Giovanni Lindo Ferretti. Divagazioni su coerenza e instabilità


Giovanni Lindo FerrettiLa settimana scorsa, sempre all’interno del XXX Premio letterario Giuseppe Dessì ho visto Giovanni Lindo Ferretti esibirsi in un reading in cui raccontava la sua vita, lo sfacelo delle sue credenze e di come queste l’abbiano riportato a casa. Con alcuni amici in circostanze diverse m’è capitato di parlare di lui e del ruolo dell’artista, espandendo gli orizzonti del discorso.
Mi piace pensare che l’arte sia un’urgenza interiore e che il volerla comunicare al mondo non debba essere implicito nell’atto della creazione. Il messaggio, il tanto caro messaggio, se c’è arriva comunque perché l’artista è una persona che esprime se stessa e le sue idee in maniera speciale; se poi parliamo di musica c’è la post produzione che si fa carico di equalizzare le idee. Osservando la storia, la rottura con la logica è avvenuta ciclicamente nel campo delle arti figurative, penso al Medioevo e alla sua negazione dell’apollineo o ai dadaisti che mettono il creatore innanzi alla creazione come a porre fine a un discorso millenario.
Proprio da qui vorrei iniziare a parlare di Giovanni Lindo Ferretti. Non ho mai sentito i suoi lavori attraverso un filtro idealista, non mi rispecchiavo nell’ideologia che ha fatto nascere i CCCP né mi sono sentita influenzata politicamente da questa band o da altre, in quello stesso periodo ascoltavo anche i Dead Kennedys, giusto per dire. Penso a canzoni come “Per me lo so”“Tu menti”, Io sto bene” che sono così vere e potenti che banalizzarle con la bandiera rossa è davvero un peccato. Poi i CCCP si son sfaldati come un muretto. Le persone cambiano, il tempo e le idee sono in movimento, camminano. Io stessa mi percepisco in perenne mutazione e quindi soggetta a un’altalena naturale, “è l’instabilità che ci fa saldi negli sgretolamenti quotidiani” diceva Ferretti. CSI, PGR e altri progetti son seguiti alla caduta e qualcosa nell’artista è cambiato lasciando intatta la sua urgenza di comunicarsi.
L’altro giorno ho affrontato questo discorso con un amico che è anche un artista; lui poneva l’accento sull’importanza del messaggio e ha premuto sull’idea che la volontà di comunicare agli altri è implicita nell’Arte. Tutti, compresi i proprietari del luogo in cui stavamo cenando hanno dato ragione a lui; qualche giorno prima ho affrontato una discussione simile con un’altra amica incassando gli stessi risultati.
Ho in questi giorni continuato a riflettere su Ferretti e sull’Artista e la mia conclusione è che nell’imprevidibilità sia contemplata anche la coerenza come alfa e omega di una vita, tipo in Mondrian. L’incoerenza racchiude coerenza ma non il contrario. Sempre al Premio Dessì, non ricordo in quale circostanza uno scrittore, forse la De Sio, ha detto che la coerenza è l’antitesi dell’Arte, che la volontà di progresso porta alla contraddizione. Insomma questo pare un rompicapo insoluto. Chi ha ragione? Chi ha torto? La meravigliosa risposta è: nessuno.


A questo punto ringrazio Ferretti perché è stimolante, genera dibattiti interessanti e questa è una dote non comune. Chiunque può riscrivere la storia se i suoi ideali d’incanto diventano obsoleti, non c’è una regola scritta che vieti di passare dal collettivismo più estremo alla volontà di barricarsi nel proprio orticello.

Sei tu, sei tu chi può darti di più, in un eterno presente che capire non sai l’ultima volta non arriva mai, sei tu, sei tu, chi può darti di più.

Se volete dire la vostra non esitate!
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