopra il mondo incurante dell’universo.
Doo Doo Doo Doo Doo (Heartbracker) A questo punto dopo aver
quasi volato, non si può star fermi con questo pezzaccio tutto da ballare e secondo supersingolo dell’album in cui l’incisiva sezione dei fiati lo completa dandogli un
ulteriore spinta. Sentite i sotterranei riff di chitarra. 10+
Angie Quand’ero in quarta elementare comprai la mia prima
cassettina dei Rolling, un bellissimo Live, quasi solo perché c’era Angie; Ok
avevo 9 anni e non conoscevo tutte le robe che i miei nonnetti preferiti
avevano combinato ma… che struttura, e il pianoforte? Ecco, una delle cose che
mi commuovono degli Stones assieme alla voce di Keef è il pianoforte, è sempre
usato a regola d’arte dando una sontuosità barocca a pezzi che di barocco non
hanno nulla. Il pezzo inoltre è stato ispirato dalla nascita della figlia di
Keith, Angela -che cosa dolce-, ed è schizzato subito in classifica rimanendoci
per un bel po’.
Silver train è il pezzo necessario dopo aver pianto a dirotto
ascoltando Angie, con Slide di Taylor e armonica di Jagger che imita un treno a
vapore.
Hide your Love is not bad.
Winter è un brano di Mick Taylor, mantiene la linea soft delle prime tracce del disco; tuttavia lo strumento che più mi appassiona è la batteria, vera protagonista di questa traccia: lo stile jazzato e i toni caldi e pacifici di Charlie sono in linea con il
leitmotiv giamaicano.
Can you Hear the music? Questa è la canzone più sperimentale dell’album
con una bella intro fatta di campanelli, flauti, piano e chitarra, poi loro:
Charlie e Mick. Se parliamo di emozioni, questo brano mi fa andare in
cortocircuito, decisamente psichedelico e travolgente, mi commuove. Si, gli
Stones mi commuovono, toccano aree inesplorate del cervello dove solo loro
riescono ad arrivare.  Il ritmo quasi
arreso viene infranto dall’inebriante ritornello che pare un inno al sole.
Star Star in origine si chiamava Starfucker, ma fu censurata. Bel
finale per un grande lavoro.

Tirando le somme questo disco è
soft, inebriante dai retroscena malinconici per veri intenditori, Angie ne è il
“capolavoro” ma dentro questa zuppa ci sono tanti altri ingredienti!

Songwriting and playing is a mood. 
Like the last album we did was basically recorded in short concentrated periods. 
Two weeks here, two weeks there – then another two weeks. 
And, similarly, all the writing was concentrated so that you get the feel of one particular period of time. Three months later it’s all very different and we won’t be writing the same kind of material as Goats Head Soup.
Mick Jagger 

Jim Morrison fuori dal mito

Jim Morrison è uno degli artisti che amo di più.
L’ho conosciuto per caso, frugando tra i vecchi Lp di mio padre, tra i quali, quand’ero in seconda media, ho trovato The Doors.
L’atmosfera.
L’atmosfera.
L’atmosfera.
È diversa da tutti gli altri dischi.
Vita e opere
James Douglas Morrison è nato a Melbourne, Florida, l’ 8 Dicembre del 1943.
È stato un poeta, cantante e in maniera minore regista e attore; divenuto famoso con i The Doors, è rimasto sulle scene dal 1966 al 1971 e ancora oggi è considerato una delle figure più emblematiche, controverse e affascinanti del mondo della musica.
Figlio di un ammiraglio dell’ esercito americano ha sempre avuto un rapporto difficile con la famiglia.
Ha studiato cinematografia alla U.C.L.A. a Los Angels, California.
I suoi “gruppi preferiti” erano i Beach Boys i Kinks e i Love mentre i cantanti prediletti erano Frak Sinatra ed Elvis Presley.
All’ Università ha incontrato Ray Manzarek, famoso per il suo organo Vox continental con cui suonava sia la linea del basso sia quella della tastiera; ai due si sono poi aggiunti Robby Krieger alle chitarre e Jon densomore alla batteria: i The Doors.
Il nome del gruppo deriva da una poesia di William Blake inclusa nel libro Le porte della percezione di Aldous Axley:
Quando le porte della percezione saranno spalancate,
l‘ uomo vedrà le cose come realmente sono:  infinite.
 
