Storia breve e incompleta del Progressive Rock in Sardegna- Prima parte

Un guest post sul progressive in Sardegna potrebbe sembrare fantascienza, invece no. Nicola Sulas, dottore in Scienze Naturali, è tra le altre cose appassionato di chitarre e musica, in particolare del genere Progessive che lo ha spinto a collaborare come redattore per la webzine Arlequins che da quasi venticinque anni, prima in formato cartaceo, attualmente in formato digitale, si occupa di Progressive in Italia.
 Gli ho così chiesto di realizzare un articolo per Stereorama, che sarà  quì suddiviso in puntate. Una lente di ingrandimento, quella di Nicola, che ci porterà alla scoperta di un genere spesso sottovalutato, che ha nell’Isola alcuni sorprendenti contributi; un magnifico viaggio musicale dagli anni 70′ a oggi… 

Le Orme, Collage

Chiariamo subito che non esiste un Progressive Rock “sardo”. Non esiste una via preferenziale, non esistono temi comuni e non è mai esistita una scena intesa come una particolare concatenazione di eventi sociali, culturali e più strettamente musicali, che abbiano portato varie band ad avvicinarsi tra loro e scambiarsi esperienze col risultato finale di creare un sound riconoscibile e più o meno omogeneo. La scarna storia del Progressive in Sardegna passa soprattutto per situazioni individuali, sia di band che di singole personalità artistiche. Si vuole fornire un resoconto sugli artisti e i dischi importanti per il genere, la cui definizione, ricordiamo, a distanza di decenni, è continuo oggetto di discussione. Il confine tra Prog e non-Prog, per questo motivo, è stato spesso labile, altalenando tra tentazioni più commerciali e di successo (gli stessi Tazenda nel loro album “Limba” si concedono parecchie divagazioni verso uno stile progressivo) e altre legate al Jazz (genere, questo, molto più radicato nella tradizione musicale sarda moderna) e all’Etno-Folk. Escludo totalmente qui il Progressive Metal, definibile come un genere abbastanza a parte e legato più all’Heavy Metal che al Rock o al Prog in senso stretto. Per concludere, vengono trattati in questo articolo solamente gli artisti che hanno pubblicato almeno un album, suddividendo per comodità di esposizione il tutto in tre periodi.

