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L’ignoranza del pubblico ai concerti e perché non amo i festival

Sono cresciuta in mezzo a chitarre, amplificatori, salette. Quando avevo 5 anni, il sabato, andavo con mio papà alle prove del gruppo dei miei cugini che ne avevano 16 e a 9 anni avevo già una nutrita collezione di musicassette. Ho sempre amato i concerti, il profumo dei panini e le patatine fuori dai cancelli, i visi sorridenti dei fans, le luci, i colori e gli odori che contraddistinguono una delle forme d’Arte più potenti: i Live.

Il mio primo vero concerto è avvenuto il 21 agosto del 1993, avevo 11 anni e mio padre mi accompagnò a vedere il mio gruppo preferito di quel periodo, i Litfiba in Terremoto. Il giorno fu una vera festa e per la prima volta mi ritrovai a pochi passi dai miei miti per ascoltare le mie canzoni preferite in diretta. Un sogno. Ricordo che pensai: voglio vivere così, dentro eventi come questo, per tutta la vita! E in effetti di concerti ne ho visti parecchi, per fortuna.

Cosa è cambiato?

Negli ultimi 3 o 4 anni ho assistito a qualcosa di inaccettabile per una come me che, dal momento in cui la band inizia a suonare, non parla più con nessuno, io mi isolo, ci siamo solo io e i musicisti.

Stop.

Fidanzato, amici, li ritrovo alla fine per commentare per ore, giorni e anni le emozioni che abbiamo provato.

Sono fatta così.

Io e la musica quando ci incontriamo non abbiamo bisogno di altri interlocutori.

Ma veniamo alla cosa inaccettabile che ho scoperto negli ultimi anni: il pubblico è cambiato. In peggio. Mi vengono in mente almeno due concerti, il primo è quello di Gianni Maroccolo Nulla è andato perso” al Fabrik di Cagliari lo scorso anno. Non so se conoscete il disco ma è davvero un Viaggio, da ascoltare in silenzio, ricco di sottosuoni e meraviglie.

L’album è stato scritto a quattro mani con Claudio Rocchi che ha dipinto a mano le copertine dei vinili prima della sua prematura scomparsa. Il giorno del concerto ero molto emozionata anche perché come Guest di Maroccolo c’era un grande pianista, Antonio Aiazzi, cofondatore dei Litfiba. Purtroppo per metà del concerto sono stata circondata da quattro stronzi di 20 anni che hanno pagato 15 euro per stare lì a parlare del panino che hanno mangiato per cena e altre cose a volumi decisamente troppo alti per permettere a chiunque di ascoltare la musica in pace. Nel momento in cui i giovini si sono accorti di dar fastidio hanno ben pensato di aumentare ancora il volume. Questa scena si ripete a quasi ogni concerto a cui sono stata negli ultimi tempi. Il pubblico paga ma non ascolta. Perché?

Stessa situazione mi è successa al concerto di Edda. Dopo averlo visto al Palazzo Siotto a Cagliari senza alcun problema ho deciso di rivederlo il giorno seguente al Life di Oristano. Ero in quarta fila e ho faticato a sentire. Il pubblico gli chiedeva e gli cantava sopra canzoni dei Ritmo Tribale mentre lui era lì per presentare Stasera come mi ammazzerai? Un grande artista Edda, il pubblico no. Troppe ciarle, troppo sottofondo. Davanti a me tre ragazze, a un certo punto si è avvicinata una quarta che dopo qualche istante si è allontanata. Una delle tre, ridendo, a volume spropositato “bhe, se sapesse cosa ho combinato al suo ragazzo ieri in macchina…” e ha elencato alle amiche, e a tutti noi, le posizioni sessuali messe in opera la notte prima, mentre Edda, visibilmente infastidito cantava Stellina.

Queste scene mi mandano in crisi.

Da pacifista rischio di diventare violenta, rischio seriamente di perdere il controllo.

Ai concerti sono intransigente.

Che dire dei festival?

Che banalità, il pubblico. Riesco ad andare solo ai raduni tematici, frequento principalmente quelli Blues di piccole dimensioni come il Narcao Blues che spesso mi ha dato enormi sorprese come i Blind Boys of Alabama. In tanti si spostano al Primavera Sound e simili per vedere in una volta sola 3 o 4 band. Io non ce la faccio. Per quella cifra preferisco un unico concerto. Una volta ho comprato il biglietto per i Rolling Stones all’asta. Per dire. Non parlo dei gusti del pubblico ma del meltin pot insensato che gli organizzatori mettono su per attirare più gente possibile e del pubblico che pur di risparmiare va a questi eventi. Amo troppo la musica per mischiarmi con non fans del gruppo per cui ho preso l’aereo. La magia dov’è? Che è successo al pubblico? Guardando i cartelloni, mi pare che sino a 20 anni fa questi avevano una logica commerciale, vedevi Red Hot Chili Peppers e Pearl Jam oppure Prodigy e Chemical Brothers. I gruppi in un certo modo erano connessi. Come potrei reagire se mentre suona Patti Smith i ragazzi che mi stanno affianco si lamentano perché stanno aspettando Ed Sheeran?

No, seriamente, i festival con Guest scelte senza filo logico non fanno per me, il pubblico che è diventato disattento e preferisce la presenza alla partecipazione attiva al rito collettivo della musica. Non è la quantità ma la qualità che vi porterete nel curriculum vitae dei concerti. Cercate l’autenticità, Cristo, siate critici, che il pubblico di merda incentiva l’inutilità e la vuotezza dei gruppi che circolano in giro. Realmente, tanti sono incapaci plagi dei cantautori degli anni ’70. Finti profeti che per farsi ganzi usano il capotasto e vi ammaliano, mentre voi parlate del derby e ignorate le loro nefandezze Live.

Qualche tempo fa ho intervistato Patrizio Fariselli, tastiera degli Area International Popular Group, ad oggi una delle più intense e piacevoli chiacchierate della mia vita. Riporto uno stralcio della nostra conversazione che potete leggere per intero qui sul Blog.

Io non ho abilità artistiche, non posso dare un contributo in questo senso, però mi piacerebbe sentire artisti culturalmente impegnati, come eravate e ancora siete voi, e non mi riferisco solo al pensiero scritto e ai concetti verbali ma anche alla musica che, in linea di massima, oggi è davvero banale

Il contributo culturale non è solo quello dell’artista che compone ed esegue, ma avviene anche da parte dell’ascoltatore. Questa cosa non va trascurata, è davvero importante perché la musica non ha senso se non viene ascoltata. Il rito sociale del fare musica si compie nella condivisione. Bisogna completare il cerchio. Quindi anche tu, ascoltatrice, sei fondamentale in questo processo.

Nel dire questo Patrizio non solo mi ha reso parte integrante della macchina musicale ma mi ha fatto sentire necessaria. Non avevo mai pensato alla musica in questo senso; se fossimo in quinto potere direi “anche le mie orecchie hanno un valore!”.

Grazie Maestro.

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