I The Doors hanno pubblicato 6 album con Jim Morrison.
Vorrei spendere altre 2 parole sulla formazione, visto che i quattro hanno contribuito personalmente alla stesura di tutti pezzi (fatta eccezione per The Sodt parade).
La band, di qualità eccezionale, riusciva sempre a seguire i flussi di coscienza di Morrison, non dobbiamo infatti dimenticare che in Live lui amava prolungare i pezzi staccandosi completamente dalle tracce originali. Io credo che i Doors fossero per Morrison ciò che gli Experience erano per Hendrix, nel senso che la forte sintonia sul palco, unita alle doti di tutti i componenti, permetteva alla band di giostrarsi al meglio anche nelle improvvisazioni. Vorrei quindi sottolineare e rimarcare che i Doors non sono solo Jim Morrison: Manzarek, dal tocco inconfondibile ha fatto scuola, e Light My fire il pezzo più suonato del gruppo è stato scritto da Robby Krieger.
Leggendo i testi di Morrison si colgono senso di isolamento e una profonda inquietudine. I suoi scritti sono bellissime, troppo spesso sottovalutate, poesie.
Pensiamo al brano Horse latitudes, forse il mio preferito.
When the still sea conspires an armor
And her sullen and aborted
Currents breed tiny monsters
True sailing is dead
Awkward instant
And the first animal is jettisoned
Legs furiously pumping
Their stiff green gallop
And heads bob up
Poise
Delicate
Pause
Consent
In mute nostril agony
Carefully refined
And sealed over.
Poesie
Le sue poesie son state pubblicate nei libri DesertoNotte americana che ho qui sottomano, in cui troverete anche sceneggiature, testi  e il suo diario parigino (tra cui An american pastoral da cui girò un film).
Andate a curiosare, molti suoi scritti sono veramente eccezionali!

Filmografia
Per quanto riguarda la filmografia, non posso non citare il film The Doors di Oliver stone, ampiamente criticato dalla band e il film documentario di Tom Dicillo, When You’re strange che accorpa, per quanto possibile, filmati inediti, stralci di interviste e “An american Pastoral” di cui ho parlato poco fa, il tutto è narrato in Inglese da Johnny Depp e tradotto in italiano da Morgan.
Come tutti sanno, una volta svincolatosi dalla casa discografica Elektra, Morrison, sempre più affetto da depressione e alcolismo e dopo un breve viaggio in Marocco, si trasferì a Parigi con la compagna Pam Curson.
E a Parigi morì il 3 Luglio 1971.
Le sue spoglie son conservate al Pere Lachaise assieme a quelle di tanti altri artisti tra cui Moliere, Oscar Wilde e Proust.
Cause della morte tra miti e leggende
Le cause della morte sono incerte, alcuni dicono che la compagna, eroinomane, gli avesse somministrato un cocktail letale e che un bagno caldo gli provocò un arresto cardiaco.
Voci di corridoio, diciamo così, affermano che ci sono numerose lacune nei referti medici e a quanto si dice nessuno ha mai visto il corpo.
Inoltre  il medico che firmò lo stato di decesso pare essere inesistente.
Nel 1974 un’overdose ha ucciso Pamela Courson mentre quello che Marianne Faithfull definisce il pusher che ha ucciso Jim, il suo fidanzato dell’epoca, Jean de Breiteuil, marchese figlio di un amico di De Gaulle, nonché spacciatore di Keith Richards dei Rolling Stones, è morto a Tangeri qualche settimana dopo Morrison.
Ricordo che qualcuno tempo addietro mi ha regalato un libro che si intitola Jim è vivo, che ora non ho tra le mani, in cui l’ autore afferma che Jim Morrison avesse cambiato identità per sfuggire la fama.
Ovviamente vien difficile crederci, ma, come tutti i miti nati e morti velocemente anche Jim Morrison è un “personaggio” che ben si presta a ricami di ogni sorta.
È certo che Morrison ha vissuto la sua vita freneticamente ma al momento della sua morte era comunque un giovane ragazzo di 27 anni.
27 anni.
Concludo scrivendo che Morrison rimarrà sempre una delle personalità che hanno più direttamente influenzato la mia vita, grazie a lui mi sono innamorata della poesia e dell’Arte.

Arbeit Macht frei, Area international POPular group

A proposito di Area International POPular Group, la settimana scorsa curiosando su Facebook ho letto questa notizia:
“Oggi, io e Paolo Tofani, abbiamo terminato la masterizzazione di Arbeit macht frei e Caution Radiation Area in vista della prossima pubblicazione da parte della Sony. Confesso che ci sono stati diversi momenti di intensa commozione ad ascoltare musica  fatta con amici che non ci sono più, ma è anche stata un’esperienza entusiasmante. Cazzo! Quei vecchi nastri suonano di brutto!!” 
(Patrizio Fariselli)

E come dargli torto? Arbeit Macht frei e Caution radiation area sono tra i dischi più raffinati del panorama musicale italiano di sempre. Uscito con la Cramps records nel 1973 Arbeit macht frei richiama riporta alla mente i campi di concentramento, ma si colloca in un momento storico particolare, fatto di contestazioni, prese di coscienza e profondi rinnovamenti culturali. Il disco è il simbolo della supremazia dell’Arte come atto contemporaneo popolare in cui l’artista inserito nel contesto storico e sociale cui appartiene si fa promotore di una nuova società. Il disco è composto da 6 tracce condensate in 36 minuti e il suo mood è la fusione sperimentale dei generi, infatti definirlo progressive sarebbe riduttivo.
  • Luglio, Agosto, Settembre (Nero) è un pezzo ispirato alla guerra israelo-palestinese e si presenta come un inno alla pace. Si apre con una voce di donna che recita una poesia in lingua araba in cui lei esorta il proprio compagno a deporre le armi. Dopo circa un minuto la poesia lascia spazio a un calderone musicale denso come magma, ricco di suoni e sperimentazioni. Ascolta
  • Arbeit Macht Frei è invece un brano impossibile, troppo giusto. Dai ritmi talvolta quasi funky, è un esplosione devastante. Si apre con un ingresso timido delle percussioni che man mano si arricchiscono di basso, fiati, e un hammond da infarto. Arriva poi il momento di un collettivo virtuoso (mai stucchevole) e poi lui: Demetrio Stratos, punto nervralgico di questa composizione. Ascolta
  • Consapevolezza è proseguo  perfetto, dal ritmo jazzato e con improvvisi cambi e rallentamenti dovuti ai lavori in corso, il brano pare urlare: “anche io ho un valore!” Ascolta
  • Segue il filo anche Le labbra del tempo in cui si percepisce come una rabbia dopo il risveglio, l’autodeterminazione
    dell’individuo, l’esplosione dell’IO. Ascolta
  • 240 km da Smirne è un viaggio strumentale, fusion, una pausa di riflessione prima dell’epilogo. Ascolta
  • L’abbattimento dello zeppelin degno finale dai toni teatrali, trasforma il suono in immagini infuocate che incorniciano l’inevitabile schianto dello zeppelin. Un delirante Demetrio frantuma la voce rendendola il simbolo “ideale” del capitalismo sconfitto. Ascolta
La sperimentazione degli Area con Demetrio Stratos è giunta al capolinea nel 1979 anno in cui il cantautore greco morì per un male incurabile.