Epoca storica
sa vida est progressive sardegna stereorama
Volendo partire da
molto lontano, si potrebbe affermare che le radici del Progressive sardo
risalgono addirittura ai Barrittas di “Cambale twist”, memorabile canzone
datata 1964,
sorprendentemente alla pari col resto d’Italia nel proporre un Beat frizzante
che aveva altri assi nella manica rispetto alla sola perizia strumentale e
vocale, ovviamente presente.
I Barrittas, infatti, sono caratterizzati da una verve umoristica marcata che pesca a piene mani nell’immaginario sardo di comportamenti, personaggi e macchiette che avrebbero fatto la fortuna di Benito Urgu per parecchi anni di lì a venire. Il gruppo di Santa Giusta è però importante perché della loro formazione fanno parte, rispettivamente al basso e alla chitarra solista, i fratelli Antonio (Tonietto) e Francesco Salis, futuri pilastri del gruppo omonimo che avrebbe svolto un ruolo importante nella musica in Sardegna nei decenni successivi. Dopo l’esperienza coi Barrittas, i due fratelli vivono e suonano per un certo periodo nel nord Italia, dove hanno l’opportunità di collaborare con altri artisti (tra cui Mauro Pagani) e di realizzare nel 1971 il primo album a nome Salis“Sa vida ita est”
è un disco che dimostra l’abilità nello scrivere belle canzoni di Tonietto e
Francesco, il gusto per gli arrangiamenti e un’ottima capacità esecutiva. Il Progressive
rimane però in sottofondo, mentre emerge in alcuni brani una forte componente psichedelica
e l’amore per i Beatles ed il rock più sanguigno. Una certa ingenuità di fondo
nei testi e di alcune melodie dona un feeling anni ’60 all’intero lavoro, ma
gli arrangiamenti, le progressioni di accordi, le parti di organo e quelle di
chitarra di Francesco Salis dimostrano qualità e potenzialità superiori alla
media.
Il Progressive italiano sarebbe esploso in maniera
devastante l’anno successivo, con la pubblicazione dei lavori epocali di
Premiata Forneria Marconi, Banco del mutuo soccorso, Le Orme, The Trip,
Balletto di bronzo, Garybaldi
e di tante altre band più o meno minori che
avrebbero comunque avuto il proprio posto nella storia. I Salis, invece, non
riescono a cogliere al balzo l’opportunità rappresentata dalle nuove sonorità e,
complice probabilmente anche lo scarso riscontro avuto dall’album, tornano in
Sardegna, dove si esibiscono frequentemente e con successo, rimanendo però
tagliati fuori dal giro di festival alternativi che fioriscono quasi senza
controllo, oltre che dalle implicazioni sociali, politiche e culturali che
hanno accompagnato l’ascesa e la caduta del Prog italiano nel corso degli anni
successivi. Rimane emblematica, a testimonianza del periodo, un’esibizione
nella celebre trasmissione Rai “Speciale per voi”, con Renzo Arbore ad
introdurre un emozionatissimo Tonietto Salis che, insieme al fratello Francesco,
esegue una versione acustica della melodicissima “Chissà se la luna ha una
mamma”.
gruppo 2001 progressive in sardegna
Nel frattempo, un altro gruppo sardo tenta la scalata al
successo con un lavoro solo leggermente più coraggioso, per quanto
complessivamente meno interessante dal punto di vista compositivo rispetto a
“Sa vida ita est”. Si tratta del Gruppo 2001, della cui formazione fa
parte nientemeno che Piero Salis (non apparentato con Tonietto e Francesco),
meglio conosciuto pochi anni dopo con il nome d’arte di Piero Marras, il
cantautore più stimato e celebrato della Sardegna, ancora adesso in attività.
Dopo alcuni singoli di discreto successo caratterizzati da una forte componente
melodica, il Gruppo 2001 da alle stampe un album che tenta di approcciarsi al Progressive,
riuscendoci però solo in parte. “L’alba di domani” colpisce in
maniera sorprendente nella prima traccia, “Maggio”, un assalto
progressivo fatto di ritmica furiosa, complesse parti di tastiera,
arrangiamenti di chitarra, stacchi e rallentamenti che sembrano inserirsi alla
perfezione nella media delle produzioni Rock del periodo. Purtroppo si tratta
di un fuoco di paglia poiché i brani restanti, tranne alcune eccezioni, non
riescono a replicare in pieno la stessa magia, preferendo insistere sulle
componenti melodiche di più facile fruizione, assolutamente gradevoli e con
arrangiamenti che mantengono strutture progressive evidenti ma pur sempre
lontani dalla fantasia e dalla voglia di ricerca che ossessionava i
protagonisti del Rock italiano dell’epoca. “L’alba di domani” resta
quindi un ottimo tentativo, un album dalla doppia personalità che avrebbe avuto
bisogno di una dose di coraggio solo leggermente superiore per essere
considerato con più attenzione, ma non riesce a fare breccia sul pubblico,
complice anche la pubblicazione per una piccola etichetta dotata probabilmente
di pochi mezzi promozionali. Il risultato è l’abbandono di Piero Salis-Marras,
che inizierà così la sua fortunata carriera solista, e il ritorno definitivo
dei restanti componenti del gruppo a forme esclusivamente leggere, con alcuni
singoli pubblicati sino allo scioglimento avvenuto alla fine degli anni ’70.
Salis progressive in sardegna
Bisognerà aspettare altri due anni perché il Rock made in
Sardinia  abbia la sua nuova chance, e
anche in questo caso non si tratta di vero Progressive. Tonietto Salis,
assistito dal cugino Lucio (famoso poi negli anni ’80 come cabarettista) e dal
fratello Francesco, da alle stampe “Seduto sull’alba a guardare”,
prodotto questa volta da un’etichetta tutta sarda, “La strega”,
insieme ad una sussidiaria della EMI. Su musiche di Tonietto, Lucio scrive i
testi, mentre alle tastiere c’è Dario Baldan Bembo. Notevole lo sforzo
produttivo, dato che “Seduto sull’alba a guardare” viene registrato
in quadrifonia con costose apparecchiature Sansui, meno il risultato tecnico
finale. La riuscita musicale è indubbiamente ottima, ma si tratta ancora una
volta di canzoni, con arrangiamenti di classe, abbastanza slegate dalla
tradizione melodica italiana ma non abbastanza coraggiose nel rifiutare gli
schemi cantautorali che Tonietto sembra prediligere. Ci sono alcuni brani che i
Salis riproporranno svariate volte negli anni a venire (tra cui la splendida
“Festa mancata”), c’è la chitarra di Francesco che fa capolino ogni
tanto con le sue parti soliste, i testi sono più profondi e meno ingenui che in
passato, è presente un’atmosfera malinconica che caratterizza tutto il disco e spesso
qualche tentazione progressiva o più rock fa capolino, ma è troppo poco per chi
cerca qualcosa senza compromessi. L’album è comunque valido e di fatto chiude,
almeno a livello discografico, la prima stagione del Progressive sardo, sino ad
ora rimasto in bilico in una sorta di “vorrei ma non oso” trasferito su
vinile.
Fine prima parte
Le puntate successive saranno pubblicate ogni giovedì alle ore 23:59


Leggi la seconda parte relativa agli anni 1975-1980